Roma e quel confine da non superare

Un tardo pomeriggio romano, uno di quelli che regalano luci, colori e racconti di una primavera che forse è arrivata troppo tardi ma che è già esplosa in tutto il suo vigore, con buona pace di chi ne soffre gli effetti collaterali. In buona sostanza le condizioni ideali per un torneo da giocare sulla terra, nulla di più e nulla di meno del terreno ideale di chi cerca in questa superficie l’assioma che lega terra rossa alla battaglia pseudo cruenta, colorata com’è da quel rosso che resta addosso. Il contesto aiuta, purché non si superi quel limite che rappresenta il confine netto tra il tifo e la maleducazione. Quel limite è stato superato.

E’ successo durante tutto il match tra Korda e uno degli idoli di casa, Flavio Cobolli, il più romano tra gli italiani, con tutto ciò che ne consegue. Che cosa? Di sicuro il giovane tennista di casa è il riferimento di giovani non educandi, e probabilmente non educati, che ha affollato le tribune della Grand Stand Arena. In campo vanno dei professionisti dello sport, sulle tribune in questo caso una piccola parte di disturbatori professionisti. Obiettivo? L’avversario di Cobolli, Korda. Insultato, disturbato, deriso, per quasi l’intera totalità del match da piccoli uomini che vorrebbero così dimostrare di essere maturi. Senza riuscirci. A vincere infatti è l’americano che dopo la vittoria, concede loro una dedica amorevole. Urlano, si agitano al limite della rissa. E’ solo teatro, di bassissimo livello che avremmo voluto evitare di vedere, da parte di persone che col tennis non hanno nulla a che fare e che starebbero meglio in altri contesti, forse più calcistici.

E sarebbe bene anche ricordarlo al giovane Flavio, ancora in tempo dal riprendersi da questa sua deriva calcistica nel modo di stare in campo, nel modo di festeggiare, vincere o perdere. Un tennista è ben altro, così come i suoi tifosi. E’ giusto ricordarlo per evitare che si ripetano. Certe cose vanno bloccate sul nascere perché questi episodi di violenza (verbale) non si ripetano in un contesto come quello romano che sa regalare al tennis ben altro. E’ tempo di maturare.

Carlo Galati (@thecharlesgram)

¡Que viva WTA, que Viva Iga!

Una rivincita in pieno stile, come si addice a quelle situazioni in cui, bistrattato da tutti, deriso e quasi messo all’angolo, alla fine è il tennis femminile a salvare l’edizione 2024 del Mutua Madrid Open. Con buona pace dei maschietti, più alle prese con i malanni fisici, cercando di capire come e quando saranno in grado di tornare in campo (com’era quella storia del sesso forte?!), che a rendere omaggio ad un torneo, dove i primi quattro giocatori al mondo sono messi all’angolo dall’età o, appunto, da acciacchi vari. La fortuna per il pubblico spagnolo è stata quella di aver avuto la possibilità di vedere i due loro beniamini in campo. A Roma, il più atteso non ci sarà. Amen. 

Il tennis femminile, dicevamo. Per fortuna che c’è, aggiungiamo. La finale tra Sabalenka e Swiatek, decisa al tie break, dopo oltre tre ore di partita, è stata la miglior partita del circuito femminile (so far) e una delle più belle dell’anno in generale. Una partita intensa, giocata a ritmi altissimi e caratterizzata dalla forza mentale, peculiarità predominante di due giocatrici che dimostrano il perché siedono al numero 1 e numero 2 al mondo. Con semplici e oseremo dire quasi definitive parole, la miglior partita possibile. Una finale che ha rimarcato come, ad altissimi livelli, il prodotto tennis femminile non abbia nulla da invidiare ai colleghi maschietti. 

Ha vinto, con merito Iga, numero 1 al mondo che dopo Doha e Indian Wells, fa suo il terzo 1000 della stagione e il nono in carriera. Non male per una neanche 23enne che certifica ancora una volta, davanti agli occhi di tutte le sue avversarie, perché sia la numero 1 e perché non sia facilmente contendibile. Un motivo su tutti: non è stata la sua versione migliore, ma commesso forse più errori rispetto a quelli a cui ci ha abituato ma ha giocato e vinto con vigore, forza e ritmo. Un ritmo che Sabalenka, a differenza dello scorso anno, non ha saputo reggere, soprattutto nei momenti importanti, nei tre match point annullati dalla polacca che alza al cielo di Madrid il (brutto) trofeo. Il torneo ringrazia per il match e anche noi.  

