La forza della semplicità

Chi ha giocato a rugby, chi anche solo una volta ha disputato un match sa che uno dei dettami ripetuti alla nausea rimanda alla concezione del fare le cose semplici. Senza barocchismi inutili, senza fronzoli ma dritti al punto. O dritti alla meta. Fate voi, il concetto è quello.

Capita, nel rugby, che forse in maniera piuttosto anticonformista rispetto a quasi la totalità degli altri sport, la squadra più forte del mondo, la Nuova Zelanda, sia quella che forse applica al meglio questo principio. A farne le spese, ultima tra le tante, l’Argentina, che poco o nulla ha potuto contro lo strapotere della semplicità dei tutti neri, bloccando la strada ai sogni sudamericani battuti per 44-6 nella prima delle sue semifinali del mondiale. E lo ha fatto semplicemente giocando a rugby con principi facili: superiorità sui punti di incontro, gestione degli stessi, apertura palla fuori e metà. Less is more.

Ed è in questa semplicità che troviamo record, quasi come conferma della semplice straordinarietà, come quella di Will Jordan che segnando altre tre mete raggiunge a quota otto mete altre tre leggende di questo sport come Johan Lomu, Bryan Habana e Julian Savea. Less is more, once again. Ed è su questo solco che la Nuova Zelanda sta tracciando la strada verso la vittoria. Un solco profondo, di quelli segnati dalla storia.

Carlo Galati

Calciatori, uomini non supereroi

Quella che leggerete è probabilmente quella che ad oggi viene definita come unpopular opinion, o qualcosa del genere. Il polverone è ormai alto e denso. Addirittura fosco per alcuni, piuttosto banale invece per altri, pochi. Ecco noi siamo tra questi ultimi. Il calcio e le scommesse, un tema che ci riporta alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso e che attraversa decenni di calcio, sport e soldi.

Quest’ultimo filone di inchiesta vede indagati giocatori di prim’ordine nel panorama calcistico italiano e tanti altri ne circolano tra le varie chat, nel passaparola sul web di quelli che millantano ma alla fine sanno poco o nulla. Bisogna partire da una considerazione centrale: i calciatori sono uomini con e tutti e come tutti hanno i loro vizi. C’è chi fuma, c’è chi beve, c’è chi va in giro con una donna diversa ogni sera. E c’è chi scommette.

Quindi qual è il punto? Cosa c’è di inqualificabile nello scommettere (ovviamente non dove si è direttamente coinvolti…ça va sans dire) e di sopportabile nel fumare o bere? Nulla. Assolutamente nulla. Perché tutto parte dal presupposto che questi famigerati calciatori siano esseri dalla moralità superiore, assolutamente estraniabili dal contesto in cui tutti noi viviamo. No, sono uomini con vizi e virtù; sarebbe bene ricordarcelo sempre e non solo quando il bisogno di crocifiggerli serve a purificare noi stessi.

Carlo Galati

Lamaro in bocca

Ci sono dei momenti, prima di un match così importante, che pensi che sì, si possa fare, che possano esserci motivi per sperare in qualcosa di diverso rispetto ad uno spartito che sembra già scritto e delle note che rimandano sempre lo stesso motivo. Dopo la sconfitta con la Nuova Zelanda, ci si è lasciati con la speranza che l’occasione della vita poteva essere con la Francia. Così non è stato. Ed i motivi sono molteplici, i principali dei quali si ricollegano ad uno strapotere transalpino, sceso in campo nella sua versione migliore, tirato a lucido per l’obiettivo finale.

Ma ridurre solo a questo la spiegazione del 60-7 finale non renderebbe giustizia a quanto visto in campo: troppi gli errori per la squadra di capitan Lamaro: sui punti di incontro, nei placcaggi, nei momenti decisivi del match. La Francia, questa Francia, non ne aveva bisogno. Eppure si è ricaduto nuovamente nei soliti errori, come fantasmi del passato che si fa fatica a scacciare definitivamente e che tornano puntualmente quando te lo aspetti. Perché sai che sono lì, come una spada di Damocle, che colpisce la testa prima che il corpo.

