Auf wiedersehen Kaiser

Chi era Franz Beckenbauer? L’emblema del calciatore perfetto, la raffigurazione che si può essere giocatori e uomini, vivendo la vita con la testa alta e il petto gonfio di orgoglio. Perché il Kaiser viveva come giocava (o viceversa, fate voi), con la testa alta pronto a ripiegare ed impostare, ad illuminare il gioco con il pensiero prima, con l’azione dopo.

Non l’ho vissuto in prima persona, ma ho imparato a conoscerlo ed amarlo grazie ad una video cassetta, una vecchia VHS, in cui era registrata l’intera semifinale del mondiale messicano del ‘70, quella che si pronuncia si scrive come si pronuncia: italiagermaniaquattroatre. In quella partita un eroico numero 4 giocò oltre mezz’ora con la spalla lussata e bloccata da un nastro adesivo, dopo aver corso 90 minuti. Provate solo ad immaginare cosa significhi.

Ma non è solo questo: è il giocatore tedesco più forte della storia del calcio, è l’allenatore che vinse la coppa del mondo in Italia nel ‘90, dopo averla vinta da giocatore nel ‘74, è uno dei più importanti dirigenti del panorama calcistico mondiale. È e non sarà più.

Beckenbauer è stato molte cose, ed in tutte queste ha primeggiato sempre, con la classe del leader, un fuoriclasse, fuori scala, fuori concorso. Ha dato tanto al calcio ed il calcio è stato tutto per lui, si mancheranno reciprocamente. Con lui va via un altro pezzo di quello che era uno sport e che adesso non sappiamo più definire.

Carlo Galati @thecharlesgram

Calciatori, uomini non supereroi

Quella che leggerete è probabilmente quella che ad oggi viene definita come unpopular opinion, o qualcosa del genere. Il polverone è ormai alto e denso. Addirittura fosco per alcuni, piuttosto banale invece per altri, pochi. Ecco noi siamo tra questi ultimi. Il calcio e le scommesse, un tema che ci riporta alla fine degli anni ‘70 del secolo scorso e che attraversa decenni di calcio, sport e soldi.

Quest’ultimo filone di inchiesta vede indagati giocatori di prim’ordine nel panorama calcistico italiano e tanti altri ne circolano tra le varie chat, nel passaparola sul web di quelli che millantano ma alla fine sanno poco o nulla. Bisogna partire da una considerazione centrale: i calciatori sono uomini con e tutti e come tutti hanno i loro vizi. C’è chi fuma, c’è chi beve, c’è chi va in giro con una donna diversa ogni sera. E c’è chi scommette.

Quindi qual è il punto? Cosa c’è di inqualificabile nello scommettere (ovviamente non dove si è direttamente coinvolti…ça va sans dire) e di sopportabile nel fumare o bere? Nulla. Assolutamente nulla. Perché tutto parte dal presupposto che questi famigerati calciatori siano esseri dalla moralità superiore, assolutamente estraniabili dal contesto in cui tutti noi viviamo. No, sono uomini con vizi e virtù; sarebbe bene ricordarcelo sempre e non solo quando il bisogno di crocifiggerli serve a purificare noi stessi.

Carlo Galati

Il calcio femminile che tutti vogliono ma nessuno piglia

Ci sono delle leggi che non rispondono a nessuna imposizione e che al proprio interno hanno il DNA dell’indipendenza. Una di queste leggi è quella del mercato, domanda e offerta. Curve che non possono mentire, indicatori neutrali influenzati dalla realtà. Non ci addentreremo troppo dentro concetti economici ma restando piuttosto alti possiamo affermare che, sì, il calcio femminile in Italia non lo vuole vedere (quasi) nessuno.

