Benedetto sia il sorriso di Jas

Quel sorriso, quel benedetto sorriso.
Jasmine Paolini plana sulla semifinale a Wimbledon, divorando la Navarro, statunitense emergente con avi napoletani, come si divora un chilo di fragole con la panna innaffiate dal Pim’s, senza prendere l’intossicazione.
Lo fa con un misto di incoscienza e sapienza tattica, scarabocchiando la metà campo avversaria con traiettorie impossibili; lo fa, prima di prendere la rete, sotto gli occhi a cuoricino di Sarita, la compagna di doppio che l’ha trasformata, in quegli ultimi maledetti centimetri prima della Barriera, nella reincarnazione di Pete Sampras.
Angelo e demone, il Bene e il Male che scatenano la tempesta perfetta, sul campo, di un furetto dall’altezza dichiarata di un metro e sessantatré per una manciata di chili di peso.
Pugnetto sotto il mento, sorriso Durban’s, salivazione azzerata nei momenti importanti, gioia incontenibile e un tennis che illumina, nel giorno della sconfitta di Jannik, l’altra metà azzurra del cielo.
Jasmine scivola leggera sull’erba londinese, con quell’aria irriverente e guascona; l’aria di chi si diverte giocando e sa benissimo che finale a Parigi e semifinale a Wimbledon non raccontano più di un capriccio degli Dei che giocano a dadi.
E quando vinci, mounsier Lapalisse, ti diverti di più.

Paolo Di Caro

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