Ed è proprio sul piano fisico che si è segnato il divario, incolmabile in molti momenti, soprattutto nella pressione costante sui punti di incontro, che hanno costretto la mischia azzurra a rinforzarsi, uomo dopo uomo, fase dopo fase, lasciando spazi aperti dove i francesi hanno aperto la miglior bottiglia di rugby champagne. Il rugby è uno sport maledettamente semplice da raccontare, vivere e giocare, uno sport dove inevitabilmente vince sempre il più forte. Che a questo livello non è (quasi) mai l’Italia.

Carlo Galati

Sinner e la prospettiva degli dei

Per comprendere a pieno la portata di ciò che ha fatto Jannik Sinner, battendo Carlo Alcaraz a Pechino, bisognerebbe voltare lo sguardo indietro di quasi 50 anni ripercorrendo il lungo percorso che il tennis italiano, da Panatta ad oggi, ha intrapreso per tornare lì, quasi a toccare gli dei, a guardare dalla loro prospettiva tutti gli altri. Issarsi al numero 4 del mondo è la cera lacca sul certificato del talento del giocatore italiano.

Poi, se tutto questo non bastasse, c’è, il non secondario aspetto, che Sinner più di tutti ha le carte in regola per poter battere con regolarità uno che ha già la penna in mano, pronto com’è a riscrivere le regole e la storia del gioco: Alcaraz lo sa e lo soffre. Un set così nettamente perso dallo spagnolo, lo ricordiamo nei verdi prati londinesi. Ma quella è un’altra storia.

Questa invece è una storia di sogni che diventano concreti, di obiettivi lontani che diventano traguardi già superati. Sinner può diventare il tennista più forte della storia italiana di questo sport e badate bene, non parliamo di estemporaneità ma di duratura consapevolezza dei propri mezzi, figlia del lavoro che si declina in ossessione. Questo è quello che fanno gli atleti, così è come vive Sinner, numero 4 al mondo. Per ora.

Carlo Galati

Peter Sagan, l’ultimo dei romantici

È stato il punto di congiunzione tra due epoche del ciclismo:quello dei grandi campioni e degli scandali, degli Armstrong, dell’Epo e di uno sport ridotto al minimo, in termini di credibilità e immagine romantica, da sempre caposaldo del suo essere speciale e quella dei super atleti di oggi, programmati per vincere. Campioni totali, dall’animo totalmente dedito alla vittoria finale. Peter Sagan è stato quell’anello di congiunzione. Peter Sagan, a 33 anni ha detto basta.

È grazie a lui che il ciclismo ha ripreso credibilità, veicolando attorno al personaggio la passione di molti ma soprattutto dei più giovani per quel modo di correre, talentuosamente all’attacco di tutto e tutti, con gli avversari che non capendone lo spirito lo hanno puntato come se divertirsi significasse mancanza di serietà.

Ha vinto tanto ma comunque meno di quello che il suo talento gli avrebbe concesso. È stato tre volte consecutivamente campione del mondo, vincendo tre gare totalmente diverse tra loro: ha vinto in solitaria, in volata contro Cavendish e in volata con un gruppo ristretto. Ha battuto tutti da solo, con una squadra praticamente inesistente. Lui, Contador e Nibali, sono stati l’emblema di una stagione ciclistica indimenticabile, una generazione a cui il ciclismo deve tanto. Ci mancherai Peter, mancherà il tuo modo di correre e il tuo modo di essere, più di tutti.

Carlo Galati

La marea nera travolge l’Italrugby

Può esserci qualcosa da salvare dopo un 96-17? La risposta è forse più complessa di quello che possa apparire ad una prima, forse superficiale analisi. Se si pensa, ad esempio, che l’Italrugby possa essere quella vista in campo con gli All Blacks, in una tiepida serata lionese di fine autunno, allora da salvare c’è poco o nulla. Perché certe sconfitte non si spiegano, non si analizzano con la giusta lucidità condizionati come si è da un risultato fin troppo rotondo per essere reale. Eppure è lì a marcare un divario netto tra chi ha disputato una partita e chi no, tra chi ha giocato, continuando ad avanzare e chi è stato travolto da una marea nera che poco ha di giocabile, per questa Italia.

