Lea Pericoli: addio alla pioniera del tennis italiano

23rd June 1964: Italian tennis star Lea Pericoli wearing a tennis dress trimmed with feathers, designed by British sportswear designer Teddy Tinling. (Photo by Keystone/Getty Images)

Ci ha lasciato Lea Pericoli, una delle figure più iconiche del tennis italiano. A 89 anni, si spegne una leggenda che ha attraversato gli anni d’oro di questo sport, tra gli anni Cinquanta e Settanta, e che successivamente ha saputo conquistare il pubblico anche come giornalista e telecronista. La sua eleganza, la sua forza e il suo inconfondibile stile dentro e fuori dal campo l’hanno resa un punto di riferimento non solo per gli appassionati del tennis.

Nata a Milano nel marzo del 1935, Lea ha trascorso l’infanzia in Africa, prima di tornare in Italia a 17 anni. Fu in quel momento che la sua passione per il tennis si trasformò in una carriera che avrebbe segnato la storia dello sport italiano. Tra il 1959 e il 1976, fu ininterrottamente la miglior tennista italiana del ranking, dominando per ben 14 anni. Durante la sua carriera vinse 27 titoli italiani, stabilendo un record che ancora oggi resiste.

Il suo tennis era un perfetto equilibrio tra classe e determinazione. Il suo stile di gioco, elegante ma combattivo, la rese un modello per le future generazioni di tenniste italiane, che hanno trovato in Lea un esempio di come si possa unire grazia e grinta in campo. La sua vittoria contro Billie Jean King, una delle più grandi tenniste della storia, è uno dei momenti più memorabili della sua carriera. Dopo il ritiro fu la prima donna a commentare partite di tennis in Italia, portando la sua esperienza e la sua passione sugli schermi di Telemontecarlo. La sua capacità di raccontare il tennis, di spiegare anche i dettagli più complessi, la rese una delle voci più apprezzate nel panorama sportivo italiano. 

Con la scomparsa di Lea Pericoli, l’Italia perde non solo una delle sue più grandi tenniste, ma una donna che ha saputo anticipare i tempi, rompere le barriere e vivere lo sport con una passione e una grazia che rimarranno impresse nella memoria di tutti. Il suo lascito va ben oltre i trofei vinti: Lea ha insegnato a intere generazioni cosa significhi essere una vera campionessa, dentro e fuori dal campo.

Grazie, Lea, per tutto ciò che ci hai dato.

@thacharlesgram

Il ricorso della Wada su Sinner: solo una questione di potere

Nel ricorso della Wada non c’è nulla che abbia a che fare con il concetto di giustizia sportiva. Ci sono solo questioni di immagine dell’Agenzia e di politica. Tanta politica. La WADA è infatti al centro dell’attenzione internazionale dopo che agenzia doping americana ha fatto molto rumore in merito alla sentenza dell’Agenzia stessa che scagionava 23 nuotatori cinesi, prima delle olimpiadi di Tokyo del ’21, rei di esser stati trovati positivi alla trimetazidina, sostanza dopante che aumenta la prestazione degli atleti. L’indagine preliminare, con molte ombre, è stata condotta dall’agenzia nazionale cinese che ha scagionato i propri nuotatori. Ma che strano, vero?! La questione è rimasta di attualità perché l’USADA (Us Anti Doping Agency) non ha dimenticato la vicenda e minaccia di andare via dalla WADA. Attaccare Sinner quindi ha una doppia valenza: dimostrare uno, di essere duri e puri, attaccando il più forte al mondo e due, di certificare la propria indipendenza rispetto a quello che può essere considerato il potere costituito dello sport. Perché la Wada è un organo politico come tutti gli organi di giustizia sportiva e colpire l’atleta più in vista di uno sport, è il modo per riaffermare quello stesso potere politico che è messo in discussione da ben tre periti di estrazione indipendente, responsabili di aver sancito una sostanziale innocenza, il tutto senza che l’Agenzia di esprima sulla vicenda, il tutto semplicemente per riaffermare il proprio potere sullo sport e sul tennis nello specifico.

