Sinner, no limits

Alle volte non è il cosa, ma il come. Non basta considerare solo l’assolutismo del trionfo ma anche tutte le sfaccettature che compongono il colore netto della vittoria. Sinner ha vinto a Vienna, ha conquistato il suo decimo titolo in carriera, il secondo consecutivo, dopo Tokyo, il quarto dell’anno. Bene, anzi benissimo. Basterebbe questo. Basterebbe, appunto.

Ed invece no, va considerato anche altro, il modo in cui questa vittoria è arrivata e cosa rappresenta nello scenario presente che guarda al futuro. Rappresenta la consapevolezza di poter guardare negli occhi chiunque, fosse anche uno come Medvedev dal quale aveva perso i precedenti sei confronti e di colpo ha vinto due finali, a due latitudini diverse, in un crescendo di forma fisica abbinata alla tecnica che ne certifica la grandezza, il lascia passare verso qualcosa di più grande.

Che arriverà, non può non essere così. È solo questione di tempo, che sarà l’unico arbitro a sancire non il se ma il quando. Sinner ha sdoganato se stesso, si è scrollato di dosso molti limiti, affinando tutto ciò che in passato sembrava una debolezza e l’ha resa forza. Il prossimo passaggio verso la grandezza passa da questo finale di stagione e punta verso Torino, verso quel momento che potrebbe arrivare anche prima di quanto si possa immaginare. Quell’istante è già nella mente di Sinner. Basta questo.

Carlo Galati @thecharlesgram

La riconferma dei campioni

Quarta volta campioni, come nessuno mai. Ripetendosi, come nel 2019, in Francia, come nel 2007, battendo in finale la Nuova Zelanda, come nel 1995. Se non credete alle coincidenze dovrete ricredervi, perché il Sud Africa nel solco di ciò che è stato ha scritto ciò che è: la squadra più forte al mondo.

Lo ha fatto per la quarta volta, dove mai nessuna altra squadra aveva osato spingersi, in una sorta di derby infinito con gli All Blacks per il predominio mondiale. Una partita vinta per 12-11 e aldilà del punteggio ha rappresentato il meglio del rugby mondiale, che non è solo dato dalle giocate spettacolari ma anche dalla concretezza, dalla forza fisica, dal saper ottimizzare quanto di buono si ha nel proprio DNA rugbystico, non snaturandosi mai. Ed è stato uno spettacolo, seppur con una sola meta durante tutta la partita, perché il rugby è anche questo. Impossibile vedere una partita con così tanta pressione e intensità difensiva.

Ed è proprio quando c’è da vincere queste partite che il Sud Africa rivendica il proprio status di corazzata. Non è mai facile trionfare, figurarsi ripetersi. E c’è un lungo filo rosso che lega queste due vittorie mondiali, un filo custodito dalla mediana, De Clerk/Pollard, oggi come ieri decisivi e a capo di una squadra che anche quando sembra sul punto di crollare, resiste e vince. Ancora e ancora una volta.

Carlo Galati

Il tempismo sudafricano

Undici minuti. Tanti o pochi che siano, dipende dal punto di osservazione da cui si valuta anche il più oggettivo degli elementi, hanno riscritto il valore del tempo, perlomeno nel concetto che lo lega al rugby. Undici sono i minuti che separavano l’Inghilterra dalla sua quinta finale mondiale, la seconda consecutiva. Undici minuti che hanno riscritto la storia di un mondiale, in favore del Sud Africa.

I campioni in carica, la squadra che aveva già perso con la Francia prima e con l’Inghilterra poi, la squadra che invece si ritrova in finale dopo aver vinto di un punto sui transalpini e di un punto sugli inglesi. Roba da non crederci se non fosse reale. Reale (e regale), è stata la mischia africana capace di ribaltare un finale già scritto, una storia a cui mancava solo il punto finale. Invece no, il punto finale lo ha messo Pollard.

