VdP, l’angelo del fango

Nelle vittorie, anche quelle ottenute nella stessa gara ci sono differenze, grandi differenze. Quello che rende ancora più grande questa vittoria di Mathieu van der Poel è il momento in cui il campione del mondo ha messo le basi per conquistare il suo terzo giro delle Fiandre. 

È Sul Koppenberg, uno dei 17 muri, quello più estremo, reso una trappola infernale sulla pioggia: un pavè viscido, fangoso, infernale per sua stessa natura. Il campione del mondo su strada lo ha aggredito con ferocia, perché in questo inferno ci si ritrova a pieno, campione com’è anche nel ciclocross; lì dove altri soffrono lui si esalta.

E’ bastata una incertezza di chi provava a stargli dietro per creare un il vuoto. E’ bastato un solo piede a terra per creare un effetto domino: perché se ci si ferma su una pendenza che arriva al 22%, in bici si risale solo dopo la vetta. Quasi tutti a piedi mentre lui volava fino al traguardo, sollevando in alto la sua bici, segno tangibile di onnipotenza.

Con questa vittoria Van der Poel entra nel club esclusivo dei tre volte vincitori della Fiandre: ci sono Buysse, Magni, Leman, Museeuw, Tom Boonen e Cancellara. Ora Vdp, arrivato anche due volte secondo, potrebbe crearne uno suo di club, quello di unico a vincere 4 volte. Ecco perché le vittorie, non sono mai tutte uguali: la prossima potrebbe essere leggenda.

Carlo Galati @thecharlesgram

Lacrime napoletane

Il tennis italiano sta vivendo uno dei momenti più felici della sua storia. I risultati sono testimonianze di successo, orgia sportiva di vittorie e risultati che lontanamente ci saremmo aspettati così netti. Talmente netti da soppiantare i discorsi legati al pallone, che resta sempre lo sport nazionalpopolare per eccellenza, ma che vede la sua supremazia sul volgo, minacciata da baldanzosi giocatori che picchiano e accarezzano una pallina, entrando di diritto nei discorsi di tutti i giorni, facendo riscoprire agli italiani l’amore per il tennis. Fino a qui tutto, bene. 

La storia potrebbe finire; potremmo serenamente vivere all’interno di riflettori, lustrini e paillettes. Perché guardare oltre tutto questo? È esercizio difficile, soprattutto adesso, ma doveroso per amore di sport, per amore di verità e per amore di giustizia. Spostandoci da Miami a Napoli, un viaggio lungo verso la parte più oscura del tennis, quella afflitta dal cancro delle scommesse. Succede infatti che l’unico giocatore di casa, Raul Brancaccio, nel match con Pierre Herbert durante la Tennis Napoli Cup, un Challenger 125 che disputa sulla terra rossa del capoluogo campano, Brancaccio dia il meglio di sé, arrivando a conquistare sette match point tutti annullati dal transalpino. Poi il terzo set, un 6-0 senza storia. Fino a qui sembra una paranoica partita di tennis, quasi normalmente strana. La normalità si perde nello sviluppo della vicenda, nella vergognosa atmosfera di fischi e imprecazioni contro il ragazzo di Torre del Greco, da parte di gente che con lo sport non ha nulla a che vedere, mossi solo dal personalistico interesse dei soldi facili e scommesse. Fischi, urla, imbarazzo e sconfitta. Vergogna allo stato puro per chi non dovrebbe avere più alcun diritto di guardare una sola partita di tennis, di sporcare con la propria presenza un ambiente che dovrebbe rappresentare i valori dello sport. Impossibile non solidarizzare con Raul, sperando che chi governa questo sport e chi gioca ad altre latitudini, possa spostare un po’ la luce di quei riflettori potenti per illuminare questo schifo e far sì che tutto questo non accada più.

Carlo Galati @thecharlesgram

Carlos Sainz, un anno per diventare storia

“Dite a Charles di avvicinarsi così festeggiamo insieme”. La classe di Carlos Sainz è indiscutibile, alla guida, come uomo, come pilota. Festeggiare insieme, tra compagni di scuderia, nella perversa logica dello sport individuale, che vuole che a trionfare sia uno e uno soltanto, tagliando il traguardo con tutta la felicità del mondo che potrebbe essere solo sua e che invece, Carlos Sainz, vuole condividere con tutto il mondo Ferrari.

