Martina Caironi medaglia d’oro e simbolo di speranza

La vittoria di Martina Caironi alle Paralimpiadi di Parigi è di quelle che lasciano il segno. Non solo per l’incredibile prestazione che ha portato l’atleta italiana sul gradino più alto del podio, ma soprattutto per la forza, la tenacia e il coraggio con cui ha affrontato una sfida che va ben oltre i confini della pista. Un risultato che emoziona, che commuove e che parla dritto al cuore di chi crede nei valori dello sport.

Nella gara dei 100 metri T64, Martina è stata semplicemente impeccabile. Una partenza fulminea, una progressione che ha lasciato le avversarie a inseguire sin dai primi metri, e poi quel traguardo tagliato con un tempo da record, che riscrive non solo le statistiche ma anche le emozioni di chi ha avuto il privilegio di assistere a questo momento di gloria. Ma più che il cronometro, ciò che resta impresso nella memoria collettiva è il sorriso di Martina, quello che ha sfoggiato al termine della gara, carico di orgoglio e consapevolezza. 


È importante ricordare che la strada che ha portato Martina Caironi a Parigi non è stata affatto semplice. La sua storia è segnata da un drammatico incidente che avrebbe potuto spezzare i sogni di chiunque. Ma non i suoi. Non quelli di una ragazza che ha fatto della resilienza il proprio mantra, che ha deciso di non arrendersi e che, passo dopo passo, ha ripreso in mano la sua vita, fino a tornare a competere ai massimi livelli. 

L’Italia intera ha esultato per lei, perché la storia di Martina è la storia di un popolo che crede nel riscatto, nella forza di volontà e nella capacità di superare qualsiasi ostacolo. La sua medaglia d’oro non è solo un trofeo sportivo, ma un simbolo di speranza e determinazione, un esempio per tutti coloro che lottano ogni giorno per raggiungere i propri sogni.

Martina Caironi lascia Parigi come una delle grandi protagoniste di queste Paralimpiadi, così com’era stato anche a Tokyo quattro anni fa. La sua impresa non sarà dimenticata, così come non verrà dimenticata la lezione di vita che ha saputo regalarci. E oggi, più che mai, possiamo dire grazie a Martina per averci mostrato cosa significa davvero vincere.

Carlo Galati @thecharlesgram

Leclerc incendia Monza e il cuore dei ferraristi

La vittoria di Charles Leclerc al Gran Premio di Monza è di quelle che fanno battere forte il cuore dei tifosi e che entrano di diritto nella leggenda della Ferrari. Un trionfo sofferto, voluto, conquistato con grinta e talento, che ha riportato il Cavallino Rampante sul gradino più alto del podio nel tempio della velocità, dopo circa cinque anni dall’ultima vittoria sempre di Leclerc, sempre nel 2019. Monza, con le sue curve storiche e i rettilinei mozzafiato, ha visto nuovamente risplendere la stella del giovane monegasco che ormai è diventato il beniamino indiscusso della tifoseria rossa. 

Si avvera così la corsa perfetta che serviva per vincere partendo dalla quarta posizione in griglia: l’azzardo degli ingeneri al muretto, unici a credere alla strategia della singola sosta, e la sua capacità di guidare sulle uova con gomme dure ormai finite sul nuovo asfalto, dopo 38 giri, sono i due magici ingredienti. Per completare la ricetta serve però anche un pizzico di fortuna: le minacciose nuvole nere cariche di pioggia – che scombinerebbero tutti i piani – si tengono ben lontano dall’autodromo; e i rivali in pista inanellano una serie di impronosticabili errori e sbavature.

Quando ha tagliato il traguardo, Monza è esplosa. Il boato del pubblico, il coro incessante, le bandiere rosse che sventolavano ovunque: era il segno di un popolo che tornava a sognare, grazie al suo campione. Questa vittoria non è solo un successo personale per Leclerc, ma un simbolo di rinascita per la Ferrari, che finalmente torna a vincere nella gara di casa, regalando ai suoi tifosi una gioia che mancava da troppo tempo.

