RoMagica Jas

Credit: @Francesca Micheli

Undici anni fa. Oggi come allora, è lotta che sembra impari: tra il coraggio e la forza, tra la voglia di stupire tutti e la concreta realtà di ciò che, alla fine, sembra più grande di tutto, anche della forza di volontà.
Quella volta, sul Centrale del Foro Italico, Sara Errani provò a sfidare Serena Williams. In palio, la vittoria agli Internazionali d’Italia. In quel pomeriggio di maggio del 2014, l’aria era calda, resa bollente dall’attesa di un match che, alla fine, non ci fu: troppo ampio il divario in campo, divenuto ancora più netto nel punteggio, che suonava come una sentenza: 6-3, 6-0.
Oggi come allora, la premessa era la stessa. Stesso posto, ma simili nell’attitudine di un coraggio, premessa fondamentale per permettere a Jasmine Paolini di sovvertire quello che sembrerebbe il destino di una tennista non fatta per combattere i giganti. Ma che invece lo fa. Battendoli.
Ha vinto Jasmine: 6-4, 6-2, battendo in finale Coco Gauff. Anche lei americana, anche lei possente, forte e fantasticamente libera di poter colpire come e quando vuole, se in giornata.
Il destino, però, aveva altri programmi per la storia che vogliamo raccontare. È la storia di una giocatrice che ha ritrovato il suo tennis dopo un periodo in cui i fantasmi della conferma, dopo un anno meraviglioso, erano lì a girarle intorno alla testa, quasi volendo intaccare quella seria spensieratezza che, l’anno scorso, ne ha cambiato i connotati tennistici, trasformandola da buona giocatrice a campionessa.
Doha prima, poi le finali a Parigi e Londra, l’oro olimpico e tutti a chiedersi: fu vera gloria?
A Roma, la risposta: un anno fantastico e la sua riconferma. Perché, oltre gli Slam, vincere un 1000 è roba da giocatrici vere, da artiste della racchetta, da tenaci reggitrici dell’ordine tennistico.
Per di più a Roma, dove le aspettative, a volte, soffocano sogni di gloria. E dove vincere, da italiani, è privilegio di pochi. Le lacrime di Sara Errani, nell’angolo di Jas, sciolgono quel peso durato troppo tempo, e che anche lei ha contribuito a rimuovere dal selciato del tennis italiano.
Sono lacrime di gioia per tutti. Sono la certezza che vera gloria è stata. E ancora sarà.

Jannik Sinner e Tadej Pogacar: la generazione dei fenomeni gentili

C’è un’immagine che si sovrappone nello sguardo di chi conosce lo sport e ne riconosce i padroni: è l’immagine netta di un dominio naturale che attraversa epoche diverse fino ai giorni nostri, un dominio leale, alimentato dal fulgido splendore di una classe cristallina. 
Jannik Sinner, tennista, non gioca, danza. Il suo 6-0 6-1 a Casper Ruud non è soltanto un semplice risultato, è una poesia breve, tagliente, come certi haiku giapponesi dove l’essenziale è tutto, ragionando sull’essenza delle cose, utilizzando vivide immagini che hanno la forma, in questo caso, di una racchetta che fluttua nell’aria e una pallina che quell’aria la fende, sancendo uno squarcio invisibile che lascia però un segno. Quando colpisce la palla sembra volergli bene, mentre la punisce. Sul campo e sui suoi avversari. Si muove come se fosse leggero di pensieri, eppure ogni colpo affonda, preciso, implacabile. 

Ed è in questi momenti che la mente di un amante dello sport inizia a viaggiare, senza andare troppo lontano; lì, tra lo stupor mundi riconosciuto dal pubblico romano e i mulinelli d’aria mista a terra rossa, che si alzano dai campi, viene spontaneo pensare a un altro artista della fatica: Tadej Pogacar. Anche lui ha il volto pulito e lo sguardo di chi non mente. Anche lui non sorride per vanità, ma per intima allegria. È il ciclismo che torna poesia attraverso il suo passo, quando sulle salite spezza il tempo e lo riscrive a suo modo, come fanno i predestinati. 
Sinner e Pogacar, diversissimi e identici. Il primo ha il corpo teso e longilineo di chi ha imparato a fendere l’aria, l’altro ha muscoli corti, compatti, che si sprigionano come molle nelle tappe di montagna o semplicemente c’è da fare la differenza su un pezzo di storia del ciclismo duro e impervio come la Redoute, la salita più leggendaria della Liegi-Bastogne-Liegi: lunga 1,7 chilometri, ha una pendenza media del 9,5% ed una pendenza massima del 20%. L’ha affrontata e battuta con la facilità con la quale si cambia una marcia sulla bicicletta: lui, stavolta, ha cambiato marcia al ciclismo.

