L’atletica Azzurra e l’età dell’oro

L’atletica italiana vive un periodo che mai aveva raggiunto. Pleonastico ricordare perché, altresì superfluo menzionare le vittorie. Eppure al quadro perfetto mancava ancora qualcosa, la pennellata d’autore finale, quel tocco che ne segnasse per sempre il valore, imprimendone a fuoco le gesta. Quella pennellata è la vittoria negli Europei a squadra o per i più romantici, la Coppa Europa.

A Cracovia è stato un assoluto dominio quello della squadra italiana, che ha trionfato nella classifica finale con 426,5 punti, precedendo con un distacco abissale i padroni di casa polacchi che erano i campioni uscenti (402,5 punti), la Germania (387,5), la Spagna (352) e la Gran Bretagna (341).

Capitanati in maniera esemplare da Gianmarco Tamberi, che oggi ha portato a casa la sua vittoria nel salto in alto, gli azzurri hanno ottenuto altri sei successi: Samuele Ceccarelli (100 metri), Alessandro Sibilio (400 ostacoli), Zane Weir (getto del peso), Sara Fantini (lancio del martello), Nadia Battocletti (5000 metri) e Tobia Bocchi (salto triplo).

E sono tante le indicazioni, tantissime le speranza in vista dei mondiali di quest’estate e dell’obiettivo a cinque cerchi del prossimo anno a Parigi. Una su tutte, Samuele Ceccarelli che ha trionfato sui 100 metri, gara in cui è mancato il re della specialità, che di nome si chiama Marcell. L’atletica italiana è in buone mani, con una generazione di fenomeni a guidarla.

Carlo Galati

L’Olimpia degli dei

La conquista del trentesimo scudetto, la terza stella su una maglia rossa che vive di luce propria e che con orgoglio ha scritto una pagina lucente della storia dello sport italiano. L’Olimpia Milano ha completato il suo viaggio, battendo in gara sette la Virtus e lasciando negli occhi e nel cuore dei propri tifosi qualcosa che resterà per sempre.

Ed è la vittoria di Giorgio Armani e del suo impegno per questa società è questa città, di Ettore Messina eroe dei due mondi cestistici e da oggi uno dei simboli della Milano sportiva, insieme al capitano Nicolò Melli, al capitano in pectore Gigi Datome, insieme al popolo biancorosso che festeggia, inneggia ai suoi eroi e sogna traguardi ancora più ambiziosi.

Sogna Milano, sogna l’Olimpia perché è giusto farlo perché la storia ha insegnato che le scarpette rosse possono tornare a dominare anche in altri ambiti. Europei per la precisione. Ma per quello ci sarà tempo. Oggi è solo tempo di festeggiare, gioire e guardare al futuro consapevoli che in Italia nessuno è come l’Olimpia.

Carlo Galati

Canada, vince Verstappen e raggiunge Senna

Ennesimo trionfo di Max Verstappen nel segno di Ayrton Senna.

Il campione del mondo della Red Bull vince anche il Gp del Canada allungando ancora di più nel Mondiale e soprattutto centrando il 41esimo successo in carriera che gli permette di eguagliare la leggenda brasiliana.

Sul podio la Aston Martin di Fernando Alonso, secondo, davanti alla Mercedes di Lewis Hamilton. Incoraggiante la gara della Ferrari che, nonostante partisse da dietro a causa delle qualifiche horror del sabato, azzecca la strategia ad una sosta e ritrova un passo che gli consente per la seconda parte della corsa di avvicinare i migliori. Alla fine Charles Leclerc, che ha corso con un casco dedicato a Gilles Villeneuve, è quarto davanti al compagno di squadra Carlos Sainz, ma la differenza con le Mercedes e le Aston Martin a Montreal sembra annullata ed anche l’olandese volante non sembra così lontano come nelle ultime gare.

La partenza sulla pista di Montreal e’ regolare. Subito al comando la Red Bull di Max Verstappen che partiva dalla pole davanti alla Mercedes di Hamilton che al via passa la Aston Martin di Alonso. Quarta l’altra stella d’argento di George Russell. Nona la Ferrari di Leclerc che scattava dalla decima posizione, mentre è undicesima al semaforo verde la Rossa di Sainz. Dopo i primi giri come di consueto Verstappen prende il largo portandosi ad una distanza di sicurezza (oltre tre secondi) dalla Mercedes di Hamilton.

