Il ricorso della Wada su Sinner: solo una questione di potere

Nel ricorso della Wada non c’è nulla che abbia a che fare con il concetto di giustizia sportiva. Ci sono solo questioni di immagine dell’Agenzia e di politica. Tanta politica. La WADA è infatti al centro dell’attenzione internazionale dopo che agenzia doping americana ha fatto molto rumore in merito alla sentenza dell’Agenzia stessa che scagionava 23 nuotatori cinesi, prima delle olimpiadi di Tokyo del ’21, rei di esser stati trovati positivi alla trimetazidina, sostanza dopante che aumenta la prestazione degli atleti. L’indagine preliminare, con molte ombre, è stata condotta dall’agenzia nazionale cinese che ha scagionato i propri nuotatori. Ma che strano, vero?! La questione è rimasta di attualità perché l’USADA (Us Anti Doping Agency) non ha dimenticato la vicenda e minaccia di andare via dalla WADA. Attaccare Sinner quindi ha una doppia valenza: dimostrare uno, di essere duri e puri, attaccando il più forte al mondo e due, di certificare la propria indipendenza rispetto a quello che può essere considerato il potere costituito dello sport. Perché la Wada è un organo politico come tutti gli organi di giustizia sportiva e colpire l’atleta più in vista di uno sport, è il modo per riaffermare quello stesso potere politico che è messo in discussione da ben tre periti di estrazione indipendente, responsabili di aver sancito una sostanziale innocenza, il tutto senza che l’Agenzia di esprima sulla vicenda, il tutto semplicemente per riaffermare il proprio potere sullo sport e sul tennis nello specifico.

Il risultato di questo teatrino è però l’impoverimento di un principio vero che è quello della lotta al doping, passato in secondo piano per esclusivi giochi di potere politico che ha radici ben più profonde e interessi decisamente diversi dall’affermazione o dall’interesse verso il singolo caso, quello di Sinner appunto. Sono giochi di potere all’interno dei quali si è ritrovato il tennista azzurro, che nel frattempo continuerà a giocare e si spera, vincere, con questo peso sulle spalle.

E’ per questo motivo che ci si deve schierare con Sinner. Senza alcuna esitazione.

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa, il sogno continua

Quando tutto sembrava volgere al peggio Luna Rossa ha conquistato invece una vittoria fondamentale, superando il team statunitense con un risultato complessivo di 5-3 e qualificandosi per la quinta volta alla finale delle Selezioni Challenger. Già protagonista nel 2000, 2007, 2013 e 2021, l’equipaggio italiano torna in primo piano, pronto a sfidare Ineos Britannia nell’ultima fase della Louis Vuitton Cup, con la speranza di portare finalmente l’America’s Cup in Italia.

Il successo odierno ha un sapore particolare, considerando lo sforzo straordinario che il team ha dovuto affrontare nelle ultime ore. La sconfitta nella seconda regata di ieri, dovuta a un guasto al sistema di controllo della randa, ha messo in difficoltà Luna Rossa, costringendo lo shore team a un lavoro incessante durante la notte per riparare il danno. Il risultato è stato una barca di nuovo competitiva, pronta a combattere nel match decisivo.

Nonostante le sfide tecniche, l’equipaggio italiano è riuscito a mantenere alto il livello di prestazione. Il quinto e ultimo punto ottenuto nella serie di semifinali non è stato frutto del caso, ma della capacità di Luna Rossa di reagire prontamente e di capitalizzare ogni opportunità in acqua. La squadra ha gestito i momenti critici con sangue freddo e grande concentrazione, dimostrando una maturità tattica e tecnica invidiabile.

Luna Rossa non solo ha vinto una competizione sportiva, ma ha anche mostrato una capacità di adattamento e resilienza che sono diventati il marchio distintivo del team. La vittoria contro il team USA rappresenta un momento importante nella storia del team italiano, ottenuta grazie alla dedizione di ogni singolo componente, dallo shore team ai velisti in acqua.

