La notte più buia di Trapani

Ci sono giornate in cui lo sport smette di essere racconto e diventa cronaca nera dell’anima. Quella di Samokov, in Bulgaria, resterà negli archivi come una delle pagine più imbarazzanti del basket europeo, una partita che partita non è mai stata. Trapani Shark contro Hapoel Holon finisce 38-5, dura sette minuti scarsi e lascia sul parquet un solo giocatore in canotta. Il resto è silenzio, imbarazzo, incredulità.
Al peggio, si dice, non c’è mai fine. E così, dopo la rinuncia con la Virtus Bologna, Trapani tocca un nuovo fondo, più profondo perché esposto al mondo. Un play-in di Basketball Champions League, la vetrina più importante della FIBA, trasformato in farsa. Cinque giocatori presentati a referto, due dei quali giovanissimi. Canotte prestate, nomi coperti con lo scotch, palla a due senza salto. Dopo due minuti il time-out surreale: “Che facciamo?”. Poi gli “infortuni” a catena, i falli che finiscono la partita, il regolamento che cala come una sentenza: non si può giocare da soli.

Intorno, il vuoto. I giocatori che se ne vanno uno dopo l’altro, Hurt, Allen, Ford, Alibegovic, l’addio di Repesa, una squadra smontata pezzo per pezzo mentre il campionato assegna otto punti di penalizzazione per irregolarità amministrative. Restano Cappelletti, Rossato, Pugliatti e due ragazzi, Patti e Martinelli, 18 e 17 anni: un esordio europeo che non augureresti a nessuno.
Il patron Valerio Antonini rivendica su Facebook la scelta: evitare una multa da 600mila euro. Accusa federazioni, regolamenti, ingiustizie. Ma il conto da pagare è più caro di qualsiasi sanzione: la dignità sportiva. La FIBA non ha avuto alternative: sconfitta per forfait, serie persa, esclusione immediata. Holon avanti, Trapani fuori.
Resta l’immagine più dura: un ragazzo solo in campo, mentre l’Europa guarda. Questo non è basket, non è sport. È una sconfitta che non entra in classifica, ma pesa come un macigno sulla memoria e su chi crede ancora che lo sport sia, prima di tutto, rispetto.

Carlo Galati

Forse ha ragione il Poz

In Italia pensiamo alla Nazionale solo quando arrivano i grandi appuntamenti e pretendiamo subito il risultato. Durante l’anno, invece, in campo ci va chiunque tranne gli italiani, mentre i giovani sono costretti a cercare fiducia e minuti all’estero, lontano dalle pressioni di casa. Soliti discorsi, certo, ma con un fondo di verità. Pozzecco, del resto, sa di cosa parla: lui ad Atene nel 2004 c’era, parte di quella squadra capace di conquistare l’argento olimpico. Un gruppo che aveva talento, sì, ma soprattutto cuore. Quella capacità di fare squadra, di guardarsi negli occhi prima che Myers o Basile, Fucka o Marconato trovassero il canestro decisivo.
Questa Italbasket quel cuore lo ha ritrovato, stringendosi attorno al dramma di Achille Polonara. Da uomo simbolo a uomo per cui combattere: è stato lui a dare un senso diverso al “fare gruppo”. “Noi siamo qui, ma lui è lì in ospedale ed è una cosa che ci fa star male tutti”, ha confessato commosso il Poz. Una frase che cancella la parola gioco: in certi momenti lo sport diventa vita, resistenza, solidarietà.

Il debutto con la Grecia era stato amaro, ma da lì è partita la riscossa. Già contro la Georgia, dopo un secondo quarto troppo leggero, la difesa ha cambiato volto e i georgiani sono finiti alla deriva. Con la Spagna, poi, gli azzurri hanno mostrato compattezza impressionante: solo 27 punti concessi in venti minuti. Eppure anche dentro le difficoltà, come lo 0-13 iniziale, la squadra ha saputo reagire.
Sono arrivate conferme e sorprese: il fuoco di Pippo Ricci, le certezze di Momo Diouf, l’energia di Saliou Niang (uscito però per una caviglia gonfia dopo la sua splendida doppia doppia) e la personalità di Gabriele Procida, senza paura al debutto. Tutti col cuore, tutti per l’Italia. Ora c’è Cipro: vincendo, e con un aiuto della Spagna contro la Grecia di Antetokounmpo a mezzo servizio, ci sarebbe addirittura il primo posto nel girone, ma non diciamolo troppo forte. Restiamo umili, col cuore in mano.