È andata infatti deserta l’asta dei diritti televisivi del campionato italiano, nessuno li ha comprati perché in fondo nessuno crede a questo investimento. E non perché chi vi scrive abbia qualcosa contro il calcio femminile, né perché si voglia in nessun modo imporre alcun ragionamento di natura patriarcale: è semplicemente la verità. Le aziende investono dove possono avere un ritorno e la grande industria televisiva ha detto no. Il prodotto non ci interessa.

E non interessa perché alla fine dei conti questo spettacolo lo guardano in pochi. Il movimento così com’è non è sostenibile, l’apertura al professionismo è stata più una mossa dettata più dal coinvolgimento generale che non un’evoluzione reale. Un po’ come nel rugby maschile degli anni 90: semplicemente non era il momento, semplicemente la base non era pronta. E non è pronta questa di base adesso: lo ha evidenziato il mondiale femminile: in quanti (siate sinceri) avete visto un match intero?

Le partite del campionato italiano finiranno su YouTube ed una trasmessa su Raisport per servizio pubblico. Ma è questa la strada giusta? Secondo noi no. Sarebbe meglio fermarsi e magari tornare ad una dimensione diversa senza voler fare il passo più lungo della gamba: si rischia di calciare alto, sopra la traversa della sostenibilità economica.

Carlo Galati

Mazzone, quel record oltre la corsa

Ci ha lasciato Carlo Mazzone. Un allenatore che ha segnato il calcio italiano in profondità. Un grande allenatore, uno di quelli che ha raccolto forse troppo poco, in termini di titoli, rispetto a quello che ha dato al suo sport. Le sue idee tattiche erano legate alla tradizione, il libero, la difesa dura e grintosa, il contropiede come arma letale. A questa formula, che è poi ancora oggi la formula della maggior parte degli allenatori italiani, univa la furbizia.

Ricordarlo come l’uomo del popolo, il romano figlio della veracità della sua terra sarebbe riduttivo. Come riduttivo è l’immaginario collettivo che lo vuole di corsa sotto il settore ospiti dell’Atalanta dopo il pareggio del suo Brescia. Un Brescia che era la squadra di Roberto Baggio e di un certo Pep Guardiola, collega di Mazzone e che da Mazzone ha imparato.

È stato l’allenatore di un ragazzino che non riusciva a trovare spazio in prima squadra schiacciato dal peso dell’essere un predestinato. Lo ha tirato su nel momento più delicato della sua seppur giovane carriera dandogli in mano la Roma. Francesco Totti lo ringrazierà per la vita. E noi con lui, lasciando in eredità tanto, ma soprattutto il record di numero di panchine in serie A: 792. Mica male per l’uomo del popolo. Buon viaggio mister.

Carlo Galati

Le lacrime di Claudio

Le lacrime bellissime di Claudio Ranieri, settantunenne, allenatore e gentiluomo, pesano da sole più della tanta pioggia caduta sul San Nicola.
Un uomo integro, un ottimo tecnico, un cuore grande così, all’ottantottesimo prende dal mazzo una carta sulla quale quest’anno nessuno avrebbe puntato un centesimo: Leonardo Pavoletti.


Confida proprio nel potere del cuore, della voglia di rivalsa, nella càbala persino.
E Pavoletti si trasforma in un magnifico jolly, regalando al nobile Cagliari la serie A, lasciando di ghiaccio la grande bellezza dello stadio barese, straripante di amore e passione biancorossa.
Piange a dirotto, Claudio.
Di gioia, di amore, di consapevolezza, perché di gioie così non gliene restano moltissime, complici le settuagenarie primavere.
La grande bellezza, all’improvviso, è lui: il romano de Roma innamorato dell’Isola di Gigi Riva.


Onore, allora, a Claudio Ranieri, Principe di Sardegna, officiante di un calcio che vorremmo non finisse mai.