Ora l’attenzione è tutta rivolta alla prossima sfida contro Ineos Britannia, in quella che sarà la fase decisiva della Louis Vuitton Cup. Luna Rossa ha dimostrato di avere la forza e la determinazione per affrontare le avversità, e il sogno di conquistare l’America’s Cup sembra sempre più vicino.

Carlo Galati

Negli occhi di Totò

Le notti magiche le abbiamo passate inseguendo quel gol che sapevamo prima o poi sarebbe arrivato. A segnarlo sempre lui, Totò Schillaci, da Palermo, Sicilia, che con quegli occhi spiritati e densi di gioia ha trascinato un Paese intero verso il sogno mondiale. Italia ’90 è stato il primo approccio al calcio di una generazione, quella nata nei primi anni ’80, che vedeva in quella squadra dei calciatori pronti a tutto, pronti a regalarci la gioia più grande a soli otto anni dalla vittoria in Spagna.

 

Schillaci ci ha portati fino ad un passo dal sogno perdendo in semifinale dall’Argentina più debole di sempre, guidata però dal dio del calcio. Quei maledetti rigori sono ormai storia ma, nonostante siano passati 34 anni, oggi piangiamo lo stesso perché quell’eroe invincibile, non c’è più, portato via dall’altra faccia della vita. Sei gol in quel Mondiale, capocannoniere alla fine del torneo. Li ricordiamo tutti: da quello con l’Austria e poi Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina fino al rigore con l’Inghilterra quando le notti ormai non erano più magiche, avendo perso fate ed incantesimi, ma eravamo comunque felici perché Totò nonostante la delusione di Napoli era lì a dirci che i sogni sono e resteranno sempre la materia di cui sono fatti gli obiettivi, anche quelli più impossibili. Come poteva un uomo diventare l’eroe di una Nazione, dopo una delusione così tremenda? In quanti sono assurti al ruolo di miti, dopo la più grande sconfitta della propria carriera? Lui sì. E come poteva infatti un bambino nato nel quartiere popolare di San Giovanni Apostolo a Palermo, salire sul tetto del mondo? Ci ha provato, ci è riuscito, rinchiudendo tutto in un mese in cui tutto quello che toccava diventava oro, o gol.

 

Negli occhi suoi la voglia di vincere, lo abbiamo sempre visto anche dopo. Anche quando ha comunicato a tutti della sua malattia, affrontandola con la filosofia tipica dei siciliani, con una sorta di indolenza che contraddistingue chi nasce siciliano. Non è pigrizia, ma il tentativo di prendere tutto come viene. Come un gol, come una corsa sfrenata. Come quell’estate, che è stata un’avventura in più.

 

Carlo Galati @thecharlesgram

 

 

 

Tre diamanti per sempre

C’era voglia di riscatto. Dopo un’avventura olimpica non all’altezza delle aspettative, c’era bisogno di grandi risultati. Arrivati. In un’atmosfera carica di attese, Gianmarco Tamberi, Leonardo Fabbri e Larissa Iapichino hanno trasformato la pista e la pedana in un palcoscenico perfetto nel grande teatro della Diamond League.

Gianmarco Tamberi ha dimostrato ancora una volta la sua forza e il suo carattere nel salto in alto. Con un balzo da 2,34 metri, il suo terzo “diamante” si aggiunge ai successi del 2021 e 2022, consolidando il suo status di leggenda in questo circuito. E nonostante i fantasmi di Parigi, dove la sorte non era stata dalla sua parte, Gimbo ha reagito da campione, ripartendo con grinta e una determinazione che solo i grandi sanno mostrare. “Saltare 2,34 con 10 gradi significa tutto”, ha detto Tamberi a fine gara, dedicando la vittoria a chi gli è stato vicino nei momenti difficili.