Hanno la stessa luce negli occhi: quella di chi conosce il proprio dono e non lo spreca. Non lo ostenta. Lo onora. Sinner annienta Ruud senza un gesto fuori posto. Non cerca il punto spettacolare, ma quello perfetto. Eppure, in quella perfezione c’è poesia, come in Pogacar, che non ha bisogno di guardarsi indietrolui attacca e sa già che nessuno lo seguirà. È come se salisse da solo, come se il mondo fosse un teatro dove lui recita la parte del dominatore gentile. C’è qualcosa di antico e di nuovo, insieme com’è l’anima del ciclismo, lo sport che più ha i connotati del romanticismo applicato alla fatica.
C’è una parola che ritorna, quando si guardano i due: leggerezza. Non la leggerezza superficiale, ma quella profonda di chi sa. Sinner non mostra mai il tormento del campione che ha paura di perdere. Non ce l’ha, almeno per ora. Gioca con la stessa calma di una passeggiata nel bosco, con il silenzio dentro. Pogacar, quando scatta, lo fa con la naturalezza con cui si beve un sorso d’acqua. Un silenzioso rumore, uno strappo feroce. La forza vera è quella che non si vanta.

Eppure non sono miti, sono feroci, ma la loro è una ferocia educata, sobria, che non ha bisogno di urla. È un dominio che non umilia, ma incanta, che ti toglie ogni speranza, ma con dolcezza.
Guardarli è come ascoltare una sonata, non c’è bisogno di capire ogni nota per commuoversi. Lo sa il pubblico che li guarda e la gente che li supporta: non vincono da sbruffoni, non cercano di dimostrare in maniera arrogante quello che sono, lo sanno già. Quando Sinner incrocia il dritto e va a rete, è come se risolvesse un’equazione con un gesto solo. Quando Pogacar si alza sui pedali e allunga, il mondo resta immobile per qualche secondo. Non si tratta solo di sport, si tratta di bellezza, di quell’incanto raro che ogni tanto, per fortuna, lo sport ci concede. Non vinceranno sempre, non lo faranno per sempre: nessuno lo ha mai fatto. E sta qui la loro grandezza: lo sport è sempre stato più grande di ogni suo protagonista, è sempre sopravvissuto ai cambiamenti e sempre lo farà. Loro due non rappresentano un’eccezione, ma la conferma della regola: lo sport andrà avanti anche senza di loro, ma saranno sempre lì a tenere il punto di partenza di una nuova generazione di fenomeni che ha alzato il muro del talento che si fa dominio, di una giovinezza che non ha bisogno di dimostrare nulla perché ha già detto tutto, e noi, spettatori fortunati, possiamo solo restare lì, a guardarli. Come si guarda una stella cadente: sapendo che durerà poco, ma che sarà impossibile dimenticare, perché il suo passaggio rappresenta l’espressione del vorrei che diventa posso. Anzi, possono.

Carlo Galati

Musetti e il tennis dalla lingua antica

Credit: Francesca Michieli

A Roma, quando l’aria si fa pesante e il cielo trattiene il fiato, il tennis prende un altro suono. Non è solo sport, è qualcosa che somiglia a un rito collettivo. Al Foro Italico, Lorenzo Musetti non corre: cammina in punta di piedi. Come uno che sa di dover maneggiare il proprio talento con cura. Non è fretta quella che ha, è precisione.

