La gioielleria d’Italia

Esiste nella storia dello sport italiano una disciplina che è l’emblema di una storia di successo? Una di quelle storie che potresti raccontare anche prima che accadano perché tanto, sai già cosa scrivere; possono cambiare gli addendi ma il risultato finale no. Il risultato finale è sempre lo stesso. Campioni, anzi campionesse. Parliamo, se ancora non fosse chiaro, del fioretto femminile.

Emblema di eleganza, di colpo rivolto verso l’avversario colpendo di punto solo nel bersaglio grande. Un emblema che si sposa benissimo con il successo che ancora una volta la squadra femminile ha ottenuto, questa vota in casa, a Milano, con una splendida tripletta: Alice Volpi, Arianna Errigo e Martina Favaretto, oro, argento e bronzo. Così, in scioltezza.

Una giornata perfetta in cui si è dimostrato ancora una volta la superiorità netta della scuola italiana su tutto il resto: una scuola che prima aveva il nome di Trillini e Vezzali, poi Di Francisca e Errigo ora Volpi, senza dimenticare quello di Bebe Vio. Insomma una vera e propria cassaforte dove custodire metalli preziosi a solo un anno dall’evento più importante. Quello di Parigi dove in palio c’è la gloria (sportiva) eterna.

Carlo Galati

In Ungheria dominio Red Bull

Nel giorno in cui a Fukuoka è crollato l’ultimo record mondiale della leggenda del nuoto Michael Phelps, nella vicina Budapest è entrato nei libro dei ricordi un altro primato, ancora più longevo e il cui ricordo e’ legato a due grandi del volante, Ayrton Senna e Alain Prost.

La Red Bull, dominando con Max Verstappen il Gp d’Ungheria, ha conquistato la sua 12/a vittoria consecutiva di scuderia in Formula 1, migliorando le 11 che aveva ottenuto la McLaren nella stagione 1988. Una giornata memorabile per il team anglo austriaco e per il campione olandese, che da parte sua ha infilato il settimo successo individuale di fila e il nono stagionale, procedendo spedito verso il suo terzo titolo mondiale. Curiosamente, all’Hungaroring, a impedire la doppietta Red Bull è stata una McLaren, quella di Lando Norris, che è riuscito a tenere a bada la rimonta di Sergio Perez, che era partito nono. L’11/a gara stagionale ha confermato in pieno le difficoltà della Ferrari, che su un circuito in teoria favorevole dopo qualifiche non brillanti ha fatto seguire una gara deludente. Charles Leclerc, partito dalla sesta piazza, ha terminato settimo, causa anche una penalità di 5” inflittagli per aver superato la velocità massima in pit lane. Carlos Sainz dall’11/a posizione è salito all’ottava, non certo un balzo memorabile considerato anche il ritardo di oltre un minuto sul vincitore. Le Rosse sono risultate comprimarie come le Aston Martin (nona e decima) in una gara che oltre alle ovvie Red Bull ha visto brillare le McLaren e le Mercedes, tanto che George Russell, partito dalla penultima fila, è riuscito a raggiungere e superare le due monoposto del Cavallino.

La resa e la vittoria

Sono due facce della stessa medaglia, il positivo e negativo di ogni sport, ma potremmo dire più in generale, di quasi tutto ciò che riguarda la vita. Rompono l’equilibrio dell’incertezza dando direzione alle cose, indicandone il traguardo. Un traguardo, nello specifico quello di Courchevel, che ha visto Jonas Vingegaard mettere il punto esclamativo sul Tour de France edizione 2023.

Un Tour che ha vissuto in una situazione di stallo, di quel testa a testa tra il danese e Tadej Pogacar, che ha appassionato milioni di tifosi (incommentabili quelli a bordo strada), risoltosi definitivamente con oltre sette minuti di vantaggio in favore del primo. Prima la cronoscalata, poi il tappone alpino, hanno definitivamente sancito chi vede l’Arco di Trionfo in giallo e chi invece raccoglie i cocci di un sogno andato in frantumi.

