Forse ha ragione il Poz

In Italia pensiamo alla Nazionale solo quando arrivano i grandi appuntamenti e pretendiamo subito il risultato. Durante l’anno, invece, in campo ci va chiunque tranne gli italiani, mentre i giovani sono costretti a cercare fiducia e minuti all’estero, lontano dalle pressioni di casa. Soliti discorsi, certo, ma con un fondo di verità. Pozzecco, del resto, sa di cosa parla: lui ad Atene nel 2004 c’era, parte di quella squadra capace di conquistare l’argento olimpico. Un gruppo che aveva talento, sì, ma soprattutto cuore. Quella capacità di fare squadra, di guardarsi negli occhi prima che Myers o Basile, Fucka o Marconato trovassero il canestro decisivo.
Questa Italbasket quel cuore lo ha ritrovato, stringendosi attorno al dramma di Achille Polonara. Da uomo simbolo a uomo per cui combattere: è stato lui a dare un senso diverso al “fare gruppo”. “Noi siamo qui, ma lui è lì in ospedale ed è una cosa che ci fa star male tutti”, ha confessato commosso il Poz. Una frase che cancella la parola gioco: in certi momenti lo sport diventa vita, resistenza, solidarietà.

Il debutto con la Grecia era stato amaro, ma da lì è partita la riscossa. Già contro la Georgia, dopo un secondo quarto troppo leggero, la difesa ha cambiato volto e i georgiani sono finiti alla deriva. Con la Spagna, poi, gli azzurri hanno mostrato compattezza impressionante: solo 27 punti concessi in venti minuti. Eppure anche dentro le difficoltà, come lo 0-13 iniziale, la squadra ha saputo reagire.
Sono arrivate conferme e sorprese: il fuoco di Pippo Ricci, le certezze di Momo Diouf, l’energia di Saliou Niang (uscito però per una caviglia gonfia dopo la sua splendida doppia doppia) e la personalità di Gabriele Procida, senza paura al debutto. Tutti col cuore, tutti per l’Italia. Ora c’è Cipro: vincendo, e con un aiuto della Spagna contro la Grecia di Antetokounmpo a mezzo servizio, ci sarebbe addirittura il primo posto nel girone, ma non diciamolo troppo forte. Restiamo umili, col cuore in mano.

Paolo Pinto

Goodbye Eddie


Ci ha lasciato oggi Eddie Jordan è una delle figure più iconiche della Formula 1, noto non solo per il suo ruolo di fondatore e proprietario del team Jordan Grand Prix, ma anche per la sua personalità carismatica e il suo acuto senso degli affari. Ex pilota di kart e formula 3, con scarsi risultati si rese conto che il suo talento era più nella gestione che nella guida. Fondò così la Eddie Jordan Racing nel 1979, squadra che ebbe successo nelle formule minori, vincendo anche un campionato di F3000 con un esordiente e Jean Alesi.

È un mondo diverso 45 anni fa, quando si potevano realizzare i sogni, anche esordendo nella massima serie automobilistica non dei buoni progettisti, con poche lire (sorry, sterline), un mondo di persone e di intuizioni, più che di capitali: Jordan capisce che è il momento del salto di qualità e porta la sua scuderia in Formula 1 fondando una scuderia eclettica almeno quanto il suo team principal. Fin dall’inizio, il team si distinse per il suo approccio audace e per le livree accattivanti delle vetture (come non ricordare la mitica testa di serpente sul musetto della jordan 197), e che per poco non vince il mondiale del 1999.

Personaggio trasversale, musicista, appassionato di nautica, 2 dottorati, spesso fuori dagli schemi, ma amato da tutti, profondo scopritore di talenti ( 2 su tutti Michael schumacher e Rubens Barrichello) , se ne va un pezzo di formula 1 che non esiste più, fatta di test su strada, rumore, caos, di prove ed errori e di intuizioni che potevano portare alla gloria anche gli “underdog. Un mondo che non ternerà più, perché giustamente, come cantavano illustri conterranei “the show must go on”.

Ivan Cabiddu

F1, un Mondiale oltre i numeri

Va negli archivi il Mondiale 2024 di Formula 1, una stagione destinata a far parlare di sé per anni. Super Max Verstappen conquista il suo quarto titolo mondiale, raggiungendo leggende come Prost e Vettel. Nonostante ciò, il vero colpo di scena è il ritorno al vertice della McLaren, che si porta a casa il titolo costruttori, interrompendo un digiuno di ben 26 anni. Eppure, se tra vent’anni analizzeremo le classifiche, rischieremo di avere un’idea distorta di uno dei Mondiali più combattuti e imprevedibili degli ultimi dieci anni.

Verstappen chiude il campionato con un vantaggio di 63 punti sul secondo classificato, un dato che potrebbe far pensare a un dominio incontrastato. In realtà, da mesi la sua Red Bull non era più la macchina più performante del lotto. L’olandese ha però sopperito con talento, costanza e una forza mentale ineguagliabile, lasciando impietoso il confronto con il compagno di squadra. A rendere unico questo 2024, però, sono state le statistiche e le battaglie in pista. Abbiamo visto 8 piloti vincere almeno due gare, rappresentando ben 4 team diversi: un evento senza precedenti. Inoltre, la lotta in qualifica è stata feroce, con il gap tra il primo e l’ultimo in Q1 tra i più serrati della storia (Austria esclusa). Persino team come Haas e Alpine hanno dimostrato di essere competitivi, soprattutto sul giro secco, avvicinandosi ai top team.

E quindi il prossimo anno? Con il cambio regolamentare del 2026 all’orizzonte, le squadre dovranno scegliere se concentrare le risorse sul prossimo campionato o iniziare a prepararsi per il nuovo ciclo. Una scelta delicata, considerando cosa accadde nel 2021, quando Red Bull e Mercedes sacrificarono gran parte del loro sviluppo per contendersi un titolo leggendario (citofonare Masi).

Il 2025 sarà una stagione ricca di storie da seguire. Adrian Newey si metterà al lavoro per riportare Aston Martin al vertice, Fernando Alonso continuerà a inseguire un sogno che sembra irraggiungibile, e Lewis Hamilton in Ferrari vorrà dire la sua. Ma gli occhi saranno puntati su Lando Norris e Charles Leclerc, due talenti chiamati a compiere il definitivo salto di qualità. Norris, dopo aver chiuso l’anno con una vittoria, deve trovare quella “cazzimma” necessaria per puntare al titolo. Leclerc, invece, ha finalmente una Ferrari competitiva sotto le mani, ma deve dimostrare di saper trasformare il potenziale in risultati concreti per non restare uno dei tanti “what if” della storia della F1.

Ivan Cabiddu