Paolo Di Caro

Il confronto che fa discutere

Sappiamo di essere una sparuta minoranza. Una di quelle minoranze che non vanno contro solo perché è giusto sedersi sempre dalla parte del torto ma perché cerchiamo di guardare alcune questioni semplicemente da un’altra prospettiva. Nel caso specifico, quello dei tifosi o se preferite degli Ultras. Il caso è quello relativo ai giocatori del Milan, chiamati a raccolta da alcuni esponenti del tifo rossonero dopo la batosta di Spezia e prima di una semifinale di Coppa Campioni, sulla quale non bisogna aggiungere nulla per esaltarne l’importanza.

In molti hanno criticato la scena, configurandola come la stessa procura della FIGC vorrebbe far intendere, come minaccia, avvertimento di stampo mafioso/camorristico, insomma, ne abbiamo lette tante e tante altre ancora. Tutte tendenti alla critica e alla condanna, nessuna che provi a capire il punto di vista di chi vive in prima linea una passione. Abbiamo visto un confronto, duro ma civile, onesto e leale, tra tifosi e squadra tra chi vive di qualcosa e chi vive per qualcosa.

Queste scena non è criminale, queste immagini servono anche a fare gruppo e a trovare dall’esterno forze nuove e carica per il momento più importante della stagione. Basta speculazioni, stop alle dietrologie e alla analisi sociologiche da professionisti del buonismo o del dito puntato. Nessuna retorica, solo sano e responsabile confronto, quello che alcuni criticoni non sono abituati, forse, ad avere.

Carlo Galati

Arrivederci, Lord Gianluca

L’addio di Sinisa suonava già come un triste presagio.

La generazione di fenomeni passati dal miracolo blucerchiato, i ragazzi terribili capaci di parlare e lanciare messaggi anche fuori dal campo, si sono ritrovati persino a combattere contro un nemico comune.

E hanno perso, dopo aver lottato strenuamente, a testa alta, con l’orgoglio di chi ha fatto del sudore e del sacrificio una ragione di vita.

Gianluca Vialli aveva fatto della propria vita un capolavoro, passando dal campo alla panchina, per approdare alla dirigenza calcistica, restando uomo di campo, dispensatore di consigli, uomo vero in un mondo del calcio pieno zeppo di maschere e banalità.

Il grande male lo aveva reso più saggio, consapevole del suo ruolo di uomo pubblico e di quanto la sua esperienza potesse diventare un esempio su come affrontare l’appuntamento con una morte quasi certa.

Lo ha fatto con orgoglio e con una profondissima dignità, facendoci commuovere con quell’abbraccio londinese a Roberto, fratello di gol e scorribande, di professione allenatore degli Azzurri.

Piangeva, Gianluca.

Piangeva perché sapeva che quella gioia sarebbe potuta essere una delle ultime di una carriera che lo ha visto alzare tutte le Coppe delle competizioni UEFA.

Ci piace pensare che adesso invece sorrida, in quel fazzoletto di Cielo color diamante che accoglie anche Sinisa e Pelé: un grande centrocampo, un attacco atomico.

Riposa in pace, Campione.

L’inarrestabile declino del calcio

Una diapositiva che non avrebbe bisogno di ulteriori commenti. Due istanti, separati da pochi attimi, che raccontano di quanto il calcio, lo sport più amato, quello che per definizione popolare, non è “solo uno sport”, sia nella fase di una matura decadenza, per certi versi inarrestabile. Una decadenza guidata da chi il giocattolo lo maneggia e gestisce: Gianni Infantino.

Al cospetto di chi ha plasmato il calcio a propria immagine, di chi lo ha saputo trasformare da semplice sport in qualcosa di poetico, la decenza lascia il passo all’immoralità del moderno modo di intendere quello che è oggi questo calcio. Un qualcosa che non devia il proprio corso, ormai compromesso, neanche di fronte alla salma di Pelé, uno che solo a nominarlo vengono i brividi.

Foto, selfie e risatine. Questo è quello che ha mostrato il padrone del calcio: l’uomo che decide cosa e quando, ma che non può prendersi tutto. Non si prenderà la passione, non si prenderà l’ispirazione che giganti come Pelé hanno trasmesso al mondo. Si prenderà i soldi e tanti e saranno quelli che distruggeranno tutto. In maniera tremendamente irreversibile.

