Zverev e l’ordine ristabilito

Era l’unico in grado di salvare gli Internazionali d’Italia dal piattume verso il quale stavano scivolando o meglio…stavano per. Perché a salvare la baracca, capre e cavoli, fate voi, ci ha pensato Alexander Zverev battendo in finale l’ultimo della batteria dei miracolati, arrivati con merito alle fasi finali del torneo, ma sui quali nessuno avrebbe scommesso un euro ad inizio torneo. Parliamo, per essere chiari, di Paul, Jarry e Tabilo, bravi giocatori, per carità…ma da qui a pronosticarli semifinalisti ce ne vuole.

E per fortuna nostra e del torneo, Sasha ha deciso di non seguire le orme dei suoi più o meno titolati colleghi, ma di sicuro con quarti di nobiltà maggiori rispetto alla classe operaia che, ha provato ad andare in paradiso, per poi arrendersi di fronte all’evidenza che un 1000 resta pur sempre un 1000; per vincerlo a volte serve anche qualcosa di più della settimana (o dieci giorni) perfetti. Tsitsipas, Rublev, Zverev con l’intermezzo di Ruud a Barcellona, sono lì a dimostrare che è sì bello variare, ma che poi alla fine vincono i più forti. Sulla carta e non.

Adesso un lungo grande respiro fino al Roland Garros, torneo in cui Zverev ha lasciato un conto aperto, quasi due anni fa e mai più chiuso. Il saldo è sicuramente positivo e pende dalla parte del tedesco che sullo Chatrier ha lasciato una caviglia e probabilmente un pezzo di Slam, l’unica cosa che gli manca. Ecco, quei quarti di nobiltà vanno comunque alimentati e probabilmente i 1000 non bastano più. Nemmeno a lui.

Carlo Galati @thecharlesgram

R…Iga dritto

Credits FOTO FITP

Domina Iga. Ancora una volta vincitrice in quello che è ad oggi il confronto, il testa a testa, che entusiasma e ravviva l’interesse verso il tanto, alle volte sommariamente, bistrattato tennis femminile. E così, dopo Madrid, è Roma ad essere palcoscenico della sfida tra Swiatek e Sabalenka. Finale non bella come quella in terra spagnola, ma che comunque ha segnato un ulteriore punto di continuità in questa rivalità.

Una rivalità tennistica che si basa fondamentalmente su due modi di giocare e di intendere il tennis lontani, ma che trovano il punto in comune nella costante ricerca del vincente, in due modi diversi: lavorato, calcolato e studiato quello polacco, costantemente in accelerazione invece il tennis della bielorussa. Un tennis esigente che a Roma ha presentato un prezzo alto, forse più del dovuto: la convivenza con un fastidio alla schiena che l’ha evidentemente condizionata per tutta la durata del torneo non permettendole di esprimersi nell’inseguire la bellezza della potenza. Un concetto, astruso per i più ma che Aryna ha dimostrato poter convivere.

Il resto però è storia. Una storia che racconta del terzo successo romano della numero uno al mondo, che aggiunge un trofeo ulteriore alla sua bacheca già ricca, e che guarda a Parigi con la stessa voglia di tris. Una voglia matta di dimostrare, ancora una volta, di essere lei la giocatrice da battere sulla terra rossa. E probabilmente, non soltanto lì.

Carlo Galati @thecharlesgram

Roma e quel confine da non superare

Un tardo pomeriggio romano, uno di quelli che regalano luci, colori e racconti di una primavera che forse è arrivata troppo tardi ma che è già esplosa in tutto il suo vigore, con buona pace di chi ne soffre gli effetti collaterali. In buona sostanza le condizioni ideali per un torneo da giocare sulla terra, nulla di più e nulla di meno del terreno ideale di chi cerca in questa superficie l’assioma che lega terra rossa alla battaglia pseudo cruenta, colorata com’è da quel rosso che resta addosso. Il contesto aiuta, purché non si superi quel limite che rappresenta il confine netto tra il tifo e la maleducazione. Quel limite è stato superato.