Quello stesso mondo che sa di godersi il più forte dei piloti Ferrari per solo un anno, con la scadenza che poco si confà con l’entusiasmo alla base del successo che, per definizione, si spera sia sempre senza fine. Fine che invece arriverà tra Sainz e Ferrari al termine di questa stagione di gare; una scelta discutibile ma che ormai è stata presa. Giusta o sbagliata che sia ad oggi non deve essere il tema. Troppo bello quello che è successo in Australia in una Melbourne che è sempre più luogo che porta bene allo sport azzurro: Sinner a gennaio, la Ferrari adesso. Una doppietta dal sapore antico.

Riguardo all’oggi, la seconda gara della stagione ci ha regalato la certezza che un pilota Ferrari possa competere realmente con il dominatore degli ultimi anni di formula 1; Verstappen potrebbe aver finalmente trovato un degno avversario con una macchina all’altezza. Un avversario che ha un anno per entrare di diritto nella storia della Ferrari.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il punto di ritorno

Lo scriviamo adesso, poche ore prima della finale di quello che in molti definiscono “soltanto un challenger”: Matteo Berrettini indipendentemente da come vada il match con Nuno Borges a Phoenix, ha già compiuto un mezzo miracolo sportivo. E ci teniamo a sottolinearlo, non è un’esagerazione figlia dell’entusiasmo patriottico, ma l’analisi oggettiva del ritrovato campione che in tanti, troppi, avevano dato per già finito, incantati forse da altre meravigliose sirene.

Eppure, nonostante tutto, Matteo ha rimesso le cose in chiaro, a suon di servizio e dritto, seguendo quello spartito che gli è più congeniale, suonando la gran cassa di un tennis concreto, quando serve più di lotta che di governo. L’ultima giornata in campo lo testimonia: due match, quattro tie break, tutti vinti. Segnale quest’ultimo che Matteo è tornato forte nel cuore e nella mente, punto dopo punto, ricostruendo quella fiducia che sembrava essere intaccata dal periodo tennistico più buio della sua carriera.

E dopo il buio è tornato quello squarcio di luce che ridà soprattutto la speranza di rivederlo ad alti livelli, lì dove ha meritato di stare e dove crediamo possa esserci il punto di atterraggio di questa seconda parte di carriera. Ci sarà da sgomitare, da ripetere e giocare, un passo alla volta, col carattere che ha dimostrato di avere; quel carattere che non gli ha mai fatto difetto, la sua arma migliore che lo riporterà lì dove merita. La finale è solo un passaggio di un percorso più lungo e come tale vada come deve andare.

Carlo Galati @thecharlesgram

Flowers of Italy

Tu chiamale, se vuoi, emozioni.
Dalla “bolla” del Flaminio, nell’Italia dei Dominguez, Troncon, De Rossi e compagnia, abbiamo trascorso anni interminabili ad inseguire quella scintilla che innescasse l’incendio di una Nazionale competitiva sul palcoscenico del Sei Nazioni.
Abbiamo raccolto qualche lampo episodico e un numero imprecisato di cucchiai di legno.
Anni di umiliazioni, di “vorrei, ma non posso”, di ironie ingenerose sulla inferiorità quasi genetica del rugby italiano rispetto ad altre squadre nobilitate da quattro quarti di nobiltà ovale, dal rugby sport nazionale, dalle scuole e dalle università popolate da giovani guerrieri.
All’improvviso, ma non tanto, la rifondazione azzurra post-mondiale, targata Quesada, apre uno squarcio di colore sul fondale nero delle delusioni infinite: prima l’Inghilterra, contro la quale rischiamo persino di vincere; poi la Francia, con quel maledetto palo a innescare la ghigliottina che taglia secca i punti della nostra prima vittoria contro i Galli, lasciandoci solo uno storico, ed amaro, pareggio.
Fino a oggi, all’Olimpico, contro una Scozia fin qui vigorosa e in palla, accompagnata anche nelle lande italiche dalle note rusticane di Flowers of Scotland e dal fascino antico delle cornamuse che garriscono al vento.
Proprio oggi i nostri ragazzi, novelli cuori impavidi, hanno deciso di scrivere la storia: lo hanno fatto arando ogni metro per ottanta lunghissimi minuti, sostenendo l’impatto fisico dei marcantoni in maglia blu, resistendo sulla linea del Piave per poi esplorare al contrattacco le verdi vallate delle Higlands, saccheggiando gli insediamenti nemici, difendendo il bottino fino alla fine della battaglia, con i muscoli, il cuore, il coraggio di quindici, e più, leoni.
Un pezzetto di storia, minore certamente, ma pur sempre storia.
Quel pezzetto di storia che oggi ci fa alzare la testa, guardando finalmente dritto negli occhi l’aristocrazia europea della palla dal rimbalzo sbilenco, per dire, senza il corollario di risatine di scherno, “ci siamo anche noi”.
Ci siamo, eccome, con un tricolore bianco, rosso e verde che sventola orgoglioso ad avvolgere la Cuttitta Cup.
Avanti così, Italia.

