
Se ne parlava da tempo, forse da troppo. Quel “prima o poi vincerà Wimbledon” che era diventato un ritornello, come le chiacchiere sui prati bagnati, le fragole con panna e la racchetta rossa che sembra uscita da un cartone animato giapponese. Poi, finalmente, il prima o poi ha trovato il suo oggi: Jannik Sinner ha vinto Wimbledon. Non è stata una passeggiata, non è stato un’epopea. È stata una partita da Sinner, che oggi significa molte cose: pazienza, geometria, una calma che pare fredda e invece è lava trattenuta.
In finale c’era Carlos Alcaraz, uno che se non ci fosse Sinner sarebbe il volto perfetto del tennis nuovo. Muscoli, esplosività, un servizio che sembra l’urlo di Tarzan e un rovescio che può spezzare il tempo. Ma oggi ha trovato davanti non un tennista, ma una diga. E le dighe, si sa, non fanno rumore. Resistono.
Sinner ha vinto in quattro set, con punteggio che dovrà essere ricordato: 4-6 6-4 6-4 6-4. Forse però quel che conta è che nei momenti in cui serviva un passante impossibile, un recupero di quelli che si vedono una volta ogni torneo, o semplicemente un respiro più lungo dell’avversario, lui li ha avuti. Sempre. Con quel suo modo di non esultare mai troppo, che non è freddezza ma una forma di rispetto. Per l’avversario, per il gioco, per se stesso.
C’era il sole, a Londra, cosa rara. E nel sole, Jannik ha sollevato la coppa iconica come se fosse il violino che da bambino non ha mai suonato. Ha sorriso poco, come sempre, ma gli occhi dicevano tutto. E c’era scritto: è finita un’attesa, è cominciata una storia.
Carlo Galati