Max Verstappen, il coraggio del vincente

Per molti essere un cosiddetto “figlio d’arte” può risultare limitante, negli orizzonti, nelle aspettative, nella voglia di emergere come e più di chi li ha preceduti nel nome e nelle carriera. C’è invece chi, come un ragazzone olandese di nome Max, è arrivato come un impeto nel mondo delle corse facendo l’unica cosa che gli riesce bene: vincere.

Figlio di Jos Verstappen, Max è entrato nel mondo della formula 1 subito da dominatore, come tanti altri. Si dirà:!ha la macchia più forte, ha gli ingegneri più preparati, hanno probabilmente trovato i giusti escamotage per aggirare limiti di budget, tutto vero. Ma non basta. Serve anche altro, serve anche non essere banali nella vittoria, in pista e fuori. Avere il coraggio di criticare apertamente la gestione della Formula 1, attaccandola frontalmente e definendola “un circo” per alcune sue scelte, ne fa un campione fuori dal coro. Non una macchina da guerra che pensa solo all’aspetto agonistico, lui dimostra di vincere a tutto tondo.

Ultima in ordine di tempo è sulle sprint race, definite come un’inutile perdita di tempo e di suspence: come dargli torto? Ed è per questo suo essere fuori controllo, che benediciamo il suo essere campione, fuori e dentro la pista. Lo sport ha troppi figli prediletti succubi della struttura che lo gestisce, in particolare tra i vincenti. Max ci sta insegnando che si può mettere e si deve mettere in discussione sempre tutto. Anche e soprattutto da numeri 1.

Carlo Galati @thecharlesgram

Dieci anni senza Schumi, dieci anni con lui

Sono passati dieci anni da quando il mondo della Formula 1 si fermò. Di nuovo. Come quel maledetto primo maggio del ‘94, giorno in cui il mondo trattenne il fiato per Ayrton, che non si risvegliò più.

Il 29 dicembre del 2013 era una bella giornata di sole sulle alpi francesi. Chi scia sa quanto può essere bella una giornata in quota con la neve perfetta, il sole a riscaldarti e la sensazione che nulla di brutto possa accadere. Quel giorno invece, il destino per Michael Schumacher aveva in serbo dell’altro.

Lì dove la velocità non era riuscito ad scalfirne l’aurea teutonica di invincibile, un banale incidente sugli sci ha stravolto per sempre la sua vita, della sua famiglia e di tutti i tifosi di un campione che andava oltre la Ferrari ed i suoi sette titoli. Una di quelle leggende sportive che uniscono e mai potrebbero dividere. Da quel giorno, di dieci anni fa, è come se Michael fosse morto, semplicemente perché più nulla si è saputo di lui, delle sue reali condizioni di salute, avvolto il tutto nella cortina di ferro innalzata dalla moglie Corinna.

È vivo, lotta ogni giorno per guadagnare un centesimo in più nel giro della sua vita, che non è quella per il quale lo ricordiamo, ma un’altra. Pur sempre vita è vero ma non più della stessa persona, non più Schumi. In pochi sanno, nessuno dice, ogni tanto ci si ricorda con l’amara consapevolezza di averlo perso per sempre. Di lui resta a noi il ricordo, alla famiglia il flebile afflato della speranza e della sopravvivenza.

Carlo Galati

Paris doma la Saslong

Avete presente il Nürburgring? O Wembley, o Twickenham, o il Philippe Chatrier? Insomma, avete presenti quei luoghi intrisi di sacralità dove i grandi sacerdoti dello sport recitano le loro messe laiche? Ecco, la Saslong sta allo sci quanto quei luoghi mitici stanno ai rispettivi sport di appartenenza. È una delle piste di velocità più tecniche e iconiche dello sci mondiale e dopo 22 anni torna ad essere amabilmente azzurra, terreno di caccia per i discesisti: ieri Kristian Ghedina, oggi Dominik Paris.

Paris ha tirato fuori dal cilindro una delle sue magie: velocissimo, anche se non perfetto. L’unico sotto i due minuti (1’59″84), il più veloce nel tratto verso le Gobbe del Cammello, secondo fino al Ciaslat, quinto nel settore del Ciaslat, poi miglior tempo nel finale, con tanto di picco di velocità: 122,60 km/h. E i 44/100 di vantaggio su Kilde raccontano l’impresa in una gara che di solito si assegna per centesimi.

Ed è un trionfo, un unico grande urlo che dalla linea del traguardo attraversa la coltre bianca fino agli spalti dove la gioia è tanta, così come la soddisfazione di aver riportato in alto la discesa azzurra maschile. Il tutto al giro di boa che guarda a Milano olimpica come ormai un obiettivo non troppo lontano, da puntare guardando a valle. In discesa.