Una resa incondizionata quella di Pogacar che ha pagato il caldo, lo sforzo di ieri e l’altitudine. Tutto il contrario di Vingegaard che invece in questo contesto si è esaltato, riposizionando le frontiere del ciclismo; corridore maniacalmente preparato ad affrontare l’impossibile, pronto a rimettere il punto esclamativo nella parola vittoria, nel palcoscenico più prestigioso al mondo.

Carlo Galati

Wimbledon  day 14+1, aria di rinnovamento 


La vittoria di Carlos Alcaraz su Novak Djokovic a Wimbledon, nell’anno del Signore 2023, è uno dei momenti di svolta nella storia di questo sport. E tante volte, in tanti abusano di questo concetto, parlando di storia e affini, nel momento in cui, forse presi dall’eccessiva foga del momento, utilizzano a sproposito questo concetto. Stavolta no. Stavolta la storia è veramente stata scritta, come volte accade, sul centrale di Wimbledon. E questa storia segna il passaggio di testimone tra dominatori.
E’ un concetto piuttosto ampio che in molti si prenderanno la briga di approfondire nei prossimi giorni, nelle prossime settimane: quello che possiamo dirvi è che, la partita è stata di sicuro equilibrata, e come spesso accade, è girata su due/tre momenti importanti e definitivi. Il tie break del secondo set ad esempio. Tre errori di Djokovic di rovescio, uno schiaffo al volo sbagliato: un set pari, dopo il 6-1 iniziale del serbo preludio alla solita, vittoria. Ed invece, Alcaraz ha vinto dominando il serbo sui suoi terreni: che sono quello fisico e quello mentale. Lo ha battuto lì, con la sua forza e la sua dirompente atleticità, lo ha battuto nel braccio di ferro mentale, in quegli scambi infinitamente lunghi, solitamente approdo sicuro per il serbo, mare in tempesta in questo caso.
Una tempesta perfetta quella di Alcaraz che ha salvato il tennis dall’ennesimo atto di forza di Djokovic, il campione dei campioni capace, come scrivevamo ieri, di monopolizzare i sogni di generazioni di possibili campioni, mai sbocciati e soffocati dal dominio del serbo. La generazioni dei ventenni terribile era a rischio anche lei, sopraffatta com’era già stata qualche mese fa al Roland Garros o in semifinale qualche giorno fa a Wimbledon. Ecco perché questa vittoria è importante: perché ha permesso che le porte del tennis mondiale di aprissero nuovamente facendo entrare nuova aria nelle stanze dei trofei.
Ci congediamo così. Ringraziamo al solito i nostri 25 lettori chiedendo anche stavolta scusa se li abbiamo annoiati, confermando che non lo si è fatto di proposito. Ad maiora!
Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 14: finale di stagione



Ed eccoci qui, a scrivere del capitolo finale, senza avere la minima idea di come si possa arrivare alla parola fine. Di sicuro ci aspetta, sulla carta, il finale più bello possibile, si spera anche sul campo, rinfrancandoci dalla finale femminile che ci ha tolto ogni sorta di entusiasmo possibile in un caldo pomeriggio di mezza estate. Jabeur-Voundrousova è stata una brutta partita, inutile girarci troppo attorno, nella quale, già il tennis della ceca non è tra i più entusiasmanti, se in più ci mettiamo il braccino di colei che avrebbe dovuto regalare spettacolo, beh il risultato finale non può che essere quello, ovvero partita brutta vinta dal tennis meno bello (mettiamola così). Comunque chapeau a Marketa, campionessa di Wimbledon. Detto questo, veniamo a noi, alla finale delle finali, al match più atteso e ai suoi tanti significati.

