Matteo Berrettini, l’uomo del destino 

Ci sono uomini che si fanno avanti solo quando il mondo lo richiede, e poi ci sono uomini come Matteo Berrettini che bruciano silenziosamente, fieramente, nell’ombra del sacrificio e della dedizione incrollabile. Non è solo un giocatore, ma un marinaio che traccia il suo corso attraverso tempeste che pochi saprebbero affrontare, portando il peso delle speranze di una nazione che si stringe intorno al tennis, eleggendolo a sport nazionale, forse solo per qualche ora, trascinato dalla sua volontà inarrestabile. Una volontà che lo ha portato a vincere il match con l’australiano Kokkinakis, in un saliscendi di emozioni e punti.

Questa finale di Coppa Davis contro l’Olanda è più di una battaglia; è il destino che chiama. E per Matteo, non può che finire con il trionfo che merita più di chiunque altro. Lo scorso anno ha guardato dalla panchina, un guerriero ferito, incapace di alzare il trofeo per cui aveva lottato con ogni fibra del suo essere. Era lì, non come spettatore, ma come pilastro, il cuore emotivo di una squadra che si è appoggiata a lui anche quando non poteva brandire una racchetta.

Quest’anno Berrettini è tornato, non solo per giocare, ma per dare tutto. Attraverso il dolore, il dubbio, e le lunghe notti solitarie della riabilitazione, ha mantenuto la rotta. Il suo cuore non ha mai vacillato, la sua determinazione non si è mai spezzata. Se qualcuno merita questo momento, è lui l’uomo che è tornato non solo per sé stesso, ma per i suoi fratelli in azzurro e per l’Italia.

Se Matteo alzerà quella coppa, non sarà solo una vittoria. Sarà giustizia per i sacrifici invisibili, per le battaglie combattute nel silenzio, per il sudore e le lacrime che lo hanno riportato su questo palcoscenico. Lo ha guadagnato con ogni momento di forza, ogni grido di sfida, ogni grammo di passione che scorre nelle sue vene.

Matteo Berrettini questo è il tuo momento. Il mare ora è calmo. Devi alzare quella coppa, perché te lo meriti forse più di chiunque altro, perché deve essere tua.

Carlo Galati @thecharlesgram

Sofia Goggia, normalmente speciale

È probabilmente l’antidiva per eccellenza, Sofia Goggia. Una ragazza legate a valori antichi, figli della sua terra, compie 32 anni. Un’età che per molti potrebbe segnare l’inizio di una riflessione, ma non per lei, che ha sempre vissuto guardando avanti, sfidando se stessa e il tempo, come quando si lancia a oltre cento chilometri orari giù per una discesa.

Sofia è un simbolo di resilienza, di sacrificio, di quella tenacia che nasce tra le montagne e che non conosce pause. Bergamasca fino al midollo, è cresciuta con un sogno: diventare la più forte, nonostante gli ostacoli, le cadute, gli infortuni che le hanno segnato il corpo ma mai piegato lo spirito.

La sua carriera è una storia fatta di alti e bassi, come una pista nera affrontata senza mai toccare i freni. Ha vinto un oro olimpico a Pyeongchang nel 2018, cristalli della Coppa del Mondo, e ha scritto pagine che resteranno nella storia dello sci. Ma la vera forza di Sofia non sta solo nei trofei. È nella sua capacità di rialzarsi, ogni volta più forte, ogni volta più consapevole.

Chi la conosce lo sa: Sofia è una combattente, ma è anche una persona vera, sincera, mai costruita. Non ha paura di mostrarsi vulnerabile, di ammettere che il successo si conquista con fatica e dolore, che dietro le medaglie ci sono lacrime e sacrifici. Irrorata da una fede incrollabile, tanto nei momenti bui – «se questo è il piano di Dio per me, non posso far altro che accoglierlo a braccia aperte» – quanto in quelli migliori: «mi ha guidato una luce particolare, qualcosa che ho vissuto interiormente». E forse è proprio questa autenticità che l’ha resa così amata, non solo tra i tifosi ma anche tra chi vede nello sport una metafora di vita.