Ecco che quindi ci si aggrappa al discorso del “troppo brutta per essere vera”, e in parte è così. Mai vista, nel recente passato, una squadra azzurra così in difficoltà sui punti di incontro, nei placcaggi, nelle piattaforme d’attacco, vero tallone d’Achille di questa serata amara, amarissima. Troppi errori in touche, dai quali sono scaturiti almeno 4 delle 14 (quattordici!) mete subite, troppo inferiore la mischia chiusa azzurra rispetta a quella neozelandese. Insomma tutto troppo brutto. La classica serata storta che però se ti capita contro una delle formazioni più forti al mondo, rischi di prendere la classica imbarcata dalla portata storica.

Gli azzurri sono riusciti a tenere la linea dei 100 punti subiti, senza voler rievocare altri tempi rugbystici quando, sempre con la Nuova Zelanda e sempre ad una coppa del mondo, nel 1999, di punti l’Italia ne aveva subiti 101, marcandone quella volta solo 3. Ecco se proprio si vuole trovare qualcosa a cui aggrapparsi si può parlare delle due mete azzurre, ad inizio e fine secondo tempo. Due belle mete, due belle azioni, che lasciano comunque tanto amaro in bocca ma perlomeno fanno intravedere un minimo bagliore intorno a tanto nero. Sarà bene che la squadra di Kieran Crowley dimentichi in fretta ciò che è stato per guardare a ciò che sarà: la Francia, venerdì prossimo a Lione con la speranza che la differenza non stia solo nel colore della marea, da nera a blu, ma anche nel voler affrontare a testa alta una squadra che punta a vincere il mondiale.

Carlo Galati

Italrugby, hai imparato a sognare

Non si parli di vittoria sofferta, provando a sminuire qualcosa che invece va in tutt’altra direzione, non diciamo verso l’esaltazione ma ci siamo vicino. L’Italrugby battendo l’Uruguay per 38-17 e conquistando il punto di bonus si trova al primo posto del proprio girone in cui giocano anche Nuova Zelanda e Francia: è vero, abbiamo incontrato Namibia e Uruguay ma intanto siamo lì.

E siamo lì in testa con merito; per intenderci la Francia, squadra di casa e tra le candidate alla vittoria finale con i sudamericani ha sì giocato e vinto ma realmente con sofferenza, 27-12, non guadagnando il punto bonus e favorendo di alcune decisioni arbitrali. Così tanto per dire e per dare la misura di quello che ha conquistato l’Italia: una vittoria netta. Una vittoria con cinque mete. Il resto sono elucubrazioni mentali che non ci interessano.

Ovviamente giusto restare con i piedi per terra e probabilmente gli azzurri di coach Crowley, vedranno i loro sogni infranti sul muro nero degli dei della palla ovale o dall’entusiasmante sagacia dei padroni di casa, che hanno l’occasione della vita da non sprecare, ma intanto l’Italia è lì, in vetta al girone A del campionato del mondo. Ioane, Lamaro, Capuozzo and Co hanno imparato a sognare e “ormai che ho imparato a sognare, non smetterò”.

Carlo Galati

Il calcio femminile che tutti vogliono ma nessuno piglia

Ci sono delle leggi che non rispondono a nessuna imposizione e che al proprio interno hanno il DNA dell’indipendenza. Una di queste leggi è quella del mercato, domanda e offerta. Curve che non possono mentire, indicatori neutrali influenzati dalla realtà. Non ci addentreremo troppo dentro concetti economici ma restando piuttosto alti possiamo affermare che, sì, il calcio femminile in Italia non lo vuole vedere (quasi) nessuno.

È andata infatti deserta l’asta dei diritti televisivi del campionato italiano, nessuno li ha comprati perché in fondo nessuno crede a questo investimento. E non perché chi vi scrive abbia qualcosa contro il calcio femminile, né perché si voglia in nessun modo imporre alcun ragionamento di natura patriarcale: è semplicemente la verità. Le aziende investono dove possono avere un ritorno e la grande industria televisiva ha detto no. Il prodotto non ci interessa.

E non interessa perché alla fine dei conti questo spettacolo lo guardano in pochi. Il movimento così com’è non è sostenibile, l’apertura al professionismo è stata più una mossa dettata più dal coinvolgimento generale che non un’evoluzione reale. Un po’ come nel rugby maschile degli anni 90: semplicemente non era il momento, semplicemente la base non era pronta. E non è pronta questa di base adesso: lo ha evidenziato il mondiale femminile: in quanti (siate sinceri) avete visto un match intero?

