Musetti e il tennis dalla lingua antica

Credit: Francesca Michieli

A Roma, quando l’aria si fa pesante e il cielo trattiene il fiato, il tennis prende un altro suono. Non è solo sport, è qualcosa che somiglia a un rito collettivo. Al Foro Italico, Lorenzo Musetti non corre: cammina in punta di piedi. Come uno che sa di dover maneggiare il proprio talento con cura. Non è fretta quella che ha, è precisione.

Contro Zverev, numero 2 del mondo, ha fatto quello che pochi osano fare: ha giocato il proprio tennis, non quello che serve a vincere in teoria, ma quello che lo rappresenta. Con i suoi ghirigori, i suoi silenzi, i suoi cambi di ritmo. Non si è inventato nulla: ha solo avuto il coraggio di essere sé stesso. E in un’epoca dove tutto deve correre, colpire, spingere, lui si è fermato un attimo. Ha pensato. Poi ha accarezzato la palla con il rovescio come si accarezza un ricordo.

Il primo set era andato. Zverev 6-5, 40-0. Game, set, forse partita. E invece no. Ci sono cose che non si insegnano, nemmeno nei centri federali. Come restare dentro anche quando tutti ti danno per spacciato. Musetti ha tirato fuori tre risposte, tre idee, poi ha preso il tie-break e non l’ha più restituito.

Non era il miglior Zverev, va detto. Ma non era nemmeno il solito Musetti, quello che ogni tanto si perde tra le nuvole. Questo ha tenuto, ha lottato, ha sorriso solo dopo. Un Musetti più uomo che prodigio. E questo, forse, vale più di una semifinale.

Che poi è la terza in stagione in un Masters 1000. Numeri che cominciano a fare rumore anche tra chi l’aveva già archiviato sotto la voce “promesse”. E ora un’altra sfida con Alcaraz, una di quelle che ti sporcano le mani e ti lucidano il cuore.

Non serve Harry Potter, né bacchette magiche. Serve solo quel rovescio lì, che somiglia a un gesto d’arte. E un po’ di silenzio attorno, per ascoltarlo meglio.

Carlo Galati

Hubert Hurkacz, il discreto silenzio di un violino tornato a suonare

Credit: @Francesca Michieli

Non è il favorito del pubblico. Non è l’uomo copertina. Non è neppure quello che si riconosce al primo sguardo, se lo incontri fuori dal campo. Hubert Hurkacz, detto Hubi, si confonde. Ha il passo lungo, il viso quieto, la voce acuta. Se fosse uno strumento sarebbe un vecchio violino, uno di quelli che risuonano con classe, ma alle volte danno un acuto silenzio.
Eppure, dentro quel silenzio, cova qualcosa, qualcosa che a Roma si è visto, perché a volte, per tornare a respirare, basta un tie-break vinto. O due. A patto che l’avversario non sia uno qualunque, ma un ragazzino con le molle nei polpacci, Jakub Mensik, classe 2005, 1 metro e 93, faccia da scolaro timido con racchetta assassina, di quelli che fanno rumore, ma ancora senza farlo apposta.
E allora serve testa e serve tempo. Serve la migliore versione di Hubi Hurkacz. Il risultato, nudo e crudo, è 7-6(5), 4-6, 7-6(5), con due ore e cinquantanove minuti sotto il sole e le nuvole di maggio romano. La Super Tennis arena piena, ma non urlante, perché Hurkacz non chiama al boato. Chiama, semmai, all’attenzione ad uno sguardo più profondo.

Perché Hubert Hurkacz, 28enne polacco, non è più una promessa. È uno che ha già fatto vedere il suo picco: il Masters 1000 di Miami vinto nel 2021, Halle nel 2022, il titolo a Shanghai nel 2023. Uno che, quando serve bene, e quasi sempre serve bene, fa sembrare che il tennis sia facile, eppure, da ottobre in poi, qualcosa si è inceppato.
Una serie di risultati che hanno fatto perdere il ritmo e forse anche un po’ di fiducia: Cincinnati e Montreal le ultime volte in un quarto di finale di un Masters 1000. Era il 2024, ancora estate. Poi l’inverno, non solo climatico. Da Melbourne a Madrid, passando per Indian Wells, Hurkacz ha lasciato per strada più dubbi che certezze. Troppi errori, troppa fretta. E nel tennis di oggi, la fretta è l’anticamera della fine.

