Parigi si ferma per Rafael Nadal: un addio che sa di eternità

Il cielo sopra Parigi sembrava avere rispetto, oggi. Nessuna pioggia, nessun vento. Solo una luce dorata, quasi irreale, ad accarezzare il Philippe Chatrier, divenuto per un pomeriggio qualcosa di più di uno stadio. Un tempio, forse. O, più semplicemente, casa. Quella di Rafael Nadal, che ha ricevuto l’addio che si deve a un re. Ma senza retorica, senza effetti speciali: con il cuore, con gli occhi umidi, con la dignità semplice e profonda dei grandi momenti.

Nadal cammina in campo con passo leggermente incerto, ma lo sguardo è quello di sempre. Concentrato, limpido. Sul maxi-schermo scorrono le immagini di vent’anni di battaglie, di terra rossa mangiata, di trionfi scritti in stampatello. Le sedici vittorie in carriera al Roland Garros, le finali vinte soffrendo, i punti impossibili, le ginocchia fasciate e il pugno chiuso verso il suo angolo. Ma più che le coppe, oggi conta l’uomo. E Rafa è tutto, tranne che solo.

Dal tunnel, come fossero entrati in un altro tempo, Andy MurrayRoger Federer e Novak Djokovic salgono lentamente i gradoni del Chatrier. Nessun annuncio, nessun effetto sonoro. Solo applausi. Lunghi, pieni. Federer ha un sorriso dolce, quasi fraterno. Djokovic lo guarda con quel misto di rispetto e complicità che solo le guerre in campo possono generare. Murray lo abbraccia, a lungo. Come si fa con un amico di gioventù che si sa di non rivedere più nello stesso modo.

Nadal li guarda uno ad uno. Li ha battuti, lo hanno battuto. Si sono cambiati negli spogliatoi, si sono aspettati ai cambi campo, si sono odiati per un punto, amati per un gesto. Oggi no, oggi nessuna rivalità. Solo fratellanza, perché chi condivide la stessa epoca, la stessa fatica, merita lo stesso onore.

Rafa prende il microfono, ma parla poco. “Merci, merci beaucoup,” dice. Poi si ferma. Il silenzio del Chatrier è totale, quasi sacrale. Non serve altro. Il pubblico è in piedi, molti piangono. Non per un addio, ma per una presenza che sarà sempre lì, come la sua orma, incastonata per sempre su quel campo, come un diamante. Perché Rafa è la terra del Roland Garros, e questa terra non dimentica.

Carlo Galati

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