Al giro 12 primo piccolo colpo di scena: la stella d’argento di Russell va a muro e danneggia un pneumatico. La direzione gara decide di far entrare immediatamente la safety-car e le monoposto di testa, dalla Red Bull di Vesratteppen alla Aston Martin di Alonso, si fermano per il cambio gomme. All’uscita della safaty-car il trio di tesa non cambia (Verstappen, Hamilton e Alonso tutti con la gomma dura), mentre le Ferrari che non si fermano ai box si ritrovano al quarto e quinto posto rispettivamente con Leclerc e Sainz.

La scuderia di Maranello vuole evidentemente sfruttare il miglior passo gara rispetto alle Mclaren. Al giro 22 la Aston Martin di Alonso sorpassa la Mercedes di Hamilton sfruttando il maggior feeling della sua vettura con la gomma bianca. Hamilton prova a contro-sorpassare e ne nasce una sfida targata ‘vecchi tempi’. Poi però il sette volte campione del mondo deve rinunciare alla seconda posizione a causa di un crollo di prestazione con gli pneumatici duri. Sul fronte Ferrari sembrano confermate le previsioni di un passo gara ritrovato sia per Leclerc che per Sainz con le gomme medie: entrambe le Rosse girano su tempi simili al trio di testa. Al giro 37 nuovo rischio di safety car: attacco della Alpha Tauri De Vries alla prima curva su Magnussen, contatto tra i due che permette a Russell di passare. Poche curve dopo i due si toccano di nuovo e finiscono lunghi nella via di fuga provocando una bandiera gialla e perdendo molto tempo nel ripartire.

A oltre metà gara arriva l’ora della sosta anche per le Ferrari che mettono la gomma dura e si ritrovano nella stessa posizione con Leclerc ai piedi del podio virtuale davanti al compagno Sainz, quinto. La strategia ad una sosta del Cavallino Rampante appare quella giusta con le due Rosse non troppo lontane dalla Mercedes di Hamilton, in terza piazza. Pochi giri e si capisce che le Ferrari vanno anche con la gomma bianca e girano sugli stessi tempi di Verstappen ritrovandosi improvvisamente in grado di lottare per il podio. Un terzo posto che alla fine non arriva, ma Leclerc e Sainz possono andare via da Montreal con un po’ di fiducia in più per i miglioramenti visti sul tracciato intitolato a Gilles Villeneuve. Per Verstappen una festa infinita in nome di Senna e di un titolo, il terzo di fila, che sembra già suo con netto anticipo, proprio sulla scia del mito verdeoro della Formula 1.

Gino Mader, l’ultima vittima del ciclismo coraggioso

Il ciclismo piange, ancora una volta. In salita o in discesa, nel pieno della maturità o nel pieno dell’ardore giovanile, non importa. Il destino, beffardo, amaro e senza scampo viaggia sulle due ruote, insiemi ai corridori e tracciando quel sottile confine tra la vittoria e la sconfitta, tra l’arrivo e il ritiro, tra il vivere o il morire. Ed è Gino Mader, corridore svizzero, l’ultimo a cui il destino ha dato appuntamento, chiamandolo a se nel Giro di casa, in una discesa, che magari avrà provato decine di volte, mentre si allenava tra le montagne di tutta una vita, una discesa che ha spezzato la sua vita e inflitto l’ennesima ferita al cuore del ciclismo.

Già perché le vittime aumentano, i morti sulle due ruote sono sempre di più, sempre più frequentemente ci si ritrova a chiedersi cosa si sarebbe potuto fare: molto? Poco? Non abbiamo una risposta e probabilmente nessuno ce l’ha al monento, perché il ciclismo è anche purtroppo questo. E’ lo sport romantico per definizione, sangue, sudore, lacrime, il pubblico che ti incita e la solitudine del numero primo. La partenza in gruppo, il momento della fuga, la grandi salite, le lunghissime discese. Cosa fare? Teorizzare la messa in sicurezza totale del ciclismo è fondamentalmente una banalità di cui non si sente il bisogno. Perché? Perché è sport di strada, l’unico vero… e quando si va per le strade il rischio, molto alto, che qualcosa accada c’è.