Come nel 1995, la finale sarà tra Nuova Zelanda e Sud Africa, emisfero sud a rappresentare l’elite del rugby mondiale. Quasi trent’anni fa, quella partita rappresentò un passaggio storico molto importante che segnò la storia di un continente e lanciò un segnale di fratellanza all’umanità intera. I tempi oggi sono bui come allora. Possa quel raggio di luce, attraversare la storia e regalare nuovamente sorrisi. Con il rugby come protagonista; non resta che goderne.

Carlo Galati

La forza della semplicità

Chi ha giocato a rugby, chi anche solo una volta ha disputato un match sa che uno dei dettami ripetuti alla nausea rimanda alla concezione del fare le cose semplici. Senza barocchismi inutili, senza fronzoli ma dritti al punto. O dritti alla meta. Fate voi, il concetto è quello.

Capita, nel rugby, che forse in maniera piuttosto anticonformista rispetto a quasi la totalità degli altri sport, la squadra più forte del mondo, la Nuova Zelanda, sia quella che forse applica al meglio questo principio. A farne le spese, ultima tra le tante, l’Argentina, che poco o nulla ha potuto contro lo strapotere della semplicità dei tutti neri, bloccando la strada ai sogni sudamericani battuti per 44-6 nella prima delle sue semifinali del mondiale. E lo ha fatto semplicemente giocando a rugby con principi facili: superiorità sui punti di incontro, gestione degli stessi, apertura palla fuori e metà. Less is more.

Ed è in questa semplicità che troviamo record, quasi come conferma della semplice straordinarietà, come quella di Will Jordan che segnando altre tre mete raggiunge a quota otto mete altre tre leggende di questo sport come Johan Lomu, Bryan Habana e Julian Savea. Less is more, once again. Ed è su questo solco che la Nuova Zelanda sta tracciando la strada verso la vittoria. Un solco profondo, di quelli segnati dalla storia.

Carlo Galati

Calciatori, uomini non supereroi

Quella che leggerete è probabilmente quella che ad oggi viene definita come unpopular opinion, o qualcosa del genere. Il polverone è ormai alto e denso. Addirittura fosco per alcuni, piuttosto banale invece per altri, pochi. Ecco noi siamo tra questi ultimi. Il calcio e le scommesse, un tema che ci riporta alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso e che attraversa decenni di calcio, sport e soldi.

Quest’ultimo filone di inchiesta vede indagati giocatori di prim’ordine nel panorama calcistico italiano e tanti altri ne circolano tra le varie chat, nel passaparola sul web di quelli che millantano ma alla fine sanno poco o nulla. Bisogna partire da una considerazione centrale: i calciatori sono uomini con e tutti e come tutti hanno i loro vizi. C’è chi fuma, c’è chi beve, c’è chi va in giro con una donna diversa ogni sera. E c’è chi scommette.

Quindi qual è il punto? Cosa c’è di inqualificabile nello scommettere (ovviamente non dove si è direttamente coinvolti…ça va sans dire) e di sopportabile nel fumare o bere? Nulla. Assolutamente nulla. Perché tutto parte dal presupposto che questi famigerati calciatori siano esseri dalla moralità superiore, assolutamente estraniabili dal contesto in cui tutti noi viviamo. No, sono uomini con vizi e virtù; sarebbe bene ricordarcelo sempre e non solo quando il bisogno di crocifiggerli serve a purificare noi stessi.

Carlo Galati

Sinner e la prospettiva degli dei

Per comprendere a pieno la portata di ciò che ha fatto Jannik Sinner, battendo Carlo Alcaraz a Pechino, bisognerebbe voltare lo sguardo indietro di quasi 50 anni ripercorrendo il lungo percorso che il tennis italiano, da Panatta ad oggi, ha intrapreso per tornare lì, quasi a toccare gli dei, a guardare dalla loro prospettiva tutti gli altri. Issarsi al numero 4 del mondo è la cera lacca sul certificato del talento del giocatore italiano.

