Sinner #3

La notizia non è che Jannik Sinner ormai sappia solo vincere. Da quel match perso in finale a Torino, con un certo signor Djokovic, solo caselle verdi nel percorso che lo ha portato fino al numero tre del mondo. No, la notizia è che sa vincere quando non è al meglio della condizione, quando tutti i colpi non sono al 100%, quando il servizio non gira come dovrebbe: quando serve vincere i punti che pesano, Sinner c’è.

Ed è questo l’ulteriore passo in avanti e il significato vero di questa partita vinta con l’amuleto De Minaur (vinti 16 degli ultimi 17 set), ma più in generale dell’intero torneo di Rotterdam; dimostrare a se stessi e agli altri che si è capaci di vincere anche quando gli errori sono tanti, i movimenti non fluidi come al solito: poche discese a rete, movimento al servizio non sempre ottimale, solo per fare due esempi. Non ricordiamo di così tanti break e contro break in una partita del recente passato di Sinner, eppure a cavallo del secondo set questo è accaduto, emblematico del fatto che se da una parte non tutto girasse per il meglio, dall’altra parte della rete, l’australiano ha giocato, probabilmente, una delle migliori partite della sua carriera, valorizzando il suo punto di forza principale, ovvero quella rapidità di movimento dentro al campo che, se giocato a quel livello, non dà respiro all’avversario. Così è stato per Jannik, fino a quando non ha tirato un sospiro di sollievo, e noi con lui.

Da domani sarà numero 3 al mondo, crescendo passo dopo passo, aggiungendo mattone su mattone nel processo che lo porterà ad essere il numero 1 al mondo. Bisogna essere completi e dimostrarsi disponibili al cambiamento, per arrivare lì dove l’incertezza non è più legata alla sfera delle possibilità, ma solo a quella temporale. È scritto nel tennis. Quello stesso tennis che ha saputo rigenerarsi, dimostrandosi più grande di qualunque altro interprete. Archiviata a breve una stagione, se n’è già aperta un’altra, con un protagonista già maledettamente vincente.

Carlo Galati @thecharlesgram

Quadarella, la ragazza d’oro

Arrivano da Doha le bracciate che nuotano verso il nuovo capitolo della storia del nuoto italiano. Bracciate di una ragazza che si sta dimostrando invincibile nella media e lunga distanza della vasca olimpica, una ragazza che ha raccolto l’eredità della Divina e che ne rappresenta la vera erede da regina della piscina azzurra. Simona Quadarella è d’oro nei 1500, è d’oro negli 800.

È un magnifico bis d’oro mondiale. Un trionfo all’ultima bracciata, vicina al suo record italiano di 8’14″99 del 2019, quando a Gwangju si arrese solo all’americana Katie Ledecky. La romana dell’Aniene, 25 anni, disputa una delle finali più belle della sua vita. E porta a tre i titoli mondiali: una doppietta nella stessa edizione riuscita solo a Federica Pellegrini. 

E adesso? Adesso la testa e i pensieri vanno verso Parigi, lì dove tra qualche mese si gareggia per qualcosa che va oltre la semplice medaglia. È materia di cui sono fatti i sogni, sogni d’oro e gloria eterna, quella olimpica, quella che passa da Parigi con bracciate lunghe che partono da Doha.

Carlo Galati @thecharlesgram

Kelvin Kiptum, la speranza che diventa tragedia

Kelvin Kiptum era il più grande. Per comprendere la natura della sua scomparsa prematura, possiamo paragonarlo a Kobe Bryant o a Ayrton Senna, atleti che hanno  portato con loro il senso dello sport. Parliamo di una leggenda dell’atletica, scomparsa in circostanze ancora da chiarire ma riconducibili ad un incidente stradale. Proprio la strada gli ha tolto la vita, quella stessa strada che invece gli aveva dato tutto in termini di risultati sportivi, oltre alla vita, alla genetica, agli dei dello sport, che gli avevano donato il talento. Quello puro, che accompagna l’essere umano elevandolo a una specie capace di tutto. Anche di correre la maratona sotto le due ore.

