Jannik, il campione che non ci meritiamo

La verità è che non ci meritiamo il numero uno del mondo.

Abituati per anni all’altalenante mediocrità tennistica dei nostri e delle nostre ragazze con la racchetta, con qualche lampo di talento puro e di orgoglio tricolore, giunti all’età dell’oro per meriti altrui siamo diventati pure schizzinosi.

La genetica, il duro lavoro e l’allineamento dei pianeti hanno trasformato un ragazzino lentigginoso e rosso di capelli in un diamante preziosissimo, una “montagna di luce” dal valore inestimabile.

Un gigante capace di rivaleggiare a distanza coi grandi miti del tennis: dominatore indoor, re sull’erba austera di Wimbledon, a un passo dall’impresa a Parigi, primo in classifica per 65 settimane consecutive, dal 10 giugno 2024 all’8 settembre 2025, quando è stato superato da Carlos Alcaraz dopo la finale degli US Open.

Una roba mai vista, alle nostre latitudini

Il merito? A giudicare dai commenti che si leggono sui social e pure sulle pensose paginate di improvvisati giornalistoni folgorati sulla via del tennis, sarebbe tutto merito nostro: dell’Italia e degli Italiani, degli opinionisti da tik tok, dei circolisti col gilet griffato, dei descamisados novelli tifosi del tennis, in realtà orfani traditi del calcio.

Jannik non giocherà la Davis, dopo averne vinte due praticamente da solo, e tutti si scoprono indignati, beati loro, alcuni fino al turpiloquio.

Sembravano appostati sul loro albero, improvvisati cecchini, pronti a sfruttare l’occasione per dare a Jannik del “crucco”, “austriaco mancato”, “Italiano per sbaglio”, “evasore”. 

Dispiace a tutti che Sinner non abbia dato la propria disponibilità all’Italia per la Coppa della grande insalatiera, sia chiaro.

Fossimo abbarbicati sulla linea del Piave vorremmo vedere questo ragazzotto altoatesino coperto di fango e sangue difendere la bandiera di guerra, il sacro suolo della Patria e pure l’orgoglio nazionale in pericolo.

Peccato che la finale di Davis non sia la guerra mondiale e che il tennis non sia un pranzo di gala, ma neppure la seconda puntata del vertice di Yalta.

É un torneo per squadre nazionali in uno sport ontologicamente individuale, individualista, ai limiti dell’egoismo sportivo: una competizione spesso indigesta alla maggior parte dei tennisti, impegnati a far quadrare i conti mentre girano il mondo come trottole, cambiano fusi orari, svengono e rinvengono, trasportano se stessi e gli staff da un continente all’altro con l’aiuto di sponsor, famiglie e a costi non quantificabili a chi guarda solo i montepremi che spettano a pochi “eletti”.

La Davis era quasi morta, più volte, e più volte è stata resuscitata cambiandone la formula, cecando di renderla appetibile, compressa fra tappe ATP asfissianti. 

Occorre ricordarlo a tutti quelli che la citano senza neppure sapere cosa sia. 

Nulla a che vedere coi Mondiali di calcio, per dirne una. 

La verità è che Jannik non è l’icona strapaesana e ruffiana che certi Italiani vorrebbero vedere, per cui ogni sua decisione, giusta o sbagliata che sia, diventa occasione per fargli pesare di essere un giovanotto di successo, un vincente in una Nazione che i vincenti mal li sopporta. 

Scatta l’invidia sociale, che fa straparlare di avidità per la scelta di giocare ( e vincere, per la cronaca) il Six Kings Slam, quando ognuno di questi pseudo critici in poltrona accetterebbe anche l’elemosina dagli sceicchi sauditi.

Tutti ligi al dovere gli Italiani, in pace perenne (e rottamata) col fisco e con la coscienza, prontissimi a rinfacciare a Jannik, quando fa comodo, la solita residenza a Montecarlo; ma, soprattutto, si scoprono emuli di Nazario Sauro e amanti di quel Tricolore che svendono da decenni al miglior offerente, allergici alla Patria in ogni sua forma, eccetto proprio quando giochi l’Italia.

