Pippo Baudo e il calcio: la Juve e l’amore per il suo Catania

Pippo Baudo è stato il volto di un’Italia che davanti alla televisione ha imparato a ridere, cantare, commuoversi. È stato uno di famiglia, per milioni di italiani. Dietro i riflettori, l’uomo che per decenni ha fatto compagnia a generazioni di telespettatori, aveva una passione semplice e viscerale: il calcio. Un amore che non si esauriva nelle parole, ma che faceva parte del suo modo di sentirsi italiano e soprattutto siciliano.

Baudo non ha mai nascosto la sua simpatia per la Juventus, la squadra che fin da ragazzo lo aveva affascinato per quella capacità di vincere e di imporsi come simbolo di rigore e professionalità. Raccontava spesso che la Juve era “la squadra che non molla mai”, un ideale di disciplina che ritrovava anche nel suo mestiere, fatto di prove infinite e di perfezionismo maniacale. In quelle maglie bianconere c’era la metafora di una carriera che non lasciava nulla al caso.

Eppure, accanto alla grande squadra del nord, nel cuore di Baudo c’era sempre spazio per i colori rossazzurri del Catania. Un amore diverso, carnale, legato alla terra e all’infanzia. “Io sono catanese e non potrei mai dimenticare le mie radici” diceva, sottolineando come il tifo per il Catania fosse qualcosa che andava oltre il risultato della domenica: era appartenenza, comunità, famiglia. Negli anni delle promozioni in Serie A, Baudo esultava come un bambino, convinto che ogni impresa del Catania fosse un riscatto per tutta la Sicilia.

Il calcio, per Pippo, era linguaggio universale. Lo si capiva dal modo in cui parlava di sport nei suoi programmi: non da esperto tecnico, ma da appassionato sincero, capace di emozionarsi. Che fosse un gol di Platini con la Juve o la rete decisiva al Cibali, l’intensità era la stessa. Per lui il pallone rappresentava la vita: fatica, gioia, cadute, ripartenze.

Così rimane l’immagine di un uomo che ha regalato leggerezza al Paese senza dimenticare la sostanza delle sue passioni. Tra le vittorie della Juventus e i sogni del Catania, Pippo Baudo ha vissuto il calcio come una grande storia d’amore, fedele e instancabile, proprio come la sua carriera televisiva.

Carlo Galati

Svizzera, la sconfitta da nascondere

A pochi giorni dal fischio d’inizio di Euro 2025, la nazionale femminile svizzera si ritrova al centro di quella che è un’umiliazione. In un’amichevole a porte chiuse le ragazze elvetiche sono state battute 7-1 dalla formazione Under 15 del Lucerna. La partita era nata come un allenamento congiunto “top secret”, lontano da telecamere e taccuini, ma a rompere il silenzio ci ha pensato un giovane calciatore del Lucerna, entusiasta e incauto, che ha pubblicato tutto sui social, compreso il risultato.
Una figuraccia in piena regola, resa ancor più rumorosa dal silenzio che la federazione svizzera avrebbe voluto imporre. Invece, in poche ore, il caso ha fatto il giro dei media elvetici e non solo, scoperchiando non solo una défaillance tecnica ma anche una questione più ampia, e certamente più spinosa.
Perché tra le voci più note e attive del calcio femminile svizzero c’è Alisha Lehmann, volto noto anche fuori dal rettangolo verde, influencer da milioni di follower e, soprattutto, protagonista di numerose battaglie per la parità salariale tra uomini e donne nello sport. Lehmann – come tante altre colleghe nel mondo – ha chiesto pubblicamente che alle calciatrici venga riconosciuta dignità economica, pari attenzione e rispetto. Un tema giusto, urgente, necessario.
Questo scivolone con dei ragazzi di 14 anni riporta tutti bruscamente con i piedi per terra. Non si tratta di usare un singolo risultato per sminuire anni di crescita, professionalità e sacrifici del calcio femminile. Tuttavia nascono interrogativi a cui non si può sfuggire: quanto è realistico chiedere parità salariale in un contesto dove le prestazioni (e l’interesse di pubblico, sponsor e media) restano oggettivamente molto differenti?
La questione non è tanto se un’Under 15 maschile possa battere una nazionale senior femminile, quanto l’atteggiamento con cui si cerca di coprire il fatto, quasi a temere il giudizio. E invece servirebbe onestà, lucidità, programmazione. Perché se Euro 2025 sarà un’occasione di svolta per il calcio femminile, allora servono sì diritti e visibilità, ma anche prestazioni all’altezza. Le figuracce sono sempre dietro l’angolo.