Parliamo di un mezzo, la bicicletta, per definizione debole rispetto a tutti gli altri, fragile e delicato nella sua essenza; cavallo domato da un fantino le cui (in)sicurezze sono il motore che muove tutto. Anche la paura. Ed è da quello che bisogna partire, dalla paura che diventa saggia consigliera e non beffarda suggeritrice. Una paura che porta all’educazione del rischio, alla consapevolezza della morte. Questa è la ricetta perché non c’è altro modo di tenere il ciclismo in piedi, se non educare alla paura i ciclisti, per impararsi a difendere da ogni pericolo, anche da se stessi. Nel frattempo piangiamo per Gino Mader, l’ennesima vittima di un ciclismo senza paura.

Carlo Galati

No23, la storia di un record

Tante volte ci si lascia andare, confezionando iperboli che, nella maggior parte delle volte sono fini a se stesse, raffigurazioni di un mero esercizio scrittorio più che rappresentative della realtà. E ci scuseranno quelli che maneggiano argomenti di sicura maggiore importanza ma, di questo scriviamo, di sport e di tennis nello specifico. Una storia lunga oltre 150 anni e che ha visto a Parigi compiersi, in queste ore, uno dei momenti più importanti della sua storia. O forse il più importante.

Già perché Novak Djokovic, ha aggiunto il punto esclamativo alla parola record, raggiungendo quell’apice che sarà molto, molto, molto difficile raggiungere: 23 titoli Slam sono un qualcosa di inimmaginabile, impensabile solo a scriverlo, figurarsi ad ottenerli sul campo.

E forse, abituati come siamo ad aver vissuto quest’epoca tennistica, che attraversa più di un decennio, ci renderemo conto di quanto accaduto tra qualche anno, quando quelli che vedremo e chiameremo campioni, vinceranno Slam, ma guarderanno da molto lontano un record e un obiettivo che resterà lì a ricordare una generazione di fenomeni guidata da chi ha infranto ogni muro, impostando le nuove regole del gioco, la nuova misurazione dell’ impossibile: Novak Djokovic.

Carlo Galati

Iga III, regina del Roland Garros

Alza le braccia verso il cielo di Parigi Iga e si gode la terza vittoria sulla terra parigina. Regina Iga, una campionessa che ha trovato il suo regno, un torneo che ha conquistato ancora una volta, battendo tutte le avversarie, trasmettendo, durante tutte le due settimane, una sensazione di superiorità piuttosto netta, che però ha trovato nella sua espressione finale il momento in cui questa superiorità sembrava potesse essere messa in discussione da una giocatrice, Karolina Muchova, che ha ridato speranza a chi ama un certo tipo di tennis, quel tennis fatto di ricami, di slice, di soluzioni stilisticamente entusiasmanti. 

Certo, dopo un’ora di partita e sul punteggio di 6-2, 3-0 sembrava che per portare a casa la terza coppa Suzanne Lenglen, per la polacca, ci volesse veramente poco. Errore. Perché la combattiva ceca ha ritrovato quella stessa verve che, anche nella semifinale con Sabalenka, ha fatto la differenza tra chi pensava di aver già vinto e chi lo ha fatto davvero. Questa volta però non è stato così. Perché nonostante la rimonta, nonostante la fase di calo, Swiatek è riuscita a ritrovare quello che le mancava per scrivere di nuovo il suo nome su quella terra rossa che l’ha resa quasi invincibile.

Rapisce con il suo sorriso Iga, illumina il già radioso “Chatrier” illuminato com’è stato in questi giorni dai raggi di un sole, quello parigino, che con la sua luce ha elegantemente accompagnato la polacca verso il successo; la luce di una campionessa che ha conquistato con coraggio, forza e determinazione l’obiettivo preposto, mettendo il punto esclamativo sulla parola vittoria. 