Il risultato di questo teatrino è però l’impoverimento di un principio vero che è quello della lotta al doping, passato in secondo piano per esclusivi giochi di potere politico che ha radici ben più profonde e interessi decisamente diversi dall’affermazione o dall’interesse verso il singolo caso, quello di Sinner appunto. Sono giochi di potere all’interno dei quali si è ritrovato il tennista azzurro, che nel frattempo continuerà a giocare e si spera, vincere, con questo peso sulle spalle.

E’ per questo motivo che ci si deve schierare con Sinner. Senza alcuna esitazione.

Carlo Galati @thecharlesgram

Laver Cup, oltre lo show c’è il tennis

Alla fine di questi 3 giorni possiamo dire che sì, questa Laver Cup piace. Con un finale sul punteggio di 13-11, il Team Europa trionfa nella settima edizione della Laver Cup, riappropriandosi del trofeo dopo due anni di supremazia del Team World. Il match decisivo è stato disputato da Carlos Alcaraz, che ha superato Taylor Fritz con un netto 6-2, 7-5 in un’ora e mezza di gioco. Sotto la regia di Bjorn Borg, l’Europa si conferma come la potenza del tennis mondiale, collezionando così la sua quinta vittoria in una competizione che ogni anno sembra accolta come quasi fosse una baracconata da show, ma che alla fine, in sole sette edizioni, ha raccontato sempre una storia diversa, perché tante le storie al suo interno.

Una di queste racconta di un Alcaraz che ha dato prova del suo straordinario talento, mostrando un tennis scintillante e un’energia contagiosa fino all’ultimo match con Fritz. La sua caratteristica palla corta ha messo in seria difficoltà l’americano, spesso impreparato a fronteggiare le sue giocate. Con un’impressionante percentuale dell’80% di punti vinti con la prima, il giovane spagnolo ha dominato il servizio, chiudendo con un bilancio di 34 punti vinti su 42. Fritz, dal canto suo, ha tentato di opporsi all’inerzia del match. Invano. 

La Laver Cup si conferma quindi un palcoscenico di emozioni, un vero e proprio scontro tra titani del tennis. L’aria di sfida, i colpi potenti e le giocate strategiche hanno reso la competizione avvincente, catturando l’attenzione del pubblico sempre più entusiasta. Il Team Europa ha dimostrato una volta di più la sua solidità, mentre il Team World ha messo in campo un gioco tenace e imprevedibile. 

La conclusione di questa edizione segna già un nuovo inizio: l’appuntamento è fissato per il prossimo anno a San Francisco, dove le due squadre saranno guidate da nuovi capitani, Noah e Agassi. Con la promessa di un tennis di altissimo livello e di sfide sempre più avvincenti, la Laver Cup continuerà a regalare emozioni e sorprese agli appassionati di tutto il mondo, mettendo a tacere quanti ne mettono in dubbio veridicità e passione. Parola di Roger Federer.

@thacharlesgram

The italian Sinner

C’è una nuova data da segnare nel calendario della storia dello sport italiano: l’otto settembre 2024, il giorno in cui si è sancito agli occhi del mondo, in maniera definitiva, la supremazia totale di un ragazzo italiano, italianissimo, che sta facendo impazzire di gioia un Paese intero, riscopertosi amante della racchetta, ma soprattutto capace di riscrivere tutte le regole della valutazione delle emozioni, dei sentimenti e dei successi. L’asticella si è ormai alzata in maniera irreversibile e la vittoria di questo Us Open ha messo la cerca lacca sulla corrispondenza verso la leggenda. Jannik Sinner è definitivamente nel gotha dello sport mondiale e da quel tavolo non ci si alza più, non si torna indietro. 

Superiorità disarmante quella mostrata in campo da Sinner, una superiorità che ha trasmesso la consapevolezza che il suo avversario, Taylor Fritz, abbia giocato una partita coraggiosa ma alla pari solo per pochi istanti nel match, quando ha servito con il 90% di prime, tirato fortissimo di dritto, preso tutte le righe del campo. Quanto è durato? Qualche game nel terzo set e poco più. Troppo più forte Sinner, più solido, maggiormente abituato a giocare punti importanti. Unico nel circuito ad avere la capacità di picchiare così da fondo campo con dei fondamentali, dritto e rovescio, praticamente perfetti. Con un dominio così netto da avere la libertà e la capacità di trasformare sempre un’azione da difensiva in offensiva, curando con dovizia una transizione difficile per molti, naturale per Jannik. 