A Roma, invece, è sembrato voler fare un passo indietro. O meglio: di lato. Ha tolto un po’ di potenza, ha aggiunto pazienza; ha atteso. Ha servito come sa: 19 gli ace con Mensik, ma soprattutto, ha stretto i denti quando serviva. I due tie-break lo raccontano: pochi errori, un paio di colpi da campione, una compostezza quasi scultorea.
Ecco, Hurkacz ha qualcosa di marmoreo, come le statue che circondano con discrezione il Foro Italico: come loro non è freddo, è composto, il che, in uno sport dove le espressioni contano (e vendono), è quasi un gesto rivoluzionario. Non urla, non rompe racchette, non cerca la telecamera, cerca, semmai, il suo equilibrio che a Roma sembra avere ritrovato. Magari, non tutto, certo, ma abbastanza per tornare a sorridere senza forzarsi.
I quarti di finale al Foro sono l’ultimo tassello mancante di una collezione, quella dei nove Master 1000. Un risultato che dice tanto e poco, come tutte le collezioni, serve più alla memoria che all’ambizione, ma a trent’anni meno due, fa bene ricordarsi di cosa si è capaci.

Il campo, nella partita contro Mensik, è stato il teatro di un dialogo fra generazioni. Da una parte l’esperienza silenziosa di Hurkacz, dall’altra la fame esplosiva di Mensik, che a 18 anni ha già messo in fila nomi pesanti. Il ceco corre, picchia, rischia, ma paga l’inesperienza. Hurkacz invece non ha accelerazioni violente, ma manovre pazienti. È come uno scacchista con il rovescio, che aspetta la mossa sbagliata dell’avversario.
E poi c’è il pubblico romano, che si accorge un po’ alla volta di star assistendo a una partita vera, combattuta, forse più bella di altre piene di effetti speciali. Ci sono i silenzi, i punti lunghi, la tensione che si taglia col coltello. E alla fine, quando Hurkacz chiude con un ace centrale, c’è un applauso pieno. Non esplosivo, ma sincero. Come lui.

Cosa aspettarsi adesso? Dipende da quanto durerà questa quiete ritrovata. Perché Hurkacz non è uno da exploit estemporanei. Quando gioca bene, lo fa per settimane. Ma quando si incarta, ci mette tempo a uscirne. Roma, in questo, può essere il bivio. I quarti di finale lo metteranno davanti a un altro esame, forse più duro, ma già averci messo piede è un risultato.
In un mondo che corre, dove i giovani arrivano e spingono, Hurkacz è un promemoria. Non tutto deve essere rumore, non tutto deve essere velocità. C’è ancora spazio, nel tennis, per chi cerca l’armonia più che l’urlo, per chi non è nato per il palcoscenico, ma lo occupa con dignità, e magari, ogni tanto, con un ace di quelli che non si vedono neppure partire.

Carlo Galati

Ruud, il sussurro che diventa ruggito sulla terra di Madrid

Casper Ruud vince il Masters 1000 di Madrid, la sua prima volta, il suo titolo più importante. Battuto Jack Draper in finale, con l’intelligenza più che con la potenza, con la pazienza più che con la fretta. È la vittoria di un ragazzo norvegese che ha saputo portare sul campo da tennis qualcosa che da quelle parti si vede spesso: la compostezza, quella vera, non la freddezza di cartapesta, e una forza d’animo silenziosa, ma continua. Come le onde nei fiordi.
Ruud non ha mai avuto il braccio più veloce del circuito, e nemmeno il rovescio più scintillante. Ma ha avuto, e ha tuttora, il cuore per restare lì, quando serve. Sulla terra rossa, poi, il suo tennis si allunga, si distende. Sembra respirare meglio. Gli altri arrancano, lui no. Ha fatto tre finali Slam, due di queste al Roland Garros, ha vinto a Barcellona, ha sempre giocato bene dove si scivola e si fatica. Madrid non fa eccezione. Semmai, è il coronamento di un percorso lineare e pulito, senza scorciatoie.