A 32 anni, Goggia non sembra intenzionata a rallentare. Anzi, ogni discesa è una nuova sfida. Buon compleanno, Sofia, regina della velocità e dell’umiltà. In te rivediamo il meglio dello sport: passione, coraggio e quel pizzico di follia che trasforma un’atleta in una leggenda, ma soprattutto una persona che sa elevarsi nelle discese più ripide.

Carlo Galati

Coco Gauff, l’eroina diventata maestra

Sotto il cielo immenso di Riyadh, Coco Gauff si fa strada come una giovane eroina in un tennis che a volte sembra mancare di storie che sappiano di inaspettate sorprese. Non è solo una questione di punti, di un set o di un tie-break deciso al terzo; la vittoria di Gauff alle WTA Finals è il trionfo dell’anima che impara la calma in mezzo al caos di chi l’ha sempre vista da subito campionessa designata, in una sorta di linea di discendenza diretta dei successi di Venus e Serena. Zheng Qinwen, avversaria coriacea, dall’altra parte della rete è giovane come lei, una guerriera anch’essa, ma non ancora temprata per quelle raffiche di nervi tesi che un match del genere impone.

Gauff perde il primo set, ed è come se camminasse su un filo, dondolando, mentre Riyadh trattiene il respiro. Ma Coco non si spaventa, non molla, e nel secondo set cambia qualcosa, è questione di ritmo. Perde due giochi, e poi quattro di fila li vince come a voler dire “Ci sono anche io”. Viene in mente un verso di Kipling, quell’“If” che sembra descriverla: Gauff sa affrontare la sconfitta e la vittoria, quei due impostori che si alternano nel tennis e nella vita, senza perdere la testa. La partita è lì, ancora da vincere, ancora da lottare, quando Zheng prova a chiudere, avanti 5-3 nel terzo set.

Ma qui viene fuori la differenza, quel pezzetto d’anima che fa di Gauff una campionessa. La giovane americana riaggancia la cinese, la costringe a sbagliare, si va al tie-break e Coco vola. Finisce 7-6, con un’esplosione di gioia che non è solo di Coco, ma di tutti quelli che la amano e del pubblico saudita. Sì, perché Gauff vince anche contro il silenzio di uno stadio che ha visto partite a tratti disputate senza la folla che meriterebbe.

Gauff porta a casa il titolo, e porta a casa anche qualcosa che va oltre le cifre, oltre i record. C’è della poesia in questa vittoria, una storia che continua, in attesa del prossimo match, della prossima sfida. La ragazzina che a 15 anni sconvolgeva Wimbledon è diventata adulta, è diventata maestra. E in quel suo pugno alzato c’è tutta la bellezza e la durezza di questo sport che non concede sconti.

@thecharlesgram

L’insopportabile dolore nel sorriso di Matilde

La morte non è mai pienamente accettabile. È ineluttabile e come tale va accolta nelle nostre vite, è a pensarci bene, l’essenza più profonda della democrazia dell’esistenza. Nonostante questo però non tutte sono accettabili allo stesso modo, ma in un’ipotetica scala del dolore, alcune di queste sono profondamente ingiuste, terribilmente inaccettabili. Quella di Matilde Lorenzi è una di queste: non si può morire per sport, non si può morire di sport. Eppure questi due concetti così distanti e agli antipodi, in una sorta di scala asimmetrica della vita, si ritrovano in un abbraccio insopportabile.

Quella di Matilde Lorenzi, giovane promessa dello sci italiano strappata alla vita da una caduta durante una sessione di allenamento, è una storia drammatica e un dolore inspiegabile, non soltanto per la sua famiglia, per gli affetti più cari e per chi la conosceva, ma anche per chi magari non sapeva chi fosse, perché fosse lì a capofitto sugli sci, cercando la velocità, la precisione delle linee, lo spigolo giusto e trovando invece la fine di una storia meravigliosa. Già perché chi scia, chi conosce questo mondo, il mondo della montagna, sa che non è solo sport: sciare significa sfidarsi continuamente, percorrendo il filo sottile che attraversa la paura, l’adrenalina, la libertà. E la natura. Perché sciare significa entrare anche in contatto con la parte più intima e profonda della montagna, sfidandone pendii, incertezze e ostacoli; sciare vuol dire abbandonarsi a tutto questo, alle volte anche staccandosi con la mente dal gesto tecnico che diventa gesto naturale, perché sentire la neve è un qualcosa di innato che ti riporta all’essenza dello sport e della vita. “Lo sci mi ha insegnato a essere felice”, diceva Matilde a 13 anni in una delle sue prime interviste.