Nel match tra Djokovic e Alcaraz, c’è tanto in palio: Wimbledon, of course, la possibilità per il serbo di continuare a sognare il grande Slam, il numero 1 al mondo, ma soprattutto c’è in ballo il futuro del tennis. Ora, siamo consapevoli del fatto che in questo poche righe sia difficile argomentare bene e che ci attireremo le ire di molti, però chi vi scrive considera, senza alcun dubbio, Djokovic uno dei più grandi sportivi della storia dello sport, andando oltre la singola disciplina, parliamo del gotha assoluto. Premessa d’obbligo per arrivare al punto: ha dominato la sua generazione (Rafa a parte, Roger in parte). Ha fatto lo stesso con la generazione successiva, quella dei vari Medvedev, Tsitsipas, Zverev, Thiem, lasciando loro briciole. Sta provando a fare lo stesso con l’ultima di queste generazioni, Alcaraz, Rune, Sinner che avranno più tempo per avere chance anche dopo il ritiro di Nole ma potrebbero vivere nel ricordo di chi li ha battuti. Ecco perché Alcaraz ha la chance di poter invertire una rotta ancora invertibile, per poter salvare la nouvelle vague dalla furia serba. Lo spagnolo come ultimo baluardo, per provare a salvarsi, salvando il tennis da se stesso, ovvero dal dominatore incontrastato che ha puntato lo slam numero 24 e il numero 8 a Wimbledon. 

Fuori i secondi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 13: il giorno della campionessa


Ci siamo, siamo quasi arrivati alla fine. Vediamo il triangolino dell’ultimo chilometro stagliarsi nitidamente in lontananza, l’ultimo sforzo prima di alzare le braccia al cielo dicendoci: è finita. Siamo stanchi anche noi, neanche avessimo scalato in bici il Tourmalet… tanto per continuare a restare in tema. Torniamo seri: abbiamo visto entrambe le semifinali maschili e ci aspettavamo di più. Come gioco, come strategia, come tattica, invece è stato più o meno quello che ci si aspettava, però con meno pathos. La cosa egualitaria è che almeno entrambi i finalisti sono stati poco in campo, hanno avuto due partite piuttosto democratiche dal punto di vista dello sforzo profuso. Magra consolazione, se pensiamo a cosa poteva essere e non è stato. La giocheranno i migliori, numero 1 e 2 al mondo, ma di questo vi scriveremo domani. Oggi invece non possiamo non parlare della finale femminile, il main event in questo secondo sabato londinese. Saranno contenti i soci del club: da settimana prossima non avranno più tifosi in bermuda, sudaticci e alle volte pure alticci, in giro tra i campi alla ricerca del souvenir o di un Pimm’s. 

Quindi sarà Ons Jabeur-Marketa Voundrousova l’atto conclusivo di un torneo che ha visto perdersi per strada tutte le favorite: Iga Swiatek, Aryna Sabalenka ed Elena Rybakina, sono state in gara ma piuttosto svogliatamente, senza mai dare l’impressione di crederci davvero, di esprimere la propria voglia di vincere, di dominio. Insomma quella roba che ha Djokovic. E così in finale si affrontano due giocatrici diversissime tra loro: una, Jabeur, che riscontra il piacere del grande pubblico, soprattutto londinese, l’altra Voundrousova, giocatrice regolare, che tiene molto lo scambio e non sbaglia praticamente mai. Per entrambe una sorta di rivincita che di finali Slam ne hanno perse entrambe, una propria a Wimbledon, l’altra a Parigi. Ci conoscete sinceri e vi diciamo che non è che ci entusiasmi molto questo match: è vero Jabeur ha un gioco più vario, quasi erbivoro ma comunque in altre ere sportive sarebbe stata una delle tante. Oggi invece è la favorita per vincere Wimbledon: sta tutto qui. 

A domani.

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 12: la tempesta perfetta

Ieri mentre scrivevamo delle semifinali femminili, pensavamo ad un concetto che fosse quanto più simile a quello della quiete prima della tempesta. E non ce ne vogliano le quattro giocatrici scese in campo. Il nostro è soltanto una sorta di stato d’animo verso un ragazzo di soli 21 anni che sta per giocare la partita più importante della sua vita. Ne parleremo. Nel frattempo, facendo un passo indietro, abbiamo assistito a due semifinali femminili per certi versi più avvincenti di quello che ci saremmo aspettati. Vuoi per la vittoria di Vondrousova su Svitolina, vuoi per il testa a testa thrilling tra Jabeur e Sabalenka: una finale femminile, Vondrousova-Jabeur, che rende merito alle due ragazze brave ad andare oltre le solite note. Una finale giusta. Tornando ai maschietti, cercheremo con distacco anglosassone di centrare il punto sulle semifinali. Quindi, veniamo a noi:

