Lasciateci sognare, con la racchetta in mano

AO, day 14

Ritrovarsi all’alba di un nuovo giorno con la consapevolezza di aver assistito all’alba di una nuova era. Al bando toni trionfalistici fini a se stessi, per chi non lo avesse compreso a pieno, Jannik Sinner ha compiuto un’impresa che, definire titanica, potrebbe non rendere l’idea a pieno. Come descrivere l’enorme mole di record o statistiche, chiamatele come volete, da aggiornare figlie di una singola partita? Ne citiamo una su tutte: nessuna palla break concessa a Djokovic, nella lunga carriera Slam del serbo. La portata di questo dato è incredibile. Dà la misura di ciò a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere; un Djokovic che è sembrato assente, totalmente in balia dei colpi di Sinner, completamente assuefatto dal quel cambio generazionale che per anni lo ha tormentato e che probabilmente è arrivato. Già perché, non ce ne voglia nessuno, Jannik “lo ha fatto sentire vecchio per la prima volta” (non è nostra, citiamo il commento a caldo di un collega subito dopo la fine del match).  Sinner ha avuto sempre il pieno controllo del match, non ha dato respiro al suo avversario, lo ha sempre tenuto sotto scacco, anche quando sembrava che il serbo potesse rialzare la testa dopo il set vinto al tie break, annullando un match point. Insomma, Sinner ha fatto il Djokovic, si è preso lo scettro con tutta la corona. E credeteci (ve lo spiegheremo domani) il match di domenica è sì una finale Slam, ma comunque vada, non cancellerà il ricordo indelebile di ciò che è stato.

Ha ringraziato tutti con un “Buongiorno Italia”, che ci ha ricordato molto il compianto Toto Cutugno. Sottotitolo: lasciateci sognare con una racchetta in mano. Lo stesso sogno che alimenta anche il doppio azzurro impegnato nel day 14, atto finale di un percorso, come direbbero da quelle parti, astonishing. Chiedere una doppietta azzurra sarebbe troppo? No, sarebbe un sogno. Ma senza sogni, che coltiviamo dal day 1 di questo Happy Slam, non saremmo qui a scrivervi (vi tocca…).

Due parole sulla finale femminile: quanti game concederà Sabalenka a Zheng? Poco o altro da aggiungere.

Carlo Galati @thecharlesgram

L’alba di un nuovo giorno

AO, day 13

Il bello di quello che stiamo vivendo in questa fase storica del tennis italiano, che vede in Jannik Sinner la punta di diamante di tutto un movimento, è che l’asticella dell’attesa cresce sempre di più, ogni volta. E non parliamo della crescente attenzione relativa al singolo incontro; ohibò sappiamo benissimo che più si va avanti e più le partite diventano interessanti (mica seguiamo il tennis da qualche giorno…). Parliamo proprio dell’interesse relativo ad ogni singolo grande evento: l’attesa per la semifinale con Djokovic è, per certi versi più spasmodica di quella giocata a Wimbledon qualche mese fa, o della finale alle Finals di Torino (scusate la ripetizione ma non sapevamo come scriverla diversamente), o della finale di coppa Davis. Ogni grande evento genera sempre più attesa, curiosità, incredibile coinvolgimento, come se fosse la prima volta, come in tutte le grandi storie d’amore che si rispettino. Ci ha intenerito una scena che abbiamo visto con i nostri occhi: una coppia, che definiremmo agée, sorseggiare un bicchiere di vino bianco, durante il più classico degli aperitivi, e ad un certo punto lei che guarda negli occhi di lui e gli chiede: “Sinner a che ora gioca?”. Ecco, aldilà del facile romanticismo da soap sudamericana, questa scena ci ha emozionati. Immaginiamo così anche la nostra vecchiaia.

Tutto questo per dire cosa? Che quella che viene definita come “Sinner Mania”, termine orribile, ma che rappresenta in pieno tutto questo, è qualcosa di incontrollabilmente bello, per il quale tutti abbiamo aspettato per anni. Il momento è arrivato. Poi, oggettivamente, parliamo di un match difficile, complicato, che vede il serbo favorito, ma è anche un match che serve aldilà di ogni risultato nel processo di maturazione di Sinner che ha domato tutti nel due su tre. Adesso è il momento di capire, rispetto a Wimbledon, quanti e quali passi si siano fatti in avanti rispetto al tre su cinque, che non è un altro sport, ma è di sicuro diverso. Vedremo. L’altra semifinale è tra Medvedev e Zverev: che dire? Di sicuro non si amano, sarà una partita nervosa, dura e sporca. Se vincesse Zverev non ne saremmo stupiti.