Carlo Galati

Roland Garros: Swiatek-Muchova per l’atto finale

Doveva essere una grande giornata di tennis, una di quelle che avremmo ricordato in mezzo a tante e tante altre, divisi tra la tv e il campo, tra un divano ed una tribuna. Invece non è andata propriamente così: abbiamo visto il punto più bello dell’anno da parte di Alcaraz su Djokovic e poi poco più. Causa crampi, causa superiorità serba…insomma una serie di fattori, incidenti e non poco. Ci si aspettava di più. Come ci si aspettava di più dall’altra semifinale, racconto meraviglioso di un percorso, quello di Zverev, interrotto bruscamente e ripreso quest’anno sugli stessi campi ma terminato in soli 7 game in tre set da Ruud, che approda nuovamente in finale un anno dopo Nadal; probabilmente il finale sarà lo stesso.

Oggi invece il menù del giorno propone una finale di sicura maggiore incertezza rispetto a quella maschile: da una parte la regina del torneo, campionessa in carica alla ricerca del terzo titolo, dall’altra la giocatrice, Muchova, che maggiormente ha rapito i cuori degli appassionati con un gioco antitetico rispetto a quello di molte colleghe e colleghi basato sulla fantasia e sull’estro, sulle variazioni e sul cambio di ritmo. Non che Swiatek sia da meno, ma da lei ci si aspetta di tutto, dalla giocatrice ceca in pochi avrebbero puntato un centesimo che arrivasse dove è arrivata. Di sicuro lei sì; altrimenti non si spiega come sia riuscita a risalire dal 2-5 e match point per Sabalenka nel terzo set della semifinale.

Sarà una finale che non vediamo l’ora di vedere e che ci appassiona come da tempo non succedeva per un match di finale femminile. Sia per quello che abbiamo visto, sia per i significati che questa partita ha nel proprio io. Un match interessante che non vediamo l’ora di vedere, un confronto di stili e di giocatrici così diverse ma così uguali nel divertire, divertendosi. Swiatek non ha mai incontrato un ostacolo così durante questo torneo, Muchova ha battuto l’altra finalista designata con un recupero prodigioso ed è pronta a sorprendere di nuovo. Non resta che goderne.

Carlo Galati

Alcaraz-Djokovic per la finale, Zverev per riprendere il cammino

Avevamo previsto, che in finale insieme Swiatek , arrivasse anche Sabalenka. Così non è stato e giù di critiche. Ci stanno. Però Aryna, anche tu: 5-2 e 30-40 cosa ti è saltato in mente…!? Il bello (o brutto) del tennis è anche questo. Comunque, guardiamo avanti, ed è un bel vedere. Forse le migliori semifinali maschili possibili, ognuna di queste partite con un significato dietro da poterci scrivere pagine e pagine: tranquilli, non lo faremo. Cercando di fare esercizio di sintesi, senza annoiare nessuno, come sempre in queste settimane, veniamo a noi.

Alcaraz-Djokovic: ecco qui il match che tutti stavano (stavamo) aspettando, fin da quando è iniziato il torneo. Era la semifinale che ci si aspettava, è la semifinale migliore che potesse esserci da quel lato di tabellone. Un solo precedente tra i due, a Madrid lo scorso anno, partita vinta dallo spagnolo dopo tre set combattuti. Sulla terra di Parigi il nuovo confronto, non crediamo di una lunga serie, perché la differenza di età gioca contro il fatto che possa avvenire con così tanta frequenza, quindi bisogna godere di questa partita come lo si fa guardando qualcosa di raro e prezioso, uno spettacolo che non avrà molte repliche. Crediamo che chi vinca questa partita possa arrivare in finale favorito per il titolo. Il primo di Carlos nel regno di Rafa per restare numero 1, il 23esimo di Nole per diventare in numero 1, non solo in classifica. Favorito Alcaraz ma Djokovic è uno che a Parigi ha scritto la (sua) storia.