Contro Zverev, numero 2 del mondo, ha fatto quello che pochi osano fare: ha giocato il proprio tennis, non quello che serve a vincere in teoria, ma quello che lo rappresenta. Con i suoi ghirigori, i suoi silenzi, i suoi cambi di ritmo. Non si è inventato nulla: ha solo avuto il coraggio di essere sé stesso. E in un’epoca dove tutto deve correre, colpire, spingere, lui si è fermato un attimo. Ha pensato. Poi ha accarezzato la palla con il rovescio come si accarezza un ricordo.

Il primo set era andato. Zverev 6-5, 40-0. Game, set, forse partita. E invece no. Ci sono cose che non si insegnano, nemmeno nei centri federali. Come restare dentro anche quando tutti ti danno per spacciato. Musetti ha tirato fuori tre risposte, tre idee, poi ha preso il tie-break e non l’ha più restituito.

Non era il miglior Zverev, va detto. Ma non era nemmeno il solito Musetti, quello che ogni tanto si perde tra le nuvole. Questo ha tenuto, ha lottato, ha sorriso solo dopo. Un Musetti più uomo che prodigio. E questo, forse, vale più di una semifinale.

Che poi è la terza in stagione in un Masters 1000. Numeri che cominciano a fare rumore anche tra chi l’aveva già archiviato sotto la voce “promesse”. E ora un’altra sfida con Alcaraz, una di quelle che ti sporcano le mani e ti lucidano il cuore.

Non serve Harry Potter, né bacchette magiche. Serve solo quel rovescio lì, che somiglia a un gesto d’arte. E un po’ di silenzio attorno, per ascoltarlo meglio.

Carlo Galati

Hubert Hurkacz, il discreto silenzio di un violino tornato a suonare

Credit: @Francesca Michieli

Non è il favorito del pubblico. Non è l’uomo copertina. Non è neppure quello che si riconosce al primo sguardo, se lo incontri fuori dal campo. Hubert Hurkacz, detto Hubi, si confonde. Ha il passo lungo, il viso quieto, la voce acuta. Se fosse uno strumento sarebbe un vecchio violino, uno di quelli che risuonano con classe, ma alle volte danno un acuto silenzio.
Eppure, dentro quel silenzio, cova qualcosa, qualcosa che a Roma si è visto, perché a volte, per tornare a respirare, basta un tie-break vinto. O due. A patto che l’avversario non sia uno qualunque, ma un ragazzino con le molle nei polpacci, Jakub Mensik, classe 2005, 1 metro e 93, faccia da scolaro timido con racchetta assassina, di quelli che fanno rumore, ma ancora senza farlo apposta.
E allora serve testa e serve tempo. Serve la migliore versione di Hubi Hurkacz. Il risultato, nudo e crudo, è 7-6(5), 4-6, 7-6(5), con due ore e cinquantanove minuti sotto il sole e le nuvole di maggio romano. La Super Tennis arena piena, ma non urlante, perché Hurkacz non chiama al boato. Chiama, semmai, all’attenzione ad uno sguardo più profondo.

Perché Hubert Hurkacz, 28enne polacco, non è più una promessa. È uno che ha già fatto vedere il suo picco: il Masters 1000 di Miami vinto nel 2021, Halle nel 2022, il titolo a Shanghai nel 2023. Uno che, quando serve bene, e quasi sempre serve bene, fa sembrare che il tennis sia facile, eppure, da ottobre in poi, qualcosa si è inceppato.
Una serie di risultati che hanno fatto perdere il ritmo e forse anche un po’ di fiducia: Cincinnati e Montreal le ultime volte in un quarto di finale di un Masters 1000. Era il 2024, ancora estate. Poi l’inverno, non solo climatico. Da Melbourne a Madrid, passando per Indian Wells, Hurkacz ha lasciato per strada più dubbi che certezze. Troppi errori, troppa fretta. E nel tennis di oggi, la fretta è l’anticamera della fine.