E il problema sarebbe Sinner, la sua serietà, la sua programmazione maniacale, la sua ricerca della perfezione tennistica che produce vittorie su vittorie e che ci ha fatto saltare più volte dal divano, felici per quella bandierina tricolore in vetta alla classifica del tennis mondiale, dove nessuno era mai riuscito ad arrivare.

Che pena.

Che pena per le temerarie uscite di gente come Bruno Vespa, Aldo Cazzullo o Emanuela Audisio, mai visti ai lati di un campo da tennis, così premurosi nel tirare ceffoni a un giovane campione che per restare tale decide di gestirsi, coi propri soldi, con lo staff a fianco, dopo essere uscito da due anni che avrebbero sfiancato un bisonte. 

I nostri campioni del giornalismo si fermano agli effetti, senza indagare le cause: calendari fittissimi, tenuta fisica da garantire, una stagione massacrante e quella dimensione “marziana” alla quale appartengono pochissimi campioni, da curare fino ai minimi dettagli; esattamente come facevano Federer o Nadal, con il primo molto poco propenso a indossare la maglia della nazionale svizzera all’apice della propria carriera.

Critiche feroci e parole in libertà. 

Persino i carneadi del Codacons, fa già ridere così, hanno proposto addirittura di ritirargli ogni onorificenza, per lesa maestà. 

Lui resta lì, calmo come un altoatesino di montagna, lucido in mezzo alle isterie più disparate e concentrato sul prossimo obiettivo. 

Sinner, in verità, non ce lo meritiamo. 

Fino al prossimo Slam, ovviamente, quando alla prima vittoria detrattori e rosiconi faranno a gara per spergiurare sull’Italianità di Jannik bello di mamma, ricorderanno quella partita al Circolo giocata nel campo a fianco, disquisiranno sulla potenza dei suoi colpi e su come sia, forse magicamente, migliorato il suo servizio.

E per quelli che continueranno ad odiarlo, c’è pur sempre qualche altro sport da seguire, dove un campione coi capelli rossi non riempirà forse con l’esempio i circoli del tennis di ragazzini e ragazzine, ma grazie al quale potranno sfogare le proprie frustrazioni senza fare troppi danni.

Andiamo, Jannik, c’è ancora una leggenda da scrivere, perché qualcuno un giorno la possa raccontare.

Anche in Coppa Davis, ne siamo certi.

Roma ci crede, Alcaraz vince, l’Italia resta

Le sconfitte sono sconfitte.
Sinner non riesce a completare il quasi “cappotto” italiano agli Internazionali di Roma, singolare femminile, singolare maschile, doppio femminile, cedendo il passo a un Carlitos Alcaraz vicino alla perfezione del proprio tennis, senza amnesie e con un ritmo già rodato in chiave Parigi.
Una sconfitta che non toglie nulla allo straordinario torneo di Jannik, al suo rientro forte e tutt’altro che scontato dopo la squalifica, alla mentalità dimostrata sul campo, al primo set della Finale che avrebbe potuto far “girare” il match, con i due set point falliti dal nostro campione.
Adesso servirà capire come colmare la distanza che separa l’Italiano dallo spagnolo, più forte sulla terra rossa; perché sul “duro”, probabilmente, anche questa partita sarebbe andata diversamente.
Per battere Carlitos su questa superficie servirà intensità per tutto il match, percentuali altissime di prime palle al servizio e sbagliare meno di lui, insieme a una condizione fisica perfetta.
Ci saranno due settimane di tempo.
Poche? Sufficienti?
Vedremo.
E allora, resi gli onori al campione spagnolo, riflettori e corona d’alloro per le splendide azzurre del doppio, Jasmine Paolini e Sara Errani.
Sulla prima abbiamo detto tutto: centra la doppietta singolare/doppio al Foro Italico e si regala col sorriso una delle più belle settimane tennistiche della propria vita.
Sara Errani merita qualche secondo in più: bistrattata, criticata, considerata non all’altezza, si dimostra ancora una volta, a 38 anni, una professionista esemplare, conduce per mano Jasmine e insieme si regalano la seconda vittoria consecutiva nel doppio agli internazionali d’Italia.
Agli odiatori seriali, ai tennisti della domenica, ai polemisti in servizio permanente effettivo, resterà negli occhi l’immagine di questa piccola grande italiana, una delle più vincenti della storia con la racchetta in mano, pur con mezzi fisici limitati, soprattutto nell’era delle giocatrici super “fisicate”.
Questa edizione del torneo romano resterà quindi negli annali, pur senza la vittoria al maschile, per la dimostrazione di straordinaria competitività del movimento tennistico italiano.
Resterà il torneo di Jasmine, di Sara, di Jannik e di Lorenzo, al netto della vittoria di Alcaraz al maschile.
É stata la prova di maturità, a casa nostra, dopo le vittorie in giro per il mondo, la Coppa Davis, gli Slam, la Billie Jean King Cup, le Olimpiadi: non è un sogno, è una solida certezza.
Ci vedremo a Parigi, con il numero 1 del mondo al maschile e il 4 al femminile, oltre a una agguerrita pattuglia di giocatori e giocatrici ai vertici del tennis mondiale.
E scusate se è poco.

