Matteo Berrettini, l’uomo del destino 

Ci sono uomini che si fanno avanti solo quando il mondo lo richiede, e poi ci sono uomini come Matteo Berrettini che bruciano silenziosamente, fieramente, nell’ombra del sacrificio e della dedizione incrollabile. Non è solo un giocatore, ma un marinaio che traccia il suo corso attraverso tempeste che pochi saprebbero affrontare, portando il peso delle speranze di una nazione che si stringe intorno al tennis, eleggendolo a sport nazionale, forse solo per qualche ora, trascinato dalla sua volontà inarrestabile. Una volontà che lo ha portato a vincere il match con l’australiano Kokkinakis, in un saliscendi di emozioni e punti.

Questa finale di Coppa Davis contro l’Olanda è più di una battaglia; è il destino che chiama. E per Matteo, non può che finire con il trionfo che merita più di chiunque altro. Lo scorso anno ha guardato dalla panchina, un guerriero ferito, incapace di alzare il trofeo per cui aveva lottato con ogni fibra del suo essere. Era lì, non come spettatore, ma come pilastro, il cuore emotivo di una squadra che si è appoggiata a lui anche quando non poteva brandire una racchetta.

Quest’anno Berrettini è tornato, non solo per giocare, ma per dare tutto. Attraverso il dolore, il dubbio, e le lunghe notti solitarie della riabilitazione, ha mantenuto la rotta. Il suo cuore non ha mai vacillato, la sua determinazione non si è mai spezzata. Se qualcuno merita questo momento, è lui l’uomo che è tornato non solo per sé stesso, ma per i suoi fratelli in azzurro e per l’Italia.

Se Matteo alzerà quella coppa, non sarà solo una vittoria. Sarà giustizia per i sacrifici invisibili, per le battaglie combattute nel silenzio, per il sudore e le lacrime che lo hanno riportato su questo palcoscenico. Lo ha guadagnato con ogni momento di forza, ogni grido di sfida, ogni grammo di passione che scorre nelle sue vene.

Matteo Berrettini questo è il tuo momento. Il mare ora è calmo. Devi alzare quella coppa, perché te lo meriti forse più di chiunque altro, perché deve essere tua.

Carlo Galati @thecharlesgram

L’Italia della Billie King Jean Cup: una vittoria che sa di squadra

C’è una bellezza tutta particolare nelle vittorie che non appartengono a un singolo, ma a un gruppo, a un insieme di volti e storie che si intrecciano per dare vita a qualcosa di unico. La vittoria dell’Italia nella Billie Jean King Cup 2024 è una di quelle storie che meritano di essere raccontate. Non tanto per l’evento in sé – una finale di tennis vinta a Málaga contro la Slovacchia – ma per come questa vittoria è arrivata, per ciò che rappresenta.

Le nostre ragazze hanno dimostrato che il tennis non è solo uno sport individuale, ma può essere anche un esercizio collettivo di forza, coraggio e resistenza. L’hanno fatto in una settimana di fuoco, partendo con i pronostici a favore e confermando tutto, punto su punto, match dopo match.

Due le eroine di giornata: Lucia Bronzetti e Jasmine Paolini che riportano in Italia un successo solo sfiorato lo scorso anno, autrici delle due vittorie di giornata. In 80 minuti (6-2,6-4) Lucia Bronzetti, numero 78 del mondo, si libera dell’imponente Viktoria Hruncakova, n. 159 Wta, mettendo a segno 18 degli ultimi 20 punti. Jasmine Paolini, numero 4 del mondo, al suo 113° match della stagione, si sbarazza in due set (6-2, 6-1) della slovacca Rebecca Sramkova, numero 43, che va fuori giri in una partita comandata dall’azzurra. E poi via ai festeggiamenti di una entusiasta e commossa squadra italiana, formata anche da Sara Errani, Martina Trevisan ed Elisabetta Cocciaretto.

E poi quel sapore particolare tipico delle vittorie di squadra, soprattutto in uno sport individuale come il tennis. È come se ogni punto conquistato non fosse solo il frutto di un colpo ben riuscito, ma di un’energia collettiva, di una condivisione che va oltre la tecnica e la tattica.

