Dimitrov, la bellezza che vince

L’ esaltazione del secondo come concetto dello sport e della vita è molto spesso considerato il rifugio dei perdenti, una sorta di camera caritatis all’interno della quale si trova l’espiazione del peccato che, nel caso specifico, significa non aver vinto, quando contava farlo, per dimostrare di essere il più forte. Eppure per Grigor Dimitrov non può essere solo questo; almeno per il Dimitrov visto a Parigi.

Abbiamo rivisto il giocatore che ha incantato per anni il circuito con la nota stilistica che appartiene ai giocatori che, quel tipo di tennis lo hanno nel proprio io, quel tennis che non va stressato con ore di tecnica: sarebbe deleterio, oltre che inutile. Dimitrov non è per fortuna/purtroppo per lui, quel regolarista che gioca a colpirla sempre più forte, come ad uno scontro fisico tra due pugili fin quando fa male, fin quando ce n’è.

Il bulgaro regala gioia per gli occhi; sporadica? Purtroppo si. Fine a se stessa? Dipende. I risultati stanno lì a dimostrare che quando vuole sa essere un maestro. E Maestro lo è stato davvero, vincendo nel 2017 da imbattuto un’edizione delle ATP Finals, al termine della sua miglior stagione. Ed è stato bello rivederlo a quel livello per così tanto tempo durante un torneo. È mancata la ciliegina finale ma dall’altra parte della rete c’era chi non lascia nulla, affamato di vittorie come nessuno mai. Ma va bene così: è stata la dimostrazione di quanto ci sia ancora il bisogno del magnifico ed irregolare tennis di Grigor. Anche da secondo.

Carlo Galati

Sinner, no limits

Alle volte non è il cosa, ma il come. Non basta considerare solo l’assolutismo del trionfo ma anche tutte le sfaccettature che compongono il colore netto della vittoria. Sinner ha vinto a Vienna, ha conquistato il suo decimo titolo in carriera, il secondo consecutivo, dopo Tokyo, il quarto dell’anno. Bene, anzi benissimo. Basterebbe questo. Basterebbe, appunto.

Ed invece no, va considerato anche altro, il modo in cui questa vittoria è arrivata e cosa rappresenta nello scenario presente che guarda al futuro. Rappresenta la consapevolezza di poter guardare negli occhi chiunque, fosse anche uno come Medvedev dal quale aveva perso i precedenti sei confronti e di colpo ha vinto due finali, a due latitudini diverse, in un crescendo di forma fisica abbinata alla tecnica che ne certifica la grandezza, il lascia passare verso qualcosa di più grande.

Che arriverà, non può non essere così. È solo questione di tempo, che sarà l’unico arbitro a sancire non il se ma il quando. Sinner ha sdoganato se stesso, si è scrollato di dosso molti limiti, affinando tutto ciò che in passato sembrava una debolezza e l’ha resa forza. Il prossimo passaggio verso la grandezza passa da questo finale di stagione e punta verso Torino, verso quel momento che potrebbe arrivare anche prima di quanto si possa immaginare. Quell’istante è già nella mente di Sinner. Basta questo.

Carlo Galati @thecharlesgram

Sinner e la prospettiva degli dei

Per comprendere a pieno la portata di ciò che ha fatto Jannik Sinner, battendo Carlo Alcaraz a Pechino, bisognerebbe voltare lo sguardo indietro di quasi 50 anni ripercorrendo il lungo percorso che il tennis italiano, da Panatta ad oggi, ha intrapreso per tornare lì, quasi a toccare gli dei, a guardare dalla loro prospettiva tutti gli altri. Issarsi al numero 4 del mondo è la cera lacca sul certificato del talento del giocatore italiano.

Poi, se tutto questo non bastasse, c’è, il non secondario aspetto, che Sinner più di tutti ha le carte in regola per poter battere con regolarità uno che ha già la penna in mano, pronto com’è a riscrivere le regole e la storia del gioco: Alcaraz lo sa e lo soffre. Un set così nettamente perso dallo spagnolo, lo ricordiamo nei verdi prati londinesi. Ma quella è un’altra storia.

Questa invece è una storia di sogni che diventano concreti, di obiettivi lontani che diventano traguardi già superati. Sinner può diventare il tennista più forte della storia italiana di questo sport e badate bene, non parliamo di estemporaneità ma di duratura consapevolezza dei propri mezzi, figlia del lavoro che si declina in ossessione. Questo è quello che fanno gli atleti, così è come vive Sinner, numero 4 al mondo. Per ora.