È una diversa da quella dell’AO, perché figlia della consapevolezza di essere il più forte di tutti, il favorito numero uno, sempre. A Melbourne abbiamo visto sbocciare un campione, a New York lo abbiamo visto diventare grande, attraversando il deserto del sospetto, delle maldicenze e dei tanti dubbi, un percorso che lo ha fatto maturare come uomo prima, come tennista poi, aprendogli definitivamente la prospettiva verso qualcosa di più grande. Ha vinto dove molti avrebbero perso: nella sfida con sé stessi e la propria mente. Vincere uno Slam è naturale conseguenza. Ad maiora, Jannik. 

Carlo Galati @thecharlesgram

La supernova Jannik

La più luminosa tra le esplosioni stellari, la più luminosa tra le esplosioni dello sport italiano. Jannik Sinner è la supernova del tennis mondiale che, esplodendo, libera un’energia tale da rendere tutto maledettamente semplice nella galassia di questo sport. A partire dalla vittoria, declinata al singolare come concetto, al plurale come oggettività. Cincinnati, luogo sconosciuto ai più (tanti, molti di più di quelli che pensiate), da oggi diventa un punto sulla mappa del tennis italiano, quello dove la stella Jannik con tutta la sua forza, ha illuminato l’oscurantismo di alcune menti che lo vedevano “in crisi”, “non in forma”, “nella fase calante della stagione”. Tutto falso.

In stagione fanno due Master 1000, tre in totali se consideriamo la vittoria di Montreal dello scorso anno, tutti conquistati sul cemento, così come l’Australian Open. In totale, nel 2024, fanno cinque finali su cinque vinte quest’anno e, last bus non least, 12 tie break vinti degli ultimi 13 giocati . Insomma, questa è la crisi di Sinner, condannato a dover dimostrare, giorno dopo giorno, di essere sempre il numero 1, facendolo nell’unico modo che conosce: vincere. Senza dover scomodare troppo i primi turni, basti guardare le ultime due partite disputate in Ohio. Zverev, che lo aveva battuto nei precedenti 4 incontri, è uscito piuttosto ridimensionato dal confronto con Sinner, soprattutto mentalmente. Ne sono prova i due tie break vinti. Tie break timbrato dall’azzurro anche nella finale vinta con Tiafoe, prima di attivare la modalità cannibale, chiudendo il match in due set, con il punteggio di 7-6, 6-2. No way for Francis.

Alza le braccia al cielo Sinner, come a volersi scrollare di dosso delusione, amarezze e fraintendimenti. Da Parigi a Wimbledon per finire con la famosa tonsillite olimpica che ne ha compromesso la partecipazione. Insomma, un mese e mezzo di mattoni sgretolati con la potente calma dei più forti e la forza di chi è consapevole del proprio valore, soprattutto sul veloce. E velocemente si arriva a New York, per chiudere quel cerchio aperto slam aperto a Melbourne, in un immaginario tour che ha illuminato il mondo. Come una stella che esplode. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: il gigante e le bambine


Gregorio Paltrinieri lascia a Parigi l’impronta definitiva nella Hall of Fame dello sport italiano, sconfitto nei 1500 stile libero soltanto da un americano capace di battere il primato del mondo del cinese Sun Yang.
E non è finita, perché questo gigante del nuoto tricolore affronterà la 10 chilometri in acque libere: perché quando scrivi la storia, con due argenti in piscina, non vedi l’ora di riscriverla ancora.


E poi le nostre “bambine” d’oro del tennis italiano, Sara Errani e Jasmine Paolini: due campionesse integrali, capaci di vincere la prima olimpiade con la racchetta in mano per l’Italia, a Parigi, nel tempio del Roland Garros. Medaglia d’oro che consegna Sara Errani alla storia di questo sport, capace com’è stata a 37 anni di compiere il career golden slam in doppio: 37 anni come quel fenomeno di Djokovic, accumunati entrambi dall’aver raggiunto lo stesso obiettivo, nello stesso giorno, nello stesso luogo.


