L’Italrugby ci crede, il Sudafrica vince

Ad una settimana dall’inaspettata vittoria con l’Australia, ad un certo punto si è pensato che sì, poteva essere la serata per un bis memorabile. Invece all’Allianz Stadium di Torino l’Italia del rugby si ferma solo all’idea, perdendo l’attimo, e lasciando al Sudafrica, in 14 dal 10’ per il rosso diretto a Mostert, un successo più largo del dovuto: 32-14. Un punteggio che non racconta fino in fondo l’equilibrio di un match in cui gli Azzurri sono rimasti agganciati fino al 70’ (14-20), prima di cedere alle ultime due fiammate dei campioni del mondo.
La partita si accende presto, quando il TMO richiama Doleman: spallata alta di Mostert su Garbisi, rosso immediato e Springboks in inferiorità per 70 minuti. L’Italia, però, non sfrutta l’occasione: frenesia, qualche scelta affrettata e soprattutto due piazzati sbagliati da Garbisi tengono in vita un Sudafrica che si affida al piede di Pollard e ai calci profondi di Van den Berg. Il primo tempo resta una battaglia più fisica che tecnica, e si chiude 10-3 per gli ospiti dopo la meta di Van Staden nata da un pasticcio difensivo tra Capuozzo e Brex.


La ripresa è un’altalena emotiva. Garbisi accorcia, Lynagh recupera un pallone d’oro nei 22 avversari ma Zuliani manca il passaggio decisivo per Menoncello. Quando Van Staden prende il giallo, il Sudafrica rimane addirittura in 13, ma l’Italia non ne approfitta e anzi perde Cannone per un placcaggio alto. Gli Springboks allungano fino al 20-9, ma gli Azzurri non mollano: Brex sfonda, Garbisi incrocia per Capuozzo che sfreccia in meta per riaprire tutto (20-14). Questo è il monento in cui ci si inizia a credere, ma il Sudafrica non sbanda: squadra abituata alla lotta fisica e alla trincea, sapendo però quando affondare il colpo.
A fine partita Gonzalo Quesada difende i suoi: “Il rosso a Mostert è stato fin troppo severo; abbiamo seguito il piano gara, ma ci è mancato essere più killer nei momenti chiave”. Capitan Brex non cerca alibi: “Rimpianti? Sempre. Siamo entrati tante volte nei loro 22 senza segnare. Loro sfruttano tutto, noi no”. Sabato a Genova l’ultimo test contro il Cile. Con la sensazione – e forse il rammarico – che contro i più forti del mondo l’Italia abbia davvero lasciato qualcosa per strada.

Carlo Galati

L’ Italrugby dei forti cuori e i canguri spenti

L’Italia del rugby a Udine ha fatto qualcosa che non capita tutti i giorni. Non tanto battere l’Australia, già successo, quanto farlo con il passo fermo di chi sa dove andare. Ventisei a diciannove, in una sera che aveva l’odore dell’erba bagnata e delle partite che restano. Non un lampo, non un episodio: una vittoria costruita metro dopo metro, fallo dopo fallo, scelta dopo scelta. Si dice spesso “storica” a sproposito. Qui no. Perché i Wallabies restano i Wallabies, anche quando inciampano. Tre anni fa a Firenze erano caduti di un punto, primo successo dopo diciotto amarezze, stavolta non c’era la sorpresa, c’era la conferma. E la conferma fa più rumore. Parte tutto dal piede sicuro di Garbisi, che apre, ricuce, tiene l’Italia incollata alla partita quando il possesso sfugge e la palla scivola via in avanti nel momento meno opportuno. Sei a zero, poi l’Australia che si infila con pazienza: una maul precisa, poi il varco visto da Bell, braccia protese e meta. Sotto di sei, gli azzurri non si scompongono: chiunque abbia visto rugby sa quanto valga la calma.