 
A rendere la serata ancora più indimenticabile è stata l’impresa di Leonardo Fabbri, che ha sfiorato il muro dei 23 metri nel getto del peso, stabilendo un nuovo record italiano con un lancio di 22,98 metri. Fabbri ha dimostrato che il duro lavoro paga, superando ogni aspettativa e lasciando il campione del mondo Crouser dietro di sé. “Sapevo che l’unico modo per battere Crouser era dare tutto al primo lancio, e così è stato”, ha dichiarato Fabbri con un sorriso che diceva tutto.


Non meno spettacolare la performance di Larissa Iapichino, che nel salto in lungo ha segnato la sua definitiva consacrazione internazionale con un balzo da 6,80 metri. Una misura che le ha regalato la vittoria nella Diamond League e che le ha permesso di chiudere una stagione difficile, riscattandosi pienamente dopo il quarto posto olimpico. La sua quinta vittoria nel circuito dimostra che la giovane Iapichino non è solo una promessa, ma una realtà consolidata dell’atletica mondiale.

Una serata memorabile per l’atletica italiana Tamberi, Fabbri e Iapichino, con la loro tenacia e talento, hanno mostrato a tutti che dalle delusioni si può ripartire ancora più forti e che il talento è la benzina giusta per riuscirci.

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa crescente

La storia sembra essere già scritta: American Magic fa paura ma alla fine vince sempre Luna Rossa Prada Pirelli. Questo è il riassunto della prima giornata di semifinali della Louis Vuitton Cup, una giornata trionfale per l’imbarcazione italiana che si porta sul 2-0, un risultato che dà già indirizza in maniera piuttosto decisa, anche se non definitiva, la serie di regate che porta alla finale. Si gareggia al meglio delle nove, basta questo per capire quanto sia importante questa partenza.

Partenza che però è stata il tallone d’achille in casa Luna Rossa in queste due regate. Due partenze brutte, due start difficili, per una serie di errori di posizionamento in regata e di timing che hanno rallentato di parecchio l’imbarcazione guidate dal duo Spithill e Bruni al timone. Due regate sostanzialmente diverse nell’andamento delle stesse. La prima regata è una rimonta mozzafiato, con gli americani avanti per 4 dei 6 lati di gara e Luna Rossa brava a seguire il vento e a non sbagliare nelle manovre, cosa invece successa agli americani che di strambate ne hanno sbagliate due. Decisive. Al traguardo la barca italiana arriva con 7 secondi di vantaggio. Meno ingarbugliata invece la seconda regata, con American Magic a partire meglio, ma costretta a pagare nuovamente errori in fase di strambata dovuto ad un salto di vento che ha costretto gli amercani a cadere dai foil. Luna Rossa ha guardato, salutato, arrivando al traguardo con 18 secondi vantaggio conquistando il secondo punto di giornata.

Domani altre due regate, con la concreta possibilità di mettere una parola definitiva sull’esito della semifinale. Errato però sarebbe sottovalutare l’imbarcazione del New York Yacht Club, che ha dimostrato finora di essere imbarcazione temibile, con un team di primissimo livello. Calabrese and co faranno tesoro dell’esperienza odierna per provare a tornare in corsa. Toccherà al team guidato da Max Sirena impedire che ciò accada.

Carlo Galati @thecharlesgram

Martina Caironi medaglia d’oro e simbolo di speranza

La vittoria di Martina Caironi alle Paralimpiadi di Parigi è di quelle che lasciano il segno. Non solo per l’incredibile prestazione che ha portato l’atleta italiana sul gradino più alto del podio, ma soprattutto per la forza, la tenacia e il coraggio con cui ha affrontato una sfida che va ben oltre i confini della pista. Un risultato che emoziona, che commuove e che parla dritto al cuore di chi crede nei valori dello sport.