A Roma, invece, è sembrato voler fare un passo indietro. O meglio: di lato. Ha tolto un po’ di potenza, ha aggiunto pazienza; ha atteso. Ha servito come sa: 19 gli ace con Mensik, ma soprattutto, ha stretto i denti quando serviva. I due tie-break lo raccontano: pochi errori, un paio di colpi da campione, una compostezza quasi scultorea.
Ecco, Hurkacz ha qualcosa di marmoreo, come le statue che circondano con discrezione il Foro Italico: come loro non è freddo, è composto, il che, in uno sport dove le espressioni contano (e vendono), è quasi un gesto rivoluzionario. Non urla, non rompe racchette, non cerca la telecamera, cerca, semmai, il suo equilibrio che a Roma sembra avere ritrovato. Magari, non tutto, certo, ma abbastanza per tornare a sorridere senza forzarsi.
I quarti di finale al Foro sono l’ultimo tassello mancante di una collezione, quella dei nove Master 1000. Un risultato che dice tanto e poco, come tutte le collezioni, serve più alla memoria che all’ambizione, ma a trent’anni meno due, fa bene ricordarsi di cosa si è capaci.

Il campo, nella partita contro Mensik, è stato il teatro di un dialogo fra generazioni. Da una parte l’esperienza silenziosa di Hurkacz, dall’altra la fame esplosiva di Mensik, che a 18 anni ha già messo in fila nomi pesanti. Il ceco corre, picchia, rischia, ma paga l’inesperienza. Hurkacz invece non ha accelerazioni violente, ma manovre pazienti. È come uno scacchista con il rovescio, che aspetta la mossa sbagliata dell’avversario.
E poi c’è il pubblico romano, che si accorge un po’ alla volta di star assistendo a una partita vera, combattuta, forse più bella di altre piene di effetti speciali. Ci sono i silenzi, i punti lunghi, la tensione che si taglia col coltello. E alla fine, quando Hurkacz chiude con un ace centrale, c’è un applauso pieno. Non esplosivo, ma sincero. Come lui.

Cosa aspettarsi adesso? Dipende da quanto durerà questa quiete ritrovata. Perché Hurkacz non è uno da exploit estemporanei. Quando gioca bene, lo fa per settimane. Ma quando si incarta, ci mette tempo a uscirne. Roma, in questo, può essere il bivio. I quarti di finale lo metteranno davanti a un altro esame, forse più duro, ma già averci messo piede è un risultato.
In un mondo che corre, dove i giovani arrivano e spingono, Hurkacz è un promemoria. Non tutto deve essere rumore, non tutto deve essere velocità. C’è ancora spazio, nel tennis, per chi cerca l’armonia più che l’urlo, per chi non è nato per il palcoscenico, ma lo occupa con dignità, e magari, ogni tanto, con un ace di quelli che non si vedono neppure partire.

Carlo Galati

Ruud, il sussurro che diventa ruggito sulla terra di Madrid

Casper Ruud vince il Masters 1000 di Madrid, la sua prima volta, il suo titolo più importante. Battuto Jack Draper in finale, con l’intelligenza più che con la potenza, con la pazienza più che con la fretta. È la vittoria di un ragazzo norvegese che ha saputo portare sul campo da tennis qualcosa che da quelle parti si vede spesso: la compostezza, quella vera, non la freddezza di cartapesta, e una forza d’animo silenziosa, ma continua. Come le onde nei fiordi.
Ruud non ha mai avuto il braccio più veloce del circuito, e nemmeno il rovescio più scintillante. Ma ha avuto, e ha tuttora, il cuore per restare lì, quando serve. Sulla terra rossa, poi, il suo tennis si allunga, si distende. Sembra respirare meglio. Gli altri arrancano, lui no. Ha fatto tre finali Slam, due di queste al Roland Garros, ha vinto a Barcellona, ha sempre giocato bene dove si scivola e si fatica. Madrid non fa eccezione. Semmai, è il coronamento di un percorso lineare e pulito, senza scorciatoie.