Carlo Galati

Djokovic 24 carati


La vera difficoltà di chi si trova a raccontare l’ennesima vittoria di Novak Djokovic è quella di trovare le parole giuste, senza scadere nella retorica, ma soprattutto senza ripetersi. Cosa non banale quest’ultima. Cosa aggiungere a quanto non sia stato già detto/scritto rispetto ad un signore, il più vincente tennista della storia e che lo sarà probabilmente per il periodo più lungo che possiamo immaginare? In primis possiamo dire che non ricordiamo nessun atleta/nessuna squadra, nessuno sportivo che orbiti nell’ambito del professionismo che abbia avuto una serie così lunga di successi e risultati, e che sembra sempre alla prima vittoria, al primo successo. La fame, ecco cos’è che fa la differenza, detta anche ossessione alla vittoria. E non diminuisce mai, anzi sembra sempre aumentare in una spirale senza soluzione di continuità, un infinito che si autoalimenta fino a quando ci sarà un campo ed una racchetta, ma soprattutto un avversario da battere ed un trofeo da vincere. Djokovic è questo.


E torna sempre più forte dopo una delle rare sconfitte. Wimbledon come punto di ripartenza, perché dal giorno uno, post sconfitta il pensiero era rivolto a come tornare ad essere protagonista, aggiungendo un ulteriore puntello alla scalata verso il sogno. Quale sia è difficile e facile dirlo allo stesso tempo: difficile perché chi ha vinto tutto, cosa può desiderare ancora? Facile perché, anche quest’anno, come nel 2021 ha mancato di poco quel qualcosa che gli manca: il Grande Slam. Capire quali possano essere le possibilità di un 36enne, che guarda ai 37 anni con lo spirito di un giovane, è argomento che andrebbe discusso in maniera molto approfondita. Di sicuro possiamo dire che ad oggi è il tempo che passa, il suo unico grande avversario, l’unico che può batterlo, ed è per questa partita che Djokovic si sta allenando ancora più duramente di quanto facesse prima. Perché è un avversario che avanza verso rete inesorabilmente. Ma Novak conosce le giuste contromisure, spiegate bene anche in finale e New York: per quanto possano andare a rete, provare a metterlo in difficoltà, ci sarà sempre un passante o un’accelerazione vincente.

Carlo Galati @thecharlesgram

La favola di Coco


E lieto fine fu. Coco Gauff, enfant prodige del tennis femminile Usa, ridà luce e gioia ad un movimento tennistico che dopo l’addio di Serena e Venus (quella che si vede ancora in giro per il circuito per i campi è una specie di ologramma che ne ricorda le fattezze), ritrova in lei, emozioni, sensazioni ma soprattutto sorrisi. Perché questo ci piace della giovane Gauff: la spontaneità. Ne ricordiamo le lacrime inconsolabili nel 2019, sempre su questo campo, dopo la sconfitta con Naomi Osaka. Erano la crime che oltre a segnarle il volto, le stavano già segnando il cammino per portarla fino a dove è giusto che sia arrivata, vincendo il suo primo Slam, in casa, opposta alla numero uno al mondo. Insomma, non crediamo molto alle favole ma questa ci assomiglia molto, per tutto questo story telling che ci sta dietro. Potremmo continuare ma, giustamente avrete e abbiamo altro da fare; soprattutto, parlare dell’altra pagina di questo capitolo finale. Quello maschile, quindi veniamo a noi.


Nel 2021 sappiamo tutti come andò a finire, inutile rivangare il passato alla ricerca di segnali che potrebbero dare un senso a qualcosa che non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Potremmo lasciare anche in bianco e dirvi, godetevi il match. Probabilmente qualcuno di voi, lo penserà, ma abbiate pazienza, siamo alle battute finali. Ciò detto non abbiamo certezze granitiche nel tennis, a parte due/tre, riposte nel cassetto dei ricordi con la sigla RF, che abbiamo la moderata convinzione di non rivangare più, ma crediamo che Medvedev possa riuscire in quella che al momento sarebbe una piccola grande impresa. Djokovic è il favorito, senza dubbio, anche perché, a parte mettere giù il telefono in faccia ad un ventenne non è che abbia fatto molto altro in questo torneo (per demeriti degli altri of course…), ma il russo sa come farlo impazzire. Lo ha già fatto in passato, ci auguriamo lo rifaccia. E non lo scriviamo per partigianeria ma per vedere match, per vivere l’incertezza, insomma per goderci del buon tennis.