Nella gara dei 100 metri T64, Martina è stata semplicemente impeccabile. Una partenza fulminea, una progressione che ha lasciato le avversarie a inseguire sin dai primi metri, e poi quel traguardo tagliato con un tempo da record, che riscrive non solo le statistiche ma anche le emozioni di chi ha avuto il privilegio di assistere a questo momento di gloria. Ma più che il cronometro, ciò che resta impresso nella memoria collettiva è il sorriso di Martina, quello che ha sfoggiato al termine della gara, carico di orgoglio e consapevolezza. 


È importante ricordare che la strada che ha portato Martina Caironi a Parigi non è stata affatto semplice. La sua storia è segnata da un drammatico incidente che avrebbe potuto spezzare i sogni di chiunque. Ma non i suoi. Non quelli di una ragazza che ha fatto della resilienza il proprio mantra, che ha deciso di non arrendersi e che, passo dopo passo, ha ripreso in mano la sua vita, fino a tornare a competere ai massimi livelli. 

L’Italia intera ha esultato per lei, perché la storia di Martina è la storia di un popolo che crede nel riscatto, nella forza di volontà e nella capacità di superare qualsiasi ostacolo. La sua medaglia d’oro non è solo un trofeo sportivo, ma un simbolo di speranza e determinazione, un esempio per tutti coloro che lottano ogni giorno per raggiungere i propri sogni.

Martina Caironi lascia Parigi come una delle grandi protagoniste di queste Paralimpiadi, così com’era stato anche a Tokyo quattro anni fa. La sua impresa non sarà dimenticata, così come non verrà dimenticata la lezione di vita che ha saputo regalarci. E oggi, più che mai, possiamo dire grazie a Martina per averci mostrato cosa significa davvero vincere.

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa, buona partenza

Torna il vento a Barcellona: 8 nodi di vento da E sono sufficienti per tornare a regatare e per Luna Rossa, vincere. E’ solo la terza giornata del Round Robin ma vuol dire già qualcosa in questa Louis Vuitton Cup. Luna Rossa porta a casa altri due importantissimi punti, dopo aver battuto sia gli americani di American Magic, sia gli inglesi di Ineos Britannia. Il challenger italiano ha dimostrato ancora una volta le grandi potenzialità di una barca e di un equipaggio capaci di lasciare il segno in ogni condizione meteo.

Con cinque match in tabellone, compreso quello tra USA e ITA, rimandato ieri per assenza di vento, questo terzo giorno di regate (due effettivi) è stato un tour de force per team e comitato, ma il vento ha permesso di far disputare tutte le regate in programma, regalando anche un bello spettacolo alle tante barche spettatori presenti. Luna Rossa brilla nonostante la giornata molto faticosa per il sailing team, impegnato in due match a distanza di oltre due ore tra il primo e il secondo.

Luna Rossa è la nazionale italiana di vela impegnata, sin dal 2000 a ternere sveglio il Bel Paese, incollato al televisore a tifare per l’imbarcazione guidata dal duo Sirena-Spithill e che, da difensori della coppa degli sfidanti, vuole conquistare la possibilità di tornare a disputare la finale della Coppa America, riuscendo lì dove la storia della vela italiana è sempre arrivata fino al punto di giocarsela senza mai vincerla. Il momento è quello giusto.

Carlo Galati @thecharlesgram

La supernova Jannik

La più luminosa tra le esplosioni stellari, la più luminosa tra le esplosioni dello sport italiano. Jannik Sinner è la supernova del tennis mondiale che, esplodendo, libera un’energia tale da rendere tutto maledettamente semplice nella galassia di questo sport. A partire dalla vittoria, declinata al singolare come concetto, al plurale come oggettività. Cincinnati, luogo sconosciuto ai più (tanti, molti di più di quelli che pensiate), da oggi diventa un punto sulla mappa del tennis italiano, quello dove la stella Jannik con tutta la sua forza, ha illuminato l’oscurantismo di alcune menti che lo vedevano “in crisi”, “non in forma”, “nella fase calante della stagione”. Tutto falso.

