Sofia Goggia, l’abitudine di tornare

Che sapore ha un secondo posto? Per chi è nato con la vittoria nelle vene potrebbe essere una condizione anomala del proprio essere, un fattore esogeno che rischia di compromettere la stabilità di un equilibrio, quello dell’atleta, che si basa su tanti piccoli incastri. Eppure c’è un secondo posto che regala un sorriso a chi 10 mesi fa lo ha perso durante la discesa della Casola nera, a Ponte di Legno, pista che si prese tibia e perone, lasciandola nel buio del tunnel dell’incertezza. Ecco perché questo secondo posto è quella luce che la riporta lì dov’era. A competere con le migliori. Questo secondo posto nel Super G di Creek River è il segno di una donna che sa soffrire e, soffrendo, andare forte.

Creek River è una pista che si prende tutto, che non fa sconti, le sue curve sono strette come lame, i suoi salti pretendono ginocchia d’acciaio e poi tecnica, coraggio, un pizzico di follia. Sofia c’è arrivata con il solito carico di aspettative e quella capacità di accendersi nelle sfide difficili. E lo ha fatto, fermando il cronometro a pochi centesimi dalla vincitrice, l’austriaca Cornelia Hutter. Una sfida al limite, un distacco di 16 centesimi che è quasi niente, ma che nello sci è tutto.

La sua discesa è stata un dialogo serrato con la montagna, fatto di traiettorie disegnate al limite, di istinto e ragione che si incontrano in pochi secondi. Ogni curva un azzardo, ogni salto una scommessa. E il pubblico l’ha capito, regalando a Sofia un applauso che sapeva di ammirazione vera, quella che si riserva a chi ha le stimmate della campionessa. 

Un secondo posto, dicevamo, che vale per chi conosce il peso di un infortunio e le notti a inseguire la forma migliore. Vale per chi sa che, nello sport, i risultati sono anche il frutto di ciò che non si vede: il sudore, la fatica, le lacrime. E Sofia, di tutto questo, è una maestra.

Le prossime gare diranno dove può arrivare questa stagione. Ma a Creek River, abbiamo visto più di un risultato: abbiamo visto un’idea di sport, quella che Gianni Brera chiamava l’arte di soffrire e far sognare. Sofia, da vera artista, ha lasciato il segno.

Carlo Galati @thecharlesgram

StraordiNadia e l’Italia d’oro: il trionfo europeo di Battocletti

Nadia Battocletti scrive un’altra pagina di storia, illuminando i prati europei con una vittoria che profuma di leggenda. La trentina conquista l’oro ai Campionati Europei di corsa campestre, regalando all’Italia una giornata da incorniciare. Con questo trionfo, Nadia diventa la prima donna capace di vincere il titolo europeo in tutte e tre le categorie (juniores, under 23 e seniores), un’impresa che finora solo Andrea Lalli era riuscito a realizzare al maschile. E come se non bastasse, trascina la squadra azzurra al primo oro a squadre tra le seniores.

Quella di Antalya è stata una giornata che resterà impressa nella memoria: cinque medaglie complessive per l’Italia, tre delle quali d’oro, e un secondo posto nel medagliere dietro alla corazzata britannica. Mai, in trent’anni di storia della manifestazione, gli azzurri avevano raccolto così tanto.

I 7,5 km della prova seniores femminile si sono aperti con la fuga solitaria della francese Manon Trapp, che ha scelto la tattica del “io scappo, voi inseguitemi”. Ma dopo 15 minuti di corsa in solitaria, il gruppo delle migliori ha ripreso il controllo. Nel giro finale, la Klosterhalfen ha tentato di resistere all’assalto di Nadia, ma negli ultimi mille metri la trentina ha imposto il suo ritmo devastante. Una progressione che, pur impercettibile dal punto di vista tecnico, ha lasciato le avversarie sul posto. All’arrivo, Nadia ha tagliato il traguardo con le braccia alzate e 11 secondi di vantaggio su Klosterhalfen e Can, in un’esplosione di gioia tricolore.

Ma la festa non finisce qui. Il contributo delle compagne di squadra – con Elisa Palmero 13ª e Ludovica Cavalli 19ª – ha permesso all’Italia di totalizzare 33 punti, superando la Gran Bretagna per appena tre lunghezze. È il primo oro a squadre per le azzurre seniores, un risultato storico che parla di coesione e sacrificio. 

StraordiNadia è il simbolo di un’Italia che non smette di sognare, di una squadra che sa unirsi e combattere. Questa giornata di gloria, nata sui prati di Antalya, resterà un faro per il futuro della corsa campestre italiana.