Brignone da impazzire

La Leonessa sbanca Sestriere con una clamorosa doppietta in Gigante, proseguendo una stagione straordinaria dopo i sorrisi mondiali.
Settima vittoria e una volontà di potenza che lascia senza fiato le avversarie: le illude con una prima manche in controllo—si fa per dire—per poi scatenare la Bestia nella seconda, sciando al limite, ma senza mai dare la sensazione di rischiare davvero.

I campioni e le campionesse sono così: protetti dalla loro bravura e dai Lari custodi del talento.
Le lame dei suoi sci viaggiano leggere, scivolano lungo il binario Federica e squarciano le lancette del cronometro: miglior tempo di manche, più di sette decimi su Gut-Behrami, oltre un secondo su una splendida Sofia Goggia in rimonta.

Lasciate perdere i paragoni con Alberto Tomba, le tabelle, i record.
Federica Brignone è semplicemente Federica Brignone: la miglior sciatrice azzurra della storia, matura, polivalente, con una tecnica sopraffina e un sorriso che illumina le nevi baciate dal sole, come il riflesso accecante della luce sull’oro zecchino che ricopre ogni centimetro della trentiquattrenne milanese volante.

La scelta migliore

Jannik si libera in un colpo solo del ricatto della Wada, degli allenamenti con la spada di Damocle sulla testa, della pressione psicologica di un organismo antidoping vecchio e costipato dalle ipocrisie, aggrappato alla notorietà del numero Uno per poter sperare di sopravvivere.

Lo raccontano le tante, troppe interviste dei giudici, le telecamere accese, l’euforia per la scadenza di aprile.

L’accordo di Jannik, il patteggiamento per i puristi del diritto, li sotterra tutti, mette la parola fine a regole astruse che favoriscono la discrezionalità a svantaggio della correttezza e alimentano la cultura del sospetto senza combattere davvero il fenomeno del doping nel tennis.

Adesso occorrerà cambiare il sistema, a partire dal carrozzone della Wada: perché Jannik starà fermo tre mesi, perderà qualche Master 1000, tornerà a Parigi, forse a Roma, sarà a Wimbledon.

Resterà il numero Uno, con le stimmate del martirio, grazie ai burocrati con la matita blu.

E con quella testa, con la testa di Jannik, saranno tre mesi di lavoro su se stesso, di preparazione alle prossime sfide, di ritrovata, sembra un paradosso, serenità; e se Jannik tormentato ha vinto tre Slam, non osiamo neppure pensare cosa diventerà Jannik senza avvoltoi ad alitargli dietro le orecchie.

Alla faccia della Wada, alla faccia degli odiatori seriali, alla faccia dei teorici dell’equazione patteggiamento/colpevolezza.

Comprate i biglietti per Parigi e quelli per Londra.

Ti aspettiamo volentieri, campione.

Cartoline da Parigi, cosa hai fatto Nadia?