Questo, nello specifico, è uno dei muri dell’umana natura che nessuno è ancora riuscito a battere: Kelvin ci era andato vicino, detentore del record del mondo in 2:00:35 corso alla maratona di Chicago, una delle maratone più veloci al mondo ma non la più veloce. C’era del margine, nelle gambe, nel fiato, nel cuore dell’atleta keniota. L’obiettivo in tal senso era prima Rotterdam, poi ovviamente Parigi ed i cinque cerchi. La gloria olimpica che era alla sua portata, così come quel muro invalicabile che però iniziava a traballare di fronte al primo uomo capace di correre la maratona sotto le 2 ore e 1 minuto, che a pensarci bene resta strabiliante già così.

E a pensarci bene, Kiptum all’attivo aveva soltanto tre maratone nelle gambe e 35 secondi (anzi 36…) di margine per poter dare un senso alla corsa durata una vita trascorsa sugli altipiani keniani, a correre e correre, un passo dopo l’altro, raccontando al mondo che, in gara, in una gara vera, è possibile correre a 20 km/h per poco meno di due ore. Quei 35 secondi che sembrano un batter d’occhio per chi vive una vita normale: cosa volete che siano 35 secondi? Un’eternità per chi corre, ma un’eternità pronta ad essere addomesticata e che invece resterà lì a ricordarci cosa poteva essere e non sarà per chissà quanto tempo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

28 gennaio 2024

Il giorno che ha cambiato tutto, il giorno che spazza via le immagini in bianco e nero, ridando colore ai trionfi, il giorno che consacra Jannik Sinner come il più grande tennista italiano dell’era moderna, il giorno della prima vittoria Slam a Melbourne. Ci dobbiamo ancora riprendere e realizzeremo con calma nei prossimi giorni, ciò che abbiamo visto, quello che fatto questo ragazzo, non solo nella finale vinta con Medvedev, ma in tutto il torneo, in questo meraviglioso viaggio, partito ormai oltre due settimane fa.  

Quello che abbiamo visto in campo appartiene alle partite che si incastonano tra la mitologia e la fantascienza, a metà strada tra le imprese titaniche e quelle impossibili, non solo per come è arrivata ma soprattutto per come è stata costruita. Non è soltanto la rimonta dallo 0-2, ma è come quella rimonta è arrivata: Jannik era completamente in balia del russo e in balia delle sue paure, ansie e preoccupazioni. Tutto normale per chi a 22 anni gioca la prima finale Slam della sua carriera. E poi?

Poi è arrivata sia la magia tipica delle grandi imprese che la grande forza mentale di resettare tutto e ripartire, punto dopo punto, restando in partita quando ormai sembrava tutto compromesso, trovando il break decisivo una volta, e poi un’altra e poi un’altra ancora. Una lotta sulla distanza, sugli scambi lunghi che Sinner ha iniziato a vincere, uno dopo l’altro, ristabilendo le gerarchie in campo e facendo pensare la sua migliore forma fisica generale, dovuta anche all’essere stato meno in campo rispetto a Danilo che, nei turni precedente, c’era stato…e pure troppo. Ha ritrovato il servizio, ha spinto sul dritto del russo, lo ha fatto correre ed è arrivato alla vittoria finale. Una vittoria anche a parole. Non le solite scontate, ma una lezione per tutti: “ringrazio i miei genitori di avermi lasciato libero di scegliere”. Lo dico da padre e da sportivo: è il messaggio più forte che potesse arrivare. Il giusto ringraziamento di un atleta che ha appena iniziato a conquistare il mondo, un ringraziamento che ha il valore profondo della riconoscenza: sua e di tutti gli italiani. 

Carlo Galati @thecharlesgram

La notte prima dell’esame

La notte prima dell’esame. Sensazioni che ci rimandano ad altri anni, per fortuna (o purtroppo) lontani, momenti in cui ti immagini ciò che sarà senza la certezza di poter governare e controllare tutto. Pensieri che si rincorrono, momenti che dettano la misura dell’importanza. Chi ci ha seguito fin qui conosce come affrontiamo i match, come li raccontiamo e come cerchiamo alle volte di regalare un minimo di spensieratezza. Non ora, non in questi istanti. Perché a dirla tutta, abbiamo cercato nella vita di tutti i giorni, di non pensarci, di rasserenarci, che in fondo è solo una partita di tennis. In realtà sappiamo che non è così o meglio, non è una partita di tennis. È la partita di tennis. Sinner-Medvedev è il momento che stavamo aspettando. 