Il tetto del mondo siamo noi

Da Malaga a Malaga, un viaggio lungo 12 mesi, da una vittoria alla sua riconferma, dal “finalmente” alla consapevolezza che sì, quelli che prima tutti guardavano e ammiravano come i più forti e gli imbattibili, adesso siamo noi. E’ l’Italia che vince e festeggia, che si fregia non soltanto della sua più splendente punta di diamante, Jannik Sinner, ma che, mettendo in bacheca la terza Coppa Davis della propria storia, fa entrare il tennis italiano in un’altra dimensione, quella in cui ci si innalza ad esempi, a cui si guarda oggi e si guarderà domani: “Ti ricordi la squadra italiana di Davis del ‘23 e del ‘24?”

Questa squadra ha indubbiamente grandi meriti: il più grande quello di aver donato il colore alle vittorie, aggiungendo ai ricordi in bianco e nero cileni, quelli rilucenti d’azzurro di Malaga. Australia lo scorso anno, Olanda quest’anno, un grande protagonista decisivo in entrambe le edizioni, il numero 1 al mondo, uomo copertina; è la sua vittoria, ma non solo. È anche la vittoria di Matteo Berrettini, vero uomo squadra, coraggioso combattente che ha saputo aspettare il suo momento, fin da quando, ha sostenuto tutti lo scorso anno: se oggi gioiamo, tanto merito è il suo. È la vittoria di capitan Volandri, decisivo nelle scelte, come quella, non scontata, di affidarsi alla coppia Sinner-Berrettini quando serviva. E poi Musetti, Bolelli e Vavassori, sempre a disposizione della squadra, a Bologna come a Malaga. Un’alchimia non scontata perché anomala in uno sport che vede, nell’esaltazione del singolo, la natura stessa del proprio essere e che, proprio perché vissuta nella sua eccezione, diventa la regola necessaria per la vittoria finale. 

BKJ Cup e Davis Cup: nel giro di soltanto quattro giorni l’Italia ha vinto tutto quello che c’era da vincere, cannibalizzando uno sport che finora ci aveva regalato gioie ad energia alternata, ma mai con tale superiorità. Le due finali sono lì a testimoniarlo. Tutti ci guardano come l’esempio da seguire, la locomotiva di un treno che fa fermate in tutto il mondo e noi, oggi, da maestri di questo sport, saliamo in cattedra. 

Provate a prenderci.

Carlo Galati

Matteo Berrettini, l’uomo del destino 

Ci sono uomini che si fanno avanti solo quando il mondo lo richiede, e poi ci sono uomini come Matteo Berrettini che bruciano silenziosamente, fieramente, nell’ombra del sacrificio e della dedizione incrollabile. Non è solo un giocatore, ma un marinaio che traccia il suo corso attraverso tempeste che pochi saprebbero affrontare, portando il peso delle speranze di una nazione che si stringe intorno al tennis, eleggendolo a sport nazionale, forse solo per qualche ora, trascinato dalla sua volontà inarrestabile. Una volontà che lo ha portato a vincere il match con l’australiano Kokkinakis, in un saliscendi di emozioni e punti.

Questa finale di Coppa Davis contro l’Olanda è più di una battaglia; è il destino che chiama. E per Matteo, non può che finire con il trionfo che merita più di chiunque altro. Lo scorso anno ha guardato dalla panchina, un guerriero ferito, incapace di alzare il trofeo per cui aveva lottato con ogni fibra del suo essere. Era lì, non come spettatore, ma come pilastro, il cuore emotivo di una squadra che si è appoggiata a lui anche quando non poteva brandire una racchetta.

Quest’anno Berrettini è tornato, non solo per giocare, ma per dare tutto. Attraverso il dolore, il dubbio, e le lunghe notti solitarie della riabilitazione, ha mantenuto la rotta. Il suo cuore non ha mai vacillato, la sua determinazione non si è mai spezzata. Se qualcuno merita questo momento, è lui l’uomo che è tornato non solo per sé stesso, ma per i suoi fratelli in azzurro e per l’Italia.

Se Matteo alzerà quella coppa, non sarà solo una vittoria. Sarà giustizia per i sacrifici invisibili, per le battaglie combattute nel silenzio, per il sudore e le lacrime che lo hanno riportato su questo palcoscenico. Lo ha guadagnato con ogni momento di forza, ogni grido di sfida, ogni grammo di passione che scorre nelle sue vene.

Matteo Berrettini questo è il tuo momento. Il mare ora è calmo. Devi alzare quella coppa, perché te lo meriti forse più di chiunque altro, perché deve essere tua.

