Il Tour de France ci consegna un campione assoluto, con tre fiocchi: giallo, bianco e a pois. Sì, perché il bis proietta Tadej Pogacar nella leggenda. Lo scorso anno lo sloveno aveva vinto, a sorpresa, con una zampata nella cronometro conclusiva.
Quest’anno invece è stato un dominio assoluto, dall’inizio alla fine. Un Tour vinto con distacchi indicibili: a soli 22 anni il corridore della Uae Emirates (con 2 vittorie) ha dominato la competizione rifilando 5’20” al secondo classificato, Jonas Vingegaard, e 7’03” al colombiano Richard Carapaz.
Nessuno, nemmeno Merckx e Hinault, avevano già vinto due Tour alla sua età. Nessuno a quell’età ha vinto due tappe di montagna in maglia gialla come ha fatto Tadej sui Pirenei. Insomma un predestinato, per intenderci uno che ha le carte in regola per sedere al tavolo dei grandissimi di questo sport.
Giovani, forti ed invincibili. Detta così, sembrano tutte rose e fiori. Certo, si è consapevoli dei sacrifici e dell’impegno che stanno dietro al lavoro di un atleta per raggiungere la vetta. Quella vetta che però, per alcuni, rappresenta un limite oltre il quale si può essere schiacciati o travolti.
Molte volte, ci sentiremmo di dire sempre, è una lotta interna che ti consuma fin da giovanissimo. Amare e odiare la propria passione più grande: è possibile? Lo è, come per tutti i grandi e travolgenti amori della vita.
Può capitare quindi che si decida di mollare dopo aver vinto tutto, o quasi. Dopo aver raggiunto quel punto così alto da non sopportare più le vertigini. È successo a Mark Spitz che a soli 22 anni e dopo aver vinto sette medaglie d’oro nel nuovo, a Monaco ‘72, decise di ritirarsi.
È capitato al più grande tennista della storia (no, non Roger…lui fa un altro sport), Bjorn Borg che dopo 11 Slam e a soli a soli 26 anni, all’apice di una carriera che sembrava non potergli regalare niente più, nessun traguardo da raggiungere e aggiungere a quelli già in cascina. O almeno di questo era convinto lo stesso Borg, più che altro individuando il perché di tale decisione nell’assenza di motivazioni, perché in campo avrebbe potuto continuare a vincere…senza se e senza ma. Lui aveva semplicemente detto stop a quel tipo di vita.
È successo di recente a Tom Dumoulin che a solo 30 anni e dopo aver vinto un Giro e un mondiale a cronometro ha detto stop. A tempo indeterminato e senza (per ora) ripensamenti. “Non ero felice da oltre un anno, mi sono tolto un peso”. Ecco, dire addio per loro ha significato più o meno questo: riprendere per mano la propria vita e tornare a deciderne. È una scelta, dura e dolorosa. Ma da rispettare e soprattutto da non giudicare.