Paolo Pinto

Belinelli, l’ultimo tiro è per sempre

Non c’è nulla di più semplice e nello stesso tempo di più complesso che vedere un pallone infilarsi in un canestro. Marco Belinelli lo ha spiegato bene, con parole che non sanno di retorica ma di vissuto: “Non c’è niente di così bello come fare canestro”. È il suo modo di dire addio, di voltarsi per l’ultima volta verso quel ferro che è stato compagno, nemico, specchio di una vita.

Nato a San Giovanni in Persiceto, Belinelli ha sempre avuto il passo del ragazzo di campagna che non si vergogna della polvere. Una palla come regalo, e da lì la necessità, non la scelta. Non ha mai preso in giro il basket, scrive. Non poteva. Chi cresce dentro la Virtus sa che la parola tradimento non è concessa.
Un amore inevitabile, coltivato tra mille scetticismi. Non era il più alto, non era il più forte. Ma aveva la mano, quella sì. E una testardaggine emiliana che non si lascia mettere in disparte. Così quando le occasioni sembravano chiuse, lui se l’è fatte aprire. Con i tiri dall’angolo, con i piedi veloci, con la convinzione che il prossimo canestro sarebbe stato quello buono.
Belinelli è stato il primo e resta l’unico italiano a vincere un titolo NBA. A San Antonio, nel 2014, fra i giganti. Un ragazzo che si era fatto Bologna, Treviso, poi i dieci aerei a settimana per inseguire un posto in rotazione. Tredici stagioni in NBA, quasi novemila punti, e un Three Points Contest messo in bacheca come la più naturale delle conseguenze. Chi l’aveva visto in palestra sapeva: ore e ore di tiro, sempre uguale, sempre diverso.

Poi il ritorno a casa, di nuovo Bologna. Tre scudetti, una Coppa Italia, quattro Supercoppe. A trentotto anni, ancora MVP della Serie A. Non è stata nostalgia, ma coerenza: chiudere dove aveva iniziato.
Belinelli è stato un tiratore, e i tiratori non si voltano indietro. Ha zittito critiche, costruito fiducia, dato senso a una generazione che nel basket italiano ha trovato in lui il proprio testimone.
È stato uno degli atleti migliori della nostra storia cestistica. E anche quando il tabellone resterà spento e i palazzetti silenziosi, una cosa resterà: l’eco di un pallone che entra nel canestro.

L’Olimpia, la continuità nella vittoria

L’Olimpia Milano trionfa per la quinta volta nella sua storia in Supercoppa Italiana, al termine di una partita che se non entra nella sfera dell’eticità cestistica, poco ci manca. La finale contro la Virtus Bologna, chiusa sul 98-96 dopo un supplementare, è stata una vera battaglia sportiva, in cui i dettagli hanno fatto la differenza. Servono 45 minuti di altissimo livello per decretare il vincitore, e alla fine è la squadra di Ettore Messina a sollevare il trofeo, dopo aver messo in scena una rimonta che rimarrà nella memoria di tutti i tifosi.

La Virtus Bologna parte con il piede sull’acceleratore, mostrando subito grande intensità e un gioco aggressivo che lascia i milanesi a rincorrere. Il primo tempo sembra quasi una sentenza: Bologna, grazie a un attacco fluido e una difesa solida, tocca il +15 e dà l’impressione di poter controllare il match. 

Milano, però, non è squadra che si arrende facilmente. Dopo un primo tempo complicato, Nikola Mirotić prende in mano la situazione. Arrivato con grandi aspettative, il montenegrino dimostra subito perché è considerato uno dei migliori in Europa. Non solo per i suoi punti, ma per la leadership e la capacità di trascinare i compagni. Accanto a lui, Josh Nebo si dimostra fondamentale in entrambi i lati del campo. Il centro chiude la partita come miglior marcatore con 20 punti e 9 rimbalzi, offrendo una prestazione dominante che dà respiro alla rimonta milanese.

È proprio nel terzo quarto che l’Olimpia cambia volto. Messina aggiusta la difesa e Milano inizia a trovare fluidità in attacco, riducendo gradualmente il distacco. Mirotić è ovunque, segnando canestri importanti, ma è l’energia di Nebo a fare la differenza, soprattutto a rimbalzo offensivo. Bologna, che fino a quel momento sembrava avere in pugno la partita, inizia a perdere certezze.