Carlo Galati @thecharlesgram

L’Italia della Billie King Jean Cup: una vittoria che sa di squadra

C’è una bellezza tutta particolare nelle vittorie che non appartengono a un singolo, ma a un gruppo, a un insieme di volti e storie che si intrecciano per dare vita a qualcosa di unico. La vittoria dell’Italia nella Billie Jean King Cup 2024 è una di quelle storie che meritano di essere raccontate. Non tanto per l’evento in sé – una finale di tennis vinta a Málaga contro la Slovacchia – ma per come questa vittoria è arrivata, per ciò che rappresenta.

Le nostre ragazze hanno dimostrato che il tennis non è solo uno sport individuale, ma può essere anche un esercizio collettivo di forza, coraggio e resistenza. L’hanno fatto in una settimana di fuoco, partendo con i pronostici a favore e confermando tutto, punto su punto, match dopo match.

Due le eroine di giornata: Lucia Bronzetti e Jasmine Paolini che riportano in Italia un successo solo sfiorato lo scorso anno, autrici delle due vittorie di giornata. In 80 minuti (6-2,6-4) Lucia Bronzetti, numero 78 del mondo, si libera dell’imponente Viktoria Hruncakova, n. 159 Wta, mettendo a segno 18 degli ultimi 20 punti. Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, al suo 113° match della stagione, si sbarazza in due set (6-2, 6-1) della slovacca Rebecca Sramkova, numero 43, che va fuori giri in una partita comandata dall’azzurra. E poi via ai festeggiamenti di una entusiasta e commossa squadra italiana, formata anche da Sara Errani, Martina Trevisan ed Elisabetta Cocciaretto.

E poi quel sapore particolare tipico delle vittorie di squadra, soprattutto in uno sport individuale come il tennis. È come se ogni punto conquistato non fosse solo il frutto di un colpo ben riuscito, ma di un’energia collettiva, di una condivisione che va oltre la tecnica e la tattica.

Alla fine, quello che resta è l’immagine di un gruppo che salta insieme, che sorride e festeggia insieme, che sa di aver scritto una pagina importante. L’Italia alza la Billie Jean King Cup e da Malaga o dall’Italia, festeggiamo un po’ anche noi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Maestro Sinner

L’Inalpi Arena canta all’unisono in una sorta di mash-up tra sport e musica, tra tennis e concerti: “Olè, olè, olè Sinner Sinner”, inizia così, finisce così. Finisce con Jannik Sinner che battendo in finale Taylor Fritz 6-4, 6-4 (sono 9 “6-4” tra i due in 12 set giocati) il titolo delle Nitto Atp Finals, diventando il primo italiano a riuscirci e a riuscirci senza perdere un set. Roba che non succedeva da quasi 40 anni (Lendl 1986). Una vittoria che non è solo il suggello di un torneo memorabile, ma anche l’investitura di un talento ormai maturo, che si eleva a punto di riferimento totale, nobilitata dal titolo di Maestro.

La partita ha avuto l’andamento di una sinfonia composta da Sinner con precisione millimetrica e raro controllo emotivo. Fritz, armato del suo servizio esplosivo e di colpi pesanti, ha trovato sulla sua strada un muro invalicabile, eretto dalla mente lucida e dalle gambe infaticabili di Jannik. Ogni scambio sembrava dettato da una regia interiore: Sinner ha dominato i momenti chiave del match, spegnendo sul nascere ogni tentativo di ribellione dell’americano.

Il primo set è stato un saggio di equilibrio tattico. Sinner, chirurgico nei colpi da fondo e straordinario nelle risposte al servizio, ha sfruttato l’unica occasione concessa dall’avversario per strappare il break decisivo nel settimo game. Il 6-4 che ha chiuso il parziale è stato il frutto di una maturità sorprendente per un giovane di soli 23 anni, capace di affrontare l’arena di casa senza tradire emozione.

Nel secondo set, Fritz ha tentato di alzare l’intensità, ma si è scontrato con la capacità di Sinner di anticipare ogni mossa, come un abile scacchista che intuisce le mosse dell’avversario. Ancora una volta, è bastato un solo break per scrivere la parola fine: Jannik ha gestito il vantaggio con la freddezza di un veterano, chiudendo il match tra l’ovazione del pubblico torinese.

Torino ha celebrato una vittoria, certo, ma ha visto anche qualcosa di più grande: l’inizio di una dinastia. Per noi italiani, abituati a cercare eroi in ogni angolo dello sport, il suo trionfo è un motivo di orgoglio e speranza. 