Contro Draper, inglese dai muscoli e dal servizio pesante, Ruud ha fatto quello che sa fare meglio: aspettare, trovare il momento, non inseguire la gloria ma costruirla un punto alla volta. Non si è mai disunito, neanche nei momenti di difficoltà, quando sembrava aver smarrito il suo tennis e con esso il suo posto tra i grandi. È uscito dalla top 10 senza fare drammi. Non ha cercato colpevoli, ha cercato soluzioni. Si è affidato anche a uno psicologo, per rimettere ordine dentro prima che fuori. E lentamente, punto su punto, settimana dopo settimana, è tornato a essere se stesso.
Domani rientrerà in top 10. Ma è più di una classifica: è un riconoscimento alla coerenza, alla serietà, al lavoro. C’è qualcosa di educativo nella sua vittoria. Di rassicurante. Non tutto deve essere rumoroso per lasciare il segno. La sua è una lezione di misura, di costanza, di fatica silenziosa. Ruud non alza mai la voce, ma si fa ascoltare. Non cerca la copertina, ma finisce col meritarsela. È autentico, anche quando fatica, anche quando trionfa.

Carlo Galati

Aryna, Reyna de Madrid

Una finale non brutta, non bellissima. Di quelle che si ricordano più per i momenti che per il punteggio: 6-3 7-6 per Aryna Sabalenka, che si prende per la terza volta Madrid, torneo che sembra averci preso gusto a vincere; ma più che il punteggio restano gli attimi: un doppio fallo che chiude, uno sguardo che si accende, una racchetta persa in corsa. Due righe di punteggio che però raccontano poco, quasi niente. Per capirci qualcosa bisognava guardarle in volto, più che nel gioco. Aryna, occhi da tigre addomesticata, ha quel modo di camminare in campo che non è elegante, ma deciso. Gauff, invece, porta ancora addosso l’adolescenza, quella fatta di colpi che sanno tutto e colpi che non sanno niente.

Il primo set è stato una questione d’inerzia. Un break qua, un controbreak là. Sabalenka si è messa subito davanti, 4-1, come una che ha fretta di arrivare a casa. Ma Gauff, che ha vent’anni e un cuore grosso così, ha accorciato le distanze, aiutata più dai nervi bielorussi che da una reale sterzata. Poi, sul 5-3, Aryna ha fatto quel che fanno i veterani: ha alzato il tono della voce, ha spinto una risposta profonda e ha chiuso senza troppi complimenti.
Gauff, che sulla terra è ancora un’opera incompiuta, ci ha provato davvero. Corre, combatte, si contorce, ma il rovescio è ancora un pensiero da risolvere. E sulla terra, lo diceva anche Vilas, non si scappa: o costruisci o muori rincorrendo.

Nel secondo set Coco è sbocciata tardi, ma con grazia. Un set point per Gauff, che avrebbe riaperto tutto. Ma il tennis è balordo, si sa, e la palla si è fermata sul nastro. Di colpo, la magia è evaporata. Aryna ha rimesso ordine, ha servito come una condanna e ha trovato il tie-break. Lì, nessuna esitazione: un rovescio stretto per il 3-0, e poi la consueta smorfia, quella che dice “è fatta”. La partita è finita su un doppio fallo. Sabalenka Madrid l’ha fatta sua per la terza volta. C’è qualcosa in questo torneo che le somiglia: rumoroso, estremo, a volte incostante, ma sempre autentico. Gauff ha mostrato lampi di quello che sarà. Ha vinto chi sa stare nel momento, chi ha imparato a non farsi travolgere dalle proprie ombre.

@thecharlesgram

La nona meraviglia di Pogacar

E sono nove. Nove Monumento per Tadej Pogačar, sloveno di Komenda, terra di boschi e biciclette. Ventisei anni e già nella storia: come Girardengo, come Coppi, come Sean Kelly. L’ultimo a riuscirci, l’irlandese, nel 1992. Poi il vuoto, fino a questo ragazzo che sorride poco e vince tanto.

Alla Liegi-Bastogne-Liegi ha scelto il momento che gli è più caro: la Redoute, 34,8 chilometri dall’arrivo. Uno scatto, uno solo. Gli altri, dietro, a guardare e a faticare. Il tempo di voltarsi ed era già sparito, inghiottito dalla leggenda. Terza Liegi in quattro anni, davanti a lui restano solo De Vlaeminck (11 Monumento) e Merckx (19). Due nomi, un obiettivo, chissà. Remco Evenepoel? Sconfitto. Non ha nemmeno visto il lampo sloveno, chiudendo lontano, a oltre tre minuti. Non era giornata per lui.