Non doveva andare così. Non deve mai andare così, per quei giovani atleti che trovano, nello sport e nello sci, la morte. Di Matilde ci resterà uno splendido sorriso, il sorriso di quegli sportivi, di quegli eroi che son tutti giovani e belli.

@thacharlesgram

InSainziabile

Un weekend indimenticabile, un weekend da Matador. In Messico, come un’aquila tra le nubi, la Ferrari ha riassaporato la gloria ad una sola settimana dal trionfo negli Stati Uniti, ad Austin: lì fu una doppietta rossa, a Città del Messico, una doppietta a metà con Sainz primo e Leclerc terzo. Un podio comunque scarlatto che è musica e furore. Carlos Sainz, pilota di temperamento e precisione, ha portato la Rossa sul gradino più alto, una vittoria che riporta alla memoria i grandi trionfi di un tempo. La Ferrari, in questo ardente pomeriggio di Città del Messico, ha mostrato non solo una strategia impeccabile, ma una potenza brutale: la macchina pareva danzare in sintonia con il pilota, agguantando ogni curva, affondando ogni rettilineo, quasi sfidando la fisica e il buon senso.

Sainz ha guidato con una sapienza calcolatrice, da vero pilota intellettuale, attento a ogni dettaglio, magistrale nel difendere il vantaggio. In lui si è vista quella combinazione rara di coraggio e astuzia, tanto rara quanto preziosa, un po’ come l’antico “contropiede” italiano nel calcio: mentre gli altri affondavano le zanne, lui giostrava con calma olimpica, aspettando il momento giusto per scatenare la piena potenza del motore Ferrari.

Accanto a lui, per quasi tutta la gara, Leclerc ha portato a termine una gara tutta in rimonta fino al secondo posto, per poi cedere sotto la pressione di un altro di quelli che può fregiarsi dei galloni del predestinato, Lando Norris, bravo a indurre all’errore il monegasco che però resta sul podio e tiene vive le speranze di un titolo costruttori che sembrava fantascienza fino a qualche mese fa. La continuità Ferrari è un evento che i tifosi aspettavano da tempo, un ritorno alla nobiltà della “Rossa” nei Gran Premi che contano. Non è solo una vittoria, è una conferma: la Ferrari è tornata a dire la sua.

Il trionfo di Sainz è più di una semplice affermazione, è un urlo che risuona nel paddock e oltre. Ha portato alla luce quella “furia latina” che fa di ogni gara un affresco di ardimento e passione. Il modo migliore per lasciare il ricordo di un pilota mai domo, in un team che lo ha sempre amato.

Carlo Galati

Thiem, l’uomo che sfidò gli dei

Quel momento. Il momento preciso in cui Dominik Thiem posa quella che è stata la compagna di una parte, intensa e bellissima della sua vita. E lo fa nel posto in cui tutto è cominciato, lo fa in quella che è casa sua, accanto alle persone che lo hanno reso il tennista che è stato, l’uomo che è.

Un tennista che è andato oltre se stesso e quelli che erano i limiti del mondo degli umani, per andare a sfidare gli dei, battendoli. Ha alzato la testa, guardandogli negli occhi e guidando una generazione (o forse più) schiacciata dallo strapotere di quei 3+1 che hanno monopolizzato 20 anni di tennis, soffocando ogni alternativa, rendendo relativo ogni talento. Non però quello di Thiem, che stilisticamente ha voluto sfidare il maestro del rovescio ad una mano, battendolo in quella che è stata la sua unica vittoria in un 1000, ad Indian Wells, in finale con Re Roger.

Ha vinto uno Slam, nel 2020 in una New York chiusa ancora nel lock down pandemico, ma che con l’austriaco ha trovato la luce della novità, chiudendo un cerchio che partita dal 2006 quando su quel campo vinse il suo unico Slam, un altro che in quegli anni avrebbe potuto vincere di più: un certo Martin Del Potro, un altro di quelli che gli dei li ha sfidati davvero.