Si arriva così all’ultimo quarto con l’inerzia della gara completamente cambiata. L’Olimpia mette pressione a Bologna, che prova a resistere grazie ai colpi di Marco Belinelli e Jordan Mickey, ma le gambe e la testa dei bolognesi cominciano a cedere. Milano, spinta dall’entusiasmo e dalla voglia di ribaltare il match, trova il pareggio a pochi secondi dal termine, portando la partita al supplementare.

Nei 5 minuti extra, è una questione di nervi. Ogni possesso vale oro, e ogni errore può risultare fatale. La Virtus si affida ancora una volta all’esperienza di Teodosic e Belinelli, ma Milano ha quel qualcosa in più. Nebo continua a martellare sotto canestro, mentre Shabazz Napier, con le sue accelerazioni, crea scompiglio nella difesa avversaria. L’Olimpia trova il vantaggio decisivo con una tripla di Mirotić, che chiude definitivamente i conti.

La sirena finale suona, e l’Olimpia Milano può festeggiare una vittoria dal sapore dolce, frutto di carattere, talento e grande spirito di squadra.  La Virtus esce a testa alta, ma resta il rimpianto di aver sprecato un vantaggio importante.

La stagione di basket è appena iniziata, ma se il buongiorno si vede dal mattino, ci aspetta un campionato pieno di emozioni, con Olimpia Milano e Virtus Bologna pronte a darsi battaglia fino all’ultimo secondo.

Nell’ Olimpia del basket

L’Olimpia Milano si conferma campione d’Italia, lo scudetto del basket italiano ha ancora una volta le coordinate meneghine, le scarpette rosse e il Forum come casa. E sono trentuno totali, tre consecutivi e sette per Messina, nella magica serata dell’85-73 per Milano sulla Virtus Bologna, in quella gara quattro che ha messo la parole fine ad una stagione lunga e complicata.

La firma nella serata al Forum la mette Nikola Mirotic: 30 punti, 11 rimbalzi, 12 falli subiti. Una serata da vero protagonista. Una gara 4 praticamente mai in discussione per l’Olimpia Milano, abile nel dare una spallata decisiva nel secondo quarto in grado di indirizzare il match nonostante il disperato tentativo di rimonta della Virtus nel finale. 

È festa biancorossa, con Niccolò Melli, capitano coraggioso, a lasciare l’onore della coppa a Kyle Hines altro grande protagonista della stagione, della serie e del titolo. Milano detta la sua legge in Italia, guardando all’Europa e alla sua conquista con rinnovato ottimismo.

Carlo Galati

Italbasket in volo verso il paradiso

È in una domenica di inizio settembre o di fine estate che si è scritta la storia della pallacanestro italiana. Dopo 25 anni l’Italia del basket torna tra le otto squadre più forti al mondo. E come nel 1998 al torneo iridato in Grecia, anche nelle Filippine il pass per i quarti arriva con un successo su Portorico. Finisce 73-57 per gli azzurri.

Un gruppo quello azzurro che dall’inizio della manifestazione iridata, è riuscito sempre a trovare la chiave di volta per vincere le partite. Una volta con Fontecchio in stato di grazie, un’altra con Pippo Ricci, il tutto sempre con Nick Melli e Gigi Datome a coordinare le operazioni come ingegneri dalla visione superiore.

E martedì sempre questo gruppo si giocherà l’accesso alle semifinali. Di fronte un avversario tra Lituania e Usa, questa ultima la squadra affrontata nel 1998 che oggi è stata scelta da Paolo Banchero dopo un lungo corteggiamento azzurro. Sembra tutto scritto anche perché per trovare la Nazionale di basket in semifinale al Mondiale bisogna andare indietro 45 anni: nel 1978 gli azzurri chiusero al 4° posto. E si giocava a Manila.

Carlo Galati

L’Olimpia degli dei

La conquista del trentesimo scudetto, la terza stella su una maglia rossa che vive di luce propria e che con orgoglio ha scritto una pagina lucente della storia dello sport italiano. L’Olimpia Milano ha completato il suo viaggio, battendo in gara sette la Virtus e lasciando negli occhi e nel cuore dei propri tifosi qualcosa che resterà per sempre.

Ed è la vittoria di Giorgio Armani e del suo impegno per questa società è questa città, di Ettore Messina eroe dei due mondi cestistici e da oggi uno dei simboli della Milano sportiva, insieme al capitano Nicolò Melli, al capitano in pectore Gigi Datome, insieme al popolo biancorosso che festeggia, inneggia ai suoi eroi e sogna traguardi ancora più ambiziosi.