Carlo Galati @thecharlesgram

Stefanos III, principe a Monte-Carlo

Un vecchio adagio figlio della saggezza popolare, afferma che si torna sempre lì dove si è stati bene. Applicato al tennis vuol dire declinare su un luogo fisico la propria attitudine alla vittoria, relativamente a determinate latitudini, in maniera del tutto esclusiva. È quello che sta succedendo nella carriera di Stefanos Tsitsipas e del suo particolare rapporto con il Country Club di Monte-Carlo. Un rapporto che ha evidenti radici profonde ed un legame famigliare. Nel 1981 la madre, Julia Salnikova, vinse il torneo juniores, iscrivendo il proprio nome nel marmo monegasco; nel 2024 il figlio lo fa per la terza volta. Tre Master 1000 in carriera, tutti e tre sulla terra rossa del principato. Nell’era Open sono quattro giocatori prima di lui erano riusciti a vincere almeno tr volte il torneo: Rafael Nadal (11), Bjorn Borg (3), Thomas Muster (3) e Ilie Nastase (3). Tutti grandi specialisti della terra rossa; questo basta a darne la caratura.

Ed è stata una vittoria meritata, in un torneo che lo ha visto battere tutti top ten dai quarti di finale: Zverev prima, Sinner poi, Ruud in finale. Tre partite diverse, tre avversari con caratteristiche non sovrapponibili, tre vittorie di valore che riportano il greco nell’aurea della vittoria, restituendogli il giusto valore sportivo. Troppe le voci che lo avevano circondato colpevole solo di avere una relazione con una collega, rea (la relazione s’intenda…) di avergli rovinato la carriera. “Non sa più vincere”, “è distratto”, “è un sopravvalutato” dicevano. Sono stati tutti zittiti da una vittoria importante, in un contesto di tutto rispetto ed in un torneo vissuto da attore protagonista, non da comprimario vincente.

Tornerà in top 10, tornerà ad avere un ruolo importante nell’organigramma in via di rinnovamento del tennis mondiale, che necessita di punti saldi, di giocatori che garantiscano solidità, classe e tecnica. Giocatori che siano un punto di riferimento per chi segue, ama e gestisce questo sport che è chiamato a ritrovare nuovi equilibri, equilibri che vedranno protagonista un giocatore greco, principe di Monte-Carlo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Berrettini a sonagli

È commosso Matteo Berrettini dopo aver messo a segno l’ace che gli consente di conquistare l’ottavo titolo atp in carriera, per certi versi il più importante. Inutile star qui a spiegare il perché e il per come di un qualcosa talmente scontato, che potrebbe rasentare l’ovvietà concettuale. Però ci troviamo nel momento storico in cui anche quello che riteniamo ovvio vada spiegato, perché il tennis non è più solo un concetto legato ad una pseudo élite di appassionati, ma è mainstream e quindi… eccoci qui. Berrettini ha sfidato e battuto avversari temibili a Marrakesh ma quelli più temibili li ha affrontati in questi due lunghi anni; avversari che gli hanno dato del bollito, del finito, solo perché rapiti da una luce più brillante.

Tutti gli occhi del mondo tennistico guardano a Montecarlo, a quel torneo che sancisce ufficiosamente l’inizio della stagione su terra rossa. Un torneo che deve dare molto risposte, importante com’è nel percorso che porta verso il secondo Slam dell’anno prima e alle Olimpiadi poi; eppure dall’altra parte del Mediterraneo è arrivato l’eco di una prima di servizio devastante, di un giocatore solido che ha ritrovato la fiducia nei propri mezzi e la forma fisica per competere ai livelli a lui consoni: Matteo Berrettini ha iniziato la propria risalita verso la nobiltà tennistica.