Carlo Galati

La Champions e il sorriso di una bambina

Il PSG ha vinto la sua prima Champions League. Cinque a zero, netto, pulito, come certe partite che profumano di sentenze e che non ammettono repliche. L’Inter si è sciolta presto, come neve su un parabrezza. Ma non è questo che conta. Conta che in panchina c’era Luis Enrique e che, al fischio finale, ha guardato il cielo. Non c’era bisogno di parole; le parole, a volte, disturbano. Lì, in quel silenzio denso, c’era il nome che tutti avevano in mente: Xana.

Xana, la figlia. A sei anni era in campo con lui a Berlino, nel 2015, quando il Barcellona vinse la Champions contro la Juve. Una corsa felice, i capelli che volano, la mano nella mano col papà sventolando una bandiera. Quattro anni dopo, una malattia rara se l’è portata via.

Da allora, Luis Enrique non è più lo stesso. Sorride meno, parla piano, ma allena con qualcosa in più. Non è grinta. È presenza. È quella voce che gli bisbiglia “continua”, anche quando niente avrebbe più senso.

Parigi, che sembrava una squadra senz’anima, stanotte ne ha avuta una. Era quella del suo allenatore. Dei suoi occhi fermi, del suo silenzio che vale più di mille discorsi. E di quel sorriso lieve, appena accennato, dedicato a chi non c’è più.

Certo, nessun trofeo colma certe assenze, ma ci sono vittorie che profumano di memoria, di amore che resiste. E in mezzo ai coriandoli e ai flash, qualcuno a Monaco ha sentito il passo lieve di una bambina. Correre, ancora una volta, verso suo papà.

Carlo Galati

Negli occhi di Totò

Le notti magiche le abbiamo passate inseguendo quel gol che sapevamo prima o poi sarebbe arrivato. A segnarlo sempre lui, Totò Schillaci, da Palermo, Sicilia, che con quegli occhi spiritati e densi di gioia ha trascinato un Paese intero verso il sogno mondiale. Italia ’90 è stato il primo approccio al calcio di una generazione, quella nata nei primi anni ’80, che vedeva in quella squadra dei calciatori pronti a tutto, pronti a regalarci la gioia più grande a soli otto anni dalla vittoria in Spagna.

 

Schillaci ci ha portati fino ad un passo dal sogno perdendo in semifinale dall’Argentina più debole di sempre, guidata però dal dio del calcio. Quei maledetti rigori sono ormai storia ma, nonostante siano passati 34 anni, oggi piangiamo lo stesso perché quell’eroe invincibile, non c’è più, portato via dall’altra faccia della vita. Sei gol in quel Mondiale, capocannoniere alla fine del torneo. Li ricordiamo tutti: da quello con l’Austria e poi Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina fino al rigore con l’Inghilterra quando le notti ormai non erano più magiche, avendo perso fate ed incantesimi, ma eravamo comunque felici perché Totò nonostante la delusione di Napoli era lì a dirci che i sogni sono e resteranno sempre la materia di cui sono fatti gli obiettivi, anche quelli più impossibili. Come poteva un uomo diventare l’eroe di una Nazione, dopo una delusione così tremenda? In quanti sono assurti al ruolo di miti, dopo la più grande sconfitta della propria carriera? Lui sì. E come poteva infatti un bambino nato nel quartiere popolare di San Giovanni Apostolo a Palermo, salire sul tetto del mondo? Ci ha provato, ci è riuscito, rinchiudendo tutto in un mese in cui tutto quello che toccava diventava oro, o gol.

