Cerimonia di consegna della Fiamma olimpica
Roma (Italy), December 4, 2025.
C’è un momento, nei riti dello sport, in cui il racconto lascia spazio al simbolo. È successo quando la fiamma olimpica di Milano-Cortina ha cominciato il suo viaggio partendo da Atene e atterrando a Roma, ripartendo da Roma per attraversare l’Italia. Prima l’arrivo a Ciampino della fiamma consegnata dalle mani di Jasmine Paolini direttamente al Presidente Mattarella, poi nello Stadio dei Marmi insieme ad altre eccellenze dello sport italiano, Matteo Berrettini è stato tedoforo e simbolo. Due tennisti, in una cerimonia di Giochi invernali. Paradosso solo in apparenza.
Paolini ha percorso l’ultimo tratto del viaggio da Atene, dentro il Panathinaiko, luogo dove il marmo sembra ancora trattenere voci antiche. Ha consegnato il sacro fuoco al Presidente, parlando di impegno, passione, pace. Parole consumate, spesso, ma non quando arrivano da lei, che ha costruito la propria carriera contro i pregiudizi, un colpo dopo l’altro, senza proclami. La sua emozione era sincera, quasi una fiamma nella fiamma.
Berrettini ne è stato uno dei primi tedofori, torcia nella sinistra, firma sull’obiettivo come dopo un match vinto. La spontaneità dei campioni veri, quelli che non recitano. Ha detto di essere emozionatissimo, di aver visto sua madre guardarlo correre in una simbiosi di immagini che raccontano più dei trofei. “La fiaccola rappresenta tutto ciò che c’è dietro allo sport”, ha spiegato. E chi conosce le sue salite e ricadute sa quanto queste parole pesino.
Che due tennisti siano diventati volti simbolo dei Giochi invernali dice qualcosa sul tempo che viviamo: il tennis è ormai linguaggio trasversale, ponte tra stagioni, pubblico, culture. È uno sport che educa alla solitudine e al coraggio, all’equilibrio che non si vede ma si sente, come quando ci si allena nel silenzio delle montagne.
Paolini e Berrettini non hanno solo portato una fiamma: hanno ricordato che lo sport è, prima di tutto, valore che brucia, mano che passa ad altra mano, storia che continua. E, in questi giorni dall’alto valore simbolico, il tennis ha confermato di essere più centrale che mai: non per medaglie, ma per la capacità di incarnare un’anima prima ancora che un gesto.
Coppa Davis. Nella foto Giulio Andreotti e Nicola Pietrangeli con la Coppa Davis. Roma, 14 settembre 1977 ARCHIVIO ANSA
Nicola Pietrangeli se n’è andato con lo stesso passo leggero con cui entrava in campo, racchetta di legno e sorriso sghembo, convinto che nel tennis, come nella vita, contasse anche un certo modo di starci dentro. E nella sua esistenza lunga e ruvida come una corda di budello, c’è un episodio che gli somiglia più di tutti: dicembre 1976, la finale di Coppa Davis in Cile.
L’Italia politica era un frullatore d’ansie, parole grosse e sospetti. A Santiago governava Pinochet, e da noi il Parlamento chiedeva il boicottaggio. C’era chi invocava il ritiro per non dare legittimità a una dittatura, chi parlava di diritti umani e chi sfruttava la situazione per un surplus di polemica. In mezzo, Nicola, il Capitano. Lui, che la Davis l’aveva respirata fin da ragazzo, che sapeva cosa significasse per una generazione che ancora giocava con i segni delle frustate del destino, non voleva che il tennis diventasse un vessillo da sventolare a seconda del vento romano.