E sono tante le differenze rispetto alle finali passate che coinvolgevano atleti e atlete di casa nostra, perlomeno quello che abbiamo vissuto in prima persona. Più simile alla finale di Parigi di Francesca Schiavone, rispetto al derby italiano di New York, tra Vinci e Pennetta, o alla finale di Wimbledon di Matteo Berrettini. Quest’ultima, la più recente, era giocata in un contesto diverso, Wimbledon, ma con un retro pensiero critico che ridava lucidità e la considerava una gara da cui poco potevamo aspettarci: quel Djokovic era praticamente imbattibile. Non sarà così a Melbourne. Qui Sinner è favorito, non solo dai bookmakers ma anche dalla logica di questo sport… se una logica c’è (su questo nutriamo ancora qualche residuale dubbio). Medvedev sarà avversario tosto, difficile, nervoso, incrollabile fino a quando la palla è viva, il punteggio ancora in piedi. Jannik dovrà fare la sua partita, con pazienza, tenacia e intelligenza tattica. Solo così si batte un giocatore che ha mille e più vite, che non muore mai fino a quando non è scritta la parola fine. 

Iniziammo questo viaggio scrivendo “Daje Jannik”. Lo concludiamo allo stesso modo: daje tutta, regalaci questo sogno. 

In conclusione: i ragazzi del doppio hanno perso, peccato sì, ma gli altri erano più forti. Sabalenka ha fatto quello che tutti si aspettavano da almeno una settimana. Comunque, brava.

Carlo Galati @thecharlesgram

Lasciateci sognare, con la racchetta in mano

AO, day 14

Ritrovarsi all’alba di un nuovo giorno con la consapevolezza di aver assistito all’alba di una nuova era. Al bando toni trionfalistici fini a se stessi, per chi non lo avesse compreso a pieno, Jannik Sinner ha compiuto un’impresa che, definire titanica, potrebbe non rendere l’idea a pieno. Come descrivere l’enorme mole di record o statistiche, chiamatele come volete, da aggiornare figlie di una singola partita? Ne citiamo una su tutte: nessuna palla break concessa a Djokovic, nella lunga carriera Slam del serbo. La portata di questo dato è incredibile. Dà la misura di ciò a cui abbiamo avuto la fortuna di assistere; un Djokovic che è sembrato assente, totalmente in balia dei colpi di Sinner, completamente assuefatto dal quel cambio generazionale che per anni lo ha tormentato e che probabilmente è arrivato. Già perché, non ce ne voglia nessuno, Jannik “lo ha fatto sentire vecchio per la prima volta” (non è nostra, citiamo il commento a caldo di un collega subito dopo la fine del match).  Sinner ha avuto sempre il pieno controllo del match, non ha dato respiro al suo avversario, lo ha sempre tenuto sotto scacco, anche quando sembrava che il serbo potesse rialzare la testa dopo il set vinto al tie break, annullando un match point. Insomma, Sinner ha fatto il Djokovic, si è preso lo scettro con tutta la corona. E credeteci (ve lo spiegheremo domani) il match di domenica è sì una finale Slam, ma comunque vada, non cancellerà il ricordo indelebile di ciò che è stato.

Ha ringraziato tutti con un “Buongiorno Italia”, che ci ha ricordato molto il compianto Toto Cutugno. Sottotitolo: lasciateci sognare con una racchetta in mano. Lo stesso sogno che alimenta anche il doppio azzurro impegnato nel day 14, atto finale di un percorso, come direbbero da quelle parti, astonishing. Chiedere una doppietta azzurra sarebbe troppo? No, sarebbe un sogno. Ma senza sogni, che coltiviamo dal day 1 di questo Happy Slam, non saremmo qui a scrivervi (vi tocca…).

Due parole sulla finale femminile: quanti game concederà Sabalenka a Zheng? Poco o altro da aggiungere.

