
L’ esaltazione del secondo come concetto dello sport e della vita è molto spesso considerato il rifugio dei perdenti, una sorta di camera caritatis all’interno della quale si trova l’espiazione del peccato che, nel caso specifico, significa non aver vinto, quando contava farlo, per dimostrare di essere il più forte. Eppure per Grigor Dimitrov non può essere solo questo; almeno per il Dimitrov visto a Parigi.
Abbiamo rivisto il giocatore che ha incantato per anni il circuito con la nota stilistica che appartiene ai giocatori che, quel tipo di tennis lo hanno nel proprio io, quel tennis che non va stressato con ore di tecnica: sarebbe deleterio, oltre che inutile. Dimitrov non è per fortuna/purtroppo per lui, quel regolarista che gioca a colpirla sempre più forte, come ad uno scontro fisico tra due pugili fin quando fa male, fin quando ce n’è.
Il bulgaro regala gioia per gli occhi; sporadica? Purtroppo si. Fine a se stessa? Dipende. I risultati stanno lì a dimostrare che quando vuole sa essere un maestro. E Maestro lo è stato davvero, vincendo nel 2017 da imbattuto un’edizione delle ATP Finals, al termine della sua miglior stagione. Ed è stato bello rivederlo a quel livello per così tanto tempo durante un torneo. È mancata la ciliegina finale ma dall’altra parte della rete c’era chi non lascia nulla, affamato di vittorie come nessuno mai. Ma va bene così: è stata la dimostrazione di quanto ci sia ancora il bisogno del magnifico ed irregolare tennis di Grigor. Anche da secondo.
Carlo Galati