
Kelvin Kiptum era il più grande. Per comprendere la natura della sua scomparsa prematura, possiamo paragonarlo a Kobe Bryant o a Ayrton Senna, atleti che hanno portato con loro il senso dello sport. Parliamo di una leggenda dell’atletica, scomparsa in circostanze ancora da chiarire ma riconducibili ad un incidente stradale. Proprio la strada gli ha tolto la vita, quella stessa strada che invece gli aveva dato tutto in termini di risultati sportivi, oltre alla vita, alla genetica, agli dei dello sport, che gli avevano donato il talento. Quello puro, che accompagna l’essere umano elevandolo a una specie capace di tutto. Anche di correre la maratona sotto le due ore.
Questo, nello specifico, è uno dei muri dell’umana natura che nessuno è ancora riuscito a battere: Kelvin ci era andato vicino, detentore del record del mondo in 2:00:35 corso alla maratona di Chicago, una delle maratone più veloci al mondo ma non la più veloce. C’era del margine, nelle gambe, nel fiato, nel cuore dell’atleta keniota. L’obiettivo in tal senso era prima Rotterdam, poi ovviamente Parigi ed i cinque cerchi. La gloria olimpica che era alla sua portata, così come quel muro invalicabile che però iniziava a traballare di fronte al primo uomo capace di correre la maratona sotto le 2 ore e 1 minuto, che a pensarci bene resta strabiliante già così.
E a pensarci bene, Kiptum all’attivo aveva soltanto tre maratone nelle gambe e 35 secondi (anzi 36…) di margine per poter dare un senso alla corsa durata una vita trascorsa sugli altipiani keniani, a correre e correre, un passo dopo l’altro, raccontando al mondo che, in gara, in una gara vera, è possibile correre a 20 km/h per poco meno di due ore. Quei 35 secondi che sembrano un batter d’occhio per chi vive una vita normale: cosa volete che siano 35 secondi? Un’eternità per chi corre, ma un’eternità pronta ad essere addomesticata e che invece resterà lì a ricordarci cosa poteva essere e non sarà per chissà quanto tempo.
Carlo Galati @thecharlesgram