Si va al riposo 9-12, partita viva, testa accesa. L’inizio ripresa è un romanzo di piccole imperfezioni: un passo lungo, un passaggio non morbido, l’ovale che fa quel rimbalzo birbone, ma l’Italia non arretra. Pareggia ancora Garbisi. Poi l’arbitro Brace concede una meta che sa di beffa (palla persa in avanti, tutto il mondo lo vede, ma non il fischietto). Sotto di sette, era il punto in cui di solito si spegneva la luce, non stavolta. La reazione è la fotografia di questa squadra: possesso paziente, fiato lungo, zero gesti teatrali. Palla larga per Louis Lynagh, che schiaccia alla bandierina: figlio di Michael, una storia che si chiude in cerchio. Tre minuti dopo, Monty Ioane rientra, prende due difensori, va oltre: altra meta, altro pezzo di memoria che si impara a memoria. Il finale è difesa pura: no placcaggi disperati, no panico, solo ordine. E il pallone recuperato da Cannone è una firma, non una liberazione. L’Italia vince. Bella. Giusta. Senza dover chiedere scusa a nessuno.

Carlo Galati

La gioventù del rugby ha il volto duro del Sudafrica e quello fiero dell’Italia

C’è un odore particolare nei campi da rugby di provincia. È un misto di terra bagnata, sudore e speranza. A Rovigo, culla ruvida di una passione che non ha bisogno di riflettori, si è scritta una pagina di rugby vero. Non solo perché il Sudafrica under 20 ha battuto in finale la Nuova Zelanda 23 a 15, prendendosi il tetto del mondo. Ma anche perché, qualche ora prima, un’Italia giovane e mai così bella si è presa il settimo posto del Mondiale battendo il Galles 31 a 23. Non era mai successo. E queste sono cose che contano.

I Baby Boks non hanno solo vinto. Hanno dominato con il silenzio operaio del mestiere. Nessun gesto superfluo, nessuna posa. Solo rugby. Hanno stretto la Nuova Zelanda in una morsa fatta di fisico e geometrie. Il mediano Pead che sembrava un chirurgo. Mentoe che ha schiantato la difesa avversaria con una meta da antologia. E poi la mischia, quel coro basso che nel rugby fa la differenza quando la partita si sporca e si stringono i denti.

E se i sudafricani hanno scritto la storia con la forza, l’Italia l’ha fatto con la pazienza. È stato un torneo difficile, in salita, ma i ragazzi azzurri non si sono persi. Contro il Galles hanno giocato con intelligenza, scegliendo quando soffrire e quando colpire. Casartelli ha guidato con l’istinto del leader. Braga e Benni hanno distribuito gioco senza sbavature. Coach Santamaria ha trovato i momenti giusti. Sempre. E il pubblico, quello vero, ha capito tutto: applausi per tutti, non solo per i vincitori.

Il rugby è uno sport dove le bugie si vedono subito. A Rovigo non c’era spazio per le finzioni. Chi ha vinto, ha meritato. Chi è cresciuto, ha seminato bene. E questa Italia che chiude settima è una notizia che pesa. Perché nel rugby non si improvvisa nulla, ma si può sognare, questo sì. A patto di avere gambe forti, e una testa che non molla.

Carlo Galati

Italrugby U20, zampata e brivido per battere l’Irlanda

Diciamolo subito, così ci togliamo il dente: l’Italia ha vinto ma che fatica e soprattutto che rischio! Un brivido lungo la schiena come certi treni in corsa che passano a pochi centimetri e ti spettinano le aspettative. A Viadana, nella seconda giornata del Mondiale Under 20, gli Azzurrini battono l’Irlanda 18-16. Basterebbero i numeri, il parziale, per intuire quanto sia stata dura, ma non raccontano tutto. Non dicono, ad esempio, che l’Italia è stata avanti per 80 minuti, senza mai chiuderla davvero, come chi tiene la porta socchiusa pensando che basti lo spioncino per evitare intrusioni. E poi, al minuto 80, Minogue la sfonda quella porta, segnando una meta che gela il sangue. Serve solo la trasformazione di Wood, calciatore dai piedi non malvagi, per pareggiare, ma il pallone si perde da un’altra parte. Un soffio di vento, una rotazione storta, un respiro trattenuto da tutti quelli in bianco. E l’Italia resta davanti.