 

Negli occhi suoi la voglia di vincere, lo abbiamo sempre visto anche dopo. Anche quando ha comunicato a tutti della sua malattia, affrontandola con la filosofia tipica dei siciliani, con una sorta di indolenza che contraddistingue chi nasce siciliano. Non è pigrizia, ma il tentativo di prendere tutto come viene. Come un gol, come una corsa sfrenata. Come quell’estate, che è stata un’avventura in più.

 

Carlo Galati @thecharlesgram

 

 

 

Ci lascia un uomo intelligente

Sven-Göran Eriksson, un nome che evoca immediatamente eleganza, calma e genialità tattica. Un uomo che, con il suo inconfondibile stile, ha saputo lasciare un’impronta indelebile nel calcio italiano, trasformando la Lazio in una delle squadre più temibili e rispettate d’Europa.

Arrivato a Roma nel 1997, Eriksson fu accolto con un misto di curiosità e scetticismo. Un allenatore svedese in Serie A, con un curriculum già ricco ma ancora lontano dai riflettori dei grandi palcoscenici italiani, destava perplessità. Ma il suo impatto fu immediato. Con la sua classe e il suo approccio scientifico, Eriksson non solo adattò rapidamente la sua filosofia al calcio italiano, ma la arricchì, portando innovazione e una nuova concezione di gioco.

La Lazio di Eriksson era un capolavoro tattico. La sua capacità di organizzare la squadra, di sfruttare al massimo il potenziale di ogni giocatore, ha prodotto un calcio fluido e spettacolare, senza mai rinunciare alla solidità difensiva. Il suo 4-4-2, con varianti intelligenti e studiate, è diventato un modello di equilibrio e bellezza. Ma il vero segreto del suo successo risiedeva nella sua abilità di gestire lo spogliatoio, di entrare nella mente dei suoi giocatori, di comprenderne i bisogni e le ambizioni. 


Il culmine della sua avventura romana arrivò nella stagione 1999-2000, quando la Lazio vinse lo Scudetto, il secondo della sua storia. Non solo lo Scudetto: la bacheca si arricchì anche con una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Italia, trofei che testimoniavano la grandezza di quella Lazio e del suo condottiero svedese.
Ma oltre ai numeri e ai trofei, ciò che rende indimenticabile l’era Eriksson è la qualità del calcio espresso. Eriksson ha regalato ai tifosi non solo vittorie, ma anche emozioni profonde, un calcio che sapeva di bellezza e intelligenza.

Caro Eriksson, il tuo nome resterà per sempre legato ai ricordi più dolci di un’epoca irripetibile. Grazie per averci insegnato che il calcio può essere non solo competizione, ma anche arte e poesia. Grazie per averci reso partecipi della tua intelligenza.

Carlo Galati @thecharlesgram

Està volviendo a casa

Football is not coming home, once again. Está volviendo a casa, direbbero gli spagnoli che, con merito hanno vinto il quarto titolo europeo della loro storia ai danni di un’Inghilterra ancora una volta incapace a mettere la parola fine a un racconto costruito con dovizia, ma che poi perde la bussola, smarrendosi sempre prima dei titoli di coda. Così dal 1966, così per la seconda volta consecutiva dopo il 2021, due finali europee perse in tre anni sono un bottino troppo magro per una squadra che avrebbe meritato sicuramente di più in questo periodo storico ma che, evidentemente non è ancora pronta per il salto definitivo. Quel salto.

Il salto che porta ad alzare una coppa ed un trofeo che per il calcio spagnolo vuol dire ancora una volta, la quarta (mai nessuno come loro), sul tetto d’Europa e con un futuro roseo davanti a se. Giocatori giovani, su tutti Yamal e Nico Williams, 39 anni in due, ancora una volta decisivi, così come lo sono stati in tutto l’Europeo. Una vittoria per 2-1 che porta le loro firme, direttamente o indirettamente e che mettono in mostra tutto il talento di un calcio che non ha avuto bisogno di rinnovarsi nei concetti, nella scuola, ma negli interpreti, conservando la propria anima, ma cambiandone gli interpreti, formati secondo i dettami di un gioco vincente. I quattro titoli europei e il mondiale vinto nel 2010 sono lì a testimoniarlo. 

