
Il PSG ha vinto la sua prima Champions League. Cinque a zero, netto, pulito, come certe partite che profumano di sentenze e che non ammettono repliche. L’Inter si è sciolta presto, come neve su un parabrezza. Ma non è questo che conta. Conta che in panchina c’era Luis Enrique e che, al fischio finale, ha guardato il cielo. Non c’era bisogno di parole; le parole, a volte, disturbano. Lì, in quel silenzio denso, c’era il nome che tutti avevano in mente: Xana.
Xana, la figlia. A sei anni era in campo con lui a Berlino, nel 2015, quando il Barcellona vinse la Champions contro la Juve. Una corsa felice, i capelli che volano, la mano nella mano col papà sventolando una bandiera. Quattro anni dopo, una malattia rara se l’è portata via.
Da allora, Luis Enrique non è più lo stesso. Sorride meno, parla piano, ma allena con qualcosa in più. Non è grinta. È presenza. È quella voce che gli bisbiglia “continua”, anche quando niente avrebbe più senso.
Parigi, che sembrava una squadra senz’anima, stanotte ne ha avuta una. Era quella del suo allenatore. Dei suoi occhi fermi, del suo silenzio che vale più di mille discorsi. E di quel sorriso lieve, appena accennato, dedicato a chi non c’è più.
Certo, nessun trofeo colma certe assenze, ma ci sono vittorie che profumano di memoria, di amore che resiste. E in mezzo ai coriandoli e ai flash, qualcuno a Monaco ha sentito il passo lieve di una bambina. Correre, ancora una volta, verso suo papà.
Carlo Galati