C’è chi direbbe fortuna. C’è chi direbbe cuore. Meglio dire: difesa. Mischia. E una maul che avanza come un’idea ostinata. Il rugby dei ragazzi di Santamaria non sarà raffinato, ma ha un’identità chiara: non si spostano di un millimetro se non li butti giù. E spesso, sei tu che finisci per arretrare.

Il vantaggio azzurro era maturato grazie alle mete di Casartelli e Gritti, e ai calci di Edoardo Todaro, entrato nella parte del piazzatore quasi per caso, come certi attori che si trovano protagonisti per un forfait dell’ultimo minuto e poi scoprono che il ruolo gli calza. In mezzo, tanta difesa e qualche sofferenza, soprattutto in inferiorità numerica per un cartellino giallo (sempre Casartelli). L’Irlanda, mai doma, resta attaccata con la pazienza di chi sa che una crepa prima o poi si può aprire. Quella crepa arriva al minuto 80, ma la fortuna — o quel che ne resta nel rugby — ci mette un dito e la chiude.

Ora la classifica è un rompicapo. I Baby Blacks a 9 punti sono in fuga, l’Irlanda ne ha 6, l’Italia 4, la Georgia 2. E guarda un po’, proprio contro la Georgia ci si gioca tutto. Ancora una volta.
Ma questa volta, meglio chiuderla prima. Perché la fortuna è brava, ma non ama farsi sfruttare due volte di fila.

Carlo Galati

Sei Nazioni, la Francia è regina

Parigi, Stade de France. Pioggia leggera, cielo grigio, ma il verde del campo sembra più brillante quando la Francia gioca così. C’è qualcosa di inevitabile, quasi scritto nel vento, nel trionfo di questi Bleus. Il Sei Nazioni 2025 finisce nelle loro mani con una vittoria senza discussioni: 35-16 contro la Scozia, che sognava il colpo grosso ma ha dovuto inchinarsi alla superiorità francese.

L’inizio è un manifesto d’intenti. Moefana va in meta dopo dieci minuti, Ramos trasforma, e lo Stade de France si scalda, anche se l’aria è ancora pungente. I francesi fanno quello che sanno fare meglio: accelerano, cambiano ritmo, colpiscono dove fa più male. Un calcio di Ramos, un altro affondo di Bielle-Biarrey, un’altra meta. Il giovane estremo corre leggero, sembra disegnare traiettorie più che seguirle. L’erba si solleva dietro i suoi passi, il pubblico trattiene il fiato e poi esplode.

La Scozia prova a rispondere con Finn Russell, che dalla piazzola ha la mano ferma. Ma ogni punto scozzese è una piccola goccia nell’oceano della superiorità francese. I Bleus difendono con ferocia, chiudono ogni spazio, ripartono con un’agilità che pare ingiusta. Nel secondo tempo, Moefana segna ancora. È la spallata definitiva.

E poi c’è lui, Antoine Dupont. Non in campo, purtroppo. Si è infortunato ai legamenti contro l’Irlanda e ha dovuto guardare il trionfo dei suoi compagni da bordo campo. Ma alla fine c’è lui a sollevare la coppa del Sei Nazioni, con lo Stade de France che lo acclama. Lo stesso stadio dove, solo pochi mesi fa, aveva vinto l’oro olimpico nel rugby a 7, consegnandosi definitivamente alla leggenda dello sport francese.

E allora viene da pensare a tutto il resto, a quello che c’è dietro. A una squadra che dal 2022 aspettava di tornare sul tetto d’Europa. A una generazione di talenti che non ha paura di nulla. A un rugby che quando gioca così è pura bellezza, forza e armonia. Il Sei Nazioni 2025 ha la sua regina, e parla francese.