Carlo Galati @thecharlesgram

La Coppa della discordia

C’era una volta la Coppa Davis, una sorta di campionato del mondo di tennis che, ammantata di nostalgico romanticismo, l’Italia ha vinto quando ancora la televisione trasmetteva immagino in bianco e nero e l’orgoglio di far parte di quella squadra era il motore che univa tutto e tutti. Fino agli anni 90, fino a qualche anno fa. Poi di colpo, per i colori azzurri, la Coppa Davis è diventato un obbligo, più che un piacere.

Non giriamoci troppo attorno, per Jannik Sinner, numero 1 azzurro e portabandiera del nostro tennis, dopo la sanguinosa sconfitta agli Us Open, è evidentemente così, decidendo di dare forfait. “Devo recuperare” ha detto, mancando quella convocazione che invece avrebbe voluto Fabio Fognini, in polemica aperta con il capitano Filippo Volandri. Ma questo è un altro discorso, o forse l’altra faccia della stessa medaglia. Una medaglia che sa di polemica.

E Sinner non è nuovo a queste scelte; ricordiamo ancora la decisione di non rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo, per preparare al meglio, disse, la stagione americana sul cemento, preferendola al sogno di ogni sportivo, un sogno a cinque cerchi che non era (è) il suo. E poi, last but not least: come la mettiamo con i tanti tifosi, che hanno acquistato i biglietti per vedere Sinner a Bologna? Tanti di questi ragazzini, che dopo aver saputo della rinuncia di Berrettini per infortunio (fatto concreto), non saranno felici di non vedere il nostro giocatore più forte, giovane e vincente. Ci aggrappiamo a Musetti e Arnaldi, ci aggrappiamo a Lorenzo Sonego uno che con la Davis ha un conto aperto. Loro sì felici di esserci, felici di indossare l’azzurro.

Carlo Galati

Il sogno di Arnaldi

Possono i sogni essere reale carburante per gli obiettivi prefissati? “Quando ho visto il tabellone, il mio sogno era quello di giocare con Alcaraz agli ottavi”, ha detto il giovane Matteo Arnaldi, 21 anni da Sanremo, Italia. E quel sogno è stata linfa vitale per un cammino che lo ha visto battere giocatori più esperti di lui fino al numero 16 del mondo, Cameron Norrie.

Un match vinto in scioltezza, come se la classifica non contasse nulla e la distanza tra i valori in campo fosse resa ipotetica da un continuo martellamento del più giovane Matteo, che con colpi precisi ha abbattuto i pronostici a lui sfavorevoli.

È un giocatore completo Arnaldi, non eccelle in nulla ma fa tutto perfettamente. Il tutto in un fisico da maratoneta ed una testa meravigliosamente rivolta alla bellezza del gioco, senza particolari elucubrazioni. It’s only entertainment. Non vorremmo essere blasfemi, ma ci ricorda un certo Juan Carlos Ferrero, che con le stesse caratteristiche ha fatto la carriera che ha fatto. Ferrero allenatore di Alcaraz, quel sogno raggiunto da Arnaldi, l’obiettivo da cui partire non il punto di arrivo.

Carlo Galati

Sinner, il sogno di una notte di mezza estate

Un viaggio lungo 4 anni e 4 mesi, che da Montecarlo ha trovato il suo nuovo approdo a Toronto. Dalla terra rossa al cemento, dall’ Europa all’America del Nord, da Fabio Fognini a Jannik Sinner. L’Italia del tennis torna a fregiarsi di un titolo vinto in un master 1000 e lo fa col suo gioiello più prezioso, con il pupillo che ha coccolato e protetto, sostenuto e incoraggiato, fino al trionfo.

Ha rotto gli indugi Jannik, ha urlato con il suo tennis il suo nome, dando quel segnale che tutti si aspettavano arrivasse, sedendosi al prestigioso tavolo dei grandi, che raffigura l’elite vera del tennis mondiale. Ha giocato il suo tennis, puntuale, preciso, forte, teso a massimizzare tutto, togliendo il fiato ai suoi avversari, con un pressing asfissiante con una sequenza di colpi che, come scatti, imprimono la propria immagine in modo indelebile sul libro dei trionfi.

