Mirra & Jack, un cocktail che sa di novità

Indian Wells, California, terra di palme, vento e sogni. Qui, dove le ombre si allungano sui campi di cemento, due ragazzi hanno rubato la scena, strappandola ai soliti noti. Mirra Andreeva e Jack Draper. Giovani, affamati, pronti a tutto. Il nuovo che avanza, senza chiedere permesso. A diciassette anni, Mirra Andreeva gioca già come una veterana. Ha tocco, ha grinta, ha la mente sgombra di chi non teme nulla. Indian Wells è suo, il trofeo stretto tra le mani dopo aver battuto Aryna Sabalenka in rimonta: 2-6, 6-4, 6-3. L’ha guardata negli occhi, la numero uno del mondo, senza tremare. L’aria di California le ha fatto bene, ma il suo tennis non è frutto del caso. Dietro ci sono ore di allenamenti, sacrifici, viaggi, partite giocate con la fame di chi non vuole solo esserci, ma vuole vincere. Conchita Martínez le fa da guida, e il futuro ha già il suo nome scritto a caratteri cubitali. A chi pensa che il suo tennis sia solo potenza, lei risponde con intelligenza tattica da veterana. Gli scambi lunghi non la spaventano, la pressione neppure. È il talento che danza sulla linea di fondo e che avanza senza paura.

Jack Draper, 23 anni, ha visto l’inferno degli infortuni e ha scelto di non restarci. A Indian Wells si è preso tutto, battendo in finale Holger Rune con un secco 6-2, 6-2. Un assolo, una sinfonia perfetta. Forte, elegante, con un rovescio che affonda come un coltello. Ha superato Alcaraz e Fritz prima di arrivare all’ultimo atto. E quando c’è arrivato, non ha lasciato nulla. Il Regno Unito, orfano di un Andy Murray sempre più stanco, ora sa su chi puntare. Draper è potenza e geometria, servizio pesante e piedi rapidi, aggressività e controllo. Sapeva che il fisico era la sua croce, ha lavorato per farlo diventare un’arma. Non è più solo una promessa, è una certezza. Non chiede spazio, se lo prende.

Due strade diverse, un destino simile. Mirra e Jack non giocano per stupire, giocano per vincere. Hanno il futuro davanti e si stanno prendendo il presente. Sono il tennis che verrà, e Indian Wells l’ha capito prima di tutti. E ora anche noi.

Carlo Galati

Sei Nazioni, la Francia è regina

Parigi, Stade de France. Pioggia leggera, cielo grigio, ma il verde del campo sembra più brillante quando la Francia gioca così. C’è qualcosa di inevitabile, quasi scritto nel vento, nel trionfo di questi Bleus. Il Sei Nazioni 2025 finisce nelle loro mani con una vittoria senza discussioni: 35-16 contro la Scozia, che sognava il colpo grosso ma ha dovuto inchinarsi alla superiorità francese.

L’inizio è un manifesto d’intenti. Moefana va in meta dopo dieci minuti, Ramos trasforma, e lo Stade de France si scalda, anche se l’aria è ancora pungente. I francesi fanno quello che sanno fare meglio: accelerano, cambiano ritmo, colpiscono dove fa più male. Un calcio di Ramos, un altro affondo di Bielle-Biarrey, un’altra meta. Il giovane estremo corre leggero, sembra disegnare traiettorie più che seguirle. L’erba si solleva dietro i suoi passi, il pubblico trattiene il fiato e poi esplode.

La Scozia prova a rispondere con Finn Russell, che dalla piazzola ha la mano ferma. Ma ogni punto scozzese è una piccola goccia nell’oceano della superiorità francese. I Bleus difendono con ferocia, chiudono ogni spazio, ripartono con un’agilità che pare ingiusta. Nel secondo tempo, Moefana segna ancora. È la spallata definitiva.