Sinner-Djokovic: cosa dovremmo dire di più rispetto a quanto avete già letto e scritto? Sicuramente nessuna allusione al sorriso del ragazzo italiano o dei record del serbo. Roba da boomer che leggono i grandi giornaloni. Noi più modestamente vi diremo che abbiamo il cuore in gola e la consapevolezza che sarà dura, durissima. Per certi versi quasi impossibile. Djokovic quando arriva a questo punto di uno Slam non fa prigionieri, ti batte prima del match. A Sinner servirà la migliore versione di se stesso, quella che forse neanche lui immagina di avere. Lo scorso anno ci è andato vicino, ma è mancata la zampata finale. È mancata la fortuna, non il valore, dicevano. Oggi dovrà esserci tutto nel posto giusto al momento giusto. Insomma c’è una chance ma Nole resta il favorito.

Medvedev-Alcaraz: la diciamo brutta, anche un po’ brutale: Medvedev è l’unico dei quattro che può battere Djokovic. Per favore, dopo averci riservato fischi ed improperi sappiate che però siamo piuttosto convinti che Medvedev si fermi prima per mano del giovane spagnolo che, tra l’altro, resta ancora il numero 1 al mondo. Così, en passant. Tutti dicono Alcaraz; non scommettiamo da ormai decadi, ma un euro sul russo lo punteremmo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 11: la quiete prima della tempesta

Si stringe il cerchio magico e ad ambire al titolo saranno in otto, quattro uomini e quattro donne. E no, non è un discorso che volge alla parità di genere a tutti i costi ma è l’oggettività della situazione dei due tabelloni; questo significa che siamo arrivati alle semifinali di Wimbledon, ovvero quel momento che fa da spartiacque tra l’esser stato bravo e giocare la finale di uno Slam, sognando, perché no, anche di vincerla. Comunque vada, belle sensazioni. Si comincia con le donne in campo, con due match che tra loro sono piuttosto differenti, perché differenti sono le storie delle giocatrici. Proveremo a parlarne. Quindi, veniamo a noi:

Svitolina-Vondrousova: due belle storie a modo loro. Da una parte, l’ucraina, che scende in campo portandosi sulle spalle la responsabilità di rappresentare un paese che sta attraversando l’inferno della guerra e l’esser tornata a giocare dopo esser diventata mamma a ottobre: anche quest’ultimo un compito mica da ridere. Eppure con forza e tenacia, volli sempre volli fortissimamente volli, è tornata a competere ad altissimi livelli. Ha preso parte al torneo grazie ad una wild card; questo basti. Dall’altra parte della rete, una giocatrice che, nel silenzio totale, piano piano, ne ha battuta, una, poi un’altra e un’altra ancora fino ad arrivare a Jessica Pegula, giocando tra l’altro magistralmente. E quindi adesso? Vedremo di sicuro una partita molto combattuta ma non per forza bellissima.

Jabeur-Sabalenka: ecco, se cercate maggiore spettacolo, forse meglio orientarsi verso questo match. La tunisina sta giocando ai livelli dello scorso anno, anzi probabilmente meglio visto che ha battuto quella Rybakina che le aveva tolto un titolo che sembrava già suo. Sabalenka, l’amazzone bielorussa, è sulla strada del secondo Slam, dopo la vittoria in Australia. Ecco, se qualcuno può spezzare il suo strapotere fisico è proprio Jabeur che, probabilmente, punterà a toglierle ritmo, a non darle punti di riferimento, uscendo rapidamente da uno scambio che la vedrebbe di sicuro soccombere. Match da gustare e apertissimo ad ogni risultato. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 10: due match che valgono un torneo