Alla fine, quello che resta è l’immagine di un gruppo che salta insieme, che sorride e festeggia insieme, che sa di aver scritto una pagina importante. L’Italia alza la Billie Jean King Cup e da Malaga o dall’Italia, festeggiamo un po’ anche noi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Maestro Sinner

L’Inalpi Arena canta all’unisono in una sorta di mash-up tra sport e musica, tra tennis e concerti: “Olè, olè, olè Sinner Sinner”, inizia così, finisce così. Finisce con Jannik Sinner che battendo in finale Taylor Fritz 6-4, 6-4 (sono 9 “6-4” tra i due in 12 set giocati) il titolo delle Nitto Atp Finals, diventando il primo italiano a riuscirci e a riuscirci senza perdere un set. Roba che non succedeva da quasi 40 anni (Lendl 1986). Una vittoria che non è solo il suggello di un torneo memorabile, ma anche l’investitura di un talento ormai maturo, che si eleva a punto di riferimento totale, nobilitata dal titolo di Maestro.

La partita ha avuto l’andamento di una sinfonia composta da Sinner con precisione millimetrica e raro controllo emotivo. Fritz, armato del suo servizio esplosivo e di colpi pesanti, ha trovato sulla sua strada un muro invalicabile, eretto dalla mente lucida e dalle gambe infaticabili di Jannik. Ogni scambio sembrava dettato da una regia interiore: Sinner ha dominato i momenti chiave del match, spegnendo sul nascere ogni tentativo di ribellione dell’americano.

Il primo set è stato un saggio di equilibrio tattico. Sinner, chirurgico nei colpi da fondo e straordinario nelle risposte al servizio, ha sfruttato l’unica occasione concessa dall’avversario per strappare il break decisivo nel settimo game. Il 6-4 che ha chiuso il parziale è stato il frutto di una maturità sorprendente per un giovane di soli 23 anni, capace di affrontare l’arena di casa senza tradire emozione.

Nel secondo set, Fritz ha tentato di alzare l’intensità, ma si è scontrato con la capacità di Sinner di anticipare ogni mossa, come un abile scacchista che intuisce le mosse dell’avversario. Ancora una volta, è bastato un solo break per scrivere la parola fine: Jannik ha gestito il vantaggio con la freddezza di un veterano, chiudendo il match tra l’ovazione del pubblico torinese.

Torino ha celebrato una vittoria, certo, ma ha visto anche qualcosa di più grande: l’inizio di una dinastia. Per noi italiani, abituati a cercare eroi in ogni angolo dello sport, il suo trionfo è un motivo di orgoglio e speranza. 

Bravo Jannik, il futuro è tuo.

X: @carlogalati

Sofia Goggia, normalmente speciale

È probabilmente l’antidiva per eccellenza, Sofia Goggia. Una ragazza legate a valori antichi, figli della sua terra, compie 32 anni. Un’età che per molti potrebbe segnare l’inizio di una riflessione, ma non per lei, che ha sempre vissuto guardando avanti, sfidando se stessa e il tempo, come quando si lancia a oltre cento chilometri orari giù per una discesa.

Sofia è un simbolo di resilienza, di sacrificio, di quella tenacia che nasce tra le montagne e che non conosce pause. Bergamasca fino al midollo, è cresciuta con un sogno: diventare la più forte, nonostante gli ostacoli, le cadute, gli infortuni che le hanno segnato il corpo ma mai piegato lo spirito.

La sua carriera è una storia fatta di alti e bassi, come una pista nera affrontata senza mai toccare i freni. Ha vinto un oro olimpico a Pyeongchang nel 2018, cristalli della Coppa del Mondo, e ha scritto pagine che resteranno nella storia dello sci. Ma la vera forza di Sofia non sta solo nei trofei. È nella sua capacità di rialzarsi, ogni volta più forte, ogni volta più consapevole.

Chi la conosce lo sa: Sofia è una combattente, ma è anche una persona vera, sincera, mai costruita. Non ha paura di mostrarsi vulnerabile, di ammettere che il successo si conquista con fatica e dolore, che dietro le medaglie ci sono lacrime e sacrifici. Irrorata da una fede incrollabile, tanto nei momenti bui – «se questo è il piano di Dio per me, non posso far altro che accoglierlo a braccia aperte» – quanto in quelli migliori: «mi ha guidato una luce particolare, qualcosa che ho vissuto interiormente». E forse è proprio questa autenticità che l’ha resa così amata, non solo tra i tifosi ma anche tra chi vede nello sport una metafora di vita.

