Brignone, l’oro Gigante

Certe vittorie non sono solo un numero da aggiungere alle statistiche. Hanno un peso specifico che va oltre il cronometro, oltre il podio, oltre la medaglia che luccica al collo. La vittoria di Federica Brignone nel gigante mondiale di Saalbach è una di queste. Non un semplice oro, ma un sigillo sulla storia dello sci italiano. Ventotto anni dopo Deborah Compagnoni, un’altra italiana torna sul gradino più alto della disciplina più nobile e tecnica, dove ogni curva è una sentenza e ogni errore si paga senza sconti.

Brignone scende con la leggerezza di chi conosce il mestiere e la ferocia di chi sa che certe occasioni non tornano. Al comando già dopo la prima manche, ha chiuso la seconda con un vantaggio netto: 90 centesimi su Alice Robinson, la ragazzina neozelandese che scia come se fosse in guerra con le porte. Sul terzo gradino Paula Moltzan, americana tenace che in pochi avrebbero pronosticato sul podio. L’Italia invece c’è, e ci torna con una sciata d’altri tempi e di rara efficacia. Perché Brignone, a 34 anni, non ha solo vinto: ha dominato, spazzando via le incertezze della vigilia e mettendo tutte in fila con la classe delle grandi.

Il paragone con Deborah Compagnoni viene naturale. Stessa determinazione, stesso istinto per la velocità, stessa capacità di prendersi la scena nei momenti che contano. La Compagnoni del ’97 era l’icona perfetta di un’Italia che vinceva con lo stile e l’eleganza di una sciata pulita, senza sbavature. Brignone è più combattente, più fisica, più moderna, ma il senso del gesto è lo stesso: fare la storia, scrivere il proprio nome accanto a chi ha segnato un’epoca.

Non è solo una vittoria, è un passaggio di consegne. Un’italiana sul trono del gigante mondiale, di nuovo. Era ora.

Carlo Galati

Kelly Ann Doualla, la sua corsa nella storia

Ci sono talenti che nascono con la corsa nel sangue. Kelly Ann Doualla è uno di questi. Quindici anni, un fulmine sulle piste, un sogno che prende velocità. Ad Ancona, nel tempio dell’atletica indoor italiana, questa ragazza ha scritto una pagina destinata a restare: 7”19 nei 60 metri, un soffio dal record del mondo Under 18. Un tempo che non si inventa, si costruisce con il sacrificio, la fatica e quella fame di vittoria che fa la differenza tra una promessa e una campionessa.

Kelly Ann è nata a Pavia, figlia di genitori camerunensi, e a Sant’Angelo Lodigiano, tra i banchi dell’IIS Pandini, porta avanti una doppia vita: studentessa e fenomeno dell’atletica. Ma è in pista che la sua storia prende il volo. Il Cus Pro Patria Milano ha creduto in lei, e il maestro Walter Monti l’ha messa alla prova senza sconti, facendola correre anche contro i maschi. E lei ha risposto da predestinata.

Lo aveva già fatto intuire nel 2022, quando agli 80 metri dei Giochi Studenteschi lasciò tutti di sasso: 9”79, meglio del vincitore maschile. Un segnale. Ma ieri, ad Ancona, è arrivata la conferma: Doualla non è una meteora, è una stella nascente. Sei centesimi appena dal record mondiale di Lisa Raye, eppure la sensazione è che il meglio debba ancora venire.

Nel futuro? Gli Europei indoor di Apeldoorn (6-9 marzo), una nuova sfida, un nuovo capitolo da scrivere. L’Italia dell’atletica ha una nuova freccia nel suo arco. E Kelly Ann ha già scelto la sua strada: correre più veloce del destino.

Carlo Galati

La pioggia lava via le ansie: l’Italrugby c’è  

Piove su Roma, piove sulla schiena curva del rugby gallese. Una pioggia sottile, insistente, che lava via la polvere di tante sconfitte italiane e bagna una vittoria che ha il sapore di un passo avanti, di una maturità attesa, cercata, conquistata con sudore e placcaggi. L’Italia batte il Galles 22-15 e il Sei Nazioni, che troppo spesso aveva il sapore amaro della delusione, regala agli Azzurri un giorno da ricordare.