Bravo Jannik, il futuro è tuo.

X: @carlogalati

Sofia Goggia, normalmente speciale

È probabilmente l’antidiva per eccellenza, Sofia Goggia. Una ragazza legate a valori antichi, figli della sua terra, compie 32 anni. Un’età che per molti potrebbe segnare l’inizio di una riflessione, ma non per lei, che ha sempre vissuto guardando avanti, sfidando se stessa e il tempo, come quando si lancia a oltre cento chilometri orari giù per una discesa.

Sofia è un simbolo di resilienza, di sacrificio, di quella tenacia che nasce tra le montagne e che non conosce pause. Bergamasca fino al midollo, è cresciuta con un sogno: diventare la più forte, nonostante gli ostacoli, le cadute, gli infortuni che le hanno segnato il corpo ma mai piegato lo spirito.

La sua carriera è una storia fatta di alti e bassi, come una pista nera affrontata senza mai toccare i freni. Ha vinto un oro olimpico a Pyeongchang nel 2018, cristalli della Coppa del Mondo, e ha scritto pagine che resteranno nella storia dello sci. Ma la vera forza di Sofia non sta solo nei trofei. È nella sua capacità di rialzarsi, ogni volta più forte, ogni volta più consapevole.

Chi la conosce lo sa: Sofia è una combattente, ma è anche una persona vera, sincera, mai costruita. Non ha paura di mostrarsi vulnerabile, di ammettere che il successo si conquista con fatica e dolore, che dietro le medaglie ci sono lacrime e sacrifici. Irrorata da una fede incrollabile, tanto nei momenti bui – «se questo è il piano di Dio per me, non posso far altro che accoglierlo a braccia aperte» – quanto in quelli migliori: «mi ha guidato una luce particolare, qualcosa che ho vissuto interiormente». E forse è proprio questa autenticità che l’ha resa così amata, non solo tra i tifosi ma anche tra chi vede nello sport una metafora di vita.

A 32 anni, Goggia non sembra intenzionata a rallentare. Anzi, ogni discesa è una nuova sfida. Buon compleanno, Sofia, regina della velocità e dell’umiltà. In te rivediamo il meglio dello sport: passione, coraggio e quel pizzico di follia che trasforma un’atleta in una leggenda, ma soprattutto una persona che sa elevarsi nelle discese più ripide.

Carlo Galati

SinnRe

Lo abbiamo visto uscire da una coltre di fumo e luci blu che lo circondavano come un guscio protegge il suo bene più prezioso, Jannik Sinner, il ragazzo venuto dai boschi e dalle dolomiti altoatesine, ha finalmente ottenuto ciò che il destino gli aveva promesso: la coppa del numero uno al mondo. Un onore immenso, una vittoria che è il frutto di un’intelligenza ferina, di un’instancabile determinazione, ma anche di quella tipica nobiltà d’animo dei montanari. Questo giovane figlio di San Candido è arrivato lassù, in cima alle vette, come un vecchio alpinista che conosce la montagna e sa che non concede nulla per mera benevolenza.

Siamo alla fine di un’annata epica; il suo cammino non è stato fatto di fragore o di clamore, ma di determinazione ferina e intelligenza svelta. Sinner ha lavorato su sé stesso come il cesellatore sull’opera grezza: lentamente, metodicamente, finché il suo tennis non ha raggiunto un livello cristallino, capace di dominare tutti, di dominare quelli che erano i migliori, fino a diventare lui, il migliore.

A vederlo salire in cima al podio, insieme a Boris Becker e ad Andrea Gaudenti, chairman ATP, si avverte l’aura dei grandi, di chi non si lascia scoraggiare dalle sfide. Sinner è un ragazzo che non tradisce l’emozione, i lineamenti duri, quasi impassibili, di chi ha capito che ogni conquista si guadagna un pezzo alla volta. Egli è l’anti-divo, quasi un eroe d’altri tempi, immerso in un mondo dove la velocità e il clamore la fanno da padroni. Ma è proprio questa calma che gli ha permesso di battere mostri sacri con l’istinto e la pazienza di un cacciatore antico che ha reso Sinner così temibile.