Fece quello che sapeva fare meglio: prese il telefono, poi l’aereo, poi ancora il telefono. Parlò con tutti, soprattutto con Giulio Andreotti, presidente del Consiglio. Non alzò la voce, non tirò fuori ideologie: spiegò che la Davis non era un viaggio di piacere, ma un impegno sportivo, che ritirarsi significava lasciare che la politica decidesse del coraggio altrui. “Andiamo a giocare,” disse, “per rispetto del tennis. E del Paese.” Alla fine convinse Moro, e convinse un Paese intero che ogni tanto serve qualcuno disposto a esporsi.
Quella finale l’Italia la vinse, prima Davis della storia. Ma al di là dei trofei, resta l’immagine di Pietrangeli che cammina su un confine sottile: da una parte la ragion di Stato, dall’altra il bisogno ostinato di libertà che ha sempre abitato il suo tennis. Non fu un gesto di incoscienza, ma di responsabilità. Un modo suo di dire che lo sport non guarisce le ferite del mondo, però aiuta a non dimenticare come si sta in piedi. Ora che Nicola non c’è più, quel gesto torna a brillare come un rovescio d’epoca: elegante, necessario, controvento.
Non serve alzare troppo la voce per capire cosa significhi, per il tennis italiano, questa quarta Coppa Davis. È arrivata a Bologna, in una serata che sembrava uguale alle altre e invece no, portando con sé un sapore di rarità. L’Italia ha battuto la Spagna e insieme anche un pezzo della sua stessa storia: tre titoli consecutivi, un filo azzurro che non si vedeva più dai tempi del challenge round, quando il tennis aveva un passo diverso e i campioni in carica attendevano gli altri direttamente in finale. Quella porta è chiusa dal ’72, ma Volandri e i suoi hanno trovato il modo di attraversarla lo stesso. Il cammino non ha lasciato briciole. Prima l’Austria ai quarti, poi il Belgio in semifinale: due singolari, due vittorie, senza bisogno di scavare troppo nelle energie. Il gruppo è arrivato alla finale lucidato dal lavoro e da un’abitudine nuova, quella di non sentirsi più ospite nelle grandi sfide. Contro la Roja è stato un 2-0 quasi garbato, deciso ma senza rumore di piatti rotti.
Ha aperto la strada Matteo Berrettini, che in Davis sembra viaggiare con biglietto di sola andata: undici vittorie di fila, un anno senza perdere un set, tredici ace infilati come soldatini e quella sua maniera educata di prendere la partita quando conta davvero. Due break costruiti nei momenti che pesano, come chi sa scegliere il punto esatto in cui voltare pagina. Poi Flavio Cobolli, che ha dovuto remare più degli altri. Ha perso il primo set in fretta, ha salvato il salvabile al tie-break del secondo, e nel terzo ha strappato il break all’ultimo incrocio possibile, quando la strada sembrava già chiusa. Una vittoria in rimonta che dice più del punteggio: la paura c’è stata, ma non ha fatto danni.
Il doppio, Vavassori e Bolelli, non è servito, ma Bolelli ha comunque scritto il suo capitolo: tre Coppe Davis vinte, record italiano, e tre di fila, come non accadeva dal ’72 a nessuno al mondo. La fotografia finale è semplice: un gruppo che non si è mai creduto invincibile, ma che ha imparato a non sentirsi battuto. Forse le imprese nascono così, da un equilibrio sottile tra memoria e coraggio.
La verità è che non ci meritiamo il numero uno del mondo.
Abituati per anni all’altalenante mediocrità tennistica dei nostri e delle nostre ragazze con la racchetta, con qualche lampo di talento puro e di orgoglio tricolore, giunti all’età dell’oro per meriti altrui siamo diventati pure schizzinosi.
La genetica, il duro lavoro e l’allineamento dei pianeti hanno trasformato un ragazzino lentigginoso e rosso di capelli in un diamante preziosissimo, una “montagna di luce” dal valore inestimabile.