E poi c’è lui, Antoine Dupont. Non in campo, purtroppo. Si è infortunato ai legamenti contro l’Irlanda e ha dovuto guardare il trionfo dei suoi compagni da bordo campo. Ma alla fine c’è lui a sollevare la coppa del Sei Nazioni, con lo Stade de France che lo acclama. Lo stesso stadio dove, solo pochi mesi fa, aveva vinto l’oro olimpico nel rugby a 7, consegnandosi definitivamente alla leggenda dello sport francese.

E allora viene da pensare a tutto il resto, a quello che c’è dietro. A una squadra che dal 2022 aspettava di tornare sul tetto d’Europa. A una generazione di talenti che non ha paura di nulla. A un rugby che quando gioca così è pura bellezza, forza e armonia. Il Sei Nazioni 2025 ha la sua regina, e parla francese.

Carlo Galati

Italrugby, resta Lamaro in bocca

L’Italia ci ha provato, ha lottato, ha mostrato cuore (tanto) e disciplina (poca). Alla fine, all’Olimpico, l’Irlanda ha vinto 22-17 nell’ultima giornata del Sei Nazioni. Un risultato che, sulla carta, racconta di un match combattuto fino all’ultimo, ma non dice tutto. Non dice dei 42 minuti giocati dagli Azzurri in inferiorità numerica, non dice della resistenza disperata, del coraggio spalmato in ogni placcaggio, dell’orgoglio a riemergere quando la logica e la storia, avrebbero suggerito di arrendersi, ma non dice neanche del giallo a Lamaro, che ha spaccato la partita. 

Già prima del giallo, poi rosso, a Ross Vintcent, l’Italia sapeva di dover soffrire. Perché l’Irlanda, questa Irlanda, ha muscoli, geometrie e una memoria di ferro. Sa dove colpire, e quando farlo. I primi venti minuti sono una sciarada di calci tattici e collisioni, una battaglia d’usura. Poi, la meta di Monty Ioane illumina la serata romana, con una corsa di potenza e intuizione che per un attimo sembra ribaltare il copione. Ma l’Irlanda non si scompone, alza il ritmo e risponde con Dan Sheehan, il suo tallonatore che segna come un’ala, autore di tre mete.

Poi arriva il primo scossone: cartellino giallo a Lamaro. L’Italia resta in quattordici per dieci minuti, che l’Irlanda sfrutta con la meticolosità di un chirurgo. Sheehan segna ancora, gli Azzurri barcollano. Ma non crollano. Tommaso Allan infila un calcio piazzato, mantiene l’Italia in scia.

Il colpo di grazia sembra arrivare a inizio ripresa, quando Ross Vintcent si becca un rosso diretto. Quarantadue minuti da giocare con un uomo in meno, contro una squadra che sa soffocare gli avversari. Eppure, la resa non arriva. L’Italia si aggrappa alla difesa, prova a ripartire, trova persino la meta con Varney, dopo una fuga in contropiede di Capuozzo che infiamma l’Olimpico. Ma il tempo non basta, la fatica pesa e l’Irlanda chiude il discorso con un altro calcio. Esultano i tanti tifosi irlandesi giunti a Roma, che per un giorno sembra provincia di Dublino.

C’è una consolazione, piccola ma significativa: il Galles, travolto dall’Inghilterra, chiude il torneo all’ultimo posto. Il cucchiaio di legno non è azzurro. E questa, per com’è andata la serata, è già una piccola vittoria.

Peccato.

Il Palio di Pogacar

L’arcobaleno brilla su Piazza del Campo, e il popolo del ciclismo acclama ancora una volta Tadej Pogacar. Tre vittorie in quattro anni, numeri da dominatore. Lo sloveno non si limita a vincere, ma lascia il segno, scavando distacchi e spegnendo le speranze degli avversari con la naturalezza di chi sa di essere il più forte. Strade Bianche da record, media oraria da classica primaverile (40.704 km/h), e un copione che si ripete: Pogacar che saluta la compagnia e vola via.

Questa volta l’ultimo a mollare è Thomas Pidcock. Il duello inizia a 77 km dall’arrivo, sul Monte Sante Marie, e si trascina fino ai -18, quando il Colle Pinzuto scrive la sentenza: Pogacar se ne va, Pidcock si arrende. Nel mezzo, anche un brivido. Ai -52, un errore in discesa manda a terra il campione del mondo e coinvolge Connor Swift, l’unico altro capace di reggere l’urto di un Pogacar in giornata da fuoriclasse.