Contro Draper, inglese dai muscoli e dal servizio pesante, Ruud ha fatto quello che sa fare meglio: aspettare, trovare il momento, non inseguire la gloria ma costruirla un punto alla volta. Non si è mai disunito, neanche nei momenti di difficoltà, quando sembrava aver smarrito il suo tennis e con esso il suo posto tra i grandi. È uscito dalla top 10 senza fare drammi. Non ha cercato colpevoli, ha cercato soluzioni. Si è affidato anche a uno psicologo, per rimettere ordine dentro prima che fuori. E lentamente, punto su punto, settimana dopo settimana, è tornato a essere se stesso.
Domani rientrerà in top 10. Ma è più di una classifica: è un riconoscimento alla coerenza, alla serietà, al lavoro. C’è qualcosa di educativo nella sua vittoria. Di rassicurante. Non tutto deve essere rumoroso per lasciare il segno. La sua è una lezione di misura, di costanza, di fatica silenziosa. Ruud non alza mai la voce, ma si fa ascoltare. Non cerca la copertina, ma finisce col meritarsela. È autentico, anche quando fatica, anche quando trionfa.

Carlo Galati

Aryna, Reyna de Madrid

Una finale non brutta, non bellissima. Di quelle che si ricordano più per i momenti che per il punteggio: 6-3 7-6 per Aryna Sabalenka, che si prende per la terza volta Madrid, torneo che sembra averci preso gusto a vincere; ma più che il punteggio restano gli attimi: un doppio fallo che chiude, uno sguardo che si accende, una racchetta persa in corsa. Due righe di punteggio che però raccontano poco, quasi niente. Per capirci qualcosa bisognava guardarle in volto, più che nel gioco. Aryna, occhi da tigre addomesticata, ha quel modo di camminare in campo che non è elegante, ma deciso. Gauff, invece, porta ancora addosso l’adolescenza, quella fatta di colpi che sanno tutto e colpi che non sanno niente.

Il primo set è stato una questione d’inerzia. Un break qua, un controbreak là. Sabalenka si è messa subito davanti, 4-1, come una che ha fretta di arrivare a casa. Ma Gauff, che ha vent’anni e un cuore grosso così, ha accorciato le distanze, aiutata più dai nervi bielorussi che da una reale sterzata. Poi, sul 5-3, Aryna ha fatto quel che fanno i veterani: ha alzato il tono della voce, ha spinto una risposta profonda e ha chiuso senza troppi complimenti.
Gauff, che sulla terra è ancora un’opera incompiuta, ci ha provato davvero. Corre, combatte, si contorce, ma il rovescio è ancora un pensiero da risolvere. E sulla terra, lo diceva anche Vilas, non si scappa: o costruisci o muori rincorrendo.

Nel secondo set Coco è sbocciata tardi, ma con grazia. Un set point per Gauff, che avrebbe riaperto tutto. Ma il tennis è balordo, si sa, e la palla si è fermata sul nastro. Di colpo, la magia è evaporata. Aryna ha rimesso ordine, ha servito come una condanna e ha trovato il tie-break. Lì, nessuna esitazione: un rovescio stretto per il 3-0, e poi la consueta smorfia, quella che dice “è fatta”. La partita è finita su un doppio fallo. Sabalenka Madrid l’ha fatta sua per la terza volta. C’è qualcosa in questo torneo che le somiglia: rumoroso, estremo, a volte incostante, ma sempre autentico. Gauff ha mostrato lampi di quello che sarà. Ha vinto chi sa stare nel momento, chi ha imparato a non farsi travolgere dalle proprie ombre.

@thecharlesgram

Berrettini, hammer time is back

Nel tennis, come nella vita, ci sono giorni in cui non servono urla, né applausi scroscianti. Basta un colpo giocato al momento giusto, un passo deciso verso la rete, un sorriso che torna dopo tanta assenza. Berrettini-Zverev non è stata solo una partita, è stata una storia. Di quelle che meritano di essere raccontate con calma, lasciando che i dettagli emergano da soli, come con l’acqua che filtra dalle pietre.
Berrettini è tornato. Non nel senso atletico o statistico. È tornato nell’essere Matteo, quello che gioca con il cuore prima ancora che con la racchetta. Contro Zverev, che è una montagna da scalare – alta, spigolosa, ostinata – non ha cercato scorciatoie. Ha servito bene, sì. Ha tirato forte, anche. Ma soprattutto ha scelto. I momenti, i rischi, i silenzi.