Carlo Galati @thecharlesgram

AO, day 8

Premessa: è il giorno di Jannik, il giorno in cui, finalmente liberi dalle schiavitù della vita di tutti i giorni, potremmo godere ad un orario decente e di domenica del match che può spalancare le porte verso i quarti di finali, con l’obiettivo Djokovic in semifinale. Quindi, a letto presto o, se le forze e la volontà vi assistono, drittone fino alle sei di mattina: importante però è che non esageriate. Il rischio è di non comprendere cosa stia succedendo in campo; un po’ quello che gli avversari di Sinner hanno provato finora. Esaurita la premessa d’obbligo, e dando per scontato che il match con Katchanov non abbia bisogno di particolari suggerimenti, veniamo a noi e andiamo oltre:

Fritz-Tsitsipas: l’amico Fritz finora ha disputato partite che ha giustamente vinto, avendo affrontato giocatori di caratura nettamente inferiore. Non che vincere con avversari più deboli sulla carta, sia sempre scontato, (citofonare Swiatek per conferma) però se ambisci a rientrare tra i primi dieci giocatori al mondo, sono passaggi obbligati. Il match con Tsitsipas dirà al buon Taylor quanto manca per tornare a competere ad altissimi livelli. Altissimi perché, dall’altra parte della rete, il greco ha ritrovato in Australia tutto il suo splendore, come se l’aria di Melbourne fosse un toccasana per il suo gioco e il suo tennis. Ritrovata la via maestra, c’è da difendere tanto, una finale per la precisione. Match equilibrato che vincerà Tsitsi.

Anisimova-Sabalenka: tra le partite degli ottavi femminile è di gran lunga la più interessante. Non che le altre non lo siano ma qui gli argomenti sono decisamente superiori, e forse lo sono anche i valori in campo. Anisimova ha battuto finora, Samsonova, Podoroska e Badosa, non giocatrici di primissimo piano ma comunque tenniste che vantano titoli in bacheca. Amanda ha mostrato un livello di gioco sempre molto alto. Sabalenka, avrà il compito di portare sulla schiena il fardello della campionessa in carica che, dopo il ko di Iga, ha anche i galloni della favorita numero uno. Un film già visto a New York: avrà imparato la lezione? Questo match è il banco di prova.
Carlo Galati @thecharlesgram

AO, day 6

Ultimamente non porta proprio bene definirsi come tali, ma potremmo arrogarci il titolo di rubrica influencer: è bastato che ieri scrivessimo sulle non particolarmente spumeggianti giornate di tennis agli Australian Open che, d’emblée, abbiamo avuto: un match quello tra Sonego e Alcaraz ad altissimi livelli, con colpi di ogni tipo, un tie break finale tra  Rybakina e Blinkova vinto a 22 dalla russa ufficiale, una giovane wild card francese, Cazaux battere Rune in un match incredibile, Ruud rivestire i panni di un giocatore di tennis…e Medvedev fare strike con le borracce per sfogare la sua rabbia. Insomma, pas mal. Potremmo dire di aver colmato il gap. Alzata l’asticella e veniamo a noi:

De Minaur-Cobolli: troppo facile pronosticare vittoria di Jannik su Baez, almeno quello (ingiocabile) visto finora. Quota tricolore assegnata quindi a Cobolli che incontrerà De Minaur, reo di aver già mandato a casa (dei suoceri) Arnaldi. Bel match dal pronostico chiuso: in campo per la gloria.

Korda-Rublev: di gran lunga il match più interessante in campo maschile. Siamo tifosi di Kordino da tempi non sospetti, da quando lo abbiamo visto perdere in finale a Milano da Alcaraz e poi vincere su Cecchinato a Parma il suo primo titolo ATP. Hanno un gioco simile: il russo ha colpi più efficaci, il giovane americano è invece meno discontinuo caratterialmente. That win the best.