E’ successo durante tutto il match tra Korda e uno degli idoli di casa, Flavio Cobolli, il più romano tra gli italiani, con tutto ciò che ne consegue. Che cosa? Di sicuro il giovane tennista di casa è il riferimento di giovani non educandi, e probabilmente non educati, che ha affollato le tribune della Grand Stand Arena. In campo vanno dei professionisti dello sport, sulle tribune in questo caso una piccola parte di disturbatori professionisti. Obiettivo? L’avversario di Cobolli, Korda. Insultato, disturbato, deriso, per quasi l’intera totalità del match da piccoli uomini che vorrebbero così dimostrare di essere maturi. Senza riuscirci. A vincere infatti è l’americano che dopo la vittoria, concede loro una dedica amorevole. Urlano, si agitano al limite della rissa. E’ solo teatro, di bassissimo livello che avremmo voluto evitare di vedere, da parte di persone che col tennis non hanno nulla a che fare e che starebbero meglio in altri contesti, forse più calcistici.

E sarebbe bene anche ricordarlo al giovane Flavio, ancora in tempo dal riprendersi da questa sua deriva calcistica nel modo di stare in campo, nel modo di festeggiare, vincere o perdere. Un tennista è ben altro, così come i suoi tifosi. E’ giusto ricordarlo per evitare che si ripetano. Certe cose vanno bloccate sul nascere perché questi episodi di violenza (verbale) non si ripetano in un contesto come quello romano che sa regalare al tennis ben altro. E’ tempo di maturare.

Carlo Galati (@thecharlesgram)

Pogačar e quel ricordo di Pantani

Il ciclismo è qualcosa che torna, prima o poi, con diversi interpreti, negli stessi luoghi. Una delle più grandi imprese nella storia del ciclismo, 25 anni dopo l’ultima volta e sulla stessa salita. Il Giro d’Italia regala emozioni che si intrecciano con il tempo: ieri Pantani, oggi Pogacar, sulla salita di Oropa. Tadej Pogacar ha vinto, senza stravincere, sullo storico arrivo al Santuario ed è la nuova maglia rosa. L’attacco ai 4,5 km dall’arrivo, dopo un forcing di squadra. E’ sembrato di tornare indietro di un quarto di secolo, al famoso salto di catena di Marco Pantani a 8 km da questo arrivo pieno di fascino ed eternato dalla straordinaria rimonta del Pirata, allora, una caduta di Pogačar oggi.

I numeri ci aiutano: 17:31 per scalare gli ultimi 6,7 km di salita, quelli più duri che iniziano quando si lascia la SP144 verso Favaro. Più veloce di tutti, tranne che del Marco Pantani del 1999, che secondo climbingrecords impiegò 17:04. Non che ce ne fosse bisogno, ma il tempo di Pogačar a Oropa ci ricorda ancora una volta quanto grande fosse il Pirata in salita.

Dal ’99 ad oggi è cambiato tutto. Il limite del 50% di ematocrito è stato sostituito dal passaporto biologico. Alimentazione, allenamento, mezzi tecnici si sono evoluti in modo inimmaginabile. Senza dimenticare che nel ’99 Oropa fu scalata all’inizio della terza settimana, mentre quest’anno i corridori l’hanno affrontata alla seconda tappa, dunque più freschi. E poi c’è una grande cosa che accomuna entrambi: i tifosi erano lì per Marco, sono qui per Tadej, corridore che non deve riempire nessun vuoto, incolmabile, ma che sta facendo innamorare per il suo modo di essere campione. Con tutte le similitudini del caso.

Carlo Galati @thecharlesgram

¡Que viva WTA, que Viva Iga!