Con buona pace degli inglesi che si ritrovano ancora una volta a fare i conti con una disfatta e con la consapevolezza che per vincere serva ancora qualcosa in più, anche fosse un pizzico di fortuna. Per ora piangono, con Kane ancora una volta incapace di trascinare alla vittoria di un titolo una formazione, che però ha tra le sue fila uno dei giocatori più forti al mondo, quel Bellingham già campione d’Europa con il Real Madrid, squadra spagnola. Appunto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Sprofondo azzurro

E fu così che in una notte di mezza estate il sogno divenne incubo. In realtà ci eravamo forse tutti un po’ illusi che il meraviglioso goldi Zaccagni con la Croazia, quando ormai la strada di casa era più che tracciata, fosse quella scintilla che potesse risollevare le sorti di una squadra che tale non è mai stata, aggrappata com’è stata a momenti estemporanei, a situazioni che ne hanno permesso la sopravvivenza quando in realtà era tutto già scritto chiaramente. 

Non arrivi dunque inaspettata questa sconfitta ma soprattutto la prestazione di una Nazionale che è da annoverarsi tra le più scadenti che si siano mai presentate ad affrontare una competizione internazionale, più scadente probabilmente di quelle che sono riuscite nell’ardua impresa di non qualificarsi per due mondiali di fila. Una Nazionale senza anima, senza gioco, senza idee ma soprattutto, ed è questa la cosa più disperatamente vera, senza nessuna qualità. Ovviamente la responsabilità più grande, anche se non l’unica, è quella di Spalletti che, se è vero com’è vero, non aveva a disposizione chissà quale materiale umano col quale lavorare, non è riuscito a trasmettere a questi giocatori i sentimenti base: l’orgoglio, la voglia, la grinta. Non sono mai stati una squadra.

Non può dunque giungere inattesa questa dolorosa eliminazione che ci fa ripiombare nel grigio dei giorni più bui, legati alle sfortune della squadra azzurra, quella che dovrebbe essere di tutti ma che in realtà in pochi hanno veramente a cuore. Speriamo di sbagliarci: lo dimostri Gravina, dimettendosi, lo dimostri Spalletti rimettendo nelle mani del futuro presidente il proprio mandata. Non succederà. Tutti probabilmente resteranno dov’erano, lasciando questa delusione nel solco profondo di quelli che hanno provato a cambiare tutto per lasciare tutto com’è. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Ancelotti, Rey Madrid

Certe volte la difficoltà di raccontare qualcosa risiede nel non scadere nella banalità del momento, raccontando ancora una volta il significato di un’impresa che diventa la consuetudine della vittoria. Un processo che solo i grandissimi riescono a compiere e tra loro, con assoluta determinazione, c’è Carlo Ancelotti. Qualcuno lo definisce il più grande allenatore della storia del calcio italiano. Non siamo d’accordo per un semplice motivo: significherebbe categorizzarne l’aurea. Impossibile.

Carlo Ancelotti trascende il calcio per sedere al tavolo dei più grandi uomini di sport della storia. Non è solo allenatore vincente, ma viene da una storia di atleta vincente. In quanti come lui? Nessuno. Nessuno può vantare determinati successi prima come atleta e poi come allenatore in una sorta di striscia continua vincente che dura da oltre quarant’anni. Ha vinta la sua quinta champions league da allenatore con il Real, lo ha fatto con il solito calcio senza fronzoli. Un calcio adatto a questo Real Madrid.

Diranno, troppo facile con tutti questi campioni. Solitamente queste critiche arrivano perché assuefatti dal trito racconto che solo con il gioco stellare si possa vincere. La grandezza di Ancelotti sta anche qui: nel riscrivere i preconcetti e nel dimostrare che quando si hanno dei campioni si devono gestire, senza per forza inventare numeri da guerre stellari. Così è successo, la quindicesima Coppa dei Campioni è di un Real che il vero fuoriclasse lo ha in panchina. Vamos Carlo!