E’ andata come ci si aspettava andasse, com’era giusto che fosse per i valori espressi durante tutto il torneo. Djokovic-Sinner è la giusta semifinale per quella parte di tabellone: e chi se ne frega dei soloni del tennis che scrivono e ci ricordano che Sinner è arrivato in semifinale senza incontrare nessuno dei top 50. È vero, lo abbiamo scritto anche noi, l’occasione era di quelle da non perdere ma ci spiegate che colpa ha Sinner se è arrivato lì dove le altre teste di serie hanno fallito? Pino Daniele, in uno dei suoi brani più famosi, Je so pazz, avrebbe saputo cosa dire. Se qualcuno non fosse edotto sul tema, il consiglio è di ascoltare la canzone; c’è sempre da imparare. Tra le donne, ha vinto a sorpresa la wild card Svitolina con la numero 1 al mondo. Il nostro dolore per Iga è tanto, ma ci rifaremo. Ci tocca tifare per la signora Monfils. Mi chiederete: e adesso…e oggi che si vede? Bene, veniamo a noi:

Alcaraz-Rune: con tutto il rispetto per Eubanks-Medvedev, partita che vedremo solo perché a Wimbledon guarderemmo anche un 4.1, nonostante probabilmente un 4.1 sia stilisticamente meglio dei due (con questo aggiungiamo che per noi Medvedev è l’unico che può impensierire Djokovic dal vincere l’ottavo). È un match gustoso tra due giocatori che, insieme a Sinner, hanno le chiavi di casa del futuro del tennis. Vedere questo match ai quarti un po’ ci dispiace ma è così e nulla possiamo farci se non ammirare questi due grandi atleti che di sicuro non lesineranno energie, colpi e recuperi. Avere vent’anni vuol dire anche questo.

Jabeur-Rybakina: qui, senza dubbio, parliamo di finale anticipata anche perché…è stata finale proprio lo scorso anno a Wimbledon e come lo scorso anno sarà una battaglia di stili, una battaglia tra due mondi e modi diversi di vedere il tennis: variegato e adattabile quello della tunisina, granitico ed efficace quello della kazaka. Ricordiamo bene il match dello scorso anno: il primo set fu un autentico violino africano, che mandò in mille pezzi le solide certezze della futura campionessa, salvo poi perdersi nel secondo set e nel terzo. Sarà un gran bel match. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Wimbledon, day 9: il giorno di Jannik

E quindi ci siamo. Vanno in archivio gli ottavi di finale, lasciandoci in bocca un retrogusto amaro. Un retrogusto di ciò che poteva essere e non è stato. Perché ad un certo punto del match, tra Alcaraz e Berrettini pensavamo e pensava in primis Matteo di poter far suo il match; alzi la mano chi ha pensato il contrario, soprattutto dopo il primo set. Alla fine è andata come logica voleva che andasse, ha vinto meritatamente il più forte. Dunque arriviamo ai quarti con un solo portabandiera azzurro, Jannik Sinner, il più accreditato per arrivare a quell’obiettivo per il quale avremmo firmato a priori. Quindi vi chiederete, di quali match parleremo oggi? Proviamo a soddisfare la vostra curiosità, quindi, veniamo a noi:

Sinner-Safiullin: non vi stupiremo con fuochi d’artificio, né ricchi premi o cotillons, scrivendovi che Jannik non può non vincere. È quello che deve fare, l’occasione è troppo ghiotta per non essere colta; quante altre volte in una carriera capita un tabellone così in uno Slam? Si contano sulle dita di una mano. Attenzione però il russo è giocatore che sta dimostrando di essere quella promessa che tutti pensavano fosse, che sta giocando probabilmente il miglior tennis della sua vita. D’altronde non si arriva ai quarti di Wimbledon per caso. Non sarà facile ma non possiamo pensare ad un risultato diverso dalla vittoria. Chi afferma il contrario mente sapendo di mentire. E non si fa. 

Swiatek-Svitolina: troppo facile direte voi e magari avete anche ragione, ma il nostro è un mestiere difficile anche quando sembra banale. E proviamo a spiegarvi il perché di questo match: la polacca è una delle favorite del torneo e su questo non ci piove. Finora è andata avanti vincendo i match che doveva vincere ma paradossalmente, senza l’attenzione che la numero uno al mondo merita. Dall’altra parte della rete una giocatrice che sembrava nella fase calante della sua carriera e che ha invece ritrovato motivazioni ancestrali, che affondano le radici nell’appartenenza a ciò che rappresenta. È un match dalle mille facce, a noi ne basta una: entrambe giocano un ottimo tennis. Ci sembra una motivazione più che valida. 

Carlo Galati @thecharlesgram