Un gigante capace di rivaleggiare a distanza coi grandi miti del tennis: dominatore indoor, re sull’erba austera di Wimbledon, a un passo dall’impresa a Parigi, primo in classifica per 65 settimane consecutive, dal 10 giugno 2024 all’8 settembre 2025, quando è stato superato da Carlos Alcaraz dopo la finale degli US Open.
Una roba mai vista, alle nostre latitudini.
Il merito? A giudicare dai commenti che si leggono sui social e pure sulle pensose paginate di improvvisati giornalistoni folgorati sulla via del tennis, sarebbe tutto merito nostro: dell’Italia e degli Italiani, degli opinionisti da tik tok, dei circolisti col gilet griffato, dei descamisados novelli tifosi del tennis, in realtà orfani traditi del calcio.
Jannik non giocherà la Davis, dopo averne vinte due praticamente da solo, e tutti si scoprono indignati, beati loro, alcuni fino al turpiloquio.
Sembravano appostati sul loro albero, improvvisati cecchini, pronti a sfruttare l’occasione per dare a Jannik del “crucco”, “austriaco mancato”, “Italiano per sbaglio”, “evasore”.
Dispiace a tutti che Sinner non abbia dato la propria disponibilità all’Italia per la Coppa della grande insalatiera, sia chiaro.
Fossimo abbarbicati sulla linea del Piave vorremmo vedere questo ragazzotto altoatesino coperto di fango e sangue difendere la bandiera di guerra, il sacro suolo della Patria e pure l’orgoglio nazionale in pericolo.
Peccato che la finale di Davis non sia la guerra mondiale e che il tennis non sia un pranzo di gala, ma neppure la seconda puntata del vertice di Yalta.
É un torneo per squadre nazionali in uno sport ontologicamente individuale, individualista, ai limiti dell’egoismo sportivo: una competizione spesso indigesta alla maggior parte dei tennisti, impegnati a far quadrare i conti mentre girano il mondo come trottole, cambiano fusi orari, svengono e rinvengono, trasportano se stessi e gli staff da un continente all’altro con l’aiuto di sponsor, famiglie e a costi non quantificabili a chi guarda solo i montepremi che spettano a pochi “eletti”.
La Davis era quasi morta, più volte, e più volte è stata resuscitata cambiandone la formula, cecando di renderla appetibile, compressa fra tappe ATP asfissianti.
Occorre ricordarlo a tutti quelli che la citano senza neppure sapere cosa sia.
Nulla a che vedere coi Mondiali di calcio, per dirne una.
La verità è che Jannik non è l’icona strapaesana e ruffiana che certi Italiani vorrebbero vedere, per cui ogni sua decisione, giusta o sbagliata che sia, diventa occasione per fargli pesare di essere un giovanotto di successo, un vincente in una Nazione che i vincenti mal li sopporta.
Scatta l’invidia sociale, che fa straparlare di avidità per la scelta di giocare ( e vincere, per la cronaca) il Six Kings Slam, quando ognuno di questi pseudo critici in poltrona accetterebbe anche l’elemosina dagli sceicchi sauditi.
Tutti ligi al dovere gli Italiani, in pace perenne (e rottamata) col fisco e con la coscienza, prontissimi a rinfacciare a Jannik, quando fa comodo, la solita residenza a Montecarlo; ma, soprattutto, si scoprono emuli di Nazario Sauro e amanti di quel Tricolore che svendono da decenni al miglior offerente, allergici alla Patria in ogni sua forma, eccetto proprio quando giochi l’Italia.
E il problema sarebbe Sinner, la sua serietà, la sua programmazione maniacale, la sua ricerca della perfezione tennistica che produce vittorie su vittorie e che ci ha fatto saltare più volte dal divano, felici per quella bandierina tricolore in vetta alla classifica del tennis mondiale, dove nessuno era mai riuscito ad arrivare.
Che pena.