Carlo Galati

Italrugby, resta Lamaro in bocca

L’Italia ci ha provato, ha lottato, ha mostrato cuore (tanto) e disciplina (poca). Alla fine, all’Olimpico, l’Irlanda ha vinto 22-17 nell’ultima giornata del Sei Nazioni. Un risultato che, sulla carta, racconta di un match combattuto fino all’ultimo, ma non dice tutto. Non dice dei 42 minuti giocati dagli Azzurri in inferiorità numerica, non dice della resistenza disperata, del coraggio spalmato in ogni placcaggio, dell’orgoglio a riemergere quando la logica e la storia, avrebbero suggerito di arrendersi, ma non dice neanche del giallo a Lamaro, che ha spaccato la partita. 

Già prima del giallo, poi rosso, a Ross Vintcent, l’Italia sapeva di dover soffrire. Perché l’Irlanda, questa Irlanda, ha muscoli, geometrie e una memoria di ferro. Sa dove colpire, e quando farlo. I primi venti minuti sono una sciarada di calci tattici e collisioni, una battaglia d’usura. Poi, la meta di Monty Ioane illumina la serata romana, con una corsa di potenza e intuizione che per un attimo sembra ribaltare il copione. Ma l’Irlanda non si scompone, alza il ritmo e risponde con Dan Sheehan, il suo tallonatore che segna come un’ala, autore di tre mete.

Poi arriva il primo scossone: cartellino giallo a Lamaro. L’Italia resta in quattordici per dieci minuti, che l’Irlanda sfrutta con la meticolosità di un chirurgo. Sheehan segna ancora, gli Azzurri barcollano. Ma non crollano. Tommaso Allan infila un calcio piazzato, mantiene l’Italia in scia.

Il colpo di grazia sembra arrivare a inizio ripresa, quando Ross Vintcent si becca un rosso diretto. Quarantadue minuti da giocare con un uomo in meno, contro una squadra che sa soffocare gli avversari. Eppure, la resa non arriva. L’Italia si aggrappa alla difesa, prova a ripartire, trova persino la meta con Varney, dopo una fuga in contropiede di Capuozzo che infiamma l’Olimpico. Ma il tempo non basta, la fatica pesa e l’Irlanda chiude il discorso con un altro calcio. Esultano i tanti tifosi irlandesi giunti a Roma, che per un giorno sembra provincia di Dublino.

C’è una consolazione, piccola ma significativa: il Galles, travolto dall’Inghilterra, chiude il torneo all’ultimo posto. Il cucchiaio di legno non è azzurro. E questa, per com’è andata la serata, è già una piccola vittoria.

Peccato.

Italrugby, la Francia ci riporta sulla Terra

Doveva essere la conferma, è stata una lezione. L’Italia del rugby, reduce dall’entusiasmo per la vittoria contro il Galles, si è schiantata contro un muro chiamato Francia. Un 24-73 che non ammette repliche, un divario che brucia e che riporta alla mente la disfatta di Lione al Mondiale 2023, quando i Bleus ci umiliarono con un impietoso 60-7. Un déjà-vu che fa male, perché racconta di un’Italia che non riesce a fare quel salto definitivo.

All’Olimpico l’illusione è durata giusto il tempo di una meta di Menoncello, bravo a sfruttare una sbavatura francese: sembrava l’inizio giusto, poi è arrivato lo tsunami francese. Antoine Dupont ha orchestrato un rugby sublime, fatto di ritmo, letture perfette e tecnica sopraffina. Ogni suo tocco ha mandato in crisi la difesa azzurra, aprendo varchi che Leo Barré e Damian Penaud hanno sfruttato con facilità imbarazzante.

Undici mete. Undici affondi chirurgici che hanno demolito qualsiasi resistenza italiana. Ogni possesso francese si trasformava in un’opportunità, ogni attacco aveva una precisione letale. La Francia ha mostrato tutto il suo splendore: una squadra fisica, veloce, capace di eseguire schemi con una pulizia che sfiora la perfezione. Un rugby che incanta, esaltato da un fuoriclasse come Dupont, un giocatore che sa essere leader con una naturalezza impressionante.