Il primo set è stato un assolo tedesco. Scambi lunghi come viaggi in treno, gesti misurati, pochi fronzoli. Zverev, come spesso gli capita, ha provato a comandare. Riuscendoci. E portando a casa il set.
Ma Berrettini ha tenuto botta, nel secondo set ha resistito, cucendo il gioco come si rammenda una camicia cara: con pazienza, con cura. Poi il break decisivo e un secondo set che ha avuto un vincitore di cuore lì dove ogni punto pesa come una decisione d’amore. Matteo l’ha giocato da uomo maturo, che sa quando colpire e quando aspettare. Non ha tremato. Non ha esultato. Solo un piccolo cenno, quasi a dire “ci sono”.
Nel terzo set, si è compiuta l’impresa, è arrivato il break prima, il controbreak sul 5-5 e quando tutto sembrava perso, uno scambio lunghissimo, 48 colpi, vinto in cavalleria, con l’aiuto di un centrale fortemente a tinte azzure. Poi l’urlo del break decisivo, una fessura nella corazza di Zverev. Un errore del tedesco, una risposta profonda, un dritto carico d’intenzioni. E poi la gestione, senza fretta, senza esitare. Il punto finale è sembrato più una conferma che una liberazione.

A fine match, nessun gesto teatrale. Solo quel sorriso buono e le braccia al cielo, con la consapevolezza e la gioia di chi ha attraversato la tempesta e ha ancora la forza di guardare il cielo. Perché certi ritorni non hanno bisogno di parole. E Berrettini, oggi, ha parlato col tennis.

Carlo Galati

Mirra & Jack, un cocktail che sa di novità

Indian Wells, California, terra di palme, vento e sogni. Qui, dove le ombre si allungano sui campi di cemento, due ragazzi hanno rubato la scena, strappandola ai soliti noti. Mirra Andreeva e Jack Draper. Giovani, affamati, pronti a tutto. Il nuovo che avanza, senza chiedere permesso. A diciassette anni, Mirra Andreeva gioca già come una veterana. Ha tocco, ha grinta, ha la mente sgombra di chi non teme nulla. Indian Wells è suo, il trofeo stretto tra le mani dopo aver battuto Aryna Sabalenka in rimonta: 2-6, 6-4, 6-3. L’ha guardata negli occhi, la numero uno del mondo, senza tremare. L’aria di California le ha fatto bene, ma il suo tennis non è frutto del caso. Dietro ci sono ore di allenamenti, sacrifici, viaggi, partite giocate con la fame di chi non vuole solo esserci, ma vuole vincere. Conchita Martínez le fa da guida, e il futuro ha già il suo nome scritto a caratteri cubitali. A chi pensa che il suo tennis sia solo potenza, lei risponde con intelligenza tattica da veterana. Gli scambi lunghi non la spaventano, la pressione neppure. È il talento che danza sulla linea di fondo e che avanza senza paura.

Jack Draper, 23 anni, ha visto l’inferno degli infortuni e ha scelto di non restarci. A Indian Wells si è preso tutto, battendo in finale Holger Rune con un secco 6-2, 6-2. Un assolo, una sinfonia perfetta. Forte, elegante, con un rovescio che affonda come un coltello. Ha superato Alcaraz e Fritz prima di arrivare all’ultimo atto. E quando c’è arrivato, non ha lasciato nulla. Il Regno Unito, orfano di un Andy Murray sempre più stanco, ora sa su chi puntare. Draper è potenza e geometria, servizio pesante e piedi rapidi, aggressività e controllo. Sapeva che il fisico era la sua croce, ha lavorato per farlo diventare un’arma. Non è più solo una promessa, è una certezza. Non chiede spazio, se lo prende.

Due strade diverse, un destino simile. Mirra e Jack non giocano per stupire, giocano per vincere. Hanno il futuro davanti e si stanno prendendo il presente. Sono il tennis che verrà, e Indian Wells l’ha capito prima di tutti. E ora anche noi.

Carlo Galati

La scelta migliore

Jannik si libera in un colpo solo del ricatto della Wada, degli allenamenti con la spada di Damocle sulla testa, della pressione psicologica di un organismo antidoping vecchio e costipato dalle ipocrisie, aggrappato alla notorietà del numero Uno per poter sperare di sopravvivere.