Una rivincita in pieno stile, come si addice a quelle situazioni in cui, bistrattato da tutti, deriso e quasi messo all’angolo, alla fine è il tennis femminile a salvare l’edizione 2024 del Mutua Madrid Open. Con buona pace dei maschietti, più alle prese con i malanni fisici, cercando di capire come e quando saranno in grado di tornare in campo (com’era quella storia del sesso forte?!), che a rendere omaggio ad un torneo, dove i primi quattro giocatori al mondo sono messi all’angolo dall’età o, appunto, da acciacchi vari. La fortuna per il pubblico spagnolo è stata quella di aver avuto la possibilità di vedere i due loro beniamini in campo. A Roma, il più atteso non ci sarà. Amen. 

Il tennis femminile, dicevamo. Per fortuna che c’è, aggiungiamo. La finale tra Sabalenka e Swiatek, decisa al tie break, dopo oltre tre ore di partita, è stata la miglior partita del circuito femminile (so far) e una delle più belle dell’anno in generale. Una partita intensa, giocata a ritmi altissimi e caratterizzata dalla forza mentale, peculiarità predominante di due giocatrici che dimostrano il perché siedono al numero 1 e numero 2 al mondo. Con semplici e oseremo dire quasi definitive parole, la miglior partita possibile. Una finale che ha rimarcato come, ad altissimi livelli, il prodotto tennis femminile non abbia nulla da invidiare ai colleghi maschietti. 

Ha vinto, con merito Iga, numero 1 al mondo che dopo Doha e Indian Wells, fa suo il terzo 1000 della stagione e il nono in carriera. Non male per una neanche 23enne che certifica ancora una volta, davanti agli occhi di tutte le sue avversarie, perché sia la numero 1 e perché non sia facilmente contendibile. Un motivo su tutti: non è stata la sua versione migliore, ma commesso forse più errori rispetto a quelli a cui ci ha abituato ma ha giocato e vinto con vigore, forza e ritmo. Un ritmo che Sabalenka, a differenza dello scorso anno, non ha saputo reggere, soprattutto nei momenti importanti, nei tre match point annullati dalla polacca che alza al cielo di Madrid il (brutto) trofeo. Il torneo ringrazia per il match e anche noi.  

Carlo Galati @thecharlesgram

Il ritorno di Jacobs, pronto a stupire di nuovo

Sono passati 230 giorni da quando Marcell Jacobs, ha corso la sua ultima gara a Zagabria. Una gara che segno sul cronometro ufficiale il tempo di 10’’08 sui 100 metri piani outdoor. Poi il silenzio. Tutti a domandarsi se realmente il campione olimpico fosse degno di rappresentare il titolo che ha conquistato 2 anni prima in quella meravigliosa serata giapponese, una serata che vide l’Italia conquistare due ori a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, in due specialità diverse, velocità e salto. Quella sera Tamberi e Jacobs presero l’Italia e la misero in cima al monte della atletica mondiale. 

Da quel momento in poi, sembrava quasi che l’intero universo mondo fosse pronto a chiedersi se la falcata di quel ragazzo dal nome americaneggiante ma dal tricolore sul petto, fosse solo una chimera o invece destinata alla storia, seguendo il principio secondo il quale vincere è difficile, confermarsi lo è di più. Un titolo mondiale indoor sui 60 metri a Zagabria nel 2022 e il titolo europeo qualche mese più tardi a Monaco di Baviera sui 100 metri, sono lì a testimoniare che non fu vana gloria quella di Tokyo. Ma non era sufficiente. Con Jacobs c’è sempre stata la tendenza a dire, che sì ha dimostrato di essere il più forte ma…ma e ancora ma. Elenco lunghissimo, che spazia dalla presunta troppa voglia di apparire sui social alle stupide ombre di doping. Come direbbero gli anglosassoni, bullshit. 