Carlo Galati @thecharlesgram

Claudio Ranieri, l’uomo che ha reso tutto possibile 

Raccontare cosa è stato Claudio Ranieri per il calcio italiano è esercizio complesso, a maggior ragione lo è nel giorno in cui un intero stadio, lo stadio di quella che è la sua gente, la gente di Cagliari, lo ha applaudito, osannato, portato per mano dentro il trionfo che merita. Non ce ne vogliano gli amici sardi ma limitare però la figura di Ranieri, per quanto importante, solo alla sua parte di vita legata alla panchina isolana, significherebbe fare un torto ad uno dei pochi veri maestri che il calcio italiano ha saputo valorizzare in patria ed esportare con il certificato di qualità all’estero.

È l’emblema della normalità che plasma l’impossibile tra le sue mani, rendendolo concreto: così a Cagliari, così a Roma, così a Firenze e così a Leicester. Lì, in terra d’Albione è ricordato da tutti e sarà ricordato per sempre per la portata dell’impresa compiuta con una squadra di buoni giocatori, che grazie alla guida di Sir Claudio sono riusciti a diventare eroi. Giocatori che sarebbero rimasti nella mente di chi ne ama la maglia che indossano, diventati leggende a tutto tondo capace di battere gli invincibili squadroni della Premier. Una cosa che, anche adesso ad anni di distanza, si fa fatica a comprendere, ad accettare nelle sue molteplici complessità. Eppure è avvenuto. 

Ed è successo grazie ad un allenatore che con il suo calcio innovativamente legato alla concretezza,  facilmente adattabile ad ogni latitudine, ad ogni giocatore che abbia la volontà e la voglia di affidarsi totalmente agli insegnamenti di un allenatore che lasciai il segno, prima come uomo e poi come professionista, legando però le due cose in maniera indissolubile e rendendole un tutt’uno. Adesso ha detto basta. Lascia da vincente, conquistando l’ennesima salvezza impossibile dopo una promozione altrettanto impossibile e trovando un posto nel cuore dei cagliaritani accanto ad un mito che di nome faceva Gigi e che a quelle latitudini è venerato come un dio. Lascia in tutti noi il ricordo di imprese memorabili e un sentito grazie per ciò che è stato e che purtroppo non sarà più.

Carlo Galati @thecharlesgram

Gigi Riva, rombo perpetuo

A Gigi Riva sono legati i ricordi di più generazioni contemporaneamente, generazioni che in lui hanno visto un giocatore eccellente ed un uomo insuperabile. Un campione di signorilità e di coraggio, un coraggio che gli costò la frattura di una gamba in nazionale, infortunio che lo tenne fuori dal campo per tantissimo tempo, per poi tornare con lo stesso piglio, la stessa inimitabile e, per certi versi irraggiungibile, forza. Perché forza e signorilità lo hanno accompagnato in tutta la sua vita anche quella fuori dal campo, da dirigente impeccabile della Nazionale Italiana, che tutti vedevano come un punto di riferimento, una roccia solida a cui aggrapparsi nei momenti di difficoltà. Come quando Roberto Baggio, calciò alto quel maledetto rigore di Pasadena. Gigi Riva era lì, ad abbracciarlo, a consolarlo.

E poi Cagliari, la Sardegna. Lui varesotto di nascita ma sardo di vita, ha rifiutato quello che adesso sembrerebbe impossibile rifiutare: soldi, successo, vittorie. Tutte cose superflue se contestualizzate nella loro sfera materialistica, esaltate se rapportate a quello che poi è stato il Cagliari. Campione d’Italia nel 1970, una delle squadre più belle che il calcio italiano abbia mai avuto, con alla guida l’irripetibile campione e capitano. Emblema di un popolo che in lui vedeva, negli anni ’70, anni di migrazioni e difficoltà, un punto di riferimento, una bandiera da sventolare. Un mito. E i miti non vanno discussi per definizione, ma ammirati. Ed è con quella ammirazione che salutiamo Gigi Riva, calciatore, uomo, mito, emblema di un mondo che non c’è più.

In campo poi, giocatore eccezionale, primo attaccante moderno: uno che giocava in costruzione con la squadra, ma che sapeva girarsi in aria di rigore o attaccare la porta in verticale, dribblando e calciando verso la rete. Come in quell’Italia-Germania di Messico ’70 o come le tante reti, 35 in 42 partite, che ne fanno a tutt’oggi il cannoniere più prolifico della storia italiana.

Carlo Galati @thecharlesgram