Una vittoria, lo sapevamo già, figlia dell’orgoglio, della forza di volontà e della crescita tennistica di due gemelle diverse che nel doppio hanno trovato la “fusione fredda”, la scintilla che ha acceso il nostro sacro fuoco di Olimpia per una delle imprese più belle, comunque vada, di questa edizione parigina.
Greg, Sara e Jasmine, un tatuaggio indelebile sul corpo vivo dello sport italiano.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi: Djokovic, l’oro del tennis

Mancava solo questa per completare la bacheca del più vincente giocatore di tennis della storia di questo sport. Mancava soltanto la medaglia d’oro olimpica per colmare un vuoto che, tra 24 Slam e una collezione infinita di 1000 e altri trofei, rappresentava l’anello mancante tra l’essere un campione assoluto e essere una leggenda, conquistando il Golden Slam. Con questa vittoria Novak Djokovic diventa leggenda. Una leggenda dello sport, del tennis e del proprio Paese, la Serbia, che aspettava solo questo per santificarlo laicamente come merita. 

Ha battuto Carlos Alcaraz con un doppio 7-6 in una partita cruenta, forsennata, al limite dell’esasperazione tennistica. Vissuta costantemente in apnea non soltanto da chi giocava, ma anche da chi ha assistito a questo che possiamo tranquillamente definire come uno spettacolo. Se volessimo paragonare questa partita a qualunque altro sport olimpico potremmo ritrovarne elementi di un incontro di boxe dove al posto dei diretti c’erano i dritti e al posto dei ganci, i rovesci. 

Per i pochi stolti che snobbano il torneo olimpico, perché definito “non interessante” come un 1000, abbiamo assistito ad una delle partite più belle della stagione, e mai abbiamo visto Alcaraz in lacrime dopo una sconfitta, mai Djokovic dopo una vittoria. Il pianto di entrambi è la trasfigurazione della sofferenza e della gioia di una Nazione intera, sia essa la Spagna, sia essa la Serbia. Ecco cosa sono le Olimpiadi, ecco cos’è lo spirito olimpico che pervade tutti (o dovrebbe…) anche i più famosi e ricchi tra i tennisti. 

Per Alcaraz è probabilmente la sconfitta più dura della sua carriera, per Djokovic probabilmente la più bella. Canta l’inno, Novak, avvolto dai colori della sua amata Serbia, capo di un popolo che rivede in lui resilienza de orgoglio. Djokovic ha vinto tutto quello che doveva e probabilmente non ha più nulla da chiedere ad un mondo che, al contrario, a lui deve tanto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi, Laurent le Magnifique

C’è un’Italia del tennis che esulta e tira un sospiro di sollievo che arriva fino a Parigi. Tutto grazie a Lorenzo Musetti e la sua storica medaglia di bronzo, una medaglia che alle Olimpiadi il tennis italiano aspettava dal 1924, 100 anni fa. Probabilmente nessuno di noi ha visto giocare Uberto de Mopurgo, questo dà anche la misura di ciò di cui stiamo parlando. Non è stato facile per il carrarino avere la meglio su Felix Auger-Aliassime, battuto alla fine con il punteggio di 6-4, 1-6, 6-3. È stato un match complicato, che a un certo punto sembrava essergli sfuggito di mano, cose già viste tra l’altro sul centrale del Roland Garros. Questa volta però Musetti ha messo in campo ed in mostra tutto il meglio del suo repertorio per vincere l’incontro.

Lo ha vinto di tecnica sopraffina, di testa e di coraggio, perché per giocare il terzo set che ha giocato ci vuole questo: coraggio in primis. E poi, mano e tocco, ovviamente, tra pallonetti in tweener e passanti di rovescio a mano, regalando spettacolo come di consueto. Sarà il terzo di un podio con Alcaraz e Djokovic, il meglio che il tennis mondiale possa regalarci, Sinner a parte ovviamente. Lorenzo ha regalato all’Italia e al movimento azzurro quello che meritava, perché il sugello olimpico vale tanto…molto più di altri. E chi ha orecchie per intendere intenda. Per tutto il resto c’è Le Magnifique.

Il signore in giallo

Tadej Pogačar ha scritto un nuovo capitolo di gloria nel libro del Tour de France, un capitolo che si tinge dei colori di un’impresa epica. Questo giovane talento sloveno ha dimostrato, con una costanza e una determinazione degne dei più grandi, di essere il dominatore indiscusso della Grande Boucle di quest’anno. Il primo corridore nel nuovo millennio a realizzare la doppietta Giro-Tour, succedendo a Marco Pantani, ultimo a riuscirci nel 1998.