In realtà, la storia dell’atletica e dello sport in generale è piena di campioni dai muscoli fragili, di atleti che ottengono l’accesso al paradiso salvo poi attraversare l’inferno degli infortuni. Da qui la decisione di cambiare tutti, allenatore, luogo di allenamento e di sparire dai riflettori. Concentrarsi sul recupero e riprendere in mano tutto per tornare a vincere. Non ha vinto a Jacksonville, 230 gg dopo Zagabria, ma ha corso in 10’’11, stesso tempo del vincitore ma secondo al fotofinish. Tanto basta per guardare verso gli europei di Roma prima e le olimpiadi di Parigi poi. E’ pronto a far tacere tutti ancora una volta; lui crede in se stesso, noi crediamo in lui. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Duplantis, il salto oltre il limite

Chi ha più o meno tra i 40 e i 50 anni, è cresciuto seguendo le gesta di un atleta, nato russo e cresciuto ucraino, che un centimetro alla volta, un salto alla volta ha spostato in avanti i limiti umani. Il suo nome è Sergej Bubka, ha vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi di Seul nel 1988 ed è stato campione del mondo per sei volte consecutive tra il 1983 e il 1997, passando con la sua asta sopra i confini della storia vincendo sia per l’Unione Sovietica che per l’Ucraina. Il suo record, per noi giovani ammiratori di quell’uomo volante era 6 metri e 15. Niente e nessuno sembrava potesse intaccarne l’aurea mitologica figlia dell’inarrivabilità. Concetti saldamente inattaccabili fino a quando non è atterrato un extraterrestre a riscrivere le regole del gioco: Armand Duplantis.

Questo ragazzo, nato da padre statunitense e da madre svedese, cresciuto in Louisiana è il più classico dei game changer, irrompendo con una straordinaria rapacità sopra il nido del mito posto ad un’altezza irraggiungibile per un essere umano diverso da Bubka. Ed invece, come spesso accade nella storia dello sport, “Mondo” (così è soprannominato Duplantis) ha iniziato a salire fino a 6 metri e 17, sentendo con la sua asta il favore di quel vento che spira solo verso i predestinati.

Poi in un susseguirsi di record, salto dopo salto, è arrivato fino a 6 metri e 24, l’ultima grande impresa, l’ultima grande misura di un campione assoluto che salta con la serenità di chi sa che, a 24 anni, c’è ancora tanta strada da percorrere, una strada lunga che porta verso l’alto, per spostare sempre di più quel limite. Un centimetro alla volta.

Carlo Galati (@thecharlesgram)

Stefanos III, principe a Monte-Carlo

Un vecchio adagio figlio della saggezza popolare, afferma che si torna sempre lì dove si è stati bene. Applicato al tennis vuol dire declinare su un luogo fisico la propria attitudine alla vittoria, relativamente a determinate latitudini, in maniera del tutto esclusiva. È quello che sta succedendo nella carriera di Stefanos Tsitsipas e del suo particolare rapporto con il Country Club di Monte-Carlo. Un rapporto che ha evidenti radici profonde ed un legame famigliare. Nel 1981 la madre, Julia Salnikova, vinse il torneo juniores, iscrivendo il proprio nome nel marmo monegasco; nel 2024 il figlio lo fa per la terza volta. Tre Master 1000 in carriera, tutti e tre sulla terra rossa del principato. Nell’era Open sono quattro giocatori prima di lui erano riusciti a vincere almeno tr volte il torneo: Rafael Nadal (11), Bjorn Borg (3), Thomas Muster (3) e Ilie Nastase (3). Tutti grandi specialisti della terra rossa; questo basta a darne la caratura.

Ed è stata una vittoria meritata, in un torneo che lo ha visto battere tutti top ten dai quarti di finale: Zverev prima, Sinner poi, Ruud in finale. Tre partite diverse, tre avversari con caratteristiche non sovrapponibili, tre vittorie di valore che riportano il greco nell’aurea della vittoria, restituendogli il giusto valore sportivo. Troppe le voci che lo avevano circondato colpevole solo di avere una relazione con una collega, rea (la relazione s’intenda…) di avergli rovinato la carriera. “Non sa più vincere”, “è distratto”, “è un sopravvalutato” dicevano. Sono stati tutti zittiti da una vittoria importante, in un contesto di tutto rispetto ed in un torneo vissuto da attore protagonista, non da comprimario vincente.