È già numero 85 al mondo, ma soprattutto è di nuovo il giocatore che può mettere in difficoltà chiunque affronti, senza il fardello dei timori del passato. La stagione sulla terra è appena iniziata, sarà lunga, calda e faticosa ma sarà anche un toccasana verso quella piccola verde parentesi che tanto gli hanno dato. Un passo alla volta, come ha sempre dichiarato, ma consapevoli che le lacrime che ieri erano amarissime, oggi scorrono nel solco della felicità. La sua e la nostra.

Bentornato Matteo.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il Frecciarosso

L’errore sul 30-40, sotto 1-4 e dopo aver perso il primo set è l’emblema dell’andamento di un match che semplicemente non c’è stato. Manifesta superiorità per Jannik Sinner che battendo Grigor Dimitrov con un netto 6-3, 6-1 non solo vince il secondo Master 1000 della sua carriera, ma si issa al numero 2 del mondo. Primo italiano a riuscirci. Cosa dire di più? Cosa non abbiamo ancora detto o scritto?

Il livello raggiunto da Sinner è semplicemente inarrivabile, ad oggi, per chiunque; un mix letale di naturalezza e semplicità, disarmante per chiunque abbia il compito di giocarci, indipendentemente che dall’altra parte della rete ci sia il numero 3 del mondo o il numero 10. Quel numero diventa solo un dettaglio. Altri numeri invece non lo sono: 4 game concessi in finale, 3 in semifinale, entrambe le partite vinte in poco più di un’ora, senza apparente fatica. Senza capire come, due giocatori del livello di Medvedev e Dimitrov tornano negli spogliatoi semplicemente non accorgendosi di nulla. La locomotiva Sinner non fa fermate e va dritta all’arrivo.

Un arrivo che ad oggi significa vincere un master 1000, significa numero 2 del mondo ma che guarda ancora più avanti. L’avanti in questo momento è l’immediato futuro della terra rossa e di Montecarlo, che per lui è quasi casa, sportiva, ma pur sempre casa. Una semifinale da difendere ma soprattutto l’ardire di un pensiero stupendo, che ad oggi è sostanza ma che diventerà forma. La prossima fermata è già prenotata.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il punto di ritorno

Lo scriviamo adesso, poche ore prima della finale di quello che in molti definiscono “soltanto un challenger”: Matteo Berrettini indipendentemente da come vada il match con Nuno Borges a Phoenix, ha già compiuto un mezzo miracolo sportivo. E ci teniamo a sottolinearlo, non è un’esagerazione figlia dell’entusiasmo patriottico, ma l’analisi oggettiva del ritrovato campione che in tanti, troppi, avevano dato per già finito, incantati forse da altre meravigliose sirene.

Eppure, nonostante tutto, Matteo ha rimesso le cose in chiaro, a suon di servizio e dritto, seguendo quello spartito che gli è più congeniale, suonando la gran cassa di un tennis concreto, quando serve più di lotta che di governo. L’ultima giornata in campo lo testimonia: due match, quattro tie break, tutti vinti. Segnale quest’ultimo che Matteo è tornato forte nel cuore e nella mente, punto dopo punto, ricostruendo quella fiducia che sembrava essere intaccata dal periodo tennistico più buio della sua carriera.

E dopo il buio è tornato quello squarcio di luce che ridà soprattutto la speranza di rivederlo ad alti livelli, lì dove ha meritato di stare e dove crediamo possa esserci il punto di atterraggio di questa seconda parte di carriera. Ci sarà da sgomitare, da ripetere e giocare, un passo alla volta, col carattere che ha dimostrato di avere; quel carattere che non gli ha mai fatto difetto, la sua arma migliore che lo riporterà lì dove merita. La finale è solo un passaggio di un percorso più lungo e come tale vada come deve andare.

Carlo Galati @thecharlesgram

La lunga strada di Jasmine

Esiste uno sport nello sport, uno sport praticato da chi è avvezzo ai numeri, da chi basandosi su essi, riesce a dare spiegazioni concrete che poco lasciano spazio a dubbi o interpretazioni. Esiste il tennis ed esiste la statistica, il continuo aggiornamento di dati che danno la misura di come un movimento, un o un’atleta, cresca, di come ci si possa basare su queste certezze per raccontare il buono e il brutto, tracciando quella linea sottile tra ciò che è e ciò che sarà. Esiste il tennis italiano che sta creando eroi ed eroine ed esiste chi aggiorna le statistiche relative. Queste parlano di continui trionfi. L’ultimo della serie, quello di Jasmine Paolini a Dubai, nel primo 1000 femminile della stagione.