Carlo Galati

‘O Rey vola nel Paradiso dei Campioni

Il Re è morto, viva il Re?

Impossibile.

Edson Arantes do Nascimento è volato in cielo, lasciando un vuoto incolmabile in quell’Olimpo degli dèi del calcio al quale possono iscriversi pochissimi artisti del pallone.

Pelé è stato il tutto, campione col sorriso di un calcio passato nei suoi anni dal bianco e nero al colore; un passaggio che valeva per tutti, tranne per lui, iridescente e vivido funambolo carioca, brasiliano nell’animo, nel cuore, nei nobili piedi.

‘O Rey resterà testimone iconico di più epoche, campione assoluto capace di vincere tre Mondiali, nel 1958, nel 1962 e nel 1970, divertendosi e divertendo, con quell’allegria scanzonata così difficile da ritrovare nei giocatori pur bravissimi dell’era tecnologica e iper-comunicativa.

Danzava, ondeggiava, scartava.

E segnava, tanto: 1281 gol in 1363 incontri, con una media di 0,92 realizzazioni a partita.

Inutile sporcare tanta bellezza con i mille paragoni su chi sia stato il migliore di sempre.

È lo stesso Pelé che abbiamo visto e rivisto, col braccio incollato al petto, in “Fuga per la Vittoria”, fortunata pellicola hollywoodiana, accanto ad attori del calibro di Sylvester Stallone, Michael Caine o Max Von Sidow.

A proprio agio, davanti alle telecamere come sul campo, pur fra le serpentine che il gioco e la vita ti costringono a fare fra gli ostacoli.

‘O Rey ha provato a dribblare, senza riuscirci, anche il terribile tumore al colon che oggi, ottantaduenne, lo strappa alla vita terrena: ha combattuto, fino allo sfinimento, ha chiesto e ottenuto l’affetto e l’amore dei propri cari, mentre tutto il mondo e gli amanti della bellezza hanno pregato per lui, come se fosse un fratello, un amico, un compagno di giochi.

Le preghiere oggi diventano lacrime, emozioni e quel brivido che corre lungo la schiena rivedendo le immagini del più grande con la maglia che lo ha consacrato alla storia: adeus, brasileiro de pés de ouro e sorriso contagiante.

Os mais velhos estarão lá para sempre.

Dal Messico a Messi, l’Argentina si riprende il calcio

Non deve essere semplice vivere nel mito di Diego. Esserne indicato da tutti come l’erede naturale, giocare con il fardello di dover sempre competere con l’eterno spirito del calcio, un peso che può schiacciarti o renderti immortale, come solo il d10 del calcio è riuscito a essere. Leo Messi dopo una rincorsa durata un’intera vita, è riuscito ad arrivare lì dove merita di stare: nel ristretto club della mitologia sportiva.

Lo ha fatto dimostrando di essere, così come Diego, un trascinatore, un capitano capace di caricarsi sulle proprie spalle le aspettative di un popolo che guardava a lui come l’unico in grado di riuscire dove tanti avevano fallito prima, nell’ultima occasione della sua vita, facendo quello per cui era nato: far rivivere il mito, alzando quella coppa, 36 anni dopo.

E come Diego ha praticamente vinto da solo un mondiale in cui, gli altri, sono stati degli utili comprimari a servizio del genio assoluto, così come fu quella nazionale argentina del 1986. A differenza di Diego, ha vinto tutto quello che c’era da vincere, lasciando dietro di se il vuoto: non ha più nulla da dimostrare, nulla da chiedere e non deve più dare nulla a nessuno, saldando tutti i debiti che la storia gli aveva attribuito e lasciando un credito infinito nello sport e nella storia dell’Argentina, sedendo una volta per tutte accanto al più grande di sempre.

Carlo Galati