Leclerc si è consacrato definitivamente nel cuore dei tifosi e nella storia della Ferrari. Il 2024 sarà ricordato come l’anno in cui il Cavallino è tornato a ruggire a Monza, grazie al talento e alla determinazione di un giovane che ha dimostrato di avere tutte le carte in regola per diventare uno dei grandi della Formula 1 e vincere finalmente quel mondiale che manca da tanto, troppo tempo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa, buona partenza

Torna il vento a Barcellona: 8 nodi di vento da E sono sufficienti per tornare a regatare e per Luna Rossa, vincere. E’ solo la terza giornata del Round Robin ma vuol dire già qualcosa in questa Louis Vuitton Cup. Luna Rossa porta a casa altri due importantissimi punti, dopo aver battuto sia gli americani di American Magic, sia gli inglesi di Ineos Britannia. Il challenger italiano ha dimostrato ancora una volta le grandi potenzialità di una barca e di un equipaggio capaci di lasciare il segno in ogni condizione meteo.

Con cinque match in tabellone, compreso quello tra USA e ITA, rimandato ieri per assenza di vento, questo terzo giorno di regate (due effettivi) è stato un tour de force per team e comitato, ma il vento ha permesso di far disputare tutte le regate in programma, regalando anche un bello spettacolo alle tante barche spettatori presenti. Luna Rossa brilla nonostante la giornata molto faticosa per il sailing team, impegnato in due match a distanza di oltre due ore tra il primo e il secondo.

Luna Rossa è la nazionale italiana di vela impegnata, sin dal 2000 a ternere sveglio il Bel Paese, incollato al televisore a tifare per l’imbarcazione guidata dal duo Sirena-Spithill e che, da difensori della coppa degli sfidanti, vuole conquistare la possibilità di tornare a disputare la finale della Coppa America, riuscendo lì dove la storia della vela italiana è sempre arrivata fino al punto di giocarsela senza mai vincerla. Il momento è quello giusto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Ci lascia un uomo intelligente

Sven-Göran Eriksson, un nome che evoca immediatamente eleganza, calma e genialità tattica. Un uomo che, con il suo inconfondibile stile, ha saputo lasciare un’impronta indelebile nel calcio italiano, trasformando la Lazio in una delle squadre più temibili e rispettate d’Europa.

Arrivato a Roma nel 1997, Eriksson fu accolto con un misto di curiosità e scetticismo. Un allenatore svedese in Serie A, con un curriculum già ricco ma ancora lontano dai riflettori dei grandi palcoscenici italiani, destava perplessità. Ma il suo impatto fu immediato. Con la sua classe e il suo approccio scientifico, Eriksson non solo adattò rapidamente la sua filosofia al calcio italiano, ma la arricchì, portando innovazione e una nuova concezione di gioco.

La Lazio di Eriksson era un capolavoro tattico. La sua capacità di organizzare la squadra, di sfruttare al massimo il potenziale di ogni giocatore, ha prodotto un calcio fluido e spettacolare, senza mai rinunciare alla solidità difensiva. Il suo 4-4-2, con varianti intelligenti e studiate, è diventato un modello di equilibrio e bellezza. Ma il vero segreto del suo successo risiedeva nella sua abilità di gestire lo spogliatoio, di entrare nella mente dei suoi giocatori, di comprenderne i bisogni e le ambizioni. 


Il culmine della sua avventura romana arrivò nella stagione 1999-2000, quando la Lazio vinse lo Scudetto, il secondo della sua storia. Non solo lo Scudetto: la bacheca si arricchì anche con una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea e una Coppa Italia, trofei che testimoniavano la grandezza di quella Lazio e del suo condottiero svedese.
Ma oltre ai numeri e ai trofei, ciò che rende indimenticabile l’era Eriksson è la qualità del calcio espresso. Eriksson ha regalato ai tifosi non solo vittorie, ma anche emozioni profonde, un calcio che sapeva di bellezza e intelligenza.

