
Robert Kubica non è tipo da fuochi d’artificio. Neppure dopo ventiquattro ore di battaglia sulla Sarthe, al volante di una Ferrari gialla, la numero 83, che ha riportato Maranello sul gradino più alto per il terzo anno di fila. Non ha urlato, non ha pianto. Ha solo chiuso gli occhi un attimo più a lungo, come per far durare il momento. E quando li ha riaperti, Le Mans era sua.
Il destino, si sa, sa essere bastardo. Nel 2011 lo mise fuori gioco con una barriera assassina durante un rally: fratture ovunque, il braccio destro quasi perduto, la Formula 1 sfumata come una curva mal presa. Ma certi piloti non si ritirano: prendono fiato, stringono i denti e aspettano il momento.
Kubica il momento lo ha trovato ieri, sulla pista dove si vincono solo le cose che contano davvero. Ha diviso la macchina con Ye e Hanson, ma è stato lui a portarla per mano nella notte. Lunghi stint sotto la pioggia, il volante stretto in due mani disuguali ma decise, come se la ferita non fosse più una mancanza ma un’aggiunta: qualcosa che ti spinge a dare ancora di più.
In un tempo che ha perso il gusto della fatica, Kubica ha fatto della resistenza un’arte. Ha guidato il 43% della corsa, con la precisione di chi non cerca il tempo migliore ma la traiettoria più vera. E così ha vinto. Con sé, con la Ferrari, con un equipaggio che sembrava messo insieme per caso e invece era scritto che dovesse arrivare fin lì.
Ye, primo cinese sul podio; Hanson, inglese di misura; la Ferrari, che tre su tre non li faceva neppure ai tempi d’oro. Ma sopra tutti, ieri, c’era lui: il pilota a cui il destino aveva tolto tutto, e che si è ripreso l’essenziale. La corsa, la gloria, la pace.
A Le Mans, più che vincere, bisogna resistere. E Robert Kubica, uomo silenzioso con mani diverse, ha resistito abbastanza da tornare davanti. Resta un’immagine: Kubica che scende dall’auto, si toglie i guanti, si guarda le mani. Una è diversa, ma insieme, ancora, vincono.
Carlo Galati