Doppio oro italiano: voli sincronizzati e rana d’assalto

Succede che l’Italia arrivi prima. Non per caso, ma per costruzione. E allora non resta che raccontare, con misura, senza strepiti. L’Italia del nuoto a Singapore mette insieme due ori in meno di un’ora: uno arriva da sott’acqua, l’altro sfiora appena la superficie. Entrambi pesano, brillano, commuovono.
Il primo squillo è da tuffi. Chiara Pellacani e Matteo Santoro, romani, vent’anni lei, diciassette lui, si sono presi l’oro mondiale nel sincro misto dal trampolino 3 metri. Un esercizio pulito, leggero, denso di ritmo e fiducia. Non capita spesso di battere i cinesi, figurarsi a casa loro (perché Singapore, nel nuoto, è considerata quasi una dependance cinese). Eppure Li e Chen, i favoriti, sono scivolati sul quarto tuffo, lasciando strada aperta agli azzurri, che hanno chiuso con 308.13 punti, davanti agli australiani e appunto ai cinesi. Mai, in questa specialità, l’Italia aveva vinto un oro iridato.
“È un mare dentro”, ha detto Matteo. E si capisce. Avevano già un argento mondiale, ma il salto qui è stato d’oro. “Vincerla con Matteo è la ciliegina sulla torta”, ha aggiunto Chiara, che domani si riposa e poi penserà all’individuale. È il loro ottavo podio insieme. Ma questo è il più alto, e il più sentito.

Poi, senza lasciare il respiro, è toccato alla velocità pura della rana sprint. Simone Cerasuolo, classe 2003, ha vinto i 50 metri rana in 26″54, lasciandosi alle spalle il russo Prigoda e il cinese Qin. Una gara che dura meno di mezzo minuto, ma dentro ci metti tutto: reazione, bracciata, istinto e nervi. “Nei 50 vince il più forte, non il più veloce”, ha detto Simone, con quella calma da chi sa che le parole vengono dopo. Aveva un obiettivo, ci è arrivato. “La partenza non perfetta, ma le ultime bracciate buone. Ho cercato di fare il meglio possibile”. Lo ha fatto. Anche perché – e qui viene fuori la persona prima dell’atleta – “la mia famiglia mi ha trasmesso valori che vanno oltre lo sport”.
Diciassette medaglie fin qui per l’Italia in questo mondiale: 2 ori, 11 argenti, 4 bronzi. Ma al di là del metallo, oggi contano le storie: quella di due ragazzi in volo, uno accanto all’altra, e quella di un altro ragazzo che da solo ha nuotato forte e ha vinto. In comune, il silenzio prima dell’esplosione. E un’idea semplice: si può fare, anche se non ci si crede del tutto. Basta crederci insieme.

Carlo Galati

La 4×100 sl, ha l’argento vivo addosso

C’è un modo elegante e poco chiassoso di stare tra i grandi. È il modo che questa 4×100 stile libero maschile ha scelto da tempo, da quando nel 2021 ha iniziato a salire sistematicamente su ogni podio che conta. Anche oggi, nella piscina olimpica di Singapore, tra l’umidità che appanna gli occhiali e le luci che rimbalzano sull’acqua come se stessero fotografando ogni bracciata, gli azzurri ci sono. Presenti, lucidi, precisi. Non per caso.
D’Ambrosio, Ceccon, Zazzeri e Frigo nuotano in 3’09”58, nuovo record italiano, e salgono sul secondo gradino del podio dietro a un’Australia formidabile, capace di fermare il cronometro sul 3’08”94. Ma a fare notizia, forse più del metallo dell’argento, è chi c’è dietro: gli Stati Uniti, battuti. Un piccolo terremoto nella geografia storica del nuoto.

Questa volta non c’è bisogno di miracoli. Serve solo la conferma di una certezza: questa Italia delle staffette sa stare lì, con le spalle dritte e le virate giuste, a giocarsela sempre. Lo ha fatto a Tokyo, lo ha rifatto a Fukuoka, e ora anche a Singapore. Non è una notte da copertina, è una notte da collezione.
Di D’Ambrosio colpisce il sangue freddo da apripista, di Ceccon non si sa più cosa dire – classe e lucidità in egual misura. Zazzeri, che pare nato per la terza frazione, trova la sua solita progressione rabbiosa. E Frigo, che chiude, ha la calma dei finalizzatori veri, quelli che non si fanno prendere dalla frenesia ma guardano il tabellone solo quando è tutto finito.