La sua stagione è perfetta già così: sesto posto mondiale, primo titolo in un mille, semifinale a Wimbledon. Basta questo. Ci avremmo messo la firma e forse anche lui. Da ora in avanti avrà il vantaggio non indifferente di poter giocare con il braccio libero dal peso delle aspettative, di poter entusiasmarsi nella lotta, senza pensare troppo a quello che dovrebbe essere. Perché semplicemente lo è già. Non finisce qui, c’è ancora tanta America da conquistare e da vedere, con la ciliegina di New York, la città che non dorme mai ma che regala grandi sogni.

Carlo Galati

Wimbledon, day 2: i match da non perdere

La prima giornata è andata, tra interruzioni, Djokovic che prova ad asciugare il campo e Bublik che prima fa finta di giocare al livello McDonald (evitate battute…) per poi decidere di chiudere la questione in tre comodi set. Speriamo vada avanti il più possibile: vogliamo divertirci e al netto del giudizio che si possa avere, è un giocatore che piace. Stiamo divagando, come sempre. Torniamo dunque piedi per terra e occhi rivolti verso il domani che si spera meno piovoso, ma siamo a Londra: who knows?! Quindi veniamo a noi:

Berrettini-Sonego: è come se ti facessero quella stupida domanda, se vuoi più bene alla mamma o al papà. Mettiamola così, Matteo su questi campi ci ha fatto godere e non poco. Ci ha fatto sognare e siamo davvero dispiaciuti nel vederlo così. Lorenzo è il giocatore che vorremmo essere e che non saremo mai. Di sicuro i motivi per vederla non mancano: vinca il migliore.

Thiem-Tsitsipas: se ci avessero detto che questo sarebbe stato match di primo turno a Wimbledon, probabilmente avremmo guardato il nostro interlocutore, sconcertati. È stata la finale del Master nel 2019, la finale di un 1000, per diamine, cos’è successo?! Tanto, tantissimo. Match non chiuso, con l’austriaco alla ricerca di ciò che fu e il greco che proverà a tenerlo a bada (abbiamo scritto bada, non Badosa…mannaggia).

Cressy-Djere: ci piace vedere l’americano andare a rete anche sul rosso dopo un’abbondante pioggia: figurarsi nella patria del serve&volley. Vale la pena solo per questo. Poi, da contratto, dobbiamo consigliare almeno un match da nerd del tennis.

Rybakina-Rogers: scende in campo la campionessa in carica. Dicono non sia in forma, vogliamo vedere il match per comprenderlo. Se così fosse, Rogers potrebbe essere un osso più duro di quanto si pensi.

Kvitova-Paolini: Jasmine ha poche chance con Petra, fresca vincitrice a Berlino. La ceca vive una seconda giovinezza e potrebbe essere l’outsider per il titolo.  Primo turno interessante. 

Carlo Galati

Tour e Wimbledon: l’evento che diventa mito

Di solito a fine giugno si inizia ad immaginare quel periodo così tanto italico delle ferie d’agosto, fantasticando su come trascorrere giornate che poi, alla resa amara dei conti, risultano più stancanti della routine da cui si fugge, ma tant’è, va così. In realtà, per noi amanti dello sport, questo è il periodo dell’anno in cui vorremmo rinchiuderci a casa, evitare ogni socialità per immergerci totalmente nel Tour e vivere nella gioia di Wimbledon.

Da una parte le salite dei Pirenei e delle Alpi, con il Col de Marie Blanque o il mitico Puy de Dôme, dall’altra la bellezza senza fiato del verde dei campi dell’All England Club, con la regalità del Centre Court a farla da padrona. Due eventi sportivi che segnano la distanza tra l’eccellenza e tutto il resto, iconici già nel nome, universalmente riconosciuti come il massimo livello.

E poi loro, i protagonisti che hanno reso grandi negli anni questi due eventi trasformandoli in legenda; ciclisti e tennisti come novelli cantori di due mondi apparentemente lontani sostanzialmente vicini nell’esaltazione dell’uomo solo al comando, dell’atleta che si fa unico interprete del proprio destino. Si comincia domani con il Tour, lunedì con Wimbledon. Non resta che mettersi comodi.

Carlo Galati