Anisimova-Badosa: abbiamo visto Amanda tornare in grande spolvero, rimettendo a posto tutti quelli che pensavano fosse una giocatrice finita. Un po’ quello che in molti pensano di Paula, colpevole di essersi innamorata. Di un tennista poi… Ma lei intanto, mano nella mano con il suo Tsitsi, è già al terzo turno.

Andreeva-Parry: è partita la gara a chi ha predetto prima l’exploit della sedicenne russa. Vogliamo tranquillizzare tutti: non si vince nulla, siete già bravi così. Detto questo adesso vogliamo proprio vedere come va a finire; è nel quarto di Sabalenka, saremmo molto curiosi di vederla giocare a quel livello, con quella giocatrice. Mancano però ancora due turni (fattibili). Il primo è questo.

Carlo Galati @thecharlesgram

AO, day 5

All’alba del quinto giorno del primo Slam dell’anno, non possiamo dire che si siano state molte sorprese a Melbourne Park. Nessun risultato da restare a bocca aperta, a meno che non si voglia qualificare stupefacente il fatto che Djokovic abbia perso due set nei primi due turni del torneo (litigando con uno spettatore…ohibo?!) o che Musetti, nel match perso con Van Assche, abbia aspettato soltanto il quinto set per le consuete invocazioni divine; su quest’ultime però abbiamo dei dubbi, è probabile che la linea diretta sia stata aperta anche prima del quinto set. Detto questo, focus su ciò che sarà e veniamo a noi:

Paul-Draper: non più tardi di una settimana fa in quel di Adelaide, il giovane Jack ha facilmente liquidato l’americano, numero 14 del mondo, battendolo con un netto 2-0 lasciandogli la bellezza di 5 game…il tutto in poco più di un’ora. Draper è giocatore potente, che si muove bene in campo, con un dritto e un servizio capaci di tutto, ma Paul è giocatore intelligente che avrà di sicuro imparato la lezione. Yankee, go home?

Dimitrov-Kokkinakis: in qualunque altra parte del mondo si fosse giocata questa partita, avremmo visto un match totalmente chiuso a favore del bulgaro, che sta vivendo una seconda giovinezza tennistica dai risultati oggettivamente inaspettati. L’australiano è quello, tra gli Aussie, che maggiormente trae forza ed energia dal pubblico di casa. Il compito del bulgaro darà soffocare ogni speranza a coloro che entrano. In campo e sugli spalti.

Stephens-Kasatkina: guardando al primo turno è sicuramente stato molto più complesso il match della russa rispetto a quello disputato da Stephens. A livello di classifica e di rendimento, di sicuro l’ex campionessa Slam è sfavorita, ma può venir fuori un bell’incontro se le variazioni di gioco americane avranno la costanza di contrastare la forza russa.

Maria-Paolini: giocheranno tutte e tre le ragazze italiane match non impossibili.  Tra questi volendo sceglierne uno, abbiamo orientato la scelta su match tra la tedesca e Jasmine. L’azzurra ci ha convinto particolarmente nel primo turno in Australia. Dovessimo scommettere lo faremmo su di lei.

Carlo Galati @thecharlesgram

AO, day 4

Sarebbe troppo facile in giornate come queste, lasciarsi trasportare dalla partigianeria italica, col rischio di essere bollati come giornalisti prezzolati. Abbiamo già le nostre questioni irrisolte, eviteremmo ulteriori carichi da novanta: i soloni del web pronti a giudicare, sono sempre con il telefono in mano e basta un attimo per finire nella gogna di qualche podcast o commento su X. È per questo che cerchiamo di mantenere sempre un distacco professionale dalle vicende che riguardano i tennisti di casa nostra. Detto ciò, daje Jannik e…veniamo a noi:

De Minaur-Arnaldi: al netto del discorso fatto, questo a nostro (in)sindacabile giudizio, è il match di giornata. Due giocatori che si somigliano molto, brevilinei, che giocano con una discreta intensità e che fanno dell’onnipresenza in campo il proprio dogma. Andando controcorrente ci sbilanciamo dicendo che Matteo ha le carte in regola per vincere, nonostante De Minaur giochi in casa: a vedere Arnaldi ci sarà la fidanzata e relativi genitori. Nulla rispetto all’intera Australia.