Finisce con una sconfitta per mano di Luciano Darderi e finisce nel modo peggiore o migliore che possa esserci in questi casi, una sconfitta che è indolore perché libera Domi da tutto ciò che non poteva più essere: un ricordo di bellezza.
La sua bellezza resterà e con esso il coraggio di osare l’impossibile, umanizzando gli dei.

Carlo Galati

Il graffio Ferrari

La Ferrari, dopo anni di patimenti e recriminazioni, ritorna a graffiare in modo netto e deciso nel Gran Premio degli Stati Uniti. Una vittoria che ha il sapore dell’antico, con Charles Leclerc, il giovane monegasco dal cuore saldo e dalla guida ferma, che ha condotto la SF-24 fino al traguardo. Questa gara, disputata su un circuito ostico e volubile come quello di Austin, rappresenta molto di più di un trionfo di giornata: è la prova che il Cavallino Rampante, forgiato nel mito, ha ancora nelle vene l’istinto del predatore. Già, perché la festa si completa grazie anche al secondo posto di Carlos Sainz, mettendo il punto esclamativo sull’87esima doppietta di casa Ferrari in Formula 1.

La gara si svolge su ritmi elevatissimi, com’è consuetudine nei moderni gran premi. Il muretto Ferrari, per una volta, si dimostra all’altezza della situazione: ogni pit stop è eseguito con tempismo chirurgico, ogni cambio gomme è studiato alla perfezione. La macchina non accusa flessioni, Leclerc mantiene una guida fluida e Sainz con dovizia e anche un po’ di mestiere tiene quella seconda posizione fino alla fine che significa trionfo e gioia. Era da Singapore 2019 che due rosse non arrivavano davanti a tutte. Non c’è spazio oggi per la dittatura olandese di Verstappen o l’esuberanza passionale del britannico Norris che devono accontentarsi del terzo e quarto posto, classifica sancita dalle decisioni post gara: alla fine arrivano cinque secondi di penalità a Lando Norris autore del sorpasso al tre volte campione del mondo della Red Bull a due giri dal termine, sorpasso giudicato irregolare dai giudici di gara.

Oggi però è la giornata di Leclerc e Sainz e del rosso Ferrari. Quando i due piloti tagliano il traguardo, la sensazione è quella di aver assistito a un momento se non storico, sicuramente importante: la Ferrari è tornata, e lo ha fatto da par suo, con l’onore e la nobiltà che le competono.

Carlo Galati @thacharlesgram

Vamos siempre Rafa!


Rafael Nadal è qualcosa che sfugge alla comune comprensione del tennista moderno. Un uomo che, su quel rettangolo di terra rossa, diviene una sorta di torero in continua lotta con il destino. Maiorca, terra di venti e onde, ha forgiato questo giovane con il cuore di acciaio e la volontà di ferro, dotato di una caparbietà che rifiuta di cedere anche dinanzi alle avversità più insormontabili. Nadal è figlio di un’epoca in cui il tennis si è fatto sempre più scienza, ma in lui ritroviamo l’essenza primordiale del gladiatore, un eroe capace di sfidare gli dei e trionfare.

Ma la grandezza di Nadal non è solo fisica: chi ha occhi per vedere, e anima per comprendere, intuisce che il vero miracolo è la sua mente. Sul campo, Rafael diventa un toro che non conosce resa, che si nutre di ogni singolo punto come fosse l’ultimo respiro. Il suo gioco è sfiancante, sì, per gli avversari ma anche per se stesso: Nadal combatte non solo contro chi gli sta di fronte, ma contro i propri limiti, contro il tempo, contro il dolore che il suo stesso corpo spesso gli impone.

Il Roland Garros è il suo tempio. Su quella terra battuta che sembra fatta apposta per esaltare la sua resistenza e la sua capacità di lottare punto su punto, Nadal ha scritto la storia del tennis. Quattordici titoli. Pensateci bene: sono sono solo numeri, è leggenda. Vedere Nadal in azione è come assistere a una corrida: l’arena è la stessa, ma l’esito è sempre diverso. Eppure, ogni volta, Rafa emerge vincitore, come se la terra di Parigi lo riconoscesse come il suo figlio prediletto.