Zverev-Ruud: non più tardi di un anno fa, una parte della vita tennistica di Zverev veniva affossata dalla terra dello Chatrier, inghiottita in un buco nero nel quale la sua caviglia ha trovato dolore, sofferenza e delusione. Giocava con Nadal. Avrebbe potuto vincerla quella partita, conquistando la finale del Roland Garros. Un lungo sentiero quello attraversato da Sasha, per tornare lì dove tutto si era interrotto, bruscamente, 365 giorni fa. Dall’altra parte della rete c’è, Casper Ruud, ovvero quello che avrebbe potuto incontrare proprio in quella finale. Ad immaginarlo non ci si crede, figurarsi viverlo. Il norvegese è favorito ma, le vie del tennis sono infinite.

Carlo Galati

Swiatek-Sabalenka, verso lo sprint finale

Ci siamo. All’orizzonte si staglia nitido il triangolino rosso dell’ultimo chilometro, quello decisivo. È un passaggio obbligato, è quella situazione di stallo apprente che precede l’ultimo scatto, l’ultima fatica. Se volessimo continuare, utilizzando come paragone il ciclismo, potremmo dire che la volata finale del Roland Garros femminile, edizione 2023, è come quella di un gruppo a 4, con due super favorite che si giocheranno il tutto, appunto, in quell’ultimo chilometro.

È ovvio, bisogna arrivarci, ma la sensazione (e forse qualcosa in più) è che quella di oggi sia una giornata interlocutoria che precede il grande giorno. In tutta franchezza non vediamo come Iga Swiatek e Aryna Sabalenka non possano non giocare la finale del torneo. È vero, lo sport, soprattutto il tennis, sa essere imprevedibile per definizione, assurdo in alcuni momenti ma si parte da dati oggettivi, da concreti dati di fatto. La concretezza in questo caso sta proprio nei risultati finora ottenuti. Quasi nessuna difficoltà per entrambe nell’ arrivare fino alle semifinali, oggettivamente non ne vediamo di altre.

E non ce ne vogliano Karolina Muchova e la brasiliana Beatriz Haddad Maia, a cui va tutto il nostro sincero apprezzamento per il torneo giocato finora, ma una finale diversa da Swiatek-Sabalenka sarebbe una sorpresa forse troppo grande e non renderebbe merito alle due giocatrici più forti del circuito in questo momento. Ma le partite vanno prima giocate e vinte: a Swiatek e Sabalenka l’onere di staccare il gruppo e giocarsi all’ultimo chilometro lo sprint verso il traguardo finale.

Carlo Galati

Ruud-Rune, fuori i secondi. Swiatek quasi senza ostacoli

Ieri vi abbiamo detto che la partita tra Alcaraz e Tsitsipas sarebbe stato un match da vedere, avvisandovi però che probabilmente l’angolo del greco sarebbe stato decisivo. Per Alcaraz. È andata più o meno così, nel senso che nessuno in quella sterminata prateria, ha trovato una soluzione che fosse una, se non alla fine del terzo set, per arginare lo strapotere spagnolo. Strapotere. Ecco perché quasi abbiamo timore a scegliere quale delle due semi maschili consigliarvi. Per quanto riguarda il tabellone femminile, situazione più semplice. Ne riparleremo. Detto questo, come sempre, veniamo a noi:

Rune-Ruud ci sembrerebbe una buona partita sulla carta. I colleghi, quelli con più medaglie sulla giacca di noi, lo chiamano “derby scandinavo” o Ru-Ru: roba da rabbrividire. In campo di sicuro andrà diversamente. Due giocatori diversi come atteggiamento in campo, postura, ma anche classe. Il danesino ha fatto incavolare parecchie persone per quella storia del doppio rimbalzo. Quasi pleonastico pensare che al primo accenno di polemica il non propriamente conciliante, pubblico francese, non lo sommerga di fischi. Ruud ha dalla sua di sicuro maggiore esperienza: basterà?

Swiatek-Gauff, sarà la prima partita della polacca in cui non ci si domanderà soltanto quanti game lascerà alla sua avversaria; probabilmente l’americana Cori sarà il suo primo vero ostacolo. Non insormontabile. Non crediamo neanche possa dare alla campionessa in carica particolare disagio o fastidio tennistico, però l’americana è l’unica, insieme a Sabalenka, che può provare a fare qualcosa, a condizione di tenere bassa la percentuale di gratuiti. Impresa difficile ma che incuriosisce.

Carlo Galati