Poi, se tutto questo non bastasse, c’è, il non secondario aspetto, che Sinner più di tutti ha le carte in regola per poter battere con regolarità uno che ha già la penna in mano, pronto com’è a riscrivere le regole e la storia del gioco: Alcaraz lo sa e lo soffre. Un set così nettamente perso dallo spagnolo, lo ricordiamo nei verdi prati londinesi. Ma quella è un’altra storia.

Questa invece è una storia di sogni che diventano concreti, di obiettivi lontani che diventano traguardi già superati. Sinner può diventare il tennista più forte della storia italiana di questo sport e badate bene, non parliamo di estemporaneità ma di duratura consapevolezza dei propri mezzi, figlia del lavoro che si declina in ossessione. Questo è quello che fanno gli atleti, così è come vive Sinner, numero 4 al mondo. Per ora.

Carlo Galati

Peter Sagan, l’ultimo dei romantici

È stato il punto di congiunzione tra due epoche del ciclismo:quello dei grandi campioni e degli scandali, degli Armstrong, dell’Epo e di uno sport ridotto al minimo, in termini di credibilità e immagine romantica, da sempre caposaldo del suo essere speciale e quella dei super atleti di oggi, programmati per vincere. Campioni totali, dall’animo totalmente dedito alla vittoria finale. Peter Sagan è stato quell’anello di congiunzione. Peter Sagan, a 33 anni ha detto basta.

È grazie a lui che il ciclismo ha ripreso credibilità, veicolando attorno al personaggio la passione di molti ma soprattutto dei più giovani per quel modo di correre, talentuosamente all’attacco di tutto e tutti, con gli avversari che non capendone lo spirito lo hanno puntato come se divertirsi significasse mancanza di serietà.

Ha vinto tanto ma comunque meno di quello che il suo talento gli avrebbe concesso. È stato tre volte consecutivamente campione del mondo, vincendo tre gare totalmente diverse tra loro: ha vinto in solitaria, in volata contro Cavendish e in volata con un gruppo ristretto. Ha battuto tutti da solo, con una squadra praticamente inesistente. Lui, Contador e Nibali, sono stati l’emblema di una stagione ciclistica indimenticabile, una generazione a cui il ciclismo deve tanto. Ci mancherai Peter, mancherà il tuo modo di correre e il tuo modo di essere, più di tutti.

Carlo Galati

La marea nera travolge l’Italrugby

Può esserci qualcosa da salvare dopo un 96-17? La risposta è forse più complessa di quello che possa apparire ad una prima, forse superficiale analisi. Se si pensa, ad esempio, che l’Italrugby possa essere quella vista in campo con gli All Blacks, in una tiepida serata lionese di fine autunno, allora da salvare c’è poco o nulla. Perché certe sconfitte non si spiegano, non si analizzano con la giusta lucidità condizionati come si è da un risultato fin troppo rotondo per essere reale. Eppure è lì a marcare un divario netto tra chi ha disputato una partita e chi no, tra chi ha giocato, continuando ad avanzare e chi è stato travolto da una marea nera che poco ha di giocabile, per questa Italia.

Ecco che quindi ci si aggrappa al discorso del “troppo brutta per essere vera”, e in parte è così. Mai vista, nel recente passato, una squadra azzurra così in difficoltà sui punti di incontro, nei placcaggi, nelle piattaforme d’attacco, vero tallone d’Achille di questa serata amara, amarissima. Troppi errori in touche, dai quali sono scaturiti almeno 4 delle 14 (quattordici!) mete subite, troppo inferiore la mischia chiusa azzurra rispetta a quella neozelandese. Insomma tutto troppo brutto. La classica serata storta che però se ti capita contro una delle formazioni più forti al mondo, rischi di prendere la classica imbarcata dalla portata storica.