La UAE Team Emirates – XRG festeggia doppio: Tim Wellens pesca il jolly nel finale e si prende il podio, otto anni dopo la sua prima volta. Ma i riflettori sono tutti per Pogacar, che con la terza vittoria eguaglia Fabian Cancellara e si guadagna un cippo sullo sterrato. Un segno del destino, perché certi campioni non passano: restano.

Carlo Galati

Brignone gigante: un altro sport, un’altra dimensione

Federica Brignone ormai non vince più. Danza sulla neve, dominando. Scia come se facesse un altro sport rispetto alle altre. Oggi, ad Åre, ha dipinto il gigante con linee perfette, pennellate d’artista, rifilando distacchi da era glaciale alle avversarie. Alice Robinson, seconda, a 1”36. Lara Colturi, terza, oltre il secondo e mezzo.

Nona vittoria stagionale, numeri che pesano. Significa che ha vinto in tutte le discipline tranne lo slalom. Significa che in classifica generale allunga su Lara Gut-Behrami, +322, e che nel gigante è a un passo dalla Robinson, solo 20 punti da recuperare con una gara ancora da disputare.

Ma i numeri da soli non raccontano tutto. Per capire cosa stia facendo Brignone, bisogna guardarla sciare. Il corpo in avanti, sempre alla ricerca della velocità. Le linee strette, pulite, perfette. Il coraggio, perché per sciare così devi averne tanto. È un’altra cosa rispetto a tutte le altre: mentre le avversarie combattono con i pali, lei scivola, danza, costruisce velocità curva dopo curva.

E poi c’è la testa. A 34 anni, Brignone sta sciando come non ha mai sciato prima. Più sicura, più consapevole, più forte. Dopo l’oro mondiale in gigante e l’argento in super-G, questa è la sua stagione. L’ha presa in mano, l’ha fatta sua.

A Sun Valley, il 25 marzo, ci sarà l’ultimo gigante della stagione. Brignone e Robinson si giocheranno la coppa di specialità. Ma comunque vada, questo inverno resterà suo. Di una sciatrice che fa un altro sport. Di una che non si accontenta mai.

Carlo Galati

Bruno Pizzul, la voce di un’altra Italia

A Bruno Pizzul non servivano effetti speciali. Non alzava la voce, non cercava il titolo a effetto, non inseguiva la polemica. Raccontava il calcio con la misura di chi sapeva che una telecronaca è un servizio, non uno spettacolo. In un’epoca in cui i telecronisti sembrano dover dimostrare ogni secondo quanto siano emozionati, lui rimaneva fedele al suo stile: sobrio, elegante, pulito.

Se n’è andato oggi, e il calcio italiano è un po’ più solo. Nato a Udine nel 1938, Bruno era figlio di un altro calcio e di un’altra Italia. Un’Italia di radioline gracchianti e voci che raccontavano le partite con precisione chirurgica. Un’Italia dove il giornalismo sportivo aveva il tono della competenza e non della tifoseria.

Il calcio lo aveva amato prima con i piedi, poi con la voce. Mezzala di talento, aveva giocato da Catania a Udine, prima che un infortunio gli chiudesse la strada. Da lì in avanti, aveva scelto un altro modo di stare nel pallone: con la parola. E che parola.

Dal 1986 al 2002 è stato la voce della Nazionale italiana. Ha raccontato la cavalcata spezzata di Italia ’90, la notte magica di Berlino ’96, la beffa di Euro 2000, il buio di Corea e Giappone. E sempre con il suo stile. Mai un urlo di troppo, mai un eccesso. Se l’Italia segnava, lui aspettava che lo stadio parlasse prima di lui. Un gol lo raccontava come si racconta un quadro: con pochi tratti essenziali, senza mai soffocarlo.

