
Le notti magiche le abbiamo passate inseguendo quel gol che sapevamo prima o poi sarebbe arrivato. A segnarlo sempre lui, Totò Schillaci, da Palermo, Sicilia, che con quegli occhi spiritati e densi di gioia ha trascinato un Paese intero verso il sogno mondiale. Italia ’90 è stato il primo approccio al calcio di una generazione, quella nata nei primi anni ’80, che vedeva in quella squadra dei calciatori pronti a tutto, pronti a regalarci la gioia più grande a soli otto anni dalla vittoria in Spagna.
Schillaci ci ha portati fino ad un passo dal sogno perdendo in semifinale dall’Argentina più debole di sempre, guidata però dal dio del calcio. Quei maledetti rigori sono ormai storia ma, nonostante siano passati 34 anni, oggi piangiamo lo stesso perché quell’eroe invincibile, non c’è più, portato via dall’altra faccia della vita. Sei gol in quel Mondiale, capocannoniere alla fine del torneo. Li ricordiamo tutti: da quello con l’Austria e poi Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina fino al rigore con l’Inghilterra quando le notti ormai non erano più magiche, avendo perso fate ed incantesimi, ma eravamo comunque felici perché Totò nonostante la delusione di Napoli era lì a dirci che i sogni sono e resteranno sempre la materia di cui sono fatti gli obiettivi, anche quelli più impossibili. Come poteva un uomo diventare l’eroe di una Nazione, dopo una delusione così tremenda? In quanti sono assurti al ruolo di miti, dopo la più grande sconfitta della propria carriera? Lui sì. E come poteva infatti un bambino nato nel quartiere popolare di San Giovanni Apostolo a Palermo, salire sul tetto del mondo? Ci ha provato, ci è riuscito, rinchiudendo tutto in un mese in cui tutto quello che toccava diventava oro, o gol.
Negli occhi suoi la voglia di vincere, lo abbiamo sempre visto anche dopo. Anche quando ha comunicato a tutti della sua malattia, affrontandola con la filosofia tipica dei siciliani, con una sorta di indolenza che contraddistingue chi nasce siciliano. Non è pigrizia, ma il tentativo di prendere tutto come viene. Come un gol, come una corsa sfrenata. Come quell’estate, che è stata un’avventura in più.
Carlo Galati @thecharlesgram