Che pena per le temerarie uscite di gente come Bruno Vespa, Aldo Cazzullo o Emanuela Audisio, mai visti ai lati di un campo da tennis, così premurosi nel tirare ceffoni a un giovane campione che per restare tale decide di gestirsi, coi propri soldi, con lo staff a fianco, dopo essere uscito da due anni che avrebbero sfiancato un bisonte.
I nostri campioni del giornalismo si fermano agli effetti, senza indagare le cause: calendari fittissimi, tenuta fisica da garantire, una stagione massacrante e quella dimensione “marziana” alla quale appartengono pochissimi campioni, da curare fino ai minimi dettagli; esattamente come facevano Federer o Nadal, con il primo molto poco propenso a indossare la maglia della nazionale svizzera all’apice della propria carriera.
Critiche feroci e parole in libertà.
Persino i carneadi del Codacons, fa già ridere così, hanno proposto addirittura di ritirargli ogni onorificenza, per lesa maestà.
Lui resta lì, calmo come un altoatesino di montagna, lucido in mezzo alle isterie più disparate e concentrato sul prossimo obiettivo.
Sinner, in verità, non ce lo meritiamo.
Fino al prossimo Slam, ovviamente, quando alla prima vittoria detrattori e rosiconi faranno a gara per spergiurare sull’Italianità di Jannik bello di mamma, ricorderanno quella partita al Circolo giocata nel campo a fianco, disquisiranno sulla potenza dei suoi colpi e su come sia, forse magicamente, migliorato il suo servizio.
E per quelli che continueranno ad odiarlo, c’è pur sempre qualche altro sport da seguire, dove un campione coi capelli rossi non riempirà forse con l’esempio i circoli del tennis di ragazzini e ragazzine, ma grazie al quale potranno sfogare le proprie frustrazioni senza fare troppi danni.
Andiamo, Jannik, c’è ancora una leggenda da scrivere, perché qualcuno un giorno la possa raccontare.
Non saranno in molti, fino a ieri, ad aver mai sentito parlare di Valentin Vacherot. Eppure da Shanghai, il suo nome ha attraversato il mondo del tennis come un sussurro diventato grido. Ventisei anni, numero 204 del ranking, monegasco di nascita, e non per interesse, cugino di un’altra grande novità asiatica, Arthur Rinderknech, Vacherot ha scritto una piccola favola moderna nello sfarzo artificiale di Shanghai, dove l’erba non cresce ma le sorprese sì.
Ha battuto Holger Rune, ventidue anni e talento ribollente, con il punteggio di 2-6, 7-6, 6-4, rimontando da un primo set in cui sembrava solo un ospite gentile, venuto a farsi battere. Poi qualcosa è cambiato: un lampo, un diritto, un coraggio nuovo. Ha tenuto duro nel tie-break del secondo set e nel terzo ha messo in fila emozione e istinto, fino al pianto finale. Non di dolore, ma di incredulità.
Per la prima volta un tennista monegasco raggiunge la semifinale di un Masters 1000. Prima di arrivare a Shanghai, Vacherot aveva vinto un solo match nel circuito maggiore nel 2025, stagione storta e piena di infortuni. Qui, invece, ha infilato Bublik, Machac e Griekspoor come perline di un rosario laico, fatto di sudore e pazienza. E alla fine Rune, che gioca come se dovesse sempre dimostrare qualcosa, ma stavolta si è trovato davanti qualcuno che non aveva nulla da perdere.
Il cugino Rinderknech lo guardava dagli spalti, con un sorriso che diceva “ce l’hai fatta tu, magari domani tocca a me”. In semifinale Valentin troverà Novak Djokovic, dieci volte semifinalista e quattro volte campione a Shanghai. Due mondi che si toccano: da una parte la leggenda, dall’altra il ragazzo che fino a ieri giocava nei Challenger di Pau e Orleans.
Vacherot è il secondo giocatore con il ranking più basso di sempre a raggiungere la semifinale di un Masters 1000, dopo l’americano Woodruff nel 1999. Ma le statistiche, in giornate come questa, contano poco. Oggi il tennis ha ritrovato una storia semplice: un ragazzo che nessuno aspettava e che invece, per un giorno, ha fatto sognare un principato intero.
