Fortunato Zoncolan

Ci sono delle salite che valgono una vita, perfetta simbiosi della difficile scalata verso quella vetta che punta dritto verso il cielo, stagliandosi all’orizzonte e regalando la gloria eterna a chi le doma. Una di queste è lo Zoncolan, emblema di tutto ciò che è il ciclismo: sangue, sudore, polvere e lacrime. 

Le lacrime di gioia all’arrivo sono di Lorenzo Fortunato, giovane ciclista guidato dall’ammiraglia da Ivan Basso, uno di quelli che questa montagna l’ha fatta sua. Martirio alpino con le sue durissime pendenze è considerata dai ciclisti la salita più dura d’Europa, parola di chi il ha scalato il Ventoux, il Mortirolo o l’Angliru.

Una vittoria inaspettata, quella di Lorenzo, perché su questa montagna, su questo importante snodo del Giro, ci si aspettava un’impresa da ricordare di uno dei big. L’impresa è stata compiuta e questo è bastato per dare a Lorenzo quella gloria che farà sì che il suo nome venga iscritto nella pietra sacra del Kaiser a lettere cubitali. Lorenzo, Fortunato ad esserci riuscito.

Carlo Galati

Dumoulin, il coraggio di dire basta

Giovani, forti ed invincibili. Detta così, sembrano tutte rose e fiori. Certo, si è consapevoli dei sacrifici e dell’impegno che stanno dietro al lavoro di un atleta per raggiungere la vetta. Quella vetta che però, per alcuni, rappresenta un limite oltre il quale si può essere schiacciati o travolti.

Molte volte, ci sentiremmo di dire sempre, è una lotta interna che ti consuma fin da giovanissimo. Amare e odiare la propria passione più grande: è possibile? Lo è, come per tutti i grandi e travolgenti amori della vita.

Può capitare quindi che si decida di mollare dopo aver vinto tutto, o quasi. Dopo aver raggiunto quel punto così alto da non sopportare più le vertigini. È successo a Mark Spitz che a soli 22 anni e dopo aver vinto sette medaglie d’oro nel nuovo, a Monaco ‘72, decise di ritirarsi.

È capitato al più grande tennista della storia (no, non Roger…lui fa un altro sport), Bjorn Borg che dopo 11 Slam e a soli a soli 26 anni, all’apice di una carriera che sembrava non potergli regalare niente più, nessun traguardo da raggiungere e aggiungere a quelli già in cascina. O almeno di questo era convinto lo stesso Borg, più che altro individuando il perché di tale decisione nell’assenza di motivazioni, perché in campo avrebbe potuto continuare a vincere…senza se e senza ma. Lui aveva semplicemente detto stop a quel tipo di vita.

È successo di recente a Tom Dumoulin che a solo 30 anni e dopo aver vinto un Giro e un mondiale a cronometro ha detto stop. A tempo indeterminato e senza (per ora) ripensamenti. “Non ero felice da oltre un anno, mi sono tolto un peso”. Ecco, dire addio per loro ha significato più o meno questo: riprendere per mano la propria vita e tornare a deciderne. È una scelta, dura e dolorosa. Ma da rispettare e soprattutto da non giudicare.

Carlo Galati