Ricevere la coppa del numero uno, sotto gli occhi del mondo, è una consacrazione in quella che è la città dei re, della monarchia. A Torino Sinner non è solo un giovane campione; è la promessa di un tennis che si rinnova, la speranza per chi crede che la grandezza non ha età. Il ragazzo venuto dai monti ha compiuto la sua scalata e ora guarda tutti dall’alto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Coco Gauff, l’eroina diventata maestra

Sotto il cielo immenso di Riyadh, Coco Gauff si fa strada come una giovane eroina in un tennis che a volte sembra mancare di storie che sappiano di inaspettate sorprese. Non è solo una questione di punti, di un set o di un tie-break deciso al terzo; la vittoria di Gauff alle WTA Finals è il trionfo dell’anima che impara la calma in mezzo al caos di chi l’ha sempre vista da subito campionessa designata, in una sorta di linea di discendenza diretta dei successi di Venus e Serena. Zheng Qinwen, avversaria coriacea, dall’altra parte della rete è giovane come lei, una guerriera anch’essa, ma non ancora temprata per quelle raffiche di nervi tesi che un match del genere impone.

Gauff perde il primo set, ed è come se camminasse su un filo, dondolando, mentre Riyadh trattiene il respiro. Ma Coco non si spaventa, non molla, e nel secondo set cambia qualcosa, è questione di ritmo. Perde due giochi, e poi quattro di fila li vince come a voler dire “Ci sono anche io”. Viene in mente un verso di Kipling, quell’“If” che sembra descriverla: Gauff sa affrontare la sconfitta e la vittoria, quei due impostori che si alternano nel tennis e nella vita, senza perdere la testa. La partita è lì, ancora da vincere, ancora da lottare, quando Zheng prova a chiudere, avanti 5-3 nel terzo set.

Ma qui viene fuori la differenza, quel pezzetto d’anima che fa di Gauff una campionessa. La giovane americana riaggancia la cinese, la costringe a sbagliare, si va al tie-break e Coco vola. Finisce 7-6, con un’esplosione di gioia che non è solo di Coco, ma di tutti quelli che la amano e del pubblico saudita. Sì, perché Gauff vince anche contro il silenzio di uno stadio che ha visto partite a tratti disputate senza la folla che meriterebbe.

Gauff porta a casa il titolo, e porta a casa anche qualcosa che va oltre le cifre, oltre i record. C’è della poesia in questa vittoria, una storia che continua, in attesa del prossimo match, della prossima sfida. La ragazzina che a 15 anni sconvolgeva Wimbledon è diventata adulta, è diventata maestra. E in quel suo pugno alzato c’è tutta la bellezza e la durezza di questo sport che non concede sconti.

@thecharlesgram

La forza di Jasmine è nella consapevolezza

Sono passati 306 giorni da quell’1 gennaio, che rappresenta non solo l’inizio dell’anno solare, ma anche la prima pagina di un libro che racconta la storia meravigliosa di una ragazza, Jasmine Paolini, che nel pieno della propria maturità sportiva e tennistica, quei 28 anni che, di solito, raffigurano il momento in cui si raggiunge la piena consapevolezza dei propri mezzi e il punto di equilibrio tra il massimo splendore fisico e la maturità necessaria per affrontare le situazioni di gioco e di vita agonistica. Un equilibrio che Jasmine ha raggiunto sbocciando nel pieno del suo tennis e irrorando ogni giorno di più un 2024 che sembra avvolto da un’aurea perpetua di soddisfazioni. Ultima di queste, la vittoria con Elena Rybakina alle WTA finals: 7-6, 6-4 ottenuto con una maturità ed una chirurgica precisione dell’analisi dei momenti, che alimenta la consapevolezza di essere numero 4 al mondo.

Eh già, perché in tanti, forse troppi, sono stati troppo frettolosi nel dire che il girone delle WTA Finals di Paolini con, Rybakina, Zheng e Sabalenka, fosse il più difficile di tutti, il girone terribile dal quale difficilmente sarebbero arrivate soddisfazioni tricolori. Tutto, come al solito detto con il senno di prima, con quel retrogusto da sindrome dell’impostore al contrario, come se Paolini non avesse meritato di essere numero 4 del mondo, come se non ci fossero sul campo e a più riprese, testimonianze, risultati, prove tangibili di una crescita organica, non figlia dell’estemporaneità ma concreta nel suo evolversi nel tempo, con avversarie, superfici, condizioni sempre differenti: non è un caso. Non può esserlo.

Ed ecco dunque, 59 partite dopo quella prima vittoria dell’anno ottenuta con Angelique Kerber alla United Cup, prepararsi ad affrontare, senza nulla da temere, la numero 1 al mondo, Aryna Sabalenka, in un match che può valere la semifinale delle Finals, un obiettivo che forse nemmeno lei si aspettava, e che invece ad oggi rappresenta una concreta possibilità di continuare a scrivere, in singolare, ma anche in doppio con Sara Errani (non dimentichiamo), le pagine finali di una grande storia di successo.