Rublev-Eubanks: se vi dicessimo che non ci troveremo del tutto sorpresi di una vittoria americana, ci credereste? Sappiamo che potrebbe sembrare una bestemmia tennistica, ma vuoi perché nel primo turno Andrej non ci ha del tutto convinto, sia perché l’americano è, tra le non teste di serie, il giocatore più forte, con il suo servizio e il gioco a rete ha le carte in regola per battere il russo.

Jabeur-Andreva: premessa, è un match da nerd. Partita che mette di fronte due generazioni, due stili, due modi diversi di intendere il tennis. Ons è la favorita indubbia ma la giovane russa ha tutte le armi per poter provare a fare l’impresa. Anche qui, non ci stupiremmo se la compiesse, anche perché è dai tempi della mai tanto compianta Kurnikova che non vedevamo tanta potente grazia.

Badosa-Pavlyuchenkova (che nomineremo Anastasia per evidenti motivi): partita molto interessante tra un ex top 10 e la finalista del Roland Garros. Se Paula riuscisse ad esprimersi come sa, sarebbe la netta favorita. Purtroppo per lei il periodo ipotetico fa tutta la differenza del mondo.  

Carlo Galati @thecharlesgram

Prospettiva Dimitrov

Provare a rinchiudere Grigor Dimitrov in una improbabile classificazione tennistica è esercizio dialettico piuttosto improbo. Ha vissuto alti e bassi, giornate di gloria e momenti di buio dovuti al suo essere unico nella sua genialità. Perché quando gioca come nel finale della stagione scorsa e in questo inizio 24, non può che definirsi così, geniale appunto.

E non ci riferiamo ai risultati: una finale nel 1000 di Bercy, un titolo conquistato, pronti via a Brisbane, battendo il giovane virgulto Rune, investito com’è della responsabilità morale di raggiungere gli altri due ventenni fiammeggianti del circuito e le cui aspettative sono altissime, ma che, per ora, è rimesso a posto da questo trentenne di belle speranze, non sono i momenti che fanno la differenza. Uno che aveva tutte le carte in regola per poter primeggiare e che invece ha raccolto forse meno rispetto a quello che avrebbe potuto. Ma a lui va bene così. Non sarebbe Dimitrov, perlomeno non quello che abbiamo imparato a voler bene.

Già, perché non si può non voler bene ad un giocatore così, ad un giocatore capace di entusiasmare e deprimere, di illuminare e abbagliare di una luce propria di chi, con quel rovescio ad una mano, rappresenta rifugio per feticisti d’antan che non si rassegnano alla potenza e meccanizzazione di un gesto tecnico che in troppi eseguono senza poesia, senza classe. Caratteristiche queste che fanno amare il bulgaro sopra ogni cosa, anche sopra se stesso.

Carlo Galati @thecharlesgram

Lasciateci sognare


Piccola premessa: cerchiamo sempre di non cadere nel tranello dell’immedesimazione. Ovvero in quella sensazione che porta ad estraniarti dal ruolo di chi, dovrebbe analizzare le cose in maniera distaccata, seguendo un approccio anglosassone al racconto, abbandonandosi invece all’irrazionalità. Vogliateci scusare; teniamo questo atteggiamento durante tutto l’anno, salvo poi buttare alle ortiche tutto quando di parla di Coppa Davis. Ognuno ha le sue debolezze. Riconoscerle è il primo passo per apprezzarle.


Detto questo e riavvolgendo il nastro dell’intera giornata, restare lucidamente connessi al racconto è arduo quanto battere Djokovic. Solo che lungi da noi paragonarci a Sinner e per questo, non possiamo che esaltarci di fronte a quanto visto in semifinale con la Serbia. E ci rincuora il fatto che la tanto amata, odiata, criticata, venerata Coppa Davis alla fine sia quell’unica manifestazione che esalta la forza del singolo nel contesto di squadra. Lo sport più individuale ed individualista diventa unità, mettendo le proprie forze a servizio della vittoria finale, la vittoria di tutti. Ed è questa la vittoria dell’Italia, che ha battuto la Serbia di Sua Altezza Reale, Novak Djokovic, grazie ad uno strepitoso Jannik Sinner (tre volte vincitore su quattro incontri con Djokovic negli ultimi dodici giorni, roba da Guinnes), ad un esaltante duo di Lorenzo, Sonego e Musetti; quest’ultimo nonostante la sconfitta nel primo incontro con Kecmanovic, ha contribuito a conferire un pizzico di epicità a questa giornata. Sembra un paradosso, ma se ci pensate bene non lo è.