Pogačar ha fatto capire a tutti che il suo obiettivo era uno solo: la vittoria. La sua prima grande dimostrazione di forza è arrivata nella tappa dei Pirenei, dove ha staccato tutti con un’accelerazione devastante sul Col du Tourmalet. In quella salita leggendaria, ha messo in scena un assolo che ha ricordato le gesta dei grandi del passato, lasciando indietro rivali di calibro come Vingegaard e Roglič.

Ma è nelle Alpi che Pogačar ha sigillato il suo trionfo. La tappa regina con la scalata del Galibier è stata teatro di un’altra impresa indimenticabile. Con un attacco da lontano, ha affrontato da solo le ultime due salite, mostrando una resistenza e una forza straordinarie. Dietro di lui, gli altri non potevano che ammirarlo. Grande merito va anche al supporto della sua squadra, che è stato impeccabile. Ogni membro del team UAE Emirates ha lavorato senza sosta per proteggere il loro capitano, creando una barriera invalicabile per chiunque osasse avvicinarsi alla maglia gialla.

Anche nelle prove a cronometro, Pogačar ha fatto valere la sua legge. Nella tappa di cronometro individuale, ha sbaragliato la concorrenza, consolidando ulteriormente il suo vantaggio in classifica generale, fin sulla Promenade des Anglais, diventata la sua di Promenade. 

Con le sei vittorie di tappa, Pogačar ha dimostrato che il Tour de France di quest’anno è stato, senza dubbio, il Tour di Pogačar. Un giovane leone che ha saputo conquistare con la sua grinta e il suo coraggio, scrivendo una pagina indimenticabile nella storia del ciclismo. E noi, amanti di questo sport meraviglioso, non possiamo che essere grati di aver potuto assistere a questo spettacolo.

Carlo Galati @thecharlesgram

Berrettini, l’abitudine di tornare

“Dice che era un bell’uomo e veniva, veniva dal mare, parlava un’altra lingua però sapeva amare”. Sapeva e sa amare il tennis Matteo Berrettini che proprio il 4 marzo, non del 1943 ma del 2024, raggiunse il punto più basso della sua recente classifica ATP: la 154esima posizione. Per uno che ha vinto due volte il Queen’s e frequentato i piani altolocati di Wimbledon solo qualche anno prima, un disonore non da poco. Un jab alla carriera, da probabile ko. Il colpo Matteo lo ha sentito, non lo ha mai negato; ma mentre qualcuno travestito da arbitro contava fino a dieci, provando a decretare la fine, si è rialzato, ancora e ancora una volta. 

Alza le braccia al cielo Berrettini, col sorriso dei giorni migliori, in un fresco pomeriggio d’estate in quel di Gstaad, tornando alla vittoria lì dove aveva già lasciato il segno nel 2018, vincendo il primo titolo ATP della sua carriera. Insomma, si torna sempre dove si è stati bene. E di sicuro il romano è stato bene durante tutta la settimana, lo dimostrano i numeri: non un set perso in tutta la settimana, in finale con il francese Hays ha vinto tutti i game in battuta a zero, tranne in due, perdendo complessivamente solo 4 (!!!) punti in tutto il match. Insomma, non crediamo che la perfezione sia di questo mondo, tantomeno nel tennis, ma se i numeri contano qualcosa ci avviciniamo parecchio.

Rientrerà nei primi 50 al mondo, grazie a questo successo, compiendo un salto in avanti fenomenale rispetto a solo qualche mese fa, guardando alla stagione americana che porta a New York, con gioia, soddisfazione e speranza. Tanta speranza: quella di poter ritrovare la classifica che merita (ci arriverà…) e di ritrovare sensazioni positive sul veloce. Non sarà di sicuro uno dei favoriti, ma può essere una mina più che vagante in tabelloni che magari non riservano il numero 1 al mondo al secondo turno. Un solo rammarico: non vederlo alle Olimpiade per via di ragionamenti che lasciano il tempo che trovano a nostro parere. Di sicuro Berrettini avrebbe dato il 100% per una medaglia. Speriamo non lo facciano rimpiangere. 

Carlo Galati @thecharlesgram