Gli azzurri sono riusciti a tenere la linea dei 100 punti subiti, senza voler rievocare altri tempi rugbystici quando, sempre con la Nuova Zelanda e sempre ad una coppa del mondo, nel 1999, di punti l’Italia ne aveva subiti 101, marcandone quella volta solo 3. Ecco se proprio si vuole trovare qualcosa a cui aggrapparsi si può parlare delle due mete azzurre, ad inizio e fine secondo tempo. Due belle mete, due belle azioni, che lasciano comunque tanto amaro in bocca ma perlomeno fanno intravedere un minimo bagliore intorno a tanto nero. Sarà bene che la squadra di Kieran Crowley dimentichi in fretta ciò che è stato per guardare a ciò che sarà: la Francia, venerdì prossimo a Lione con la speranza che la differenza non stia solo nel colore della marea, da nera a blu, ma anche nel voler affrontare a testa alta una squadra che punta a vincere il mondiale.

Carlo Galati

Italrugby, hai imparato a sognare

Non si parli di vittoria sofferta, provando a sminuire qualcosa che invece va in tutt’altra direzione, non diciamo verso l’esaltazione ma ci siamo vicino. L’Italrugby battendo l’Uruguay per 38-17 e conquistando il punto di bonus si trova al primo posto del proprio girone in cui giocano anche Nuova Zelanda e Francia: è vero, abbiamo incontrato Namibia e Uruguay ma intanto siamo lì.

E siamo lì in testa con merito; per intenderci la Francia, squadra di casa e tra le candidate alla vittoria finale con i sudamericani ha sì giocato e vinto ma realmente con sofferenza, 27-12, non guadagnando il punto bonus e favorendo di alcune decisioni arbitrali. Così tanto per dire e per dare la misura di quello che ha conquistato l’Italia: una vittoria netta. Una vittoria con cinque mete. Il resto sono elucubrazioni mentali che non ci interessano.

Ovviamente giusto restare con i piedi per terra e probabilmente gli azzurri di coach Crowley, vedranno i loro sogni infranti sul muro nero degli dei della palla ovale o dall’entusiasmante sagacia dei padroni di casa, che hanno l’occasione della vita da non sprecare, ma intanto l’Italia è lì, in vetta al girone A del campionato del mondo. Ioane, Lamaro, Capuozzo and Co hanno imparato a sognare e “ormai che ho imparato a sognare, non smetterò”.

Carlo Galati

Il calcio femminile che tutti vogliono ma nessuno piglia

Ci sono delle leggi che non rispondono a nessuna imposizione e che al proprio interno hanno il DNA dell’indipendenza. Una di queste leggi è quella del mercato, domanda e offerta. Curve che non possono mentire, indicatori neutrali influenzati dalla realtà. Non ci addentreremo troppo dentro concetti economici ma restando piuttosto alti possiamo affermare che, sì, il calcio femminile in Italia non lo vuole vedere (quasi) nessuno.

È andata infatti deserta l’asta dei diritti televisivi del campionato italiano, nessuno li ha comprati perché in fondo nessuno crede a questo investimento. E non perché chi vi scrive abbia qualcosa contro il calcio femminile, né perché si voglia in nessun modo imporre alcun ragionamento di natura patriarcale: è semplicemente la verità. Le aziende investono dove possono avere un ritorno e la grande industria televisiva ha detto no. Il prodotto non ci interessa.

E non interessa perché alla fine dei conti questo spettacolo lo guardano in pochi. Il movimento così com’è non è sostenibile, l’apertura al professionismo è stata più una mossa dettata più dal coinvolgimento generale che non un’evoluzione reale. Un po’ come nel rugby maschile degli anni 90: semplicemente non era il momento, semplicemente la base non era pronta. E non è pronta questa di base adesso: lo ha evidenziato il mondiale femminile: in quanti (siate sinceri) avete visto un match intero?

Le partite del campionato italiano finiranno su YouTube ed una trasmessa su Raisport per servizio pubblico. Ma è questa la strada giusta? Secondo noi no. Sarebbe meglio fermarsi e magari tornare ad una dimensione diversa senza voler fare il passo più lungo della gamba: si rischia di calciare alto, sopra la traversa della sostenibilità economica.

Carlo Galati