L’Olimpico non è una cattedrale del rugby, ma oggi si è comportato come se lo fosse. Il pubblico c’era, e c’era la voglia di credere che questo gruppo possa dare un senso alla fatica di chi l’ha preceduto. L’inizio è di quelli giusti: l’Italia gioca con disciplina, tenendo il campo con ordine. Garbisi dirige, Allan punisce, Capuozzo danza sotto la pioggia come se il fango non esistesse. La prima meta arriva proprio così, un calcio ben dosato di Garbisi, un guizzo di Capuozzo, meta. Allan trasforma e poi aggiunge punti dalla piazzola. Il Galles, intanto, cerca il bandolo della matassa senza trovarlo. La mischia soffre, i trequarti non incidono. All’intervallo è 16-3 per l’Italia.

Poi, nel secondo tempo, il rugby si ricorda di essere sport crudele. La stanchezza si insinua, le gambe cedono, la pioggia diventa nemica. Il Galles trova una meta con Wainwright, ma sbaglia la trasformazione. L’Italia tiene duro, si aggrappa alla difesa, concede falli, subisce una meta tecnica. Riccioni e Lamb vedono il giallo, e per un attimo il passato sembra tornare. Ma stavolta no. Stavolta l’Italia regge. Allan aggiunge un altro calcio, il tempo scorre, l’ultimo pallone finisce in tribuna. È finita.

Non è solo una vittoria, è una dichiarazione. L’Italia che batte il Galles non è un miracolo, è il frutto di un lavoro serio. Lamaro ha guidato la squadra con la fermezza di un capitano che crede nel futuro. Quesada ha dato un’identità, un equilibrio, una consapevolezza. Ora viene il difficile: confermarsi, crescere ancora. Ma per una notte, sotto la pioggia di Roma, c’è solo una certezza. L’Italia c’è.

Carlo Galati

Van der Poel, il settimo sigillo

Ci sono vittorie che sorprendono e altre che rassicurano, come il sole che sorge o il caffè al mattino. Mathieu van der Poel a Liévin non ha vinto: ha dato una dimostrazione di forza, di quelle che non lasciano repliche, che chiudono i discorsi prima ancora che qualcuno possa aprirli. Un avversario ha provato a resistergli? Forse, ma solo per un attimo, un’illusione durata meno di un giro. Poi il vuoto, il cronometro che scava distacchi, il fango che diventa un dettaglio, la fatica che sembra appartenergli meno che agli altri.

Dietro, Wout van Aert mastica amaro. La partenza è stata un pasticcio e quando si ritrova a inseguire, Van der Poel è già un puntino lontano. Fa quello che può, e quello che può basta per un argento. Più dietro ancora, Thibau Nys si prende un bronzo che sa di promessa: il futuro è suo, ma il presente ha ancora un padrone.

Sette titoli mondiali. Come Erik De Vlaeminck, che dominava il ciclocross quando le immagini erano in bianco e nero e gli eroi avevano nomi fiamminghi. Van der Poel ha iniziato nel 2015, poi un’interruzione di tre anni in cui ha dovuto lasciare spazio a Van Aert. Ma dal 2019 è stato un assolo: sei mondiali di fila, un’egemonia totale, una firma su ogni stagione.

Il settimo titolo è una tacca sulla storia, un sigillo che lo mette accanto a De Vlaeminck, ma con un dettaglio che fa la differenza: il suo viaggio non è finito. Può ancora vincere, allungare la striscia, rendere questo dominio ancora più inespugnabile. Liévin è solo una tappa di un percorso che sembra scritto da sempre, come il vento che soffia tra i prati fangosi e porta con sé un solo nome: Mathieu van der Poel.

Carlo Galati

Sei Nazioni, solo vittorie casalinghe

La prima giornata del Sei Nazioni 2025 si chiude con risultati netti ma partite combattute, regalando subito emozioni agli appassionati di rugby. Se l’anticipo del venerdì tra Francia e Galles ha visto i Bleus imporsi senza difficoltà sugli avversari, i match del sabato hanno riservato maggiore equilibrio, con Scozia e Irlanda costrette a faticare per superare rispettivamente Italia e Inghilterra.

Tutte le squadre vincenti hanno conquistato il punto di bonus offensivo. La Francia ha impiegato un solo tempo per mettere in cassaforte la vittoria, per poi dilagare fino al 43-0 finale ai danni del Galles. Più complicata la sfida di Edimburgo, dove la Scozia, partita forte, si è vista rimontare dall’Italia fino al 19-19. A decidere l’incontro è stata la doppietta di Huw Jones, che ha permesso agli scozzesi di chiudere sul 31-19 e portare a casa il massimo risultato.