Ma la copertina non è solo di Pogačar. A prendersi applausi veri è Giulio Ciccone, secondo a 1’01”. Una corsa generosa, mai fuori misura. Non ha seguito l’attacco di Tadej, ha scelto di correre con intelligenza, cuore e gambe. E sul traguardo ha bruciato Ben Healy, conquistando un podio che all’Italia mancava dal 2019, con Formolo. Per Ciccone è un altro passo avanti. Dopo il terzo posto al Lombardia, oggi il secondo a Liegi. Il Giro d’Italia, ormai alle porte, può davvero essere la sua terra promessa.

Intanto Pogačar aggiorna il suo palmarès: 95 successi, tra cui il Mondiale 2024, due Fiandre, tre Liegi, quattro Lombardia, tre Tour e un Giro. Quest’anno, in ogni corsa una firma: primo all’UAE Tour, primo alle Strade Bianche, terzo alla Sanremo, primo al Fiandre, secondo alla Roubaix e all’Amstel, primo alla Freccia, primo alla Liegi. Sempre sul podio, come i grandi di un tempo. E la doppietta Fiandre-Liegi nello stesso anno? Solo Merckx, nel ’69 e ’75, l’aveva firmata. Ora anche Pogačar. Chapeau.
Ma oggi, sotto il cielo grigio delle Ardenne, chi ha amato davvero la corsa ha applaudito forte anche Giulio Ciccone. Perché il ciclismo, quello vero, sa riconoscere chi ha il coraggio di non arrendersi.

Carlo Galati

Papa Francesco e lo sport, l’ultimo dribbling

Se n’è andato oggi Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, argentino fino all’osso e vescovo del mondo per chiamata divina. Un Papa che, pur vestendo bianco, ha sempre avuto il cuore nei colori popolari, quelli del San Lorenzo, squadra del barrio e della fede, dei sogni che rotolano su un campo da calcio, come pane e Vangelo. Con lui, lo sport non è mai stato una distrazione. Era qualcosa di più serio, qualcosa che parlava d’uomo. Francesco lo ha detto spesso, in molte lingue e senza bisogno di traduttori: lo sport è scuola di vita, è palestra del cuore, è allenamento alla lealtà. E non lo diceva da spettatore distratto: lo diceva da uomo che conosceva la polvere dei campi, l’odore del sudore, la fatica dell’allenamento. 

Aveva questa idea, Francesco, che il campo da gioco fosse un’estensione del pulpito. Che un gol, un canestro, valessero quanto una predica ben fatta. Perché lo sport insegna, come il Vangelo, a rialzarsi dopo una caduta, a giocare per gli altri, non contro. Amava il calcio, certo, ma non era cieco al resto. Il rugby lo definiva “metafora perfetta della Chiesa: si avanza solo se si sta uniti”. La boxe, “coraggio e disciplina”. Il ciclismo, “sacrificio in salita e gioia nella discesa”. Una volta disse che ammirava il portiere, perché è l’unico che può salvare. Anche lì, una pennellata evangelica in un gesto sportivo. C’è stato un Francesco che ha parlato agli sportivi durante le Olimpiadi, e uno che ha ascoltato storie di vite spezzate dallo sport-malato. E forse è questo che mancherà di più: la capacità di vedere nello sport qualcosa di più di un risultato, di vederci la possibilità di redenzione.

E mentre il mondo lo saluta con voce rotta e bandiere a mezz’asta, forse in qualche campetto polveroso di Buenos Aires un ragazzino con la maglia del San Lorenzo calcia un pallone come fosse una preghiera, perché glielo ha insegnato il Papa, che il vero gioco si fa con il cuore e per gli altri. E allora sì, buon viaggio Papa Francesco; che lassù ci sarà un campo dove si gioca per il gusto di farlo, dove il fischio finale non arriva mai.

X: @carlogalati

Alcaraz, il principe ha trovato casa

Montecarlo è il salotto buono del tennis europeo, quello dove la terra rossa bacia il mare, attraversati dai dolci sapori di una primavera che abbiamo assaporato in questa settimana, ma mai totalmente fatto nostra; un posto dove si vive in una costante sfida stilistica tra uomini e donne che non fanno altro che ricordati dove ti trovi, tra vestiti e accessori per molti neanche immaginabili, In mezzo a tanto charme, c’è anche il tennis. Quello vero. Sul campo che profuma di nobiltà e di Nadal, Carlos Alcaraz si prende tutto. Il titolo, l’applauso, e pure un bel pezzo di futuro.