Paolo Di Caro

Il nuovo inizio dell’Italrugby

Per un momento, chiudendo gli occhi all’Olimpico, la sensazione che si aveva era quella mista tra l’incredulità e il rivivere un momento preciso di 24 anni fa. Le sensazioni identiche, l’emozione senza fine che ti toglie il fiato. Quasi fino alle lacrime. Un salto indietro a quel pomeriggio di inizio febbraio del 2000, la prima partita dell’Italia al Sei Nazioni con la Scozia. La prima vittoria, oggi come allora.

Perché quella conquistata dall’Italia di Quesada, in un meteorologicamente indefinibile pomeriggio di Roma, è una nuova prima vittoria che rappresenta gioco forza un nuovo inizio della storia dell’Italia nel Sei Nazioni. Una storia finora fatta di delusioni, appuntamenti mancati e sconfitte. Tante, troppe, dolorose. E così sembrava andasse anche in questo 2024, partito con prospettive diverse, incanalato verso quel nuovo ciclo che sembrava aver subito un brutale stop su un palo, a Lille.

Ed invece siamo qui a gioire, 31 volte come i punti segnati oggi e con un margine di solo due a segnare la linea netta tra il trionfo e l’ennesima buona prestazione figlia del ci siamo quasi. No, il quasi toglietelo. L’Italia c’è, il rugby può tornare a sorridere anche grazie a dei giovani che con l’Under 20 stanno vincendo con una continuità inattesa. È arrivato quel momento: il momento di consegnare a qualcun altro quel maledetto cucchiaio di legno. Quest’anno non è affar nostro. Finalmente.

Carlo Galati @thecharlesgram

Mattia, salto nel futuro

Una stella è nata. O forse dovremmo scrivere che una stella è visibile a tutti, adesso. Dopo aver dominato le categorie Juniores, imponendo la legge del più forte, Mattia Furlani, di professione saltatore (in lungo) ha conquistato la medaglia d’argento ai mondiali indoor di Glasgow, arrivando lì dove nessun altro italiano era mai arrivato, per la precisione a 8 metri e 22, stessa misura del campione olimpico di Tokyo e mondiale di Budapest, il greco Miltiadis Tentoglou. A fare la differenza la seconda misura saltata.

È stato un duello magnifico, in cui non si è percepita la differenza tra chi ha vinto tutto nell’ultimo triennio (anche un argento ai Mondiali di Eugene 2022) e chi è ancora nelle categorie giovanili, oro europeo Under 20 del 2023 e Under 18 2022. I due rivali hanno piazzato subito la miglior misura di 8.22 al primo salto, per poi giocarsela sulla seconda. Ma poco importa. Poco importa oggi.

L’orizzonte del campione è lì a portata di salto, un salto che potrebbe proiettarlo definitivamente tra i più grandi dell’atletica mondiale, dopo aver già messo il proprio nome nella ristrettissima lista dei medagliati. Sognare adesso non costa nulla e Mattia ha dimostrato di poter stare lì, dove lì significa Parigi. Significa Olimpiade ed un sogno ancora più grande.

Carlo Galati @thecharlesgram

Mezzo spiedo alla francese


Stavolta non va bene, proprio per niente.
Stavolta la vittoria era nelle nostre mani, anzi nei piedi di Garbisi, in quei maledetti sessanta secondi nei quali gli dei del rugby decidono di prendersi gioco delle coronarie degli impavidi che, dopo tante partite in terra francese virtualmente finite dopo il primo tempo, resistono fino all’incredibile finale di Lille. Pareggiamo 13-13, con quel maledetto ovale che rotola giù dal sostegno a pochi secondi dalla fine del tempo a disposizione e costringe la nostra apertura a ricominciare da capo, concentrarsi e calciare in pochi secondi.
“Chi ha fatto palo”, avrebbe detto il mitico Ragionier Fantozzi.
Garbisi, proprio lui.
Quello delle lacrime di gioia di Cardiff.
Per una volta l’Italrugby, con Quesada in panca, esce dal campo infastidita da un risultato positivo, il primo coi transalpini a casa loro da quando calchiamo i campi del Sei Nazioni.
Stavolta l’avevamo vinta, pur fra mille attenuanti per la Nazionale numero 4 al mondo, non ultima l’espulsione di un suo uomo a fine primo tempo; ma da tempo non vedevamo una difesa così, tanta disciplina, applicazione e mentalità vincente.
Tommy Menoncello uomo della partita, e ci mancherebbe, con quell’aria da bulletto di periferia che scatta, placca, riparte, fa a sportellate con ogni fascio di muscoli gli si pari davanti.
Un pareggio, l’ovale sul palo a tempo scaduto, i francesi di Lille che scoprono il rugby in terre abituate, e si capisce dai fischi al calciatore, alla palla rotonda.
Istantanee da un pareggio in Francia, Sei Nazioni 2024, dopo la vittoria storica degli under 20.
Domani comprate l’Equipe e prenotate lo psicoterapeuta a un amico francese: noi saremo pure arrabbiati per una mancata vittoria, ma per loro è una tragedia nazionale.
Allos Enfants!