Ancora più sofferta la vittoria dell’Irlanda, che ha dovuto affrontare una determinata Inghilterra. Gli irlandesi hanno trovato la meta del bonus solo al 71’ con Sheehan, ma la reazione inglese non si è fatta attendere: negli ultimi cinque minuti, le mete di Tom Curry e Freeman hanno permesso agli uomini della Rosa di ottenere almeno il punto di bonus difensivo. Alla fine, l’Irlanda si impone per 27-22.

Dopo il primo turno, la Francia guida la classifica grazie alla miglior differenza punti, seguita da Scozia e Irlanda. L’Inghilterra si piazza quarta con un punto, mentre Italia e Galles rimangono a zero, con gli Azzurri avanti per differenza punti. Proprio Italia e Galles si sfideranno sabato prossimo in un match che ha già il sapore di uno spareggio salvezza.

Carlo Galati

Il Sei Nazioni, la bolla del rugby

Il Sei Nazioni è di nuovo qui. Venticinque edizioni nell’era moderna, ma il rugby non ha bisogno di ere per sapere da dove viene. Stasera si parte con Francia-Galles, una sfida che ha il sapore delle grandi tradizioni. Ci dirà qualcosa sui Dragoni, su quanta sostanza c’è dietro le parole di Warren Gatland, uomo di troppe battaglie per lasciarsi andare a dichiarazioni leggere. Dall’altra parte, la Francia, che si candida alla vittoria e ha recuperato un certo Antoine Dupont. E quando hai un fuoriclasse in gran forma, il mondo ti sembra un posto più facile.

Il Sei Nazioni è sempre una cosa a parte, un torneo che si muove su orbite proprie. Il ranking mondiale, le gerarchie, i pronostici? Contano fino a un certo punto. Qui dentro c’è un’atmosfera a sé, una bolla, dove tutto è più intenso e i risultati del turno precedente si propagano come onde nel lago. Un rimbalzo sbagliato può cambiare tutto.

Il calendario è un piccolo capolavoro di tensione. Si comincia subito con Irlanda-Inghilterra, test importante per capire se la difesa inglese è rocciosa o solo ben pettinata. Poi arriva il secondo turno e con lui Inghilterra-Francia, che ha sempre un sapore di Guerra dei Cent’Anni, anche quando si gioca su un campo di rugby. Il terzo turno porta Galles-Irlanda, una partita che potrebbe prendere una piega interessante se i gallesi avranno fatto vedere cose buone prima. Magari anche a Roma.

Poi si scollina e si arriva al quarto turno, con un Irlanda-Francia che è già scritto nelle scintille nell’aria. E infine il quinto, dove il Millennium Stadium si vestirà da teatro della vendetta con Galles-Inghilterra. Sarà una battaglia, perché quando i gallesi vedono la maglia bianca, vedono tutto rosso.

Italia, venticinque anni in viaggio

Un quarto di secolo è già passato. Sembra ieri, sembra un’altra vita. Il rugby azzurro ha vissuto giornate buone e meno buone, ma c’è ancora, dentro il torneo più bello del mondo. Era il 5 febbraio 2000, faceva freddo, e l’Italia metteva la prima impronta nel Sei Nazioni battendo la Scozia campione uscente. Roma diventava capitale ovale.

Il tempo fa giri strani, sfuma i contorni, trasforma i ricordi prima in storia, poi in leggenda. È così anche per Massimo “Mouse” Cuttitta, uno che ha dato tanto, da giocatore e da allenatore. Gli scozzesi gli hanno dedicato un trofeo, la Cuttitta Cup, per dire grazie. Grazie per aver lasciato un segno, per aver cambiato qualcosa.

E domani? Domani c’è Edimburgo, c’è l’Italia che entra nella bolla, dove tutto è possibile e niente è scontato. Si parte.

Buon rugby.

Carlo Galati

Madison e le chiavi del successo

2025 AUSTRALIAN OPEN Women’s Singles – Final Madison Keys (USA) defeated Aryna Sabalenka (BLR) 6-3 2-6 7-5 Photo © Ray Giubilo

A volte è il destino a decidere quando. Madison Keys, a cui avevano cucito addosso l’etichetta di “predestinata” a soli 14 anni, ha dovuto attendere quasi 30 primavere per alzare il suo primo trofeo Slam. È successo sotto il cielo di Melbourne, davanti a un pubblico diviso tra l’ammirazione per la campionessa in carica, Aryna Sabalenka, e il desiderio di vedