La pioggia d’oro dell’Italnuoto

Suona l’inno di Memeli a Otopeni. E risuona, due, tre, sei volte. L’ultima giornata degli europei di nuoto in vasca corta è un tripudio di medaglie d’oro per l’Italia, sei per l’esattezza. Un piccolo grande record per la manifestazione e per la spedizione azzurra in terra rumena: gradino più alto del podio per Martinenghi, Mora, Quadarella, Razzetti e Pilato. Il capolavoro continua con il trionfo nella 4×50 mista e la vittoria di Mora, Martinenghi, Di Pietro e Nocentini che portano a sei gli ori azzurri. E poi le due medaglie d’argento con Cerasuolo e Miressi e un bronzo con Nocentini.

Una giornata da sogno che si è aperta con una doppietta. L’Italia del nuoto è padrona del podio dei 50 rana maschili. Primo posto e oro per il lombardo Nicolò Martinenghi, in 25″66. Argento per l’emiliano Simone Cerasuolo, in 25″83. Anche Lorenzo Mora, con una stupenda gara in rimonta, si guadagna la medaglia del metallo più prezioso. Accade nei 200 metri dorso. L’azzurro ha nuotato in 1’48″43, nuovo record italiano migliorando di due centesimi il suo precedente record. Medaglia d’oro nella finale dei 400 stile libero femminili alla romana Simona Quadarella, ha chiuso la gara in 3’59″50. E poi ancora Dominio di Alberto Razzetti con il tempo di 3.57.01 che polverizza il suo record nei 400 misti. Il ligure ha chiuso la gara in 3’57″01, polverizzando anche il record della manifestazione. Doppietta sfiorata nei 50 metri rana femminili. Prima Benny Pilato e terza Jasmine Nocentini. L’azzurra ha nuotato in 28″86, record di questa rassegna europea. L’argento dei cento stile libero porta invece il nome di Alberto Miressi, a soli cinque centesimi dalla medaglia d’oro. 

La ciliegina sulla torta è la vittoria nella staffetta mista 4×50. Merito di Lorenzo Mora, Nicolò MartinenghiSilvia Di Pietro e Jasmine Nocentini. Con quest’altro successo l’Italia ha chiuso la kermesse continentale con 22 medaglie all’attivo, delle quali 7 d’oro; solo qualche ora prima un risultato impensabile, ma che adesso guarda a Parigi con occhi e sogni di gloria.

Carlo Galati @thecharlesgram

La vittoria è la fine di un lungo viaggio

Da Santiago del Cile a Malaga la distanza è di circa 10380 km: chi volesse intraprendere questo viaggio, probabilmente dovrebbe considerare un tempo piuttosto lungo nel compierlo. Ad oggi potremo dare a questa indefinitezza un valore, quantificarlo in 47 anni, precisamente dal 1976 al 2023. Un viaggio che ha avuto diverse tappe importanti, dall’Australia a Milano, senza dimenticare il buio di Mestre e un girovagare di circa 10 anni nei campi secondari del circuito mondiale del tennis. Fino a Malaga, fino a quando l’Italia è tornata a riveder le stelle, è tornata a stringere tra le braccia la coppa Davis.

E le braccia oggi sono quelle di Sonego, Bolelli, Arnaldi, Musetti, Sinner, del capitano Volandri, ragazzi che resteranno nell’immaginario collettivo dello sport italiano alla stregua dei Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti e Pietrangeli, perché quello che è stato fatto a Malaga è l’esaltazione tennistica di una generazione che ha preso per mano tutti quelli che da 47 anni hanno giocato e perso, combattuto e vinto, fino alla conquista di qualcosa che sembrava così miticamente descritta da sembrare irreale. Generazioni intere di tifosi cresciute nei racconti di una vittoria dell’altro mondo, che aveva le sembianze del racconto fantastico, inserito in un contesto storico/polito totalmente diverso da quello odierno, affidato a tante parole, poche immagini, molte delle quali hanno avuto il beneficio del colore solo ultimamente.

Quello che abbiamo visto in questi giorni invece è un azzurro vivido, sono immagini che restano scolpite nella memoria di tanti italiani che finalmente affidano alla presa diretta emozioni che invece erano attenuate dal passare del tempo e dal ricordo. Una squadra, quella del 2023, che può e deve aprire un ciclo vincente, una squadra ricca di talento, che tra diversi caratteri e caratteristiche, ha saputo compattarsi, anche grazie all’aiuto di chi non ha avuto la medaglia al collo, ma che può e deve trascinare il gruppo insieme a Sinner, negli anni a venire: Matteo Berrettini. Il futuro è radioso, il nuovo viaggio è appena iniziato con una valigia nella quale c’è spazio per tanto altro ancora. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Pecco, back to back

Vincere e riconfermarsi. La storia dello sport è piena di esempi che raccontano di campioni e della loro riconferma, di squadre leggendarie che nella serie di vittorie hanno trovato terreno fertile per far vivere le loro imprese. A questo ristretto gruppo di campioni si è unito un giovanotto che corre su una moto italiana e che ha vinto e rivinto come solo i più grandi sanno fare, perché Pecco Bagnaia è uno di loro.

Il ducatista vince il gp di Valencia e conferma il titolo iridato dello scorso anno, mentre un Jorge Martin indemoniato dopo due giri di gara rischia di tamponare il rivale e perde un sacco di posizioni, poi finisce nella ghiaia dopo aver mandato gambe all’aria l’incolpevole Marc Marquez. Nella storia della MotoGP, solo Valentino Rossi e il Cannibale catalano erano riusciti a rivincere il mondiale l’anno successivo. Pecco celebra una stagione bellissima che lo ha visto trionfare in 7 gp e 4 sprint race, ma anche salire in 12 altre occasioni sul podio.

Sul traguardo, è proprio Valentino Rossi ad abbraccialo, mettendo il suggello al terzo mondiale della sua carriera, compreso quello di Moto2 del 2018. Gli amici gli hanno preparato una coreografia, con un canestro da basket: schiaccia il pallone, s’infila al titolo il secondo anello iridato della MotoGP. Comincia la festa.

Carlo Galati

Lasciateci sognare


Piccola premessa: cerchiamo sempre di non cadere nel tranello dell’immedesimazione. Ovvero in quella sensazione che porta ad estraniarti dal ruolo di chi, dovrebbe analizzare le cose in maniera distaccata, seguendo un approccio anglosassone al racconto, abbandonandosi invece all’irrazionalità. Vogliateci scusare; teniamo questo atteggiamento durante tutto l’anno, salvo poi buttare alle ortiche tutto quando di parla di Coppa Davis. Ognuno ha le sue debolezze. Riconoscerle è il primo passo per apprezzarle.


Detto questo e riavvolgendo il nastro dell’intera giornata, restare lucidamente connessi al racconto è arduo quanto battere Djokovic. Solo che lungi da noi paragonarci a Sinner e per questo, non possiamo che esaltarci di fronte a quanto visto in semifinale con la Serbia. E ci rincuora il fatto che la tanto amata, odiata, criticata, venerata Coppa Davis alla fine sia quell’unica manifestazione che esalta la forza del singolo nel contesto di squadra. Lo sport più individuale ed individualista diventa unità, mettendo le proprie forze a servizio della vittoria finale, la vittoria di tutti. Ed è questa la vittoria dell’Italia, che ha battuto la Serbia di Sua Altezza Reale, Novak Djokovic, grazie ad uno strepitoso Jannik Sinner (tre volte vincitore su quattro incontri con Djokovic negli ultimi dodici giorni, roba da Guinnes), ad un esaltante duo di Lorenzo, Sonego e Musetti; quest’ultimo nonostante la sconfitta nel primo incontro con Kecmanovic, ha contribuito a conferire un pizzico di epicità a questa giornata. Sembra un paradosso, ma se ci pensate bene non lo è.


Adesso il traguardo è lì a portata di mano, dietro l’ultima curva. L’Australia fortunatamente non è la Serbia: il peggio è alle spalle, i più forti li abbiamo già battuti. Ma una finale è pur sempre una finale e molto passerà dalla racchetta e dal cuore di Jannik, che ritroverà sul suo cammino, Alex De Minaur, l’avversario di quella finale che gli regalò il primo 1000 della sua carriera. È un appuntamento con la storia che manca da 47 anni e che ebbe l’ultimo avvistamento nel 1998. È giunta l’ora di rimuovere un po’ di polvere dagli archivi della memoria.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nel nome di Djokovic


Cinque game ad Alcaraz, sei a Sinner. Nell’arco di meno di ventiquattro ore questi sono i numeri che segnano la distanza tra l’attuale numero 1 al mondo, signore degli anelli, reggente del trono di spade (tanto per buttarla un po’ sul fantasy) e i giovanotti di belle speranze, destinate al momento a restare tali, fino a quando questo signore di Belgrado avrà ancora voglia di andare in giro per il mondo a dettar legge. E dire che Sinner, proprio qualche giorno fa questo signore lo aveva battuto, anche piuttosto bene: di forza, di testa, di tennis.

Ed era la speranza di tanti, forse per alcuni l’illusione. Senza voler essere per forza i profeti del giorno dopo, basta leggere la storia di Djokovic per capire che, se arriva in fondo, è quasi impossibile sperare in un finale che non sia quello già visto. Ecco perché il confine tra speranza e illusione alle volte è troppo sottile per poter essere visto in maniera chiara. Se volete è anche giusto sognare, importante però è non risvegliarsi bruscamente.

Ma Jannik Sinner è un ragazzo fin troppo intelligente, fin troppo onesto e giustamente esigente per non aver capito di aver avuto a che fare con due giocatori diversi, o se volete, con due versioni diverse dello stesso giocatore. Ed è per questo che Djokovic è il numero uno perché sa quando è il momento di cambiare marcia, di issarsi ad un livello irraggiungibile per tutti. E questa finale ne è l’esempio. Perfetto al servizio, costantemente in pressione, convintamente alla ricerca di ogni tipo di riga dover far atterrare i propri colpi, poi, difficili da gestire; talmente tanto difficili che saranno trenta gli errori non forzati alla fine del match da parte di Sinner. Un numero troppo alto da gestire, un gap praticamente incolmabile. E così è stato fino al doppio fallo finale che ha consegnato a Djokovic il settimo titolo di Maestro, staccando, anche in questo caso, Roger Federer. Non resta che alzarsi in piedi ed applaudire un campione che probabilmente sarà irripetibile, non soltanto nella storia del tennis, ma dello sport in generale e che a trentasei anni continua ad alimentare il proprio personale fuoco.

Carlo Galati @thecharlesgram

Don’t stop him now

Non è tanto la vittoria in sé per sé, che già è qualcosa di mai fatto da nessun altro italiano. Non è l’aver battuto Medvedev, numero tre al mondo, anche se siamo alla terza volta consecutiva, dopo che sei erano state le sconfitte subite. Il punto è un altro: Jannik Sinner ha ormai raggiunto il livello della piena consapevolezza di se stesso, una consapevolezza che lo porta non solo ad imporre il proprio gioco ma a sapersi adattare battendo i più forti sul loro terreno. Una caratteristica che hanno solo i predestinati.

Partita scarna, essenziale, nervosa con pochissime variazioni, poche discese a rete, partita più di lotta che di governo; il tipo di match preferito da uno come Medvedev, che in queste partite ci si ritrova perfettamente. Battuto nel proprio agio, battuto nella testa. Il numero tre al mondo ha ormai capito di che pasta è fatto questo ragazzo.

Sinner l’ha vinta di personalità e cattiveria, spostando il match sul piano atletico, quasi più simile ad un incontro di boxe, dove ci si picchia fino a quando qualcuno non getta la spugna. Il 6-1 del terzo set è emblematico in tal senso e dà la misura della straordinarietà.
Adesso va fatto l’ultimo passo. Nulla è precluso.

Carlo Galati

Dimitrov, la bellezza che vince

L’ esaltazione del secondo come concetto dello sport e della vita è molto spesso considerato il rifugio dei perdenti, una sorta di camera caritatis all’interno della quale si trova l’espiazione del peccato che, nel caso specifico, significa non aver vinto, quando contava farlo, per dimostrare di essere il più forte. Eppure per Grigor Dimitrov non può essere solo questo; almeno per il Dimitrov visto a Parigi.

Abbiamo rivisto il giocatore che ha incantato per anni il circuito con la nota stilistica che appartiene ai giocatori che, quel tipo di tennis lo hanno nel proprio io, quel tennis che non va stressato con ore di tecnica: sarebbe deleterio, oltre che inutile. Dimitrov non è per fortuna/purtroppo per lui, quel regolarista che gioca a colpirla sempre più forte, come ad uno scontro fisico tra due pugili fin quando fa male, fin quando ce n’è.

Il bulgaro regala gioia per gli occhi; sporadica? Purtroppo si. Fine a se stessa? Dipende. I risultati stanno lì a dimostrare che quando vuole sa essere un maestro. E Maestro lo è stato davvero, vincendo nel 2017 da imbattuto un’edizione delle ATP Finals, al termine della sua miglior stagione. Ed è stato bello rivederlo a quel livello per così tanto tempo durante un torneo. È mancata la ciliegina finale ma dall’altra parte della rete c’era chi non lascia nulla, affamato di vittorie come nessuno mai. Ma va bene così: è stata la dimostrazione di quanto ci sia ancora il bisogno del magnifico ed irregolare tennis di Grigor. Anche da secondo.

Carlo Galati

Sinner, no limits

Alle volte non è il cosa, ma il come. Non basta considerare solo l’assolutismo del trionfo ma anche tutte le sfaccettature che compongono il colore netto della vittoria. Sinner ha vinto a Vienna, ha conquistato il suo decimo titolo in carriera, il secondo consecutivo, dopo Tokyo, il quarto dell’anno. Bene, anzi benissimo. Basterebbe questo. Basterebbe, appunto.

Ed invece no, va considerato anche altro, il modo in cui questa vittoria è arrivata e cosa rappresenta nello scenario presente che guarda al futuro. Rappresenta la consapevolezza di poter guardare negli occhi chiunque, fosse anche uno come Medvedev dal quale aveva perso i precedenti sei confronti e di colpo ha vinto due finali, a due latitudini diverse, in un crescendo di forma fisica abbinata alla tecnica che ne certifica la grandezza, il lascia passare verso qualcosa di più grande.

Che arriverà, non può non essere così. È solo questione di tempo, che sarà l’unico arbitro a sancire non il se ma il quando. Sinner ha sdoganato se stesso, si è scrollato di dosso molti limiti, affinando tutto ciò che in passato sembrava una debolezza e l’ha resa forza. Il prossimo passaggio verso la grandezza passa da questo finale di stagione e punta verso Torino, verso quel momento che potrebbe arrivare anche prima di quanto si possa immaginare. Quell’istante è già nella mente di Sinner. Basta questo.

Carlo Galati @thecharlesgram

La riconferma dei campioni

Quarta volta campioni, come nessuno mai. Ripetendosi, come nel 2019, in Francia, come nel 2007, battendo in finale la Nuova Zelanda, come nel 1995. Se non credete alle coincidenze dovrete ricredervi, perché il Sud Africa nel solco di ciò che è stato ha scritto ciò che è: la squadra più forte al mondo.

Lo ha fatto per la quarta volta, dove mai nessuna altra squadra aveva osato spingersi, in una sorta di derby infinito con gli All Blacks per il predominio mondiale. Una partita vinta per 12-11 e aldilà del punteggio ha rappresentato il meglio del rugby mondiale, che non è solo dato dalle giocate spettacolari ma anche dalla concretezza, dalla forza fisica, dal saper ottimizzare quanto di buono si ha nel proprio DNA rugbystico, non snaturandosi mai. Ed è stato uno spettacolo, seppur con una sola meta durante tutta la partita, perché il rugby è anche questo. Impossibile vedere una partita con così tanta pressione e intensità difensiva.

Ed è proprio quando c’è da vincere queste partite che il Sud Africa rivendica il proprio status di corazzata. Non è mai facile trionfare, figurarsi ripetersi. E c’è un lungo filo rosso che lega queste due vittorie mondiali, un filo custodito dalla mediana, De Clerk/Pollard, oggi come ieri decisivi e a capo di una squadra che anche quando sembra sul punto di crollare, resiste e vince. Ancora e ancora una volta.

Carlo Galati

Il tempismo sudafricano

Undici minuti. Tanti o pochi che siano, dipende dal punto di osservazione da cui si valuta anche il più oggettivo degli elementi, hanno riscritto il valore del tempo, perlomeno nel concetto che lo lega al rugby. Undici sono i minuti che separavano l’Inghilterra dalla sua quinta finale mondiale, la seconda consecutiva. Undici minuti che hanno riscritto la storia di un mondiale, in favore del Sud Africa.

I campioni in carica, la squadra che aveva già perso con la Francia prima e con l’Inghilterra poi, la squadra che invece si ritrova in finale dopo aver vinto di un punto sui transalpini e di un punto sugli inglesi. Roba da non crederci se non fosse reale. Reale (e regale), è stata la mischia africana capace di ribaltare un finale già scritto, una storia a cui mancava solo il punto finale. Invece no, il punto finale lo ha messo Pollard.

Come nel 1995, la finale sarà tra Nuova Zelanda e Sud Africa, emisfero sud a rappresentare l’elite del rugby mondiale. Quasi trent’anni fa, quella partita rappresentò un passaggio storico molto importante che segnò la storia di un continente e lanciò un segnale di fratellanza all’umanità intera. I tempi oggi sono bui come allora. Possa quel raggio di luce, attraversare la storia e regalare nuovamente sorrisi. Con il rugby come protagonista; non resta che goderne.

Carlo Galati