Non era un cronista da bar. Se volevi sapere se la palla fosse entrata o meno, lo capivi subito. Se cercavi l’insulto all’arbitro o la battuta sugli avversari, meglio cambiare canale. Pizzul era uno di quelli che ti facevano sentire intelligente. Ti spiegava il calcio senza urlarlo, senza masticarlo e risputartelo in bocca. Ti lasciava spazio per pensarci su.

Quando nel 2002 lasciò la Rai, si portò via un pezzo di calcio che non c’è più. Oggi che ci lascia definitivamente, quel pezzo diventa ancora più lontano.

Bruno se n’è andato, e con lui un’idea di giornalismo che ci mancherà. Un giornalismo che rispettava il gioco e chi lo ascoltava.

Buon viaggio, Bruno è stato tutto molto bello.

Carlo Galati

Italrugby, la Francia ci riporta sulla Terra

Doveva essere la conferma, è stata una lezione. L’Italia del rugby, reduce dall’entusiasmo per la vittoria contro il Galles, si è schiantata contro un muro chiamato Francia. Un 24-73 che non ammette repliche, un divario che brucia e che riporta alla mente la disfatta di Lione al Mondiale 2023, quando i Bleus ci umiliarono con un impietoso 60-7. Un déjà-vu che fa male, perché racconta di un’Italia che non riesce a fare quel salto definitivo.

All’Olimpico l’illusione è durata giusto il tempo di una meta di Menoncello, bravo a sfruttare una sbavatura francese: sembrava l’inizio giusto, poi è arrivato lo tsunami francese. Antoine Dupont ha orchestrato un rugby sublime, fatto di ritmo, letture perfette e tecnica sopraffina. Ogni suo tocco ha mandato in crisi la difesa azzurra, aprendo varchi che Leo Barré e Damian Penaud hanno sfruttato con facilità imbarazzante.

Undici mete. Undici affondi chirurgici che hanno demolito qualsiasi resistenza italiana. Ogni possesso francese si trasformava in un’opportunità, ogni attacco aveva una precisione letale. La Francia ha mostrato tutto il suo splendore: una squadra fisica, veloce, capace di eseguire schemi con una pulizia che sfiora la perfezione. Un rugby che incanta, esaltato da un fuoriclasse come Dupont, un giocatore che sa essere leader con una naturalezza impressionante.

Eppure, solo due settimane fa, l’Italia esultava per la vittoria con il Galles. Sembrava un segnale di crescita, la dimostrazione che qualcosa si stava muovendo. La squadra di Quesada aveva mostrato carattere e qualità, facendo pensare che fosse arrivato quel momento. Ma la Francia ha spento l’entusiasmo, ricordando a tutti quanto sia ancora profondo il gap con l’eccellenza. È la stessa lezione di Lione: quando il livello si alza, l’Italia non regge.

Ora serve capire: è una giornata storta o c’è dell’altro? L’Italia ha talento, ha giovani interessanti, ma non basta. Per reggere l’urto delle migliori servono continuità, mentalità e una capacità di resistere sotto pressione che ancora manca. Perché le favole nel Sei Nazioni durano poco, e la realtà, quando arriva, sa essere brutale.

X: @carlogalati

Shiffrin torna a volare: è quota 100  

Ci sono numeri che parlano da soli. Cento vittorie in Coppa del Mondo non sono un traguardo, sono un monumento. Mikaela Shiffrin ci è arrivata risalendo dal suo buio, danzando tra le porte strette dello slalom dove la velocità non le fa paura. Un talento coltivato con disciplina, ma anche un dominio che ha il sapore della naturalezza, come se vincere fosse un’attitudine genetica.

L’impresa si è compiuta al Sestriere, tra le nevi italiane, nella sua disciplina regina, lo slalom, dove ha siglato la sua vittoria numero 100. Prima in entrambe le manche: la fuoriclasse del Colorado, probabilmente la più grande sciatrice della storia, soltanto il giorno precedente non era riuscita a qualificarsi per la seconda discesa del gigante dominato da Federica Brignone. Ma in meno di 24 ore, Mikaela ha scacciato i demoni e alla fine ha puntato gli occhi sul tabellone con la luce verde del primato: lo ha guardato tre volte, incredula, prima di stendersi sulla neve in un momento di abbandono ed enorme commozione collettiva.

