Lasciateci sognare


Piccola premessa: cerchiamo sempre di non cadere nel tranello dell’immedesimazione. Ovvero in quella sensazione che porta ad estraniarti dal ruolo di chi, dovrebbe analizzare le cose in maniera distaccata, seguendo un approccio anglosassone al racconto, abbandonandosi invece all’irrazionalità. Vogliateci scusare; teniamo questo atteggiamento durante tutto l’anno, salvo poi buttare alle ortiche tutto quando di parla di Coppa Davis. Ognuno ha le sue debolezze. Riconoscerle è il primo passo per apprezzarle.


Detto questo e riavvolgendo il nastro dell’intera giornata, restare lucidamente connessi al racconto è arduo quanto battere Djokovic. Solo che lungi da noi paragonarci a Sinner e per questo, non possiamo che esaltarci di fronte a quanto visto in semifinale con la Serbia. E ci rincuora il fatto che la tanto amata, odiata, criticata, venerata Coppa Davis alla fine sia quell’unica manifestazione che esalta la forza del singolo nel contesto di squadra. Lo sport più individuale ed individualista diventa unità, mettendo le proprie forze a servizio della vittoria finale, la vittoria di tutti. Ed è questa la vittoria dell’Italia, che ha battuto la Serbia di Sua Altezza Reale, Novak Djokovic, grazie ad uno strepitoso Jannik Sinner (tre volte vincitore su quattro incontri con Djokovic negli ultimi dodici giorni, roba da Guinnes), ad un esaltante duo di Lorenzo, Sonego e Musetti; quest’ultimo nonostante la sconfitta nel primo incontro con Kecmanovic, ha contribuito a conferire un pizzico di epicità a questa giornata. Sembra un paradosso, ma se ci pensate bene non lo è.


Adesso il traguardo è lì a portata di mano, dietro l’ultima curva. L’Australia fortunatamente non è la Serbia: il peggio è alle spalle, i più forti li abbiamo già battuti. Ma una finale è pur sempre una finale e molto passerà dalla racchetta e dal cuore di Jannik, che ritroverà sul suo cammino, Alex De Minaur, l’avversario di quella finale che gli regalò il primo 1000 della sua carriera. È un appuntamento con la storia che manca da 47 anni e che ebbe l’ultimo avvistamento nel 1998. È giunta l’ora di rimuovere un po’ di polvere dagli archivi della memoria.

Carlo Galati @thecharlesgram

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