La scelta migliore

Jannik si libera in un colpo solo del ricatto della Wada, degli allenamenti con la spada di Damocle sulla testa, della pressione psicologica di un organismo antidoping vecchio e costipato dalle ipocrisie, aggrappato alla notorietà del numero Uno per poter sperare di sopravvivere.

Lo raccontano le tante, troppe interviste dei giudici, le telecamere accese, l’euforia per la scadenza di aprile.

L’accordo di Jannik, il patteggiamento per i puristi del diritto, li sotterra tutti, mette la parola fine a regole astruse che favoriscono la discrezionalità a svantaggio della correttezza e alimentano la cultura del sospetto senza combattere davvero il fenomeno del doping nel tennis.

Adesso occorrerà cambiare il sistema, a partire dal carrozzone della Wada: perché Jannik starà fermo tre mesi, perderà qualche Master 1000, tornerà a Parigi, forse a Roma, sarà a Wimbledon.

Resterà il numero Uno, con le stimmate del martirio, grazie ai burocrati con la matita blu.

E con quella testa, con la testa di Jannik, saranno tre mesi di lavoro su se stesso, di preparazione alle prossime sfide, di ritrovata, sembra un paradosso, serenità; e se Jannik tormentato ha vinto tre Slam, non osiamo neppure pensare cosa diventerà Jannik senza avvoltoi ad alitargli dietro le orecchie.

Alla faccia della Wada, alla faccia degli odiatori seriali, alla faccia dei teorici dell’equazione patteggiamento/colpevolezza.

Comprate i biglietti per Parigi e quelli per Londra.

Ti aspettiamo volentieri, campione.

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