A 32 anni, Goggia non sembra intenzionata a rallentare. Anzi, ogni discesa è una nuova sfida. Buon compleanno, Sofia, regina della velocità e dell’umiltà. In te rivediamo il meglio dello sport: passione, coraggio e quel pizzico di follia che trasforma un’atleta in una leggenda, ma soprattutto una persona che sa elevarsi nelle discese più ripide.

Carlo Galati

SinnRe

Lo abbiamo visto uscire da una coltre di fumo e luci blu che lo circondavano come un guscio protegge il suo bene più prezioso, Jannik Sinner, il ragazzo venuto dai boschi e dalle dolomiti altoatesine, ha finalmente ottenuto ciò che il destino gli aveva promesso: la coppa del numero uno al mondo. Un onore immenso, una vittoria che è il frutto di un’intelligenza ferina, di un’instancabile determinazione, ma anche di quella tipica nobiltà d’animo dei montanari. Questo giovane figlio di San Candido è arrivato lassù, in cima alle vette, come un vecchio alpinista che conosce la montagna e sa che non concede nulla per mera benevolenza.

Siamo alla fine di un’annata epica; il suo cammino non è stato fatto di fragore o di clamore, ma di determinazione ferina e intelligenza svelta. Sinner ha lavorato su sé stesso come il cesellatore sull’opera grezza: lentamente, metodicamente, finché il suo tennis non ha raggiunto un livello cristallino, capace di dominare tutti, di dominare quelli che erano i migliori, fino a diventare lui, il migliore.

A vederlo salire in cima al podio, insieme a Boris Becker e ad Andrea Gaudenti, chairman ATP, si avverte l’aura dei grandi, di chi non si lascia scoraggiare dalle sfide. Sinner è un ragazzo che non tradisce l’emozione, i lineamenti duri, quasi impassibili, di chi ha capito che ogni conquista si guadagna un pezzo alla volta. Egli è l’anti-divo, quasi un eroe d’altri tempi, immerso in un mondo dove la velocità e il clamore la fanno da padroni. Ma è proprio questa calma che gli ha permesso di battere mostri sacri con l’istinto e la pazienza di un cacciatore antico che ha reso Sinner così temibile.

Ricevere la coppa del numero uno, sotto gli occhi del mondo, è una consacrazione in quella che è la città dei re, della monarchia. A Torino Sinner non è solo un giovane campione; è la promessa di un tennis che si rinnova, la speranza per chi crede che la grandezza non ha età. Il ragazzo venuto dai monti ha compiuto la sua scalata e ora guarda tutti dall’alto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Coco Gauff, l’eroina diventata maestra

Sotto il cielo immenso di Riyadh, Coco Gauff si fa strada come una giovane eroina in un tennis che a volte sembra mancare di storie che sappiano di inaspettate sorprese. Non è solo una questione di punti, di un set o di un tie-break deciso al terzo; la vittoria di Gauff alle WTA Finals è il trionfo dell’anima che impara la calma in mezzo al caos di chi l’ha sempre vista da subito campionessa designata, in una sorta di linea di discendenza diretta dei successi di Venus e Serena. Zheng Qinwen, avversaria coriacea, dall’altra parte della rete è giovane come lei, una guerriera anch’essa, ma non ancora temprata per quelle raffiche di nervi tesi che un match del genere impone.

Gauff perde il primo set, ed è come se camminasse su un filo, dondolando, mentre Riyadh trattiene il respiro. Ma Coco non si spaventa, non molla, e nel secondo set cambia qualcosa, è questione di ritmo. Perde due giochi, e poi quattro di fila li vince come a voler dire “Ci sono anche io”. Viene in mente un verso di Kipling, quell’“If” che sembra descriverla: Gauff sa affrontare la sconfitta e la vittoria, quei due impostori che si alternano nel tennis e nella vita, senza perdere la testa. La partita è lì, ancora da vincere, ancora da lottare, quando Zheng prova a chiudere, avanti 5-3 nel terzo set.

Ma qui viene fuori la differenza, quel pezzetto d’anima che fa di Gauff una campionessa. La giovane americana riaggancia la cinese, la costringe a sbagliare, si va al tie-break e Coco vola. Finisce 7-6, con un’esplosione di gioia che non è solo di Coco, ma di tutti quelli che la amano e del pubblico saudita. Sì, perché Gauff vince anche contro il silenzio di uno stadio che ha visto partite a tratti disputate senza la folla che meriterebbe.