Paolo Di Caro

La lunga strada di Jasmine

Esiste uno sport nello sport, uno sport praticato da chi è avvezzo ai numeri, da chi basandosi su essi, riesce a dare spiegazioni concrete che poco lasciano spazio a dubbi o interpretazioni. Esiste il tennis ed esiste la statistica, il continuo aggiornamento di dati che danno la misura di come un movimento, un o un’atleta, cresca, di come ci si possa basare su queste certezze per raccontare il buono e il brutto, tracciando quella linea sottile tra ciò che è e ciò che sarà. Esiste il tennis italiano che sta creando eroi ed eroine ed esiste chi aggiorna le statistiche relative. Queste parlano di continui trionfi. L’ultimo della serie, quello di Jasmine Paolini a Dubai, nel primo 1000 femminile della stagione.

Una vittoria che la pone nella linea di successione dei trionfi azzurri, in salsa rosa, immediatamente dopo Flavia Pennetta e Camila Giorgi, ultime vincitrici di tornei il cui valore è immediatamente un gradino sotto rispetto agli Slam. Al livello di uno Slam, se ne consideriamo le giocatrici presenti all’inizio del torneo di Dubai. Lo ha vinto la giocatrice che è riuscita, nonostante tutto: nonostante non fosse tra le favorite, nonostante fosse sotto di un set e di un break nella prima partita del torneo così come nell’ultima, nella quale era 3-5 nel set decisivo, salvo poi vincere 4 game consecutivi alla russa Kalinskaya. Insomma, un trionfo tutto tondo.

Un trionfo figlio del lavoro totalizzante necessario di chi non ha ricevuto il dono del talento cristallino, dando la possibilità alla classe operaia di trovare un posto nel paradiso del tennis. Jasmine è la piena rappresentante di quel tennis che ha nella misura del proprio valore la concretezza, quella stessa concretezza che l’ha portata ad issarsi al numero 14 del mondo e con autostrade ancora disponibili avanti a se. Non vediamo (più) fenomeni in giro nel circuito femminile, ma fenomenali lavoratrici, sì. La strada di Jasmine è ancora lunga.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il miracolo dell’Under 20

L’esercizio che bisognerebbe compiere, nella valutazione complessiva del movimento rugbystico italiano, dovrebbe andare oltre i risultati della prima squadra maschile, che sono sì il biglietto da visita di tutto ciò che ruota intorno alla ovale azzurro, ma che dietro in realtà ha una struttura che la sorregge. Una struttura fatta di piccole società serbatoio di squadre nazionali giovanili. E sono proprio da questo serbatoio che viene la più bella notizia per il nostro rugby. L’under 20 azzurra ha battuto i campioni del mondo francesi nella terza giornata del sei nazioni di categoria. In Francia.

Recita 20-23 il risultato a favore degli azzurri a Beziers. Se confrontiamo le strutture, le professionalità e gli investimenti che ruotano intorno ai ragazzi francesi campioni del mondo, riusciamo a capire sia il valore dell’impresa sul campo sia però la distanza siderale che c’è tra noi ed i nostri competitor internazionali, investimenti che andranno fatti per fare quel salto di qualità definitivo di tutto il movimento.

Come spiegare quindi questo risultato? Semplicemente con lavoro e abnegazione, passione e totale dedizione alla causa tutte caratteristiche fondamentali ma che, se lasciate da sole, possono esaurirsi o dimostrare la propria estemporaneità. All’U20 azzurra andrebbe fatta una statua. La speranza è che questi ragazzi riescano andare anche oltre. Nello specifico, crescere.


Carlo Galati @thecharlesgram