In stagione fanno due Master 1000, tre in totali se consideriamo la vittoria di Montreal dello scorso anno, tutti conquistati sul cemento, così come l’Australian Open. In totale, nel 2024, fanno cinque finali su cinque vinte quest’anno e, last bus non least, 12 tie break vinti degli ultimi 13 giocati . Insomma, questa è la crisi di Sinner, condannato a dover dimostrare, giorno dopo giorno, di essere sempre il numero 1, facendolo nell’unico modo che conosce: vincere. Senza dover scomodare troppo i primi turni, basti guardare le ultime due partite disputate in Ohio. Zverev, che lo aveva battuto nei precedenti 4 incontri, è uscito piuttosto ridimensionato dal confronto con Sinner, soprattutto mentalmente. Ne sono prova i due tie break vinti. Tie break timbrato dall’azzurro anche nella finale vinta con Tiafoe, prima di attivare la modalità cannibale, chiudendo il match in due set, con il punteggio di 7-6, 6-2. No way for Francis.

Alza le braccia al cielo Sinner, come a volersi scrollare di dosso delusione, amarezze e fraintendimenti. Da Parigi a Wimbledon per finire con la famosa tonsillite olimpica che ne ha compromesso la partecipazione. Insomma, un mese e mezzo di mattoni sgretolati con la potente calma dei più forti e la forza di chi è consapevole del proprio valore, soprattutto sul veloce. E velocemente si arriva a New York, per chiudere quel cerchio aperto slam aperto a Melbourne, in un immaginario tour che ha illuminato il mondo. Come una stella che esplode. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Cartoline da Parigi, Mattia salta nel futuro

Ha appena diciannove anni, Mattia Furlani, vicecampione mondiale indoor a Glasgow 2024, vicecampione europeo a Roma 2024 e campione europeo under 20 a Gerusalemme 2023.
E adesso di bronzo a Parigi 2024, in una delle gare più attese del programma allo Stade de France, conquistando la prima medaglia dell’Atletica a questa Olimpiade.
“Un predestinato”, ripetevano i commentatori.
Un campione, piuttosto, uno al quale non tremano le gambe di fronte a una platea come quella a cinque cerchi e ad avversari solidi ed esperti: piazza il miglior salto subito, quando gli altri sono ancora negli spogliatoi, e poi si ripete, al centimetro, in una serie di livello eccelso.


Crescerà, ma già così ci fa saltare, letteralmente, dalla sedia, riportandoci lassù nella specialità che ci ha regalato campioni come Evangelisti, Fiona May, Andrew Howe.
Ah, e domani tocca a Larissa Iapichino, in finale con un ottimo 6,87.
I ragazzi e le ragazze terribili dell’atletica italiana hanno rotto il ghiaccio.

Paolo Di Caro

Cartoline da Parigi, Diana e Gabriele, l’infallibile coppia d’oro dello skeet olimpico

Ah, quindi anche formidabili tiratori?
Diana, nomen omen, Bacosi e Gabriele Rossetti disintegrano gli ultimi quattro piattelli e si mettono alle spalle due Nazioni da più di un miliardo di abitanti, gli Stati Uniti e la Cina, salendo sul gradino più alto del podio.
Sconosciuti per chiunque legga oggi i nomi sul web, ma due celebrità nel loro mondo: 39 medaglie in carriera, di cui 19 ori, con Gabriele oro a Rio nello skeet individuale, esattamente come Diana, che ha anche conquistato un argento a Tokyo.
Sono la coppia di fatto più vincente del tiro azzurro.


Lo skeet misto non sarà romantico e nobile come la ginnastica, non sarà coinvolgente come gli sport di squadra, non avrà il fascino pop del tennis, ma è una disciplina bellissima, fatta di concentrazione, allenamento, precisione, grande tenuta mentale.
E noi siamo d’oro anche qui, confermando una tradizione olimpica che ci ha sempre regalato grandi soddisfazioni.
E l’Olimpiade continua.

Paolo Di Caro