Solo chi non ha mai provato la corsa può pensare che l’impresa di Nadia Battocletti, argento sui 10000 metri ai giochi olimpici, possa essere una cosa “normale”.
La corsa di fondo è una esperienza quasi mistica, nella quale ogni atleta raggiunge e oltrepassa i propri limiti, sintonizza i propri battiti con il passo che ticchetta sull’asfalto o sulla pista, parla con se stesso in quelle ore e ore passate fra ripetute e lavori speciali.
Sempre, ad ogni gara, a volte persino in allenamento: sudore e fatica.
Nadia, classe 2000, ha fatto irruzione nel circuito dell’atletica partendo dalle campestri, con le caviglie sporche di fango e un fisico minuto e teso come una corda di violino, nel patrimonio genetico un padre ex mezzofondista e maratoneta e una mamma ottocentista.
All’ultimo europeo ha sbancato i 5000, teoricamente la sua gara, e anche i 10000, quasi per inerzia; qui a Londra sembrava destinata al ruolo di quarta incomoda, dopo il piazzamento alle spalle delle africane sui 5000.
E invece il destino, travestito da talento puro e cristallino, aveva in serbo per lei e per l’atletica italiana una serata magica: quella nella quale l’inossidabile e ineluttabile certezza del dominio africano nel fondo e nel mezzofondo viene messo in dubbio dall’ennesima Italiana mai doma, un metro e 69 per 49 chili di metallo prezioso.
D’argento, per la precisione, a qualche centimetro dalla Chebet e con tre quarti d’Africa a guardarle le caviglie.
Gli dei della corsa danzano nell’Olimpo, chi lo avrebbe mai detto, al ritmo dell’Inno di Mameli.
Lo stupor mundi, come sempre, è roba nostra.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi: Vittoria e Chiara, l’oro che non ti aspetti

Vittoria e Chiara, ancora due splendide atlete e donne italiane; insieme, acciuffano l’oro, la medaglia più preziosa, quando tutti avevano quasi riposto bandiere e trombette nell’armadio in attesa della cerimonia di chiusura di Parigi 2024.
Vittoria Guazzini e Chiara Consonni, micidiale coppia della Madison femminile di ciclismo su pista, la vecchia “Americana”, confezionano un capolavoro di bellezza a due ruote, in una gara caotica, meravigliosa, massacrante; una gara nella quale la simbiosi fra compagne di squadra è fondamentale quanto la voglia di sprintare, sprintare e sprintare ancora, accumulando punti e gestendo la furia di decine di atle

te che schizzano da ogni parte a velocità folle.
Da questa splendida bagarre vengono fuori, incredule e felici, ancora due grandi donne, dopo l’accoppiata Paolini-Errani; stavolta due cicliste, confuse e felici: Vittoria e Chiara.
Sconfiggono le due britanniche super-favorite, again, Evans e Barker.
L’oro più dolce, l’oro che non ti aspetti.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi: balliamo sul Mondo

Sarebbe troppo semplice raccontare la storia del calabrone e del suo volo “inconsapevole” per descrivere l’ultima impresa di Armand Duplantis, il suo record del mondo fissato a 6 metri e 25.
Armand non è un calabrone, ma un astronauta, uno che vola consapevolmente, un Icaro le cui ali sono saldate su un’asta e non fermate dalla cera, un esploratore dei cieli, uno che ha scavalcato la luna e raccoglie già campioni su Marte.
Quelli della generazione nata negli anni ‘70 pensavano che i 6 metri e cocci di Sergej Bubka fossero il limite, la colonna d’Ercole della specialità.
E invece la natura ha creato Armand, classe 1999, curiosamente la stessa di una serie di fantascienza, Spazio 1999, che raccontava vent’anni prima un futuro pieno zeppo di astronavi e colonie lunari; Armand è vent’anni avanti, invece, lui è l’astronave e vederlo volare è come respirare la sensazione di leggerezza dell’assenza di gravità.
L’oro è troppo poco per questo qui: la medaglia forgiatela col più prezioso dei minerali trovato nello spazio, perché Armand non ha nessun limite, se non il cielo.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi, Diana e Gabriele, l’infallibile coppia d’oro dello skeet olimpico

Ah, quindi anche formidabili tiratori?
Diana, nomen omen, Bacosi e Gabriele Rossetti disintegrano gli ultimi quattro piattelli e si mettono alle spalle due Nazioni da più di un miliardo di abitanti, gli Stati Uniti e la Cina, salendo sul gradino più alto del podio.
Sconosciuti per chiunque legga oggi i nomi sul web, ma due celebrità nel loro mondo: 39 medaglie in carriera, di cui 19 ori, con Gabriele oro a Rio nello skeet individuale, esattamente come Diana, che ha anche conquistato un argento a Tokyo.
Sono la coppia di fatto più vincente del tiro azzurro.