Una vittoria che la pone nella linea di successione dei trionfi azzurri, in salsa rosa, immediatamente dopo Flavia Pennetta e Camila Giorgi, ultime vincitrici di tornei il cui valore è immediatamente un gradino sotto rispetto agli Slam. Al livello di uno Slam, se ne consideriamo le giocatrici presenti all’inizio del torneo di Dubai. Lo ha vinto la giocatrice che è riuscita, nonostante tutto: nonostante non fosse tra le favorite, nonostante fosse sotto di un set e di un break nella prima partita del torneo così come nell’ultima, nella quale era 3-5 nel set decisivo, salvo poi vincere 4 game consecutivi alla russa Kalinskaya. Insomma, un trionfo tutto tondo.

Un trionfo figlio del lavoro totalizzante necessario di chi non ha ricevuto il dono del talento cristallino, dando la possibilità alla classe operaia di trovare un posto nel paradiso del tennis. Jasmine è la piena rappresentante di quel tennis che ha nella misura del proprio valore la concretezza, quella stessa concretezza che l’ha portata ad issarsi al numero 14 del mondo e con autostrade ancora disponibili avanti a se. Non vediamo (più) fenomeni in giro nel circuito femminile, ma fenomenali lavoratrici, sì. La strada di Jasmine è ancora lunga.

Carlo Galati @thecharlesgram

Sinner #3

La notizia non è che Jannik Sinner ormai sappia solo vincere. Da quel match perso in finale a Torino, con un certo signor Djokovic, solo caselle verdi nel percorso che lo ha portato fino al numero tre del mondo. No, la notizia è che sa vincere quando non è al meglio della condizione, quando tutti i colpi non sono al 100%, quando il servizio non gira come dovrebbe: quando serve vincere i punti che pesano, Sinner c’è.

Ed è questo l’ulteriore passo in avanti e il significato vero di questa partita vinta con l’amuleto De Minaur (vinti 16 degli ultimi 17 set), ma più in generale dell’intero torneo di Rotterdam; dimostrare a se stessi e agli altri che si è capaci di vincere anche quando gli errori sono tanti, i movimenti non fluidi come al solito: poche discese a rete, movimento al servizio non sempre ottimale, solo per fare due esempi. Non ricordiamo di così tanti break e contro break in una partita del recente passato di Sinner, eppure a cavallo del secondo set questo è accaduto, emblematico del fatto che se da una parte non tutto girasse per il meglio, dall’altra parte della rete, l’australiano ha giocato, probabilmente, una delle migliori partite della sua carriera, valorizzando il suo punto di forza principale, ovvero quella rapidità di movimento dentro al campo che, se giocato a quel livello, non dà respiro all’avversario. Così è stato per Jannik, fino a quando non ha tirato un sospiro di sollievo, e noi con lui.

Da domani sarà numero 3 al mondo, crescendo passo dopo passo, aggiungendo mattone su mattone nel processo che lo porterà ad essere il numero 1 al mondo. Bisogna essere completi e dimostrarsi disponibili al cambiamento, per arrivare lì dove l’incertezza non è più legata alla sfera delle possibilità, ma solo a quella temporale. È scritto nel tennis. Quello stesso tennis che ha saputo rigenerarsi, dimostrandosi più grande di qualunque altro interprete. Archiviata a breve una stagione, se n’è già aperta un’altra, con un protagonista già maledettamente vincente.

Carlo Galati @thecharlesgram

28 gennaio 2024

Il giorno che ha cambiato tutto, il giorno che spazza via le immagini in bianco e nero, ridando colore ai trionfi, il giorno che consacra Jannik Sinner come il più grande tennista italiano dell’era moderna, il giorno della prima vittoria Slam a Melbourne. Ci dobbiamo ancora riprendere e realizzeremo con calma nei prossimi giorni, ciò che abbiamo visto, quello che fatto questo ragazzo, non solo nella finale vinta con Medvedev, ma in tutto il torneo, in questo meraviglioso viaggio, partito ormai oltre due settimane fa.  