Caro Eriksson, il tuo nome resterà per sempre legato ai ricordi più dolci di un’epoca irripetibile. Grazie per averci insegnato che il calcio può essere non solo competizione, ma anche arte e poesia. Grazie per averci reso partecipi della tua intelligenza.

Carlo Galati @thecharlesgram

L’esempio di Tamberi: tornare a vincere

E’ in un caldo pomeriggio di fine agosto, che il cielo di Chorzow, in Polonia, si è tinto di azzurro per celebrare il ritorno alla vittoria di Gianmarco Tamberi. In una gara emozionante e ricca di colpi di scena, il campione olimpico di Tokyo ha dimostrato ancora una volta di essere fatto di una pasta speciale, capace di trasformare la fatica, la sofferenza e il dolore in energia positiva, quella che lo ha portato a saltare 2,31 metri e a conquistare la tappa della Diamond League.

L’impresa di Chorzow non è solo un risultato sportivo, ma la conferma della straordinaria resilienza di Tamberi, che ha dovuto affrontare un periodo difficile dopo la sfortunata finale olimpica di Parigi. Lì, sul palcoscenico più prestigioso, Gimbo aveva combattuto contro un avversario invisibile ma implacabile: una crisi di calcoli renali che, proprio nel giorno della gara, lo aveva debilitato, togliendogli la possibilità di competere al massimo delle sue capacità. 

E così, a Chorzow, la rinascita. La gara non era partita bene: due errori alla misura d’ingresso di 2,18 metri avevano fatto temere il peggio. Superato lo scoglio iniziale, Tamberi ha ritrovato il suo slancio, come se si fosse scrollato di dosso tutto il peso delle delusioni passate, e con esso è arrivato il salto vincente a 2,31 metri.

Il pubblico polacco, inizialmente freddo, si è lasciato conquistare dall’entusiasmo contagioso di Gimbo, che ha saputo accendere l’arena con la sua solita esuberanza. Dietro la vittoria di Chorzow non c’è solo il talento, c’è anche la capacità di rialzarsi, di non arrendersi mai quella capacità di affrontare e superare gli ostacoli, siano essi fisici o mentali. 
Ora, con questa vittoria in tasca, Gimbo guarda avanti, al prossimo appuntamento di Roma, al Golden Gala Pietro Mennea, dove cercherà di continuare la sua striscia positiva e, chissà, magari puntare a misure ancora più ambiziose. Perché, come ha dimostrato a Chorzow, per Tamberi nulla è impossibile quando c’è di mezzo il cuore.

Carlo Galati @thacharlesgram

La supernova Jannik

La più luminosa tra le esplosioni stellari, la più luminosa tra le esplosioni dello sport italiano. Jannik Sinner è la supernova del tennis mondiale che, esplodendo, libera un’energia tale da rendere tutto maledettamente semplice nella galassia di questo sport. A partire dalla vittoria, declinata al singolare come concetto, al plurale come oggettività. Cincinnati, luogo sconosciuto ai più (tanti, molti di più di quelli che pensiate), da oggi diventa un punto sulla mappa del tennis italiano, quello dove la stella Jannik con tutta la sua forza, ha illuminato l’oscurantismo di alcune menti che lo vedevano “in crisi”, “non in forma”, “nella fase calante della stagione”. Tutto falso.

In stagione fanno due Master 1000, tre in totali se consideriamo la vittoria di Montreal dello scorso anno, tutti conquistati sul cemento, così come l’Australian Open. In totale, nel 2024, fanno cinque finali su cinque vinte quest’anno e, last bus non least, 12 tie break vinti degli ultimi 13 giocati . Insomma, questa è la crisi di Sinner, condannato a dover dimostrare, giorno dopo giorno, di essere sempre il numero 1, facendolo nell’unico modo che conosce: vincere. Senza dover scomodare troppo i primi turni, basti guardare le ultime due partite disputate in Ohio. Zverev, che lo aveva battuto nei precedenti 4 incontri, è uscito piuttosto ridimensionato dal confronto con Sinner, soprattutto mentalmente. Ne sono prova i due tie break vinti. Tie break timbrato dall’azzurro anche nella finale vinta con Tiafoe, prima di attivare la modalità cannibale, chiudendo il match in due set, con il punteggio di 7-6, 6-2. No way for Francis.