Gauff porta a casa il titolo, e porta a casa anche qualcosa che va oltre le cifre, oltre i record. C’è della poesia in questa vittoria, una storia che continua, in attesa del prossimo match, della prossima sfida. La ragazzina che a 15 anni sconvolgeva Wimbledon è diventata adulta, è diventata maestra. E in quel suo pugno alzato c’è tutta la bellezza e la durezza di questo sport che non concede sconti.

@thecharlesgram

La forza di Jasmine è nella consapevolezza

Sono passati 306 giorni da quell’1 gennaio, che rappresenta non solo l’inizio dell’anno solare, ma anche la prima pagina di un libro che racconta la storia meravigliosa di una ragazza, Jasmine Paolini, che nel pieno della propria maturità sportiva e tennistica, quei 28 anni che, di solito, raffigurano il momento in cui si raggiunge la piena consapevolezza dei propri mezzi e il punto di equilibrio tra il massimo splendore fisico e la maturità necessaria per affrontare le situazioni di gioco e di vita agonistica. Un equilibrio che Jasmine ha raggiunto sbocciando nel pieno del suo tennis e irrorando ogni giorno di più un 2024 che sembra avvolto da un’aurea perpetua di soddisfazioni. Ultima di queste, la vittoria con Elena Rybakina alle WTA finals: 7-6, 6-4 ottenuto con una maturità ed una chirurgica precisione dell’analisi dei momenti, che alimenta la consapevolezza di essere numero 4 al mondo.

Eh già, perché in tanti, forse troppi, sono stati troppo frettolosi nel dire che il girone delle WTA Finals di Paolini con, Rybakina, Zheng e Sabalenka, fosse il più difficile di tutti, il girone terribile dal quale difficilmente sarebbero arrivate soddisfazioni tricolori. Tutto, come al solito detto con il senno di prima, con quel retrogusto da sindrome dell’impostore al contrario, come se Paolini non avesse meritato di essere numero 4 del mondo, come se non ci fossero sul campo e a più riprese, testimonianze, risultati, prove tangibili di una crescita organica, non figlia dell’estemporaneità ma concreta nel suo evolversi nel tempo, con avversarie, superfici, condizioni sempre differenti: non è un caso. Non può esserlo.

Ed ecco dunque, 59 partite dopo quella prima vittoria dell’anno ottenuta con Angelique Kerber alla United Cup, prepararsi ad affrontare, senza nulla da temere, la numero 1 al mondo, Aryna Sabalenka, in un match che può valere la semifinale delle Finals, un obiettivo che forse nemmeno lei si aspettava, e che invece ad oggi rappresenta una concreta possibilità di continuare a scrivere, in singolare, ma anche in doppio con Sara Errani (non dimentichiamo), le pagine finali di una grande storia di successo.

L’insopportabile dolore nel sorriso di Matilde

La morte non è mai pienamente accettabile. È ineluttabile e come tale va accolta nelle nostre vite, è a pensarci bene, l’essenza più profonda della democrazia dell’esistenza. Nonostante questo però non tutte sono accettabili allo stesso modo, ma in un’ipotetica scala del dolore, alcune di queste sono profondamente ingiuste, terribilmente inaccettabili. Quella di Matilde Lorenzi è una di queste: non si può morire per sport, non si può morire di sport. Eppure questi due concetti così distanti e agli antipodi, in una sorta di scala asimmetrica della vita, si ritrovano in un abbraccio insopportabile.

Quella di Matilde Lorenzi, giovane promessa dello sci italiano strappata alla vita da una caduta durante una sessione di allenamento, è una storia drammatica e un dolore inspiegabile, non soltanto per la sua famiglia, per gli affetti più cari e per chi la conosceva, ma anche per chi magari non sapeva chi fosse, perché fosse lì a capofitto sugli sci, cercando la velocità, la precisione delle linee, lo spigolo giusto e trovando invece la fine di una storia meravigliosa. Già perché chi scia, chi conosce questo mondo, il mondo della montagna, sa che non è solo sport: sciare significa sfidarsi continuamente, percorrendo il filo sottile che attraversa la paura, l’adrenalina, la libertà. E la natura. Perché sciare significa entrare anche in contatto con la parte più intima e profonda della montagna, sfidandone pendii, incertezze e ostacoli; sciare vuol dire abbandonarsi a tutto questo, alle volte anche staccandosi con la mente dal gesto tecnico che diventa gesto naturale, perché sentire la neve è un qualcosa di innato che ti riporta all’essenza dello sport e della vita. “Lo sci mi ha insegnato a essere felice”, diceva Matilde a 13 anni in una delle sue prime interviste.