Carlo Galati @thecharlesgram

La pioggia d’oro dell’Italnuoto

Suona l’inno di Memeli a Otopeni. E risuona, due, tre, sei volte. L’ultima giornata degli europei di nuoto in vasca corta è un tripudio di medaglie d’oro per l’Italia, sei per l’esattezza. Un piccolo grande record per la manifestazione e per la spedizione azzurra in terra rumena: gradino più alto del podio per Martinenghi, Mora, Quadarella, Razzetti e Pilato. Il capolavoro continua con il trionfo nella 4×50 mista e la vittoria di Mora, Martinenghi, Di Pietro e Nocentini che portano a sei gli ori azzurri. E poi le due medaglie d’argento con Cerasuolo e Miressi e un bronzo con Nocentini.

Una giornata da sogno che si è aperta con una doppietta. L’Italia del nuoto è padrona del podio dei 50 rana maschili. Primo posto e oro per il lombardo Nicolò Martinenghi, in 25″66. Argento per l’emiliano Simone Cerasuolo, in 25″83. Anche Lorenzo Mora, con una stupenda gara in rimonta, si guadagna la medaglia del metallo più prezioso. Accade nei 200 metri dorso. L’azzurro ha nuotato in 1’48″43, nuovo record italiano migliorando di due centesimi il suo precedente record. Medaglia d’oro nella finale dei 400 stile libero femminili alla romana Simona Quadarella, ha chiuso la gara in 3’59″50. E poi ancora Dominio di Alberto Razzetti con il tempo di 3.57.01 che polverizza il suo record nei 400 misti. Il ligure ha chiuso la gara in 3’57″01, polverizzando anche il record della manifestazione. Doppietta sfiorata nei 50 metri rana femminili. Prima Benny Pilato e terza Jasmine Nocentini. L’azzurra ha nuotato in 28″86, record di questa rassegna europea. L’argento dei cento stile libero porta invece il nome di Alberto Miressi, a soli cinque centesimi dalla medaglia d’oro. 

La ciliegina sulla torta è la vittoria nella staffetta mista 4×50. Merito di Lorenzo Mora, Nicolò MartinenghiSilvia Di Pietro e Jasmine Nocentini. Con quest’altro successo l’Italia ha chiuso la kermesse continentale con 22 medaglie all’attivo, delle quali 7 d’oro; solo qualche ora prima un risultato impensabile, ma che adesso guarda a Parigi con occhi e sogni di gloria.

Carlo Galati @thecharlesgram

La vittoria è la fine di un lungo viaggio

Da Santiago del Cile a Malaga la distanza è di circa 10380 km: chi volesse intraprendere questo viaggio, probabilmente dovrebbe considerare un tempo piuttosto lungo nel compierlo. Ad oggi potremo dare a questa indefinitezza un valore, quantificarlo in 47 anni, precisamente dal 1976 al 2023. Un viaggio che ha avuto diverse tappe importanti, dall’Australia a Milano, senza dimenticare il buio di Mestre e un girovagare di circa 10 anni nei campi secondari del circuito mondiale del tennis. Fino a Malaga, fino a quando l’Italia è tornata a riveder le stelle, è tornata a stringere tra le braccia la coppa Davis.

E le braccia oggi sono quelle di Sonego, Bolelli, Arnaldi, Musetti, Sinner, del capitano Volandri, ragazzi che resteranno nell’immaginario collettivo dello sport italiano alla stregua dei Panatta, Bertolucci, Zugarelli, Barazzutti e Pietrangeli, perché quello che è stato fatto a Malaga è l’esaltazione tennistica di una generazione che ha preso per mano tutti quelli che da 47 anni hanno giocato e perso, combattuto e vinto, fino alla conquista di qualcosa che sembrava così miticamente descritta da sembrare irreale. Generazioni intere di tifosi cresciute nei racconti di una vittoria dell’altro mondo, che aveva le sembianze del racconto fantastico, inserito in un contesto storico/polito totalmente diverso da quello odierno, affidato a tante parole, poche immagini, molte delle quali hanno avuto il beneficio del colore solo ultimamente.