Alza le braccia al cielo Sinner, come a volersi scrollare di dosso delusione, amarezze e fraintendimenti. Da Parigi a Wimbledon per finire con la famosa tonsillite olimpica che ne ha compromesso la partecipazione. Insomma, un mese e mezzo di mattoni sgretolati con la potente calma dei più forti e la forza di chi è consapevole del proprio valore, soprattutto sul veloce. E velocemente si arriva a New York, per chiudere quel cerchio aperto slam aperto a Melbourne, in un immaginario tour che ha illuminato il mondo. Come una stella che esplode. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi, ingiustizia non compensa ingiustizia

Esiste un modo corretto di protestare per un’ingiustizia subita? Qual è il limite per far sentire la propria voce, il proprio disappunto? Sono domande che rasentano la retorica ma che comunque vanno poste, soprattutto quando in ballo c’è la propria credibilità e soprattutto la difesa di un concetto chiaro: bisogna dare voce al dissenso. In ogni campo, anche in quello sportivo. Quello che è successo al Settebello, durante le Olimpiadi di Parigi, nello specifico nella gara di quarti di finale con l’Ungheria, è sotto gli occhi di tutti. La decisione che ha portato all’espulsione di Condemi, per condotta violenta, dopo un tiro vincente che avrebbe portato il risultato in parità l’incontro, è una decisione inspiegabile e pericolosa perché mette in discussione l’essenza stessa dello sport e della pallanuoto. Per questo l’Italia ha protestato subito dopo il match perso, ha inoltrato formale ricorso alla federazione internazionale prima e al Tas poi. Risultato? “Avete ragione, la squalifica al giocatore non è corretta ma il risultato non cambia”. Insomma, non si rigioca. Ingiustizia è fatta.

Poi però ci va un altro concetto che è quello dell’accettazione del risultato sportivo, nonostante tutto. Fa parte del gioco e fa parte della vita; non esiste un mondo (sempre) giusto, non esistono decisioni che non ci lasciano a bocca aperta, eppure è così. La forma di protesta che invece ha messo in campo, o per meglio dire a bordo piscina, la formazione guidata da Alessandro Campagna è l’altra faccia della medaglia di una decisione sbagliata: una reazione ancor più sbagliata. Le spalle alla bandiera durane l’inno (non solo alla giuria), far finta di giocare per quattro minuti con un avversario per il quinto posto, la Spagna, disattendere le aspettative del pubblico pagante (e anche tanto) che vuole vedere un match è un errore. Non si difendono così i valori dello sport, non è questo il modo di far valere le proprie ragioni. Ingiustizia non batte mai ingiustizia. È la base della vita, è la base dello sport. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi, Mattia salta nel futuro

Ha appena diciannove anni, Mattia Furlani, vicecampione mondiale indoor a Glasgow 2024, vicecampione europeo a Roma 2024 e campione europeo under 20 a Gerusalemme 2023.
E adesso di bronzo a Parigi 2024, in una delle gare più attese del programma allo Stade de France, conquistando la prima medaglia dell’Atletica a questa Olimpiade.
“Un predestinato”, ripetevano i commentatori.
Un campione, piuttosto, uno al quale non tremano le gambe di fronte a una platea come quella a cinque cerchi e ad avversari solidi ed esperti: piazza il miglior salto subito, quando gli altri sono ancora negli spogliatoi, e poi si ripete, al centimetro, in una serie di livello eccelso.