Se ne parlava da tempo, forse da troppo. Quel “prima o poi vincerà Wimbledon” che era diventato un ritornello, come le chiacchiere sui prati bagnati, le fragole con panna e la racchetta rossa che sembra uscita da un cartone animato giapponese. Poi, finalmente, il prima o poi ha trovato il suo oggi: Jannik Sinner ha vinto Wimbledon. Non è stata una passeggiata, non è stato un’epopea. È stata una partita da Sinner, che oggi significa molte cose: pazienza, geometria, una calma che pare fredda e invece è lava trattenuta.
In finale c’era Carlos Alcaraz, uno che se non ci fosse Sinner sarebbe il volto perfetto del tennis nuovo. Muscoli, esplosività, un servizio che sembra l’urlo di Tarzan e un rovescio che può spezzare il tempo. Ma oggi ha trovato davanti non un tennista, ma una diga. E le dighe, si sa, non fanno rumore. Resistono.
Sinner ha vinto in quattro set, con punteggio che dovrà essere ricordato: 4-6 6-4 6-4 6-4. Forse però quel che conta è che nei momenti in cui serviva un passante impossibile, un recupero di quelli che si vedono una volta ogni torneo, o semplicemente un respiro più lungo dell’avversario, lui li ha avuti. Sempre. Con quel suo modo di non esultare mai troppo, che non è freddezza ma una forma di rispetto. Per l’avversario, per il gioco, per se stesso.
C’era il sole, a Londra, cosa rara. E nel sole, Jannik ha sollevato la coppa iconica come se fosse il violino che da bambino non ha mai suonato. Ha sorriso poco, come sempre, ma gli occhi dicevano tutto. E c’era scritto: è finita un’attesa, è cominciata una storia.
Carlos Alcaraz ha vinto il Roland Garros, battendo Jannik Sinner in cinque set — 4-6 6-7 6-4 7-6 7-6 — dopo cinque ore e ventinove minuti che hanno ridefinito ciò che si può chiedere a due esseri umani su un campo da tennis: è la finale più lunga nella storia del torneo, ma soprattutto, è stata una delle partite più belle che si ricordino. Tecnica e tattica, muscoli e testa, coraggio e cuore, tutto insieme. Senza pause. SENZA PAUSE. Sinner parte come uno che ha in mente un piano preciso. Lo esegue quasi alla perfezione. Prende i primi due set con lucidità, servendo bene e accorciando gli scambi, mentre Alcaraz sembra incollato al campo, come se non trovasse l’interruttore, ma non molla. Mai. Rimane lì, si aggrappa alla sua voglia, e al suo tennis: un tennis che quando si accende, illumina. Nel terzo set cambia l’inerzia. Carlos comincia a variare, a farsi più imprevedibile. Le smorzate diventano sentenze, i rovesci lungolinea fendenti. Sinner accusa un passaggio a vuoto, lieve ma fatale. Il quarto è un equilibrio sospeso, giocato con la tensione che hanno solo i grandi eventi. Jannik ha tre palle per chiuderla, ma il destino aveva altri programmi. Tie-break per lo spagnolo, e siamo al quinto. Nel set finale, sono due guerrieri che si conoscono troppo bene. Si sfidano col rispetto e l’orgoglio di chi sa che sta scrivendo una pagina che resterà. E poi, il super tie-break: dieci punti a due per Alcaraz, che gioca ogni palla con una violenza controllata, una fame di gloria, una lucidità rara. Ogni colpo è una scelta giusta. Ogni scelta è una dichiarazione d’intenti. Jannik ha perso, ma ha perso da numero uno, perché lo è, perché ha giocato un torneo perfetto e una finale da gigante, ma oggi, il tennis ha scelto Carlos. Che ha saputo aspettare, leggere, colpire, e vincere. Con la forza del talento, sì, ma anche con quella, più silenziosa, del momento giusto.
