
Cinque game ad Alcaraz, sei a Sinner. Nell’arco di meno di ventiquattro ore questi sono i numeri che segnano la distanza tra l’attuale numero 1 al mondo, signore degli anelli, reggente del trono di spade (tanto per buttarla un po’ sul fantasy) e i giovanotti di belle speranze, destinate al momento a restare tali, fino a quando questo signore di Belgrado avrà ancora voglia di andare in giro per il mondo a dettar legge. E dire che Sinner, proprio qualche giorno fa questo signore lo aveva battuto, anche piuttosto bene: di forza, di testa, di tennis.
Ed era la speranza di tanti, forse per alcuni l’illusione. Senza voler essere per forza i profeti del giorno dopo, basta leggere la storia di Djokovic per capire che, se arriva in fondo, è quasi impossibile sperare in un finale che non sia quello già visto. Ecco perché il confine tra speranza e illusione alle volte è troppo sottile per poter essere visto in maniera chiara. Se volete è anche giusto sognare, importante però è non risvegliarsi bruscamente.
Ma Jannik Sinner è un ragazzo fin troppo intelligente, fin troppo onesto e giustamente esigente per non aver capito di aver avuto a che fare con due giocatori diversi, o se volete, con due versioni diverse dello stesso giocatore. Ed è per questo che Djokovic è il numero uno perché sa quando è il momento di cambiare marcia, di issarsi ad un livello irraggiungibile per tutti. E questa finale ne è l’esempio. Perfetto al servizio, costantemente in pressione, convintamente alla ricerca di ogni tipo di riga dover far atterrare i propri colpi, poi, difficili da gestire; talmente tanto difficili che saranno trenta gli errori non forzati alla fine del match da parte di Sinner. Un numero troppo alto da gestire, un gap praticamente incolmabile. E così è stato fino al doppio fallo finale che ha consegnato a Djokovic il settimo titolo di Maestro, staccando, anche in questo caso, Roger Federer. Non resta che alzarsi in piedi ed applaudire un campione che probabilmente sarà irripetibile, non soltanto nella storia del tennis, ma dello sport in generale e che a trentasei anni continua ad alimentare il proprio personale fuoco.
Carlo Galati @thecharlesgram