Sogna Milano, sogna l’Olimpia perché è giusto farlo perché la storia ha insegnato che le scarpette rosse possono tornare a dominare anche in altri ambiti. Europei per la precisione. Ma per quello ci sarà tempo. Oggi è solo tempo di festeggiare, gioire e guardare al futuro consapevoli che in Italia nessuno è come l’Olimpia.

Carlo Galati

LeBron oltre ogni record

Sono da poco passate le 4 del mattino da questa parte del mondo. in corso una normale partita di regular season NBA tra i Los Angeles Lakers e Oklahoma City Thunder. Il tutto accade nel terzo quarto della sfida: un tiro in sospensione e via. LeBron James ha abbattuto il record di punti di Kareem Abdul-Jabbar (38387 punti) ed è il miglior marcatore di sempre nella storia della Nba.

In queste occasioni si tende spesso ad abusare del termine “storia” e dei vari aggettivi annessi e connessi. Mai però come in questo caso definire in tal modo quanto accaduto può rendere l’idea di un’impresa, di un muro abbattuto dopo oltre 40 anni, sfidando il limite dell’oggettività, trascendendo verso un confine che sembrava invalicabile ma che invece è stato spostato ancora più avanti.

Quanto però non lo sappiamo ancora perché il ragazzone di Cleveland tutto sembra men che un atleta sulla strada del tramonto. Certo, le primavere sono 38, ma la voglia di continuare è ancora tanta. Perché non è solo una questione di punti, una fredda roba aritmetica. È arte applicata allo sport, gesti tecnici che impreziosiscono i record dell’uomo che ha segnato più punti di tutti: 38.390 and counting.

Carlo Galati

L’Italbasket e il paradosso serbo

L’Italia di Tonut, Melli, Fontecchio e Spissu non può battere mai la Serbia di Jokic, Micic e Kalinic. Non soltanto è impossibile ma è illegale anche solo immaginarlo. Eppure nessuno degli azzurri in campo ne era informato e quindi l’Italia azzurra del basket torna a battere la Serbia dopo quel meraviglioso spareggio olimpico di Belgrado.

Una vittoria in cui ha creduto fortemente Gianmarco Pozzecco, coach azzurro, che da giocatore ha realizzato un’impresa ancor più grande, battendo il Dream Team di Iverson, Wade, Anthony; a confronto un due volte MVP NBA e un due volte MVP in Eurolega sembrano quasi uno scherzo. E invece lo scherzo lo ha nuovamente fatto la squadra azzurra ancora una volta da underdog.

Bello, bellissimo e stupendo. Quasi inimmaginabile e fantasticamente irreale, adesso l’Italbasket è attesa dalla Francia, anche questa volta favorita. Ma il paradosso del calabrone ha adesso le fattezze di Melli, Fontecchio e tutta la squadra azzurra, che non potevano battere i più forti ma loro non lo sapevano e li battono lo stesso.

Carlo Galati

Il totem di Assago

È andata come in pochi speravano ma in tanti temevano. Ha vinto la Grecia di Giannis Antetokounmpo il dio greco della pallacanestro che tutti si aspettavano devastante ma che invece ha trovato pane per i suoi denti contro un’Italia tenace, dura e compatta, ma perdente: 81-85 lo score finale.

L’Italia sprofonda per tre volte a -15 a cavallo fra terzo e quarto periodo. I numeri non mentono. È uno svantaggio pesante, comprensibile per le difficoltà nell’attaccare una squadra scafata, pesante e fisica, e la concomitante presenza di un due-volte MVP che spande l’intera anima sul parquet. Eppure, quel -15 non rispecchia realmente la partita. Gli Azzurri sono squadra, gruppo, spirito. Hanno energia, trasmessa anche dallo splendido sold-out del Forum. E la pelle d’oca si alza di centimetri quando, nei secondi finali, Simone Fontecchio Stefano Tonut si ritrovano tra le mani il pallone del possibile aggancio per forzare l’overtime. 

Il ferro di Assago risuona per due volte consecutive, risucchiando altrettanti “nooo” disperati dai 12.000 che colmano gli spalti. Ma la strada è ancora lunga e le speranze intatte. La Grecia è passata ma guardare avanti con fiducia si può.

Carlo Galati