Prospettiva Dimitrov

Provare a rinchiudere Grigor Dimitrov in una improbabile classificazione tennistica è esercizio dialettico piuttosto improbo. Ha vissuto alti e bassi, giornate di gloria e momenti di buio dovuti al suo essere unico nella sua genialità. Perché quando gioca come nel finale della stagione scorsa e in questo inizio 24, non può che definirsi così, geniale appunto.

E non ci riferiamo ai risultati: una finale nel 1000 di Bercy, un titolo conquistato, pronti via a Brisbane, battendo il giovane virgulto Rune, investito com’è della responsabilità morale di raggiungere gli altri due ventenni fiammeggianti del circuito e le cui aspettative sono altissime, ma che, per ora, è rimesso a posto da questo trentenne di belle speranze, non sono i momenti che fanno la differenza. Uno che aveva tutte le carte in regola per poter primeggiare e che invece ha raccolto forse meno rispetto a quello che avrebbe potuto. Ma a lui va bene così. Non sarebbe Dimitrov, perlomeno non quello che abbiamo imparato a voler bene.

Già, perché non si può non voler bene ad un giocatore così, ad un giocatore capace di entusiasmare e deprimere, di illuminare e abbagliare di una luce propria di chi, con quel rovescio ad una mano, rappresenta rifugio per feticisti d’antan che non si rassegnano alla potenza e meccanizzazione di un gesto tecnico che in troppi eseguono senza poesia, senza classe. Caratteristiche queste che fanno amare il bulgaro sopra ogni cosa, anche sopra se stesso.

Carlo Galati @thecharlesgram

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