Sofia come Deborah, destini incrociati

Uno dei miei primi amori sportivi si chiama Deborah. E’ una bella ragazza, più grande di me di circa 15 anni, vincente e con un sorriso che ti portava con lei sulle pista da sci. Era l’appuntamento del sabato: di corsa a vederla scendere con quel suo incedere elegante e con una classe che trascendeva gli sci e affondava radici nell’essere donna prima ancora che campionessa. Eppure nonostante le grandi vittorie, le medaglie d’oro conquistate in tre differenti olimpiadi, prima atleta a riuscirci negli sport invernali, il mio ricordo di Deborah Compagnoni è quell’urlo di dolore alle olimpiadi di Albertville, nella prima manche di slalom gigante, così forte e terribile da trasmetterti tutto il male possibile di quell’istante. In quel momento in tanti ci ritrovammo immersi in una sofferenza metafisica che superava confini, distanze e tubo catodico. Quell’urlo è ad oggi un ricordo che vive, una ferita aperta.

Quei momenti e quella sofferenza sono tornati, 28 anni dopo. Improvvisamente, letalmente, magistralmente orchestrati dalla manu longa del destino che ha voluto dare un segno tangibile della sua forza brutale. Così, quando abbiamo letto dell’infortunio a Sofia Goggia, è stato rivivere quel momento ma, senza immagini. Non possiamo neanche immaginare il dolore e la sofferenza che, anche ora, sono nulle o quasi fisicamente ma che, ad una settimana dai mondiali di Cortina, suonano come una terribile sveglia in faccia. Ma c’è una cosa che lega Debora Compagnoni e Sofia Goggia, ed è il destino. Ma non quello cinico e baro, ma quello che le vede protagoniste. Così come dopo Albertville c’è stata gloria, così ce ne sarà anche dopo Garmish, perché Sofia come Debora, è destinata a grandi traguardi e a restare di diritto nella storia dello sport italiano. Ci vorrà tempo e sarà difficile ma tornerà a sorridere e noi con lei.

Dimenticavo: il mio primo scritto raccontava di Debora Compagnoni e del suo urlo. Presa diretta nel 1992, giovane cronista di anni 9. Ma questa è un’altra storia…

Carlo Galati

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