Tornerà in top 10, tornerà ad avere un ruolo importante nell’organigramma in via di rinnovamento del tennis mondiale, che necessita di punti saldi, di giocatori che garantiscano solidità, classe e tecnica. Giocatori che siano un punto di riferimento per chi segue, ama e gestisce questo sport che è chiamato a ritrovare nuovi equilibri, equilibri che vedranno protagonista un giocatore greco, principe di Monte-Carlo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Berrettini a sonagli

È commosso Matteo Berrettini dopo aver messo a segno l’ace che gli consente di conquistare l’ottavo titolo atp in carriera, per certi versi il più importante. Inutile star qui a spiegare il perché e il per come di un qualcosa talmente scontato, che potrebbe rasentare l’ovvietà concettuale. Però ci troviamo nel momento storico in cui anche quello che riteniamo ovvio vada spiegato, perché il tennis non è più solo un concetto legato ad una pseudo élite di appassionati, ma è mainstream e quindi… eccoci qui. Berrettini ha sfidato e battuto avversari temibili a Marrakesh ma quelli più temibili li ha affrontati in questi due lunghi anni; avversari che gli hanno dato del bollito, del finito, solo perché rapiti da una luce più brillante.

Tutti gli occhi del mondo tennistico guardano a Montecarlo, a quel torneo che sancisce ufficiosamente l’inizio della stagione su terra rossa. Un torneo che deve dare molto risposte, importante com’è nel percorso che porta verso il secondo Slam dell’anno prima e alle Olimpiadi poi; eppure dall’altra parte del Mediterraneo è arrivato l’eco di una prima di servizio devastante, di un giocatore solido che ha ritrovato la fiducia nei propri mezzi e la forma fisica per competere ai livelli a lui consoni: Matteo Berrettini ha iniziato la propria risalita verso la nobiltà tennistica.

È già numero 85 al mondo, ma soprattutto è di nuovo il giocatore che può mettere in difficoltà chiunque affronti, senza il fardello dei timori del passato. La stagione sulla terra è appena iniziata, sarà lunga, calda e faticosa ma sarà anche un toccasana verso quella piccola verde parentesi che tanto gli hanno dato. Un passo alla volta, come ha sempre dichiarato, ma consapevoli che le lacrime che ieri erano amarissime, oggi scorrono nel solco della felicità. La sua e la nostra.

Bentornato Matteo.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il Frecciarosso

L’errore sul 30-40, sotto 1-4 e dopo aver perso il primo set è l’emblema dell’andamento di un match che semplicemente non c’è stato. Manifesta superiorità per Jannik Sinner che battendo Grigor Dimitrov con un netto 6-3, 6-1 non solo vince il secondo Master 1000 della sua carriera, ma si issa al numero 2 del mondo. Primo italiano a riuscirci. Cosa dire di più? Cosa non abbiamo ancora detto o scritto?

Il livello raggiunto da Sinner è semplicemente inarrivabile, ad oggi, per chiunque; un mix letale di naturalezza e semplicità, disarmante per chiunque abbia il compito di giocarci, indipendentemente che dall’altra parte della rete ci sia il numero 3 del mondo o il numero 10. Quel numero diventa solo un dettaglio. Altri numeri invece non lo sono: 4 game concessi in finale, 3 in semifinale, entrambe le partite vinte in poco più di un’ora, senza apparente fatica. Senza capire come, due giocatori del livello di Medvedev e Dimitrov tornano negli spogliatoi semplicemente non accorgendosi di nulla. La locomotiva Sinner non fa fermate e va dritta all’arrivo.

Un arrivo che ad oggi significa vincere un master 1000, significa numero 2 del mondo ma che guarda ancora più avanti. L’avanti in questo momento è l’immediato futuro della terra rossa e di Montecarlo, che per lui è quasi casa, sportiva, ma pur sempre casa. Una semifinale da difendere ma soprattutto l’ardire di un pensiero stupendo, che ad oggi è sostanza ma che diventerà forma. La prossima fermata è già prenotata.

Carlo Galati @thecharlesgram