Poi, ci sono anche le ragazze. Curtis, Menicucci, Tarantino e Morini: settimo posto, sì, ma con un record italiano da portare a casa (3’35”18). Terze fino alle ultime due vasche, si sono un po’ sfilacciate nel finale. Può succedere, quando si nuota contro l’Australia (oro), gli Stati Uniti (argento) e l’Olanda (bronzo). Ma il segnale è chiaro: anche loro ci sono, e il futuro è già in corsia.
Una sera buona, dunque. E non solo per le medaglie. Per come è arrivata, per come è stata costruita. Perché un argento, a volte, vale quanto un oro. Anzi, qualcosa di più.

Carlo Galati

Cartoline da Parigi, ingiustizia non compensa ingiustizia

Esiste un modo corretto di protestare per un’ingiustizia subita? Qual è il limite per far sentire la propria voce, il proprio disappunto? Sono domande che rasentano la retorica ma che comunque vanno poste, soprattutto quando in ballo c’è la propria credibilità e soprattutto la difesa di un concetto chiaro: bisogna dare voce al dissenso. In ogni campo, anche in quello sportivo. Quello che è successo al Settebello, durante le Olimpiadi di Parigi, nello specifico nella gara di quarti di finale con l’Ungheria, è sotto gli occhi di tutti. La decisione che ha portato all’espulsione di Condemi, per condotta violenta, dopo un tiro vincente che avrebbe portato il risultato in parità l’incontro, è una decisione inspiegabile e pericolosa perché mette in discussione l’essenza stessa dello sport e della pallanuoto. Per questo l’Italia ha protestato subito dopo il match perso, ha inoltrato formale ricorso alla federazione internazionale prima e al Tas poi. Risultato? “Avete ragione, la squalifica al giocatore non è corretta ma il risultato non cambia”. Insomma, non si rigioca. Ingiustizia è fatta.

Poi però ci va un altro concetto che è quello dell’accettazione del risultato sportivo, nonostante tutto. Fa parte del gioco e fa parte della vita; non esiste un mondo (sempre) giusto, non esistono decisioni che non ci lasciano a bocca aperta, eppure è così. La forma di protesta che invece ha messo in campo, o per meglio dire a bordo piscina, la formazione guidata da Alessandro Campagna è l’altra faccia della medaglia di una decisione sbagliata: una reazione ancor più sbagliata. Le spalle alla bandiera durane l’inno (non solo alla giuria), far finta di giocare per quattro minuti con un avversario per il quinto posto, la Spagna, disattendere le aspettative del pubblico pagante (e anche tanto) che vuole vedere un match è un errore. Non si difendono così i valori dello sport, non è questo il modo di far valere le proprie ragioni. Ingiustizia non batte mai ingiustizia. È la base della vita, è la base dello sport. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: il gigante e le bambine


Gregorio Paltrinieri lascia a Parigi l’impronta definitiva nella Hall of Fame dello sport italiano, sconfitto nei 1500 stile libero soltanto da un americano capace di battere il primato del mondo del cinese Sun Yang.
E non è finita, perché questo gigante del nuoto tricolore affronterà la 10 chilometri in acque libere: perché quando scrivi la storia, con due argenti in piscina, non vedi l’ora di riscriverla ancora.


E poi le nostre “bambine” d’oro del tennis italiano, Sara Errani e Jasmine Paolini: due campionesse integrali, capaci di vincere la prima olimpiade con la racchetta in mano per l’Italia, a Parigi, nel tempio del Roland Garros. Medaglia d’oro che consegna Sara Errani alla storia di questo sport, capace com’è stata a 37 anni di compiere il career golden slam in doppio: 37 anni come quel fenomeno di Djokovic, accumunati entrambi dall’aver raggiunto lo stesso obiettivo, nello stesso giorno, nello stesso luogo.