Nadal non è un esteta del tennis, non è il genio che disegna traiettorie perfette con la leggerezza di Federer, né il robot inarrestabile che è Djokovic. No, Nadal è qualcos’altro. È l’incarnazione dello sforzo massimo, dell’ostinazione che non conosce riposo, della vittoria ottenuta con il sangue e il sudore. Se dovessimo raccontarlo lo definiremmo come l’eroe epico di un’era in cui il tennis ha raggiunto vertici impensabili.

Rafael Nadal ci mancherà, con lui se ne va una parte di noi cresciuti con lui e le sue gesta. E’ l’ineluttabilità del tempo che passa: vamos siempre Rafa!
Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa continua a navigare

All’indomani dell’eliminazione di Luna Rossa dalle finali delle Selezioni Challenger, Patrizio Bertelli, Presidente del team Luna Rossa Prada Pirelli, ha convocato una conferenza stampa per dire quello che tutti gli appassionati di vela e tifosi di Luna Rossa si aspettavano sgomberando il campo sul futuro del team.

Insieme a Bertelli hanno partecipato all’incontro Marco Tronchetti Provera, Vice Presidente Esecutivo di Pirelli e co-title sponsor del team, e Max Sirena, Skipper e Team Director.

Bertelli ha assicurato che Luna Rossa continuerà la sua avventura in Coppa America con Max Sirena alla guida, a conferma della fiducia nel team da lui creato nel 1997, che non solo ha avuto importanti risultati sportivi, facendo uscire l’Italia «dalla periferia per portarla al centro della vela internazionale», ma è stato anche una importante fucina di nuovi talenti. «In tre anni con Max Sirena abbiamo ricreato un team forte che ricorda quello di partenza del 2000», ha detto, «dove il senso di appartenenza è prioritario, in cui c’è molta passione, molta tecnologia e anche molti giovani – non solo velisti, ma anche tecnici – per cui credo che abbiamo una piattaforma ottima con cui ripartire per la prossima sfida. La nostra era una barca molto veloce, anzi, credo sia la più veloce che abbia mai avuto in tutte le mie sfide. La Coppa America è così, il livello è alto. Noi abbiamo imbroccato due settimane negative, abbiamo fatto degli errori, non siamo in finale perché abbiamo commesso più errori degli altri».

Sul tema futuro della Coppa e dei monoscafi foiling, Bertelli ha detto che è diventata un circuito senza riferimenti storici, molto diversa dalle edizioni di Newport o di Auckland e che barche come gli AC40 «sono una grande novità, capaci di avvicinare i giovanissimi a questo sport. Dobbiamo cominciare a pensare che la vela è cambiata ed è inutile fare il paragone con il passato, perché si tratta di due mondi completamente diversi. Sotto questo aspetto non credo si possa più tornare indietro».

«Nell’ottica della continuità», ha proseguito, «mercoledì mattina l’AC75 uscirà in mare con l’equipaggio giovanile coadiuvato da quello che ha regatato sino a oggi, per dare loro l’occasione di salire a bordo, ma anche per dare a tutto il team il senso di stabilità e di persistenza del progetto da noi intrapreso anni fa».

Carlo Galati @thecharlesgram

Così vincono gli italiani, così resiste Luna Rossa

Come si vince una regata con una barca a
mezzo servizio, dopo che qualche minuto prima Checco Bruni aveva detto “We have broker everything”, nella regata numero 7 con Ineos Britannia ? Semplice, si vince con lo scotch.

Eh già, perché in un mondo ipertecnologico, fatto di fibre di carbonio e materiali che gli umani non possono immaginare, forbice in mano, noi italiani usiamo lo scotch per riparare quello che per molti sarebbe stato impossibile da fare. Di sicuro non in acqua, di sicuro non così.

Ma se ci pensate bene la forza di #LunaRossa è proprio questa, sapersi adattare. Lo ha fatto fin dal 2000 cambiando scafi, latitudini e avversari, lo ha fatto cambiando uomini a bordo e a terra, lo ha fatto confrontandosi con i giganti della vela, con budget neanche minimamente paragonali. Eppure gli altri sono a casa, mente Luna Rossa, incerottata, è ancora lì 4 pari, messa insieme con lo scotch. Ma sempre bellissima.

Luna meraviglia.

Carlo Galati @thecharlesgram