Lo raccontano le tante, troppe interviste dei giudici, le telecamere accese, l’euforia per la scadenza di aprile.

L’accordo di Jannik, il patteggiamento per i puristi del diritto, li sotterra tutti, mette la parola fine a regole astruse che favoriscono la discrezionalità a svantaggio della correttezza e alimentano la cultura del sospetto senza combattere davvero il fenomeno del doping nel tennis.

Adesso occorrerà cambiare il sistema, a partire dal carrozzone della Wada: perché Jannik starà fermo tre mesi, perderà qualche Master 1000, tornerà a Parigi, forse a Roma, sarà a Wimbledon.

Resterà il numero Uno, con le stimmate del martirio, grazie ai burocrati con la matita blu.

E con quella testa, con la testa di Jannik, saranno tre mesi di lavoro su se stesso, di preparazione alle prossime sfide, di ritrovata, sembra un paradosso, serenità; e se Jannik tormentato ha vinto tre Slam, non osiamo neppure pensare cosa diventerà Jannik senza avvoltoi ad alitargli dietro le orecchie.

Alla faccia della Wada, alla faccia degli odiatori seriali, alla faccia dei teorici dell’equazione patteggiamento/colpevolezza.

Comprate i biglietti per Parigi e quelli per Londra.

Ti aspettiamo volentieri, campione.

Madison e le chiavi del successo

2025 AUSTRALIAN OPEN Women’s Singles – Final Madison Keys (USA) defeated Aryna Sabalenka (BLR) 6-3 2-6 7-5 Photo © Ray Giubilo

A volte è il destino a decidere quando. Madison Keys, a cui avevano cucito addosso l’etichetta di “predestinata” a soli 14 anni, ha dovuto attendere quasi 30 primavere per alzare il suo primo trofeo Slam. È successo sotto il cielo di Melbourne, davanti a un pubblico diviso tra l’ammirazione per la campionessa in carica, Aryna Sabalenka, e il desiderio di vedere finalmente Madison prendersi ciò che, per talento e sacrifici, le spettava da tempo, almeno dal 2017: New York incoronò Sloane Stephens in una finale dalle mille e più recriminazioni per Keys.

Ma oggi, a Melboune, il destino aveva altri progetti, per lei e per il tennis: Keys ha vinto in tre set (6-3, 2-6, 7-5), lasciandosi alle spalle una carriera segnata da aspettative spesso insopportabili e da quelle ombre che solo chi conosce il talento precoce può comprendere. Madison sembrava destinata a dominare il circuito già da ragazzina. E invece, dopo un esordio folgorante, sono arrivati gli infortuni, le sconfitte amare, e soprattutto quel tarlo della fragilità mentale che le ha impedito di fare il salto di qualità nei momenti decisivi. Troppo spesso si perdeva sul più bello, schiacciata dal peso delle aspettative e dai rimpianti che, come la ruggine, scavano l’anima.

Il 2025 sta raccontando un’altra storia. La Keys di quest’anno non è stata solo potenza e talento: è stata pazienza, strategia, e una tenacia che non avevamo mai visto con questa continuità. Collins, Rybakina, Svitolina, Swiatek, Sabalenka, questa l’impressionante successione di giocatrici e campionesse che ha dovuto fronteggiare per raggiungere quell’apice che merita, raccontando una storia diversa: non quella della meteora che brilla e poi svanisce, né quella della campionessa precoce che domina senza ostacoli. Madison Keys è un esempio di come il tempo possa essere amico, anche quando sembra un nemico. A 29 anni, ha dimostrato che la maturità non è solo un numero, ma uno stato d’animo.

Ed è in Australia, dopo tanto girovagare, che finalmente Madison è riuscita a trovare quello che cercava: un posto al tavolo delle più grandi, al tavolo delle campionesse Slam. Meglio tardi…

X:@carlogalati

Monfils e le regole del tempo

Gael Monfils, con il suo inconfondibile stile fatto di balzi felini e improvvisi guizzi, ha regalato all’inizio di questo 2025 una storia di sport che si avvicina più al racconto romantico che alla cronaca. A quasi 39 anni, il francese ha riscritto le regole del tempo, raggiungendo gli ottavi di finale agli Australian Open e conquistando, poche settimane prima, il torneo di Auckland. Ad Auckland, Monfils ha messo in scena una danza che sembrava dimenticata. Il suo tennis è sempre stato un gioco di equilibri precari: una costante sfida tra il genio e il rischio, il tutto condito da un’energia che pare inesauribile. Il titolo conquistato in Nuova Zelanda è stato il preludio a qualcosa di ancora più grande. Melbourne lo attendeva e lui ha risposto.