Non doveva andare così. Non deve mai andare così, per quei giovani atleti che trovano, nello sport e nello sci, la morte. Di Matilde ci resterà uno splendido sorriso, il sorriso di quegli sportivi, di quegli eroi che son tutti giovani e belli.

@thacharlesgram

InSainziabile

Un weekend indimenticabile, un weekend da Matador. In Messico, come un’aquila tra le nubi, la Ferrari ha riassaporato la gloria ad una sola settimana dal trionfo negli Stati Uniti, ad Austin: lì fu una doppietta rossa, a Città del Messico, una doppietta a metà con Sainz primo e Leclerc terzo. Un podio comunque scarlatto che è musica e furore. Carlos Sainz, pilota di temperamento e precisione, ha portato la Rossa sul gradino più alto, una vittoria che riporta alla memoria i grandi trionfi di un tempo. La Ferrari, in questo ardente pomeriggio di Città del Messico, ha mostrato non solo una strategia impeccabile, ma una potenza brutale: la macchina pareva danzare in sintonia con il pilota, agguantando ogni curva, affondando ogni rettilineo, quasi sfidando la fisica e il buon senso.

Sainz ha guidato con una sapienza calcolatrice, da vero pilota intellettuale, attento a ogni dettaglio, magistrale nel difendere il vantaggio. In lui si è vista quella combinazione rara di coraggio e astuzia, tanto rara quanto preziosa, un po’ come l’antico “contropiede” italiano nel calcio: mentre gli altri affondavano le zanne, lui giostrava con calma olimpica, aspettando il momento giusto per scatenare la piena potenza del motore Ferrari.

Accanto a lui, per quasi tutta la gara, Leclerc ha portato a termine una gara tutta in rimonta fino al secondo posto, per poi cedere sotto la pressione di un altro di quelli che può fregiarsi dei galloni del predestinato, Lando Norris, bravo a indurre all’errore il monegasco che però resta sul podio e tiene vive le speranze di un titolo costruttori che sembrava fantascienza fino a qualche mese fa. La continuità Ferrari è un evento che i tifosi aspettavano da tempo, un ritorno alla nobiltà della “Rossa” nei Gran Premi che contano. Non è solo una vittoria, è una conferma: la Ferrari è tornata a dire la sua.

Il trionfo di Sainz è più di una semplice affermazione, è un urlo che risuona nel paddock e oltre. Ha portato alla luce quella “furia latina” che fa di ogni gara un affresco di ardimento e passione. Il modo migliore per lasciare il ricordo di un pilota mai domo, in un team che lo ha sempre amato.

Carlo Galati

Thiem, l’uomo che sfidò gli dei

Quel momento. Il momento preciso in cui Dominik Thiem posa quella che è stata la compagna di una parte, intensa e bellissima della sua vita. E lo fa nel posto in cui tutto è cominciato, lo fa in quella che è casa sua, accanto alle persone che lo hanno reso il tennista che è stato, l’uomo che è.

Un tennista che è andato oltre se stesso e quelli che erano i limiti del mondo degli umani, per andare a sfidare gli dei, battendoli. Ha alzato la testa, guardandogli negli occhi e guidando una generazione (o forse più) schiacciata dallo strapotere di quei 3+1 che hanno monopolizzato 20 anni di tennis, soffocando ogni alternativa, rendendo relativo ogni talento. Non però quello di Thiem, che stilisticamente ha voluto sfidare il maestro del rovescio ad una mano, battendolo in quella che è stata la sua unica vittoria in un 1000, ad Indian Wells, in finale con Re Roger.

Ha vinto uno Slam, nel 2020 in una New York chiusa ancora nel lock down pandemico, ma che con l’austriaco ha trovato la luce della novità, chiudendo un cerchio che partita dal 2006 quando su quel campo vinse il suo unico Slam, un altro che in quegli anni avrebbe potuto vincere di più: un certo Martin Del Potro, un altro di quelli che gli dei li ha sfidati davvero.

Finisce con una sconfitta per mano di Luciano Darderi e finisce nel modo peggiore o migliore che possa esserci in questi casi, una sconfitta che è indolore perché libera Domi da tutto ciò che non poteva più essere: un ricordo di bellezza.
La sua bellezza resterà e con esso il coraggio di osare l’impossibile, umanizzando gli dei.

Carlo Galati