Eppure, solo due settimane fa, l’Italia esultava per la vittoria con il Galles. Sembrava un segnale di crescita, la dimostrazione che qualcosa si stava muovendo. La squadra di Quesada aveva mostrato carattere e qualità, facendo pensare che fosse arrivato quel momento. Ma la Francia ha spento l’entusiasmo, ricordando a tutti quanto sia ancora profondo il gap con l’eccellenza. È la stessa lezione di Lione: quando il livello si alza, l’Italia non regge.

Ora serve capire: è una giornata storta o c’è dell’altro? L’Italia ha talento, ha giovani interessanti, ma non basta. Per reggere l’urto delle migliori servono continuità, mentalità e una capacità di resistere sotto pressione che ancora manca. Perché le favole nel Sei Nazioni durano poco, e la realtà, quando arriva, sa essere brutale.

X: @carlogalati

La pioggia lava via le ansie: l’Italrugby c’è  

Piove su Roma, piove sulla schiena curva del rugby gallese. Una pioggia sottile, insistente, che lava via la polvere di tante sconfitte italiane e bagna una vittoria che ha il sapore di un passo avanti, di una maturità attesa, cercata, conquistata con sudore e placcaggi. L’Italia batte il Galles 22-15 e il Sei Nazioni, che troppo spesso aveva il sapore amaro della delusione, regala agli Azzurri un giorno da ricordare.

L’Olimpico non è una cattedrale del rugby, ma oggi si è comportato come se lo fosse. Il pubblico c’era, e c’era la voglia di credere che questo gruppo possa dare un senso alla fatica di chi l’ha preceduto. L’inizio è di quelli giusti: l’Italia gioca con disciplina, tenendo il campo con ordine. Garbisi dirige, Allan punisce, Capuozzo danza sotto la pioggia come se il fango non esistesse. La prima meta arriva proprio così, un calcio ben dosato di Garbisi, un guizzo di Capuozzo, meta. Allan trasforma e poi aggiunge punti dalla piazzola. Il Galles, intanto, cerca il bandolo della matassa senza trovarlo. La mischia soffre, i trequarti non incidono. All’intervallo è 16-3 per l’Italia.

Poi, nel secondo tempo, il rugby si ricorda di essere sport crudele. La stanchezza si insinua, le gambe cedono, la pioggia diventa nemica. Il Galles trova una meta con Wainwright, ma sbaglia la trasformazione. L’Italia tiene duro, si aggrappa alla difesa, concede falli, subisce una meta tecnica. Riccioni e Lamb vedono il giallo, e per un attimo il passato sembra tornare. Ma stavolta no. Stavolta l’Italia regge. Allan aggiunge un altro calcio, il tempo scorre, l’ultimo pallone finisce in tribuna. È finita.

Non è solo una vittoria, è una dichiarazione. L’Italia che batte il Galles non è un miracolo, è il frutto di un lavoro serio. Lamaro ha guidato la squadra con la fermezza di un capitano che crede nel futuro. Quesada ha dato un’identità, un equilibrio, una consapevolezza. Ora viene il difficile: confermarsi, crescere ancora. Ma per una notte, sotto la pioggia di Roma, c’è solo una certezza. L’Italia c’è.

Carlo Galati

Sei Nazioni, solo vittorie casalinghe

La prima giornata del Sei Nazioni 2025 si chiude con risultati netti ma partite combattute, regalando subito emozioni agli appassionati di rugby. Se l’anticipo del venerdì tra Francia e Galles ha visto i Bleus imporsi senza difficoltà sugli avversari, i match del sabato hanno riservato maggiore equilibrio, con Scozia e Irlanda costrette a faticare per superare rispettivamente Italia e Inghilterra.

Tutte le squadre vincenti hanno conquistato il punto di bonus offensivo. La Francia ha impiegato un solo tempo per mettere in cassaforte la vittoria, per poi dilagare fino al 43-0 finale ai danni del Galles. Più complicata la sfida di Edimburgo, dove la Scozia, partita forte, si è vista rimontare dall’Italia fino al 19-19. A decidere l’incontro è stata la doppietta di Huw Jones, che ha permesso agli scozzesi di chiudere sul 31-19 e portare a casa il massimo risultato.