Le partite del campionato italiano finiranno su YouTube ed una trasmessa su Raisport per servizio pubblico. Ma è questa la strada giusta? Secondo noi no. Sarebbe meglio fermarsi e magari tornare ad una dimensione diversa senza voler fare il passo più lungo della gamba: si rischia di calciare alto, sopra la traversa della sostenibilità economica.

Carlo Galati

La rivincita polacca

Sono passati 370 giorni da Katowice, Polonia; proprio lì battendo i polacchi l’Italia, si laureò campione del mondo. Una vittoria netta, non schiacciante, per 3-1, una vittoria che confermò il titolo europeo e lanciò una generazione di giovani pallavolisti italiani nel solco della tradizione che tanto ha dato e dà a tutto lo sport italiano.

Hanno saputo aspettare i polacchi, hanno saputo prendersi la loro rivincita, questa volta in casa nostra; a Katowice non c’era la stella Wilfredo Leon, ai tempi alle prese con il recupero da un infortunio. Il formidabile schiacciatore di origini cubane, attualmente in forza a Perugia, in tutto il torneo è stato devastante così come in finale, quando ha saputo imporre il proprio peso sotto rete e soprattutto al servizio.

La contesa adesso è di 1-1, tra le due formazioni ad oggi le migliori al mondo e che in questi due anni hanno dimostrato di monopolizzare le finali e lo spettacolo. La bella è a portata di mano, dista soltanto 320 giorni, circa e stavolta potrebbe essere in campo neutro, a Parigi per l’esattezza, dove tra l’altro ci aspetta una Francia con il dente discretamente avvelenato. L’Italia avrà anche il compito di sfatare il tabù olimpico, ultimo grande allora che manca al suo palmares. Ma per questo ci sarà tempo. Meno di un anno.

Carlo Galati

Djokovic 24 carati


La vera difficoltà di chi si trova a raccontare l’ennesima vittoria di Novak Djokovic è quella di trovare le parole giuste, senza scadere nella retorica, ma soprattutto senza ripetersi. Cosa non banale quest’ultima. Cosa aggiungere a quanto non sia stato già detto/scritto rispetto ad un signore, il più vincente tennista della storia e che lo sarà probabilmente per il periodo più lungo che possiamo immaginare? In primis possiamo dire che non ricordiamo nessun atleta/nessuna squadra, nessuno sportivo che orbiti nell’ambito del professionismo che abbia avuto una serie così lunga di successi e risultati, e che sembra sempre alla prima vittoria, al primo successo. La fame, ecco cos’è che fa la differenza, detta anche ossessione alla vittoria. E non diminuisce mai, anzi sembra sempre aumentare in una spirale senza soluzione di continuità, un infinito che si autoalimenta fino a quando ci sarà un campo ed una racchetta, ma soprattutto un avversario da battere ed un trofeo da vincere. Djokovic è questo.


E torna sempre più forte dopo una delle rare sconfitte. Wimbledon come punto di ripartenza, perché dal giorno uno, post sconfitta il pensiero era rivolto a come tornare ad essere protagonista, aggiungendo un ulteriore puntello alla scalata verso il sogno. Quale sia è difficile e facile dirlo allo stesso tempo: difficile perché chi ha vinto tutto, cosa può desiderare ancora? Facile perché, anche quest’anno, come nel 2021 ha mancato di poco quel qualcosa che gli manca: il Grande Slam. Capire quali possano essere le possibilità di un 36enne, che guarda ai 37 anni con lo spirito di un giovane, è argomento che andrebbe discusso in maniera molto approfondita. Di sicuro possiamo dire che ad oggi è il tempo che passa, il suo unico grande avversario, l’unico che può batterlo, ed è per questa partita che Djokovic si sta allenando ancora più duramente di quanto facesse prima. Perché è un avversario che avanza verso rete inesorabilmente. Ma Novak conosce le giuste contromisure, spiegate bene anche in finale e New York: per quanto possano andare a rete, provare a metterlo in difficoltà, ci sarà sempre un passante o un’accelerazione vincente.

Carlo Galati @thecharlesgram