Adesso il traguardo è lì a portata di mano, dietro l’ultima curva. L’Australia fortunatamente non è la Serbia: il peggio è alle spalle, i più forti li abbiamo già battuti. Ma una finale è pur sempre una finale e molto passerà dalla racchetta e dal cuore di Jannik, che ritroverà sul suo cammino, Alex De Minaur, l’avversario di quella finale che gli regalò il primo 1000 della sua carriera. È un appuntamento con la storia che manca da 47 anni e che ebbe l’ultimo avvistamento nel 1998. È giunta l’ora di rimuovere un po’ di polvere dagli archivi della memoria.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nel nome di Djokovic


Cinque game ad Alcaraz, sei a Sinner. Nell’arco di meno di ventiquattro ore questi sono i numeri che segnano la distanza tra l’attuale numero 1 al mondo, signore degli anelli, reggente del trono di spade (tanto per buttarla un po’ sul fantasy) e i giovanotti di belle speranze, destinate al momento a restare tali, fino a quando questo signore di Belgrado avrà ancora voglia di andare in giro per il mondo a dettar legge. E dire che Sinner, proprio qualche giorno fa questo signore lo aveva battuto, anche piuttosto bene: di forza, di testa, di tennis.

Ed era la speranza di tanti, forse per alcuni l’illusione. Senza voler essere per forza i profeti del giorno dopo, basta leggere la storia di Djokovic per capire che, se arriva in fondo, è quasi impossibile sperare in un finale che non sia quello già visto. Ecco perché il confine tra speranza e illusione alle volte è troppo sottile per poter essere visto in maniera chiara. Se volete è anche giusto sognare, importante però è non risvegliarsi bruscamente.

Ma Jannik Sinner è un ragazzo fin troppo intelligente, fin troppo onesto e giustamente esigente per non aver capito di aver avuto a che fare con due giocatori diversi, o se volete, con due versioni diverse dello stesso giocatore. Ed è per questo che Djokovic è il numero uno perché sa quando è il momento di cambiare marcia, di issarsi ad un livello irraggiungibile per tutti. E questa finale ne è l’esempio. Perfetto al servizio, costantemente in pressione, convintamente alla ricerca di ogni tipo di riga dover far atterrare i propri colpi, poi, difficili da gestire; talmente tanto difficili che saranno trenta gli errori non forzati alla fine del match da parte di Sinner. Un numero troppo alto da gestire, un gap praticamente incolmabile. E così è stato fino al doppio fallo finale che ha consegnato a Djokovic il settimo titolo di Maestro, staccando, anche in questo caso, Roger Federer. Non resta che alzarsi in piedi ed applaudire un campione che probabilmente sarà irripetibile, non soltanto nella storia del tennis, ma dello sport in generale e che a trentasei anni continua ad alimentare il proprio personale fuoco.

Carlo Galati @thecharlesgram

Don’t stop him now

Non è tanto la vittoria in sé per sé, che già è qualcosa di mai fatto da nessun altro italiano. Non è l’aver battuto Medvedev, numero tre al mondo, anche se siamo alla terza volta consecutiva, dopo che sei erano state le sconfitte subite. Il punto è un altro: Jannik Sinner ha ormai raggiunto il livello della piena consapevolezza di se stesso, una consapevolezza che lo porta non solo ad imporre il proprio gioco ma a sapersi adattare battendo i più forti sul loro terreno. Una caratteristica che hanno solo i predestinati.

Partita scarna, essenziale, nervosa con pochissime variazioni, poche discese a rete, partita più di lotta che di governo; il tipo di match preferito da uno come Medvedev, che in queste partite ci si ritrova perfettamente. Battuto nel proprio agio, battuto nella testa. Il numero tre al mondo ha ormai capito di che pasta è fatto questo ragazzo.

Sinner l’ha vinta di personalità e cattiveria, spostando il match sul piano atletico, quasi più simile ad un incontro di boxe, dove ci si picchia fino a quando qualcuno non getta la spugna. Il 6-1 del terzo set è emblematico in tal senso e dà la misura della straordinarietà.
Adesso va fatto l’ultimo passo. Nulla è precluso.

Carlo Galati