Nella vittoria di questo mostro dello sci – la numero 63 in slalom – c’è anche il trauma della terribile caduta in gigante a Killington, il 30 novembre, quando la punta di un bastoncino le trafisse l’addome e le lacerò i muscoli, fermandosi a pochi centimetri da organi vitali. Quasi tre mesi di assenza: “Ho dovuto fare i conti con la paura, è stato terrificante. Mi sembrava di non essere più me stessa”.

Per questo motivo Shiffrin aveva deciso, la scorsa settimana, di rinunciare al gigante ai mondiali di Saalbach, prova che invece ha affrontato due volte nel weekend del Sestriere, coraggiosamente. Ma venerdì e sabato, Mikaela tra le porte larghe aveva sciato bloccata e lentissima. Oggi, invece, è tornata la campionessa capace di conquistare 100 vittorie, oltre a 5 Coppe del Mondo assolute e una collezione di medaglie di ogni genere. Mikaela scia, il mondo applaude. E la storia si aggiorna, ancora una volta.

X: @carlogalati

Brignone da impazzire

La Leonessa sbanca Sestriere con una clamorosa doppietta in Gigante, proseguendo una stagione straordinaria dopo i sorrisi mondiali.
Settima vittoria e una volontà di potenza che lascia senza fiato le avversarie: le illude con una prima manche in controllo—si fa per dire—per poi scatenare la Bestia nella seconda, sciando al limite, ma senza mai dare la sensazione di rischiare davvero.

I campioni e le campionesse sono così: protetti dalla loro bravura e dai Lari custodi del talento.
Le lame dei suoi sci viaggiano leggere, scivolano lungo il binario Federica e squarciano le lancette del cronometro: miglior tempo di manche, più di sette decimi su Gut-Behrami, oltre un secondo su una splendida Sofia Goggia in rimonta.

Lasciate perdere i paragoni con Alberto Tomba, le tabelle, i record.
Federica Brignone è semplicemente Federica Brignone: la miglior sciatrice azzurra della storia, matura, polivalente, con una tecnica sopraffina e un sorriso che illumina le nevi baciate dal sole, come il riflesso accecante della luce sull’oro zecchino che ricopre ogni centimetro della trentiquattrenne milanese volante.

La scelta migliore

Jannik si libera in un colpo solo del ricatto della Wada, degli allenamenti con la spada di Damocle sulla testa, della pressione psicologica di un organismo antidoping vecchio e costipato dalle ipocrisie, aggrappato alla notorietà del numero Uno per poter sperare di sopravvivere.

Lo raccontano le tante, troppe interviste dei giudici, le telecamere accese, l’euforia per la scadenza di aprile.

L’accordo di Jannik, il patteggiamento per i puristi del diritto, li sotterra tutti, mette la parola fine a regole astruse che favoriscono la discrezionalità a svantaggio della correttezza e alimentano la cultura del sospetto senza combattere davvero il fenomeno del doping nel tennis.

Adesso occorrerà cambiare il sistema, a partire dal carrozzone della Wada: perché Jannik starà fermo tre mesi, perderà qualche Master 1000, tornerà a Parigi, forse a Roma, sarà a Wimbledon.

Resterà il numero Uno, con le stimmate del martirio, grazie ai burocrati con la matita blu.

E con quella testa, con la testa di Jannik, saranno tre mesi di lavoro su se stesso, di preparazione alle prossime sfide, di ritrovata, sembra un paradosso, serenità; e se Jannik tormentato ha vinto tre Slam, non osiamo neppure pensare cosa diventerà Jannik senza avvoltoi ad alitargli dietro le orecchie.

Alla faccia della Wada, alla faccia degli odiatori seriali, alla faccia dei teorici dell’equazione patteggiamento/colpevolezza.

Comprate i biglietti per Parigi e quelli per Londra.

Ti aspettiamo volentieri, campione.