Carlo Galati @thecharlesgram

L’alba di un nuovo giorno

AO, day 13

Il bello di quello che stiamo vivendo in questa fase storica del tennis italiano, che vede in Jannik Sinner la punta di diamante di tutto un movimento, è che l’asticella dell’attesa cresce sempre di più, ogni volta. E non parliamo della crescente attenzione relativa al singolo incontro; ohibò sappiamo benissimo che più si va avanti e più le partite diventano interessanti (mica seguiamo il tennis da qualche giorno…). Parliamo proprio dell’interesse relativo ad ogni singolo grande evento: l’attesa per la semifinale con Djokovic è, per certi versi più spasmodica di quella giocata a Wimbledon qualche mese fa, o della finale alle Finals di Torino (scusate la ripetizione ma non sapevamo come scriverla diversamente), o della finale di coppa Davis. Ogni grande evento genera sempre più attesa, curiosità, incredibile coinvolgimento, come se fosse la prima volta, come in tutte le grandi storie d’amore che si rispettino. Ci ha intenerito una scena che abbiamo visto con i nostri occhi: una coppia, che definiremmo agée, sorseggiare un bicchiere di vino bianco, durante il più classico degli aperitivi, e ad un certo punto lei che guarda negli occhi di lui e gli chiede: “Sinner a che ora gioca?”. Ecco, aldilà del facile romanticismo da soap sudamericana, questa scena ci ha emozionati. Immaginiamo così anche la nostra vecchiaia.

Tutto questo per dire cosa? Che quella che viene definita come “Sinner Mania”, termine orribile, ma che rappresenta in pieno tutto questo, è qualcosa di incontrollabilmente bello, per il quale tutti abbiamo aspettato per anni. Il momento è arrivato. Poi, oggettivamente, parliamo di un match difficile, complicato, che vede il serbo favorito, ma è anche un match che serve aldilà di ogni risultato nel processo di maturazione di Sinner che ha domato tutti nel due su tre. Adesso è il momento di capire, rispetto a Wimbledon, quanti e quali passi si siano fatti in avanti rispetto al tre su cinque, che non è un altro sport, ma è di sicuro diverso. Vedremo. L’altra semifinale è tra Medvedev e Zverev: che dire? Di sicuro non si amano, sarà una partita nervosa, dura e sporca. Se vincesse Zverev non ne saremmo stupiti.

Carlo Galati @thecharlesgram

Gigi Riva, rombo perpetuo

A Gigi Riva sono legati i ricordi di più generazioni contemporaneamente, generazioni che in lui hanno visto un giocatore eccellente ed un uomo insuperabile. Un campione di signorilità e di coraggio, un coraggio che gli costò la frattura di una gamba in nazionale, infortunio che lo tenne fuori dal campo per tantissimo tempo, per poi tornare con lo stesso piglio, la stessa inimitabile e, per certi versi irraggiungibile, forza. Perché forza e signorilità lo hanno accompagnato in tutta la sua vita anche quella fuori dal campo, da dirigente impeccabile della Nazionale Italiana, che tutti vedevano come un punto di riferimento, una roccia solida a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Come quando Roberto Baggio, calciò alto quel maledetto rigore di Pasadena. Gigi Riva era lì, ad abbracciarlo, a consolarlo.

E poi Cagliari, la Sardegna. Lui varesotto di nascita ma sardo di vita, ha rifiutato quello che adesso sembrerebbe impossibile rifiutare: soldi, successo, vittorie. Tutte cose superflue se contestualizzate nella loro sfera materialistica, esaltate se rapportate a quello che poi è stato il Cagliari. Campione d’Italia nel 1970, una delle squadre più belle che il calcio italiano abbia mai avuto, con alla guida l’irripetibile campione e capitano. Emblema di un popolo che in lui vedeva, negli anni ’70, anni di migrazioni e difficoltà, un punto di riferimento, una bandiera da sventolare. Un mito. E i miti non vanno discussi per definizione, ma ammirati. Ed è con quella ammirazione che salutiamo Gigi Riva, calciatore, uomo, mito, emblema di un mondo che non c’è più.

In campo poi, giocatore eccezionale, primo attaccante moderno: uno che giocava in costruzione con la squadra, ma che sapeva girarsi in aria di rigore o attaccare la porta in verticale, dribblando e calciando verso la rete. Come in quell’Italia-Germania di Messico ’70 o come le tante reti, 35 in 42 partite, che ne fanno a tutt’oggi il cannoniere più prolifico della storia italiana.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nel segno della J