Chi c’era a Parigi ha visto il futuro… e il futuro è bellissimo
Il cielo sopra Parigi sembrava avere rispetto, oggi. Nessuna pioggia, nessun vento. Solo una luce dorata, quasi irreale, ad accarezzare il Philippe Chatrier, divenuto per un pomeriggio qualcosa di più di uno stadio. Un tempio, forse. O, più semplicemente, casa. Quella di Rafael Nadal, che ha ricevuto l’addio che si deve a un re. Ma senza retorica, senza effetti speciali: con il cuore, con gli occhi umidi, con la dignità semplice e profonda dei grandi momenti.
Nadal cammina in campo con passo leggermente incerto, ma lo sguardo è quello di sempre. Concentrato, limpido. Sul maxi-schermo scorrono le immagini di vent’anni di battaglie, di terra rossa mangiata, di trionfi scritti in stampatello. Le sedici vittorie in carriera al Roland Garros, le finali vinte soffrendo, i punti impossibili, le ginocchia fasciate e il pugno chiuso verso il suo angolo. Ma più che le coppe, oggi conta l’uomo. E Rafa è tutto, tranne che solo.
Dal tunnel, come fossero entrati in un altro tempo, Andy Murray, Roger Federer e Novak Djokovic salgono lentamente i gradoni del Chatrier. Nessun annuncio, nessun effetto sonoro. Solo applausi. Lunghi, pieni. Federer ha un sorriso dolce, quasi fraterno. Djokovic lo guarda con quel misto di rispetto e complicità che solo le guerre in campo possono generare. Murray lo abbraccia, a lungo. Come si fa con un amico di gioventù che si sa di non rivedere più nello stesso modo.
Nadal li guarda uno ad uno. Li ha battuti, lo hanno battuto. Si sono cambiati negli spogliatoi, si sono aspettati ai cambi campo, si sono odiati per un punto, amati per un gesto. Oggi no, oggi nessuna rivalità. Solo fratellanza, perché chi condivide la stessa epoca, la stessa fatica, merita lo stesso onore.
Rafa prende il microfono, ma parla poco. “Merci, merci beaucoup,” dice. Poi si ferma. Il silenzio del Chatrier è totale, quasi sacrale. Non serve altro. Il pubblico è in piedi, molti piangono. Non per un addio, ma per una presenza che sarà sempre lì, come la sua orma, incastonata per sempre su quel campo, come un diamante. Perché Rafa è la terra del Roland Garros, e questa terra non dimentica.
Le sconfitte sono sconfitte. Sinner non riesce a completare il quasi “cappotto” italiano agli Internazionali di Roma, singolare femminile, singolare maschile, doppio femminile, cedendo il passo a un Carlitos Alcaraz vicino alla perfezione del proprio tennis, senza amnesie e con un ritmo già rodato in chiave Parigi. Una sconfitta che non toglie nulla allo straordinario torneo di Jannik, al suo rientro forte e tutt’altro che scontato dopo la squalifica, alla mentalità dimostrata sul campo, al primo set della Finale che avrebbe potuto far “girare” il match, con i due set point falliti dal nostro campione. Adesso servirà capire come colmare la distanza che separa l’Italiano dallo spagnolo, più forte sulla terra rossa; perché sul “duro”, probabilmente, anche questa partita sarebbe andata diversamente. Per battere Carlitos su questa superficie servirà intensità per tutto il match, percentuali altissime di prime palle al servizio e sbagliare meno di lui, insieme a una condizione fisica perfetta. Ci saranno due settimane di tempo. Poche? Sufficienti? Vedremo. E allora, resi gli onori al campione spagnolo, riflettori e corona d’alloro per le splendide azzurre del doppio, Jasmine Paolini e Sara Errani. Sulla prima abbiamo detto tutto: centra la doppietta singolare/doppio al Foro Italico e si regala col sorriso una delle