Crescerà, ma già così ci fa saltare, letteralmente, dalla sedia, riportandoci lassù nella specialità che ci ha regalato campioni come Evangelisti, Fiona May, Andrew Howe.
Ah, e domani tocca a Larissa Iapichino, in finale con un ottimo 6,87.
I ragazzi e le ragazze terribili dell’atletica italiana hanno rotto il ghiaccio.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi: Djokovic, l’oro del tennis

Mancava solo questa per completare la bacheca del più vincente giocatore di tennis della storia di questo sport. Mancava soltanto la medaglia d’oro olimpica per colmare un vuoto che, tra 24 Slam e una collezione infinita di 1000 e altri trofei, rappresentava l’anello mancante tra l’essere un campione assoluto e essere una leggenda, conquistando il Golden Slam. Con questa vittoria Novak Djokovic diventa leggenda. Una leggenda dello sport, del tennis e del proprio Paese, la Serbia, che aspettava solo questo per santificarlo laicamente come merita. 

Ha battuto Carlos Alcaraz con un doppio 7-6 in una partita cruenta, forsennata, al limite dell’esasperazione tennistica. Vissuta costantemente in apnea non soltanto da chi giocava, ma anche da chi ha assistito a questo che possiamo tranquillamente definire come uno spettacolo. Se volessimo paragonare questa partita a qualunque altro sport olimpico potremmo ritrovarne elementi di un incontro di boxe dove al posto dei diretti c’erano i dritti e al posto dei ganci, i rovesci. 

Per i pochi stolti che snobbano il torneo olimpico, perché definito “non interessante” come un 1000, abbiamo assistito ad una delle partite più belle della stagione, e mai abbiamo visto Alcaraz in lacrime dopo una sconfitta, mai Djokovic dopo una vittoria. Il pianto di entrambi è la trasfigurazione della sofferenza e della gioia di una Nazione intera, sia essa la Spagna, sia essa la Serbia. Ecco cosa sono le Olimpiadi, ecco cos’è lo spirito olimpico che pervade tutti (o dovrebbe…) anche i più famosi e ricchi tra i tennisti. 

Per Alcaraz è probabilmente la sconfitta più dura della sua carriera, per Djokovic probabilmente la più bella. Canta l’inno, Novak, avvolto dai colori della sua amata Serbia, capo di un popolo che rivede in lui resilienza de orgoglio. Djokovic ha vinto tutto quello che doveva e probabilmente non ha più nulla da chiedere ad un mondo che, al contrario, a lui deve tanto.

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi, Laurent le Magnifique

C’è un’Italia del tennis che esulta e tira un sospiro di sollievo che arriva fino a Parigi. Tutto grazie a Lorenzo Musetti e la sua storica medaglia di bronzo, una medaglia che alle Olimpiadi il tennis italiano aspettava dal 1924, 100 anni fa. Probabilmente nessuno di noi ha visto giocare Uberto de Mopurgo, questo dà anche la misura di ciò di cui stiamo parlando. Non è stato facile per il carrarino avere la meglio su Felix Auger-Aliassime, battuto alla fine con il punteggio di 6-4, 1-6, 6-3. È stato un match complicato, che a un certo punto sembrava essergli sfuggito di mano, cose già viste tra l’altro sul centrale del Roland Garros. Questa volta però Musetti ha messo in campo ed in mostra tutto il meglio del suo repertorio per vincere l’incontro.

Lo ha vinto di tecnica sopraffina, di testa e di coraggio, perché per giocare il terzo set che ha giocato ci vuole questo: coraggio in primis. E poi, mano e tocco, ovviamente, tra pallonetti in tweener e passanti di rovescio a mano, regalando spettacolo come di consueto. Sarà il terzo di un podio con Alcaraz e Djokovic, il meglio che il tennis mondiale possa regalarci, Sinner a parte ovviamente. Lorenzo ha regalato all’Italia e al movimento azzurro quello che meritava, perché il sugello olimpico vale tanto…molto più di altri. E chi ha orecchie per intendere intenda. Per tutto il resto c’è Le Magnifique.