Quello che abbiamo visto in questi giorni invece è un azzurro vivido, sono immagini che restano scolpite nella memoria di tanti italiani che finalmente affidano alla presa diretta emozioni che invece erano attenuate dal passare del tempo e dal ricordo. Una squadra, quella del 2023, che può e deve aprire un ciclo vincente, una squadra ricca di talento, che tra diversi caratteri e caratteristiche, ha saputo compattarsi, anche grazie all’aiuto di chi non ha avuto la medaglia al collo, ma che può e deve trascinare il gruppo insieme a Sinner, negli anni a venire: Matteo Berrettini. Il futuro è radioso, il nuovo viaggio è appena iniziato con una valigia nella quale c’è spazio per tanto altro ancora. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Pecco, back to back

Vincere e riconfermarsi. La storia dello sport è piena di esempi che raccontano di campioni e della loro riconferma, di squadre leggendarie che nella serie di vittorie hanno trovato terreno fertile per far vivere le loro imprese. A questo ristretto gruppo di campioni si è unito un giovanotto che corre su una moto italiana e che ha vinto e rivinto come solo i più grandi sanno fare, perché Pecco Bagnaia è uno di loro.

Il ducatista vince il gp di Valencia e conferma il titolo iridato dello scorso anno, mentre un Jorge Martin indemoniato dopo due giri di gara rischia di tamponare il rivale e perde un sacco di posizioni, poi finisce nella ghiaia dopo aver mandato gambe all’aria l’incolpevole Marc Marquez. Nella storia della MotoGP, solo Valentino Rossi e il Cannibale catalano erano riusciti a rivincere il mondiale l’anno successivo. Pecco celebra una stagione bellissima che lo ha visto trionfare in 7 gp e 4 sprint race, ma anche salire in 12 altre occasioni sul podio.

Sul traguardo, è proprio Valentino Rossi ad abbraccialo, mettendo il suggello al terzo mondiale della sua carriera, compreso quello di Moto2 del 2018. Gli amici gli hanno preparato una coreografia, con un canestro da basket: schiaccia il pallone, s’infila al titolo il secondo anello iridato della MotoGP. Comincia la festa.

Carlo Galati

Lasciateci sognare


Piccola premessa: cerchiamo sempre di non cadere nel tranello dell’immedesimazione. Ovvero in quella sensazione che porta ad estraniarti dal ruolo di chi, dovrebbe analizzare le cose in maniera distaccata, seguendo un approccio anglosassone al racconto, abbandonandosi invece all’irrazionalità. Vogliateci scusare; teniamo questo atteggiamento durante tutto l’anno, salvo poi buttare alle ortiche tutto quando di parla di Coppa Davis. Ognuno ha le sue debolezze. Riconoscerle è il primo passo per apprezzarle.


Detto questo e riavvolgendo il nastro dell’intera giornata, restare lucidamente connessi al racconto è arduo quanto battere Djokovic. Solo che lungi da noi paragonarci a Sinner e per questo, non possiamo che esaltarci di fronte a quanto visto in semifinale con la Serbia. E ci rincuora il fatto che la tanto amata, odiata, criticata, venerata Coppa Davis alla fine sia quell’unica manifestazione che esalta la forza del singolo nel contesto di squadra. Lo sport più individuale ed individualista diventa unità, mettendo le proprie forze a servizio della vittoria finale, la vittoria di tutti. Ed è questa la vittoria dell’Italia, che ha battuto la Serbia di Sua Altezza Reale, Novak Djokovic, grazie ad uno strepitoso Jannik Sinner (tre volte vincitore su quattro incontri con Djokovic negli ultimi dodici giorni, roba da Guinnes), ad un esaltante duo di Lorenzo, Sonego e Musetti; quest’ultimo nonostante la sconfitta nel primo incontro con Kecmanovic, ha contribuito a conferire un pizzico di epicità a questa giornata. Sembra un paradosso, ma se ci pensate bene non lo è.


Adesso il traguardo è lì a portata di mano, dietro l’ultima curva. L’Australia fortunatamente non è la Serbia: il peggio è alle spalle, i più forti li abbiamo già battuti. Ma una finale è pur sempre una finale e molto passerà dalla racchetta e dal cuore di Jannik, che ritroverà sul suo cammino, Alex De Minaur, l’avversario di quella finale che gli regalò il primo 1000 della sua carriera. È un appuntamento con la storia che manca da 47 anni e che ebbe l’ultimo avvistamento nel 1998. È giunta l’ora di rimuovere un po’ di polvere dagli archivi della memoria.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nel nome di Djokovic


Cinque game ad Alcaraz, sei a Sinner. Nell’arco di meno di ventiquattro ore questi sono i numeri che segnano la distanza tra l’attuale numero 1 al mondo, signore degli anelli, reggente del trono di spade (tanto per buttarla un po’ sul fantasy) e i giovanotti di belle speranze, destinate al momento a restare tali, fino a quando questo signore di Belgrado avrà ancora voglia di andare in giro per il mondo a dettar legge. E dire che Sinner, proprio qualche giorno fa questo signore lo aveva battuto, anche piuttosto bene: di forza, di testa, di tennis.