Ancora più sofferta la vittoria dell’Irlanda, che ha dovuto affrontare una determinata Inghilterra. Gli irlandesi hanno trovato la meta del bonus solo al 71’ con Sheehan, ma la reazione inglese non si è fatta attendere: negli ultimi cinque minuti, le mete di Tom Curry e Freeman hanno permesso agli uomini della Rosa di ottenere almeno il punto di bonus difensivo. Alla fine, l’Irlanda si impone per 27-22.

Dopo il primo turno, la Francia guida la classifica grazie alla miglior differenza punti, seguita da Scozia e Irlanda. L’Inghilterra si piazza quarta con un punto, mentre Italia e Galles rimangono a zero, con gli Azzurri avanti per differenza punti. Proprio Italia e Galles si sfideranno sabato prossimo in un match che ha già il sapore di uno spareggio salvezza.

Carlo Galati

Il Sei Nazioni, la bolla del rugby

Il Sei Nazioni è di nuovo qui. Venticinque edizioni nell’era moderna, ma il rugby non ha bisogno di ere per sapere da dove viene. Stasera si parte con Francia-Galles, una sfida che ha il sapore delle grandi tradizioni. Ci dirà qualcosa sui Dragoni, su quanta sostanza c’è dietro le parole di Warren Gatland, uomo di troppe battaglie per lasciarsi andare a dichiarazioni leggere. Dall’altra parte, la Francia, che si candida alla vittoria e ha recuperato un certo Antoine Dupont. E quando hai un fuoriclasse in gran forma, il mondo ti sembra un posto più facile.

Il Sei Nazioni è sempre una cosa a parte, un torneo che si muove su orbite proprie. Il ranking mondiale, le gerarchie, i pronostici? Contano fino a un certo punto. Qui dentro c’è un’atmosfera a sé, una bolla, dove tutto è più intenso e i risultati del turno precedente si propagano come onde nel lago. Un rimbalzo sbagliato può cambiare tutto.

Il calendario è un piccolo capolavoro di tensione. Si comincia subito con Irlanda-Inghilterra, test importante per capire se la difesa inglese è rocciosa o solo ben pettinata. Poi arriva il secondo turno e con lui Inghilterra-Francia, che ha sempre un sapore di Guerra dei Cent’Anni, anche quando si gioca su un campo di rugby. Il terzo turno porta Galles-Irlanda, una partita che potrebbe prendere una piega interessante se i gallesi avranno fatto vedere cose buone prima. Magari anche a Roma.

Poi si scollina e si arriva al quarto turno, con un Irlanda-Francia che è già scritto nelle scintille nell’aria. E infine il quinto, dove il Millennium Stadium si vestirà da teatro della vendetta con Galles-Inghilterra. Sarà una battaglia, perché quando i gallesi vedono la maglia bianca, vedono tutto rosso.

Italia, venticinque anni in viaggio

Un quarto di secolo è già passato. Sembra ieri, sembra un’altra vita. Il rugby azzurro ha vissuto giornate buone e meno buone, ma c’è ancora, dentro il torneo più bello del mondo. Era il 5 febbraio 2000, faceva freddo, e l’Italia metteva la prima impronta nel Sei Nazioni battendo la Scozia campione uscente. Roma diventava capitale ovale.

Il tempo fa giri strani, sfuma i contorni, trasforma i ricordi prima in storia, poi in leggenda. È così anche per Massimo “Mouse” Cuttitta, uno che ha dato tanto, da giocatore e da allenatore. Gli scozzesi gli hanno dedicato un trofeo, la Cuttitta Cup, per dire grazie. Grazie per aver lasciato un segno, per aver cambiato qualcosa.

E domani? Domani c’è Edimburgo, c’è l’Italia che entra nella bolla, dove tutto è possibile e niente è scontato. Si parte.

Buon rugby.

Carlo Galati