Una vittoria, lo sapevamo già, figlia dell’orgoglio, della forza di volontà e della crescita tennistica di due gemelle diverse che nel doppio hanno trovato la “fusione fredda”, la scintilla che ha acceso il nostro sacro fuoco di Olimpia per una delle imprese più belle, comunque vada, di questa edizione parigina.
Greg, Sara e Jasmine, un tatuaggio indelebile sul corpo vivo dello sport italiano.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi: Leon Marchand, lo squalo di Tolosa

Non si ferma più: c’è un nuovo cannibale nel nuoto mondiale maschile, è un francese di 22 anni, che sta monopolizzando gli ori della piscina olimpica e l’attenzione di tutto il mondo. Nella giornata inaugurale di gare, il 27 luglio, ha vinto i 400 misti lasciando la concorrenza a più di sei secondi, sideralmente lontani e con un tempo che, se non è da record del mondo, gli somiglia moltissimo, in quanto record olimpico e seconda prestazione di sempre (4’02”95). Il copione, probabilmente, si ripeterà il 3 agosto, giorno della finale dei 200 misti, altra gara che lo vede super favorito e con pochissimi in grado di impensierirlo. Ma è nella serata di ieri che Leon Marchand, ventiduenne da Tolosa, ha scritto la pagina di nuoto con la quale entra di diritto nella storia dello sport, diventando campione olimpico dei 200 farfalla e dei 200 rana.

I 200 metri farfalla sono la gara più insidiosa di tutto il programma del nuoto: quando la luce si spegne c’è ben poco da fare. Di contro Marchand, spinto dalle urla assordanti del pubblico, ha continuato imperterrito la sua azione e ha chiuso l’ultima vasca in un crescendo esaltante, oltre un secondo più veloce del rivale, l’ungherese Milák. Medaglia d’oro e pubblico in visibilio. 

Non è passata nemmeno un’ora dopo, dopo aver cantato la Marsigliese ed aver fatto anche il classico giro di festeggiamenti e fotografie, si è ripresentato ai blocchi di partenza per i 200 rana. Chiunque, dopo una gara come quella fatta in precedenza, avrebbe avuto una crisi muscolare, un cedimento, un appannamento. Marchand, invece, ha sorriso alle telecamere, si è tuffato e ha nuotato in testa dal primo all’ultimo metro, facendo sembrare Zak Stubblety-Cook – il campione olimpico in carica – di un livello nettamente più basso. Sul podio, alla seconda premiazione della sua serata, la Marsigliese è sembrata quasi uscire dalle mura de La Défense Arena e arrivare alla Tour Eiffel, illuminata con il tricolore francese. 

La certezza è di aver trovato un nuovo Phelps, meno acquatico ma di sicuro molto più elegante e bello da vedere. Cosa chiedere di più?

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi: Benedetta gioia, benedette lacrime

Partecipare ad un’Olimpiade è il sogno di ogni sportivo. Lo abbiamo sempre sostenuto e lo ribadiamo, avendo la fortuna di viverne per la prima volta lo spirito sul posto,: non esiste nulla di più grande. Potremmo avventurarci spostando i termini di paragone verso altri lidi, ma restiamo aggrappati saldamente a quello sportivo. Questo è l’assunto, poi ci sono i fatti.

I fatti, nello specifico, raccontato l’avventura di una ragazza, Benedetta Pilato, anni 19 di professione nuotatrice, specializzazione: rana. Questa ragazza, già campionessa mondiale e campionessa europea, ha perso il bronzo per un centesimo nella finale di specialità a Parigi. Nonostante quella che potrebbe essere considerata una delusione, per lei è stato “il giorno più bello della mia vita” piangendo in diretta su Rai 2. Una maturità e una serenità da applausi, dichiarazioni che sono da insegnamento. Pur in quella che potrebbe essere considerata una sconfitta, c’è invece la gioia di essere arrivata quarta ad un’Olimpiade, la gara per definizione, quella che accoglie i più bravi. 

Eppure per la Rai e per i suoi commentatori, a bordo piscina e in studio a Casa Italia, non è così. Prima Elisabetta Caporale e poi Elisa Di Francisca hanno attaccato la giovane nuotatrice: “Non ci ho capito niente, non so se ci fa o ci è. Dovreste fare un’altra intervista per capire cosa voleva dire, con i sottotitoli. Sinceramente non l’ho capita. C’è rimasta male, obiettivamente male. Non è possibile. È assurdo, è surreale questa intervista”.