Il match contro Taylor Fritz è stato una battaglia di nervi e talento. Perde il primo set, 3-6. Sembra la solita storia: Monfils che incanta a tratti ma si spegne troppo presto. Ma questa volta no. Questa volta c’è qualcosa di diverso. Chiude il quarto set con un 6-4 che è quasi un sigillo regale. Con questa vittoria, Monfils è diventato, insieme a Roger Federer, il più anziano a raggiungere gli ottavi di finale agli Australian Open da quando il tabellone è a 128 giocatori. “Ho una forte fiducia in me stesso, ho una forte fiducia che posso ancora fare qualche danno”, ha dichiarato. E in quelle parole c’è tutto: una leggerezza che sa di maturità.

Ma cosa c’è dietro a questa rinascita? Non solo allenamenti e programmazione; c’è la serenità di chi ha trovato un equilibrio. La presenza della moglie, Elina Svitolina, e della figlia, Skai, gli ha dato nuove motivazioni. Monfils non gioca più contro il tempo, ma con il tempo. Ed è una differenza enorme.

In Australia ora lo aspettano gli ottavi, ma lui non guarda troppo avanti e intanto regala emozioni, che è poi la cosa che conta davvero. Monfils ci ricorda che il tennis e lo sport più in generale, non è fatto solo una questione di classifiche e numeri. È fatto di storie, di battaglie, di sorrisi. E di quella scintilla che illumina un campo anche quando il sole sta per tramontare. Chapeau, Gael.

O Fonsequismo

Ci sono storie che il tennis ci regala ogni tanto, come per ricordarci che sotto il cielo ci sono giovani talenti pronti a rimettere in gioco equilibri che sembravano consolidati, gerarchie, nuove o vecchie, a cui bisogna o meglio, bisognerebbe, sottostare. Joao Fonseca, brasiliano di 18 anni, è uno di questi. A Melbourne, contro Andrey Rublev, non si è limitato a vincere: ha dominato, 3 set a 0 senza mai tremare, mettendo in scena una prova che non si dimentica facilmente.

Fonseca non ha il nome altisonante, non ancora. Viene da Rio, il Paese di Gustavo Kuerten, ma è troppo presto per paragonarlo a Guga. Eppure, chi ha visto quel match contro Rublev non può fare a meno di pensare che qualcosa di speciale, in quel ragazzo, c’è davvero. Servizio potente, dritto pesante, movimenti fluidi e la capacità di mantenere la calma anche nei momenti difficili: queste non sono qualità comuni a un diciottenne. Basta poco per rispolverare alla memoria di tutti, esempi recenti. Recentissimi.

La vittoria contro Rublev, top ten e giocatore esperto, riporta alla mente un altro episodio, quello di Carlos Alcaraz contro Matteo Berrettini agli Australian Open del 2022. Allora si parlava di un ragazzo di belle speranze, oggi Alcaraz è il volto del tennis moderno, un campione fatto e finito. Fonseca è ancora lontano da quel livello, ma la stoffa si intravede. Il suo esordio Slam è stato un biglietto da visita che dice: eccomi, sono pronto.

Ma non corriamo troppo. Il tennis, come la vita, è pieno di talenti bruciati da aspettative premature. Fonseca sembra però avere il carattere per evitare questo rischio: umile, concentrato, consapevole che il cammino è lungo e pieno di ostacoli. A chi gli parla di top 20 entro fine anno, sorride, forse sapendo che non è un’ipotesi così assurda.

Intanto, il Brasile torna a sognare. Dai tempi di Kuerten, non si vedeva un giocatore capace di accendere l’immaginazione di un intero Paese. Joao Fonseca ha fatto il primo passo. Il resto, come sempre, lo dirà il tempo. E forse, un giorno, ci ricorderemo che tutto è iniziato qui, a Melbourne, sotto il sole di gennaio.

X: @carlogalati