Contro Lorenzo Musetti, uno che sa suonare la racchetta come una chitarra classica, il giovane murciano ha dovuto aspettare il secondo set per cambiare spartito. Il primo l’ha giocato meglio l’azzurro, con variazioni da manuale, colpi in controtempo e quella leggerezza d’animo che spesso dura quanto un soufflé. 6-3 per Musetti, che intanto faceva sognare gli italiani e scartare prosecco nei bar.

Poi, come succede nelle migliori delle storie narrative, arriva il capitolo della crescita. Alcaraz cambia marcia, anzi cambia motore. Accelera col dritto, azzanna col rovescio, alza la voce negli scambi lunghi. Il secondo set finisce 6-1: è l’anticamera della bandiera bianca per un Musetti dilaniato dai problemi fisici. Il terzo non è neppure una partita: 6-0, come a dire “grazie e arrivederci”. Musetti, stanco, con una gamba che fa cilecca e lo sguardo basso, resta in campo per onore. Che non è poco, ma non basta.

Alcaraz alza il trofeo sotto gli occhi del sole e dei tabloid, firma il suo primo Masters 1000 da queste parti e sale al secondo posto del ranking. Dietro solo a Sinner, che osservava da lontano, magari un po’ contrariato. Ma oggi c’era da applaudire Carlos, che entra nell’albo d’oro con i grandi di Spagna: Nadal, Ferrero, Moya. A 21 anni, con un tennis che pare più ispirazione che geometria.
Per Musetti resta il sapore amaro del quasi. Ma anche il profumo – intenso – di quello che potrebbe essere. Perché il tennis, a volte, sa anche aspettare.

Carlo Galati

A Muso duro

Quando perdi il primo set 6-1 in meno di mezz’ora contro uno come Tsitsipas, tre volte campione qui, di solito è già scritto come va a finire. Ma Lorenzo Musetti non ha letto quel copione. Oppure l’ha letto, gli è sembrato banale, e ha deciso di riscriverlo a modo suo. Con la pazienza di un artigiano e il coraggio di un ragazzo che sa che certi treni non passano due volte.

Ha vinto 1-6 6-3 6-4, ed è stata una vittoria che ha avuto dentro quasi tutto. Il tennis a momenti, la poesia in certi rovesci, il sudore sempre. E anche il rischio, perché quando prendi un’imbarcata così nel primo set non è che ti vengano solo pensieri positivi.

Tsitsipas aveva cominciato come se dovesse dare una lezione: spingeva, comandava, accorciava gli scambi. Lorenzo sembrava perso, fuori giri. Ma poi – succede raramente, ma succede – qualcosa ha girato. Non d’improvviso, ma come una corda che si tende piano. Ha tenuto un turno di servizio, poi un altro, poi ha cominciato a rispondere meglio. Più profondo, più pesante. Come se nel campo ci fosse un altro Musetti, uno che non voleva uscire in silenzio.

Nel secondo set ha preso un break e non l’ha più restituito. Tsitsipas ha iniziato a sbuffare, a guardare il padre più del necessario. In certi frangenti il greco è come quei campioni che sembrano invincibili finché non li tocchi nel punto debole: l’orgoglio. E Lorenzo, con quel suo tennis che pare leggero e invece pesa, glielo ha toccato più volte.

Il terzo set è stato battaglia. Equilibrio sottile, pochi punti di differenza. Ma si è avuto spesso l’impressione che l’inerzia fosse dalla parte del carrarino. Il break sul 3-3 è stato quello che decide, e da lì Musetti non ha più tremato. Ha chiuso con un rovescio lungo linea, come a dire: questo è il mio colpo, questa è la mia giornata.

Non sarà (ancora) un campione affermato, Musetti. Ma oggi ha battuto uno vero, su una terra nobile, con una rimonta da uomo. E questo non glielo toglie più nessuno.

Carlo Galati