Lo skeet misto non sarà romantico e nobile come la ginnastica, non sarà coinvolgente come gli sport di squadra, non avrà il fascino pop del tennis, ma è una disciplina bellissima, fatta di concentrazione, allenamento, precisione, grande tenuta mentale.
E noi siamo d’oro anche qui, confermando una tradizione olimpica che ci ha sempre regalato grandi soddisfazioni.
E l’Olimpiade continua.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi, le Fate sbancano la trave: oro e bronzo

C’è qualcosa di magico nello sport, quello vero.
La magia dell’inaspettato, del sogno che diventa realtà, della luce intensa delle medaglie in fondo al tunnel di sacrificio e sudore che toglie il fiato e la vista agli atleti e alle atlete.


Quella luce splende oggi, come un lampo, con la forza di un fulmine in un cielo quasi sereno, sulla “nobile” disciplina della Ginnastica: quella del corpo libero di Nadia Comaneci, quella delle piccolissime e imperturbabili sovietiche degli anni della Guerra Fredda, quella del Signore degli Anelli, Yuri Chechi, quella di Igor Cassina e di Vanessa Ferrari.
E di molti altri.


La ginnastica, è bene ricordarlo, delle tantissime ragazze e dei ragazzi che si allenano nelle palestre di tutta Italia, per il piacere di farlo, senza mai vedere i riflettori di una gara come quella di oggi.
La luce intensa della gloria splende oggi su Alice D’Amato e Manila Esposito, oro e argento a Parigi alla trave, forse la più complicata e difficile fra le specialità della Ginnastica.
In quei dieci centimetri di superficie calpestabile solo le fate possono volteggiare, danzare, saltare, in un gioco di armonia ed equilibrio che per i profani, come noi, rimarrà sempre un mistero insondabile.


Quello che non è più un mistero sono queste due medaglie, dopo quella d’argento a squadre, davanti alle Cinesi, tenendo fuori dal podio l’extraterrestre statunitense Simon Biles, con la mano sul cuore ad ascoltare l’inno.
E quella lacrima che c’è, ma non viene fuori, perché anche sul podio rigore e disciplina restano la cifra delle ginnaste.
Piangeranno, eccome se piangeranno; per adesso hanno fatto piangere qualche migliaio di Italiani ed Italiane, passate per caso da quel canale e stregate dalla grazia e dalla potenza di Alice e Manila.
Ancora due donne, due piccole grandissime donne, dopo Errani e Paolini.
Non può essere un caso.

Cartoline da Parigi: il gigante e le bambine


Gregorio Paltrinieri lascia a Parigi l’impronta definitiva nella Hall of Fame dello sport italiano, sconfitto nei 1500 stile libero soltanto da un americano capace di battere il primato del mondo del cinese Sun Yang.
E non è finita, perché questo gigante del nuoto tricolore affronterà la 10 chilometri in acque libere: perché quando scrivi la storia, con due argenti in piscina, non vedi l’ora di riscriverla ancora.


E poi le nostre “bambine” d’oro del tennis italiano, Sara Errani e Jasmine Paolini: due campionesse integrali, capaci di vincere la prima olimpiade con la racchetta in mano per l’Italia, a Parigi, nel tempio del Roland Garros. Medaglia d’oro che consegna Sara Errani alla storia di questo sport, capace com’è stata a 37 anni di compiere il career golden slam in doppio: 37 anni come quel fenomeno di Djokovic, accumunati entrambi dall’aver raggiunto lo stesso obiettivo, nello stesso giorno, nello stesso luogo.


Una vittoria, lo sapevamo già, figlia dell’orgoglio, della forza di volontà e della crescita tennistica di due gemelle diverse che nel doppio hanno trovato la “fusione fredda”, la scintilla che ha acceso il nostro sacro fuoco di Olimpia per una delle imprese più belle, comunque vada, di questa edizione parigina.
Greg, Sara e Jasmine, un tatuaggio indelebile sul corpo vivo dello sport italiano.

Paolo Di Caro