Quello che abbiamo visto in campo appartiene alle partite che si incastonano tra la mitologia e la fantascienza, a metà strada tra le imprese titaniche e quelle impossibili, non solo per come è arrivata ma soprattutto per come è stata costruita. Non è soltanto la rimonta dallo 0-2, ma è come quella rimonta è arrivata: Jannik era completamente in balia del russo e in balia delle sue paure, ansie e preoccupazioni. Tutto normale per chi a 22 anni gioca la prima finale Slam della sua carriera. E poi?

Poi è arrivata sia la magia tipica delle grandi imprese che la grande forza mentale di resettare tutto e ripartire, punto dopo punto, restando in partita quando ormai sembrava tutto compromesso, trovando il break decisivo una volta, e poi un’altra e poi un’altra ancora. Una lotta sulla distanza, sugli scambi lunghi che Sinner ha iniziato a vincere, uno dopo l’altro, ristabilendo le gerarchie in campo e facendo pensare la sua migliore forma fisica generale, dovuta anche all’essere stato meno in campo rispetto a Danilo che, nei turni precedente, c’era stato…e pure troppo. Ha ritrovato il servizio, ha spinto sul dritto del russo, lo ha fatto correre ed è arrivato alla vittoria finale. Una vittoria anche a parole. Non le solite scontate, ma una lezione per tutti: “ringrazio i miei genitori di avermi lasciato libero di scegliere”. Lo dico da padre e da sportivo: è il messaggio più forte che potesse arrivare. Il giusto ringraziamento di un atleta che ha appena iniziato a conquistare il mondo, un ringraziamento che ha il valore profondo della riconoscenza: sua e di tutti gli italiani. 

Carlo Galati @thecharlesgram

La notte prima dell’esame

La notte prima dell’esame. Sensazioni che ci rimandano ad altri anni, per fortuna (o purtroppo) lontani, momenti in cui ti immagini ciò che sarà senza la certezza di poter governare e controllare tutto. Pensieri che si rincorrono, momenti che dettano la misura dell’importanza. Chi ci ha seguito fin qui conosce come affrontiamo i match, come li raccontiamo e come cerchiamo alle volte di regalare un minimo di spensieratezza. Non ora, non in questi istanti. Perché a dirla tutta, abbiamo cercato nella vita di tutti i giorni, di non pensarci, di rasserenarci, che in fondo è solo una partita di tennis. In realtà sappiamo che non è così o meglio, non è una partita di tennis. È la partita di tennis. Sinner-Medvedev è il momento che stavamo aspettando. 

E sono tante le differenze rispetto alle finali passate che coinvolgevano atleti e atlete di casa nostra, perlomeno quello che abbiamo vissuto in prima persona. Più simile alla finale di Parigi di Francesca Schiavone, rispetto al derby italiano di New York, tra Vinci e Pennetta, o alla finale di Wimbledon di Matteo Berrettini. Quest’ultima, la più recente, era giocata in un contesto diverso, Wimbledon, ma con un retro pensiero critico che ridava lucidità e la considerava una gara da cui poco potevamo aspettarci: quel Djokovic era praticamente imbattibile. Non sarà così a Melbourne. Qui Sinner è favorito, non solo dai bookmakers ma anche dalla logica di questo sport… se una logica c’è (su questo nutriamo ancora qualche residuale dubbio). Medvedev sarà avversario tosto, difficile, nervoso, incrollabile fino a quando la palla è viva, il punteggio ancora in piedi. Jannik dovrà fare la sua partita, con pazienza, tenacia e intelligenza tattica. Solo così si batte un giocatore che ha mille e più vite, che non muore mai fino a quando non è scritta la parola fine. 

Iniziammo questo viaggio scrivendo “Daje Jannik”. Lo concludiamo allo stesso modo: daje tutta, regalaci questo sogno. 

In conclusione: i ragazzi del doppio hanno perso, peccato sì, ma gli altri erano più forti. Sabalenka ha fatto quello che tutti si aspettavano da almeno una settimana. Comunque, brava.

Carlo Galati @thecharlesgram