più belle settimane tennistiche della propria vita. Sara Errani merita qualche secondo in più: bistrattata, criticata, considerata non all’altezza, si dimostra ancora una volta, a 38 anni, una professionista esemplare, conduce per mano Jasmine e insieme si regalano la seconda vittoria consecutiva nel doppio agli internazionali d’Italia. Agli odiatori seriali, ai tennisti della domenica, ai polemisti in servizio permanente effettivo, resterà negli occhi l’immagine di questa piccola grande italiana, una delle più vincenti della storia con la racchetta in mano, pur con mezzi fisici limitati, soprattutto nell’era delle giocatrici super “fisicate”. Questa edizione del torneo romano resterà quindi negli annali, pur senza la vittoria al maschile, per la dimostrazione di straordinaria competitività del movimento tennistico italiano. Resterà il torneo di Jasmine, di Sara, di Jannik e di Lorenzo, al netto della vittoria di Alcaraz al maschile. É stata la prova di maturità, a casa nostra, dopo le vittorie in giro per il mondo, la Coppa Davis, gli Slam, la Billie Jean King Cup, le Olimpiadi: non è un sogno, è una solida certezza. Ci vedremo a Parigi, con il numero 1 del mondo al maschile e il 4 al femminile, oltre a una agguerrita pattuglia di giocatori e giocatrici ai vertici del tennis mondiale. E scusate se è poco.
Undici anni fa. Oggi come allora, è lotta che sembra impari: tra il coraggio e la forza, tra la voglia di stupire tutti e la concreta realtà di ciò che, alla fine, sembra più grande di tutto, anche della forza di volontà. Quella volta, sul Centrale del Foro Italico, Sara Errani provò a sfidare Serena Williams. In palio, la vittoria agli Internazionali d’Italia. In quel pomeriggio di maggio del 2014, l’aria era calda, resa bollente dall’attesa di un match che, alla fine, non ci fu: troppo ampio il divario in campo, divenuto ancora più netto nel punteggio, che suonava come una sentenza: 6-3, 6-0. Oggi come allora, la premessa era la stessa. Stesso posto, ma simili nell’attitudine di un coraggio, premessa fondamentale per permettere a Jasmine Paolini di sovvertire quello che sembrerebbe il destino di una tennista non fatta per combattere i giganti. Ma che invece lo fa. Battendoli. Ha vinto Jasmine: 6-4, 6-2, battendo in finale Coco Gauff. Anche lei americana, anche lei possente, forte e fantasticamente libera di poter colpire come e quando vuole, se in giornata. Il destino, però, aveva altri programmi per la storia che vogliamo raccontare. È la storia di una giocatrice che ha ritrovato il suo tennis dopo un periodo in cui i fantasmi della conferma, dopo un anno meraviglioso, erano lì a girarle intorno alla testa, quasi volendo intaccare quella seria spensieratezza che, l’anno scorso, ne ha cambiato i connotati tennistici, trasformandola da buona giocatrice a campionessa. Doha prima, poi le finali a Parigi e Londra, l’oro olimpico e tutti a chiedersi: fu vera gloria? A Roma, la risposta: un anno fantastico e la sua riconferma. Perché, oltre gli Slam, vincere un 1000 è roba da giocatrici vere, da artiste della racchetta, da tenaci reggitrici dell’ordine tennistico. Per di più a Roma, dove le aspettative, a volte, soffocano sogni di gloria. E dove vincere, da italiani, è privilegio di pochi. Le lacrime di Sara Errani, nell’angolo di Jas, sciolgono quel peso durato troppo tempo, e che anche lei ha contribuito a rimuovere dal selciato del tennis italiano. Sono lacrime di gioia per tutti. Sono la certezza che vera gloria è stata. E ancora sarà.