Se l’ottavo è stato il giorno di Jannik, quello che sta per arrivare è il giorno di Jasmine. Stessa iniziale, si spera stesso destino. Le possibilità di fare una bella accoppiata, ai quarti di finale nei due tabelloni principali del primo Slam dell’anno, ci sono eccome. Jannik ha già fatto il suo: ha battuto, more solito, l’avversario di turno, questa volta il buon Khachanov, che ha comunque messo in campo tutte le qualità tennistiche di cui è dotato, in una specie di gara a specchio con Sinner che quelle qualità le ha ugualmente, solo amplificate dal talento. E quindi un plauso a Karen e avanti un altro. Quell’altro sarà Rublev distanziato di una posizione da Sinner nella classifica mondiale e che ha avuto l’onere di eliminare dal torneo la grande speranza di casa, De Minaur. Piccola parentesi, non ce ne vogliano: vedere l’Aussie tra i top 10 è una cosa che non comprendiamo. Il tempo sarà galantuomo. Ma di questo avremo modo di parlare in futuro. Fatta questa premessa d’obbligo, veniamo a noi:

Paolini-Kalinskaya: dicevamo all’inizio di questo accrocchio, che deve essere il suo giorno. Deve perché, se ci trovassimo in qualunque altro torneo del mondo (non Slam, ovviamente…) la daremo per netta favorita, visti i valori in campo tra le due giocatrici. Quindi, perché no in Australia? Ecco che dunque, in barba ad ogni forma di scaramanzia (ritenetevi liberi di esercitarla liberamente), scriviamo che l’occasione è ghiotta per la tennista azzurra, non approfittarne sarebbe un delitto tennistico…anche perché l’eventuale quarto sarebbe con la vincente tra Zheng e Dodin. Why not?!

Cazaux-Hurkacz: un interrogativo giornalistico che fa molto anni 90 del secolo scorso ci imporrebbe di domandarci, ma dove vuole arrivare questo Cazaux? Veniamo da quegli anni quindi i più giovani ci perdoneranno se indossiamo i panni dei boomer giornalistici, chiedendocelo. Effettivamente di strada ne ha fatta il giovane transalpino, fin dalle qualificazioni. Le favole saranno comunque belle ma dall’altra parte della rete c’è un giocatore, il signor Hubi, che dal canto suo vede l’opportunità e non (solo) la difficoltà. Allez les Bl…Hubi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

AO, day 8

Premessa: è il giorno di Jannik, il giorno in cui, finalmente liberi dalle schiavitù della vita di tutti i giorni, potremmo godere ad un orario decente e di domenica del match che può spalancare le porte verso i quarti di finali, con l’obiettivo Djokovic in semifinale. Quindi, a letto presto o, se le forze e la volontà vi assistono, drittone fino alle sei di mattina: importante però è che non esageriate. Il rischio è di non comprendere cosa stia succedendo in campo; un po’ quello che gli avversari di Sinner hanno provato finora. Esaurita la premessa d’obbligo, e dando per scontato che il match con Katchanov non abbia bisogno di particolari suggerimenti, veniamo a noi e andiamo oltre:

Fritz-Tsitsipas: l’amico Fritz finora ha disputato partite che ha giustamente vinto, avendo affrontato giocatori di caratura nettamente inferiore. Non che vincere con avversari più deboli sulla carta, sia sempre scontato, (citofonare Swiatek per conferma) però se ambisci a rientrare tra i primi dieci giocatori al mondo, sono passaggi obbligati. Il match con Tsitsipas dirà al buon Taylor quanto manca per tornare a competere ad altissimi livelli. Altissimi perché, dall’altra parte della rete, il greco ha ritrovato in Australia tutto il suo splendore, come se l’aria di Melbourne fosse un toccasana per il suo gioco e il suo tennis. Ritrovata la via maestra, c’è da difendere tanto, una finale per la precisione. Match equilibrato che vincerà Tsitsi.

Anisimova-Sabalenka: tra le partite degli ottavi femminile è di gran lunga la più interessante. Non che le altre non lo siano ma qui gli argomenti sono decisamente superiori, e forse lo sono anche i valori in campo. Anisimova ha battuto finora, Samsonova, Podoroska e Badosa, non giocatrici di primissimo piano ma comunque tenniste che vantano titoli in bacheca. Amanda ha mostrato un livello di gioco sempre molto alto. Sabalenka, avrà il compito di portare sulla schiena il fardello della campionessa in carica che, dopo il ko di Iga, ha anche i galloni della favorita numero uno. Un film già visto a New York: avrà imparato la lezione? Questo match è il banco di prova.
Carlo Galati @thecharlesgram