Ed era la speranza di tanti, forse per alcuni l’illusione. Senza voler essere per forza i profeti del giorno dopo, basta leggere la storia di Djokovic per capire che, se arriva in fondo, è quasi impossibile sperare in un finale che non sia quello già visto. Ecco perché il confine tra speranza e illusione alle volte è troppo sottile per poter essere visto in maniera chiara. Se volete è anche giusto sognare, importante però è non risvegliarsi bruscamente.

Ma Jannik Sinner è un ragazzo fin troppo intelligente, fin troppo onesto e giustamente esigente per non aver capito di aver avuto a che fare con due giocatori diversi, o se volete, con due versioni diverse dello stesso giocatore. Ed è per questo che Djokovic è il numero uno perché sa quando è il momento di cambiare marcia, di issarsi ad un livello irraggiungibile per tutti. E questa finale ne è l’esempio. Perfetto al servizio, costantemente in pressione, convintamente alla ricerca di ogni tipo di riga dover far atterrare i propri colpi, poi, difficili da gestire; talmente tanto difficili che saranno trenta gli errori non forzati alla fine del match da parte di Sinner. Un numero troppo alto da gestire, un gap praticamente incolmabile. E così è stato fino al doppio fallo finale che ha consegnato a Djokovic il settimo titolo di Maestro, staccando, anche in questo caso, Roger Federer. Non resta che alzarsi in piedi ed applaudire un campione che probabilmente sarà irripetibile, non soltanto nella storia del tennis, ma dello sport in generale e che a trentasei anni continua ad alimentare il proprio personale fuoco.

Carlo Galati @thecharlesgram

Don’t stop him now

Non è tanto la vittoria in sé per sé, che già è qualcosa di mai fatto da nessun altro italiano. Non è l’aver battuto Medvedev, numero tre al mondo, anche se siamo alla terza volta consecutiva, dopo che sei erano state le sconfitte subite. Il punto è un altro: Jannik Sinner ha ormai raggiunto il livello della piena consapevolezza di se stesso, una consapevolezza che lo porta non solo ad imporre il proprio gioco ma a sapersi adattare battendo i più forti sul loro terreno. Una caratteristica che hanno solo i predestinati.

Partita scarna, essenziale, nervosa con pochissime variazioni, poche discese a rete, partita più di lotta che di governo; il tipo di match preferito da uno come Medvedev, che in queste partite ci si ritrova perfettamente. Battuto nel proprio agio, battuto nella testa. Il numero tre al mondo ha ormai capito di che pasta è fatto questo ragazzo.

Sinner l’ha vinta di personalità e cattiveria, spostando il match sul piano atletico, quasi più simile ad un incontro di boxe, dove ci si picchia fino a quando qualcuno non getta la spugna. Il 6-1 del terzo set è emblematico in tal senso e dà la misura della straordinarietà.
Adesso va fatto l’ultimo passo. Nulla è precluso.

Carlo Galati

Dimitrov, la bellezza che vince

L’ esaltazione del secondo come concetto dello sport e della vita è molto spesso considerato il rifugio dei perdenti, una sorta di camera caritatis all’interno della quale si trova l’espiazione del peccato che, nel caso specifico, significa non aver vinto, quando contava farlo, per dimostrare di essere il più forte. Eppure per Grigor Dimitrov non può essere solo questo; almeno per il Dimitrov visto a Parigi.

Abbiamo rivisto il giocatore che ha incantato per anni il circuito con la nota stilistica che appartiene ai giocatori che, quel tipo di tennis lo hanno nel proprio io, quel tennis che non va stressato con ore di tecnica: sarebbe deleterio, oltre che inutile. Dimitrov non è per fortuna/purtroppo per lui, quel regolarista che gioca a colpirla sempre più forte, come ad uno scontro fisico tra due pugili fin quando fa male, fin quando ce n’è.

Il bulgaro regala gioia per gli occhi; sporadica? Purtroppo si. Fine a se stessa? Dipende. I risultati stanno lì a dimostrare che quando vuole sa essere un maestro. E Maestro lo è stato davvero, vincendo nel 2017 da imbattuto un’edizione delle ATP Finals, al termine della sua miglior stagione. Ed è stato bello rivederlo a quel livello per così tanto tempo durante un torneo. È mancata la ciliegina finale ma dall’altra parte della rete c’era chi non lascia nulla, affamato di vittorie come nessuno mai. Ma va bene così: è stata la dimostrazione di quanto ci sia ancora il bisogno del magnifico ed irregolare tennis di Grigor. Anche da secondo.

Carlo Galati