No cara Elisa, no cara Elisabetta, ad essere assurde sono le vostre reazioni, le vostre parole: un quarto posto è il risultato di anni di allenamenti, sacrifici e dedizione. La sua felicità, nonostante la mancata medaglia, ricorsa a tutti che sono le sconfitte più amare a renderci più forti e a farci apprezzare ancora di più i nostri successi. È il duro lavoro a rendere tutto più bello, a darci la possibilità di apprezzare il risultato; il valore di una prestazione non si misura solo in base alle medaglie ma è il risultato di un percorso. Ecco cos’è lo spirito olimpico, giusto ricordalo. Rai compresa. 

Carlo Galati @thecharlesgram

La pioggia d’oro dell’Italnuoto

Suona l’inno di Memeli a Otopeni. E risuona, due, tre, sei volte. L’ultima giornata degli europei di nuoto in vasca corta è un tripudio di medaglie d’oro per l’Italia, sei per l’esattezza. Un piccolo grande record per la manifestazione e per la spedizione azzurra in terra rumena: gradino più alto del podio per Martinenghi, Mora, Quadarella, Razzetti e Pilato. Il capolavoro continua con il trionfo nella 4×50 mista e la vittoria di Mora, Martinenghi, Di Pietro e Nocentini che portano a sei gli ori azzurri. E poi le due medaglie d’argento con Cerasuolo e Miressi e un bronzo con Nocentini.

Una giornata da sogno che si è aperta con una doppietta. L’Italia del nuoto è padrona del podio dei 50 rana maschili. Primo posto e oro per il lombardo Nicolò Martinenghi, in 25″66. Argento per l’emiliano Simone Cerasuolo, in 25″83. Anche Lorenzo Mora, con una stupenda gara in rimonta, si guadagna la medaglia del metallo più prezioso. Accade nei 200 metri dorso. L’azzurro ha nuotato in 1’48″43, nuovo record italiano migliorando di due centesimi il suo precedente record. Medaglia d’oro nella finale dei 400 stile libero femminili alla romana Simona Quadarella, ha chiuso la gara in 3’59″50. E poi ancora Dominio di Alberto Razzetti con il tempo di 3.57.01 che polverizza il suo record nei 400 misti. Il ligure ha chiuso la gara in 3’57″01, polverizzando anche il record della manifestazione. Doppietta sfiorata nei 50 metri rana femminili. Prima Benny Pilato e terza Jasmine Nocentini. L’azzurra ha nuotato in 28″86, record di questa rassegna europea. L’argento dei cento stile libero porta invece il nome di Alberto Miressi, a soli cinque centesimi dalla medaglia d’oro. 

La ciliegina sulla torta è la vittoria nella staffetta mista 4×50. Merito di Lorenzo Mora, Nicolò MartinenghiSilvia Di Pietro e Jasmine Nocentini. Con quest’altro successo l’Italia ha chiuso la kermesse continentale con 22 medaglie all’attivo, delle quali 7 d’oro; solo qualche ora prima un risultato impensabile, ma che adesso guarda a Parigi con occhi e sogni di gloria.

Carlo Galati @thecharlesgram

Popovici, un marziano su Roma

David Popovici, 18 anni da compiere a settembre, segnatevi questo nome, il nome del nuovo re del nuoto mondiale, nella disciplina più iconica, i 100 metri stile. In un tripudio di medaglie azzurre agli europei di nuoto di Roma, sono 20 finora, di cui 9 d’oro, splende la stella di questo ragazzo che con il tempo di 46″ 86 ha spostato i limiti umani, chiamati record del mondo.

Il ragazzo romeno vive e si allena a Bucarest e nella sua vita esistono solo due parole: “Sacrificio e allenamento”. Costantemente a dieta, in palestra e in acqua sei giorni su sette, non ha intenzione di trasferirsi negli Usa, come pure gli è stato proposto, perché in Romania ha tutto quello che gli serve: l’acqua, il suo coach e un’alimentazione sana sono lì a casa sua.

Per lui lo sport, tutto, è divertimento: “Confermo. Stancarsi molto fino quasi a voler vomitare e avere problemi di acido lattico e sangue alla testa, questo è divertimento. Non è divertente al momento ma mezz’ora dopo, quando il dolore non è più insopportabile, è divertente. Ti senti come se ne fosse valsa la pena”. Ecco perché campioni si nasce, perché il talento è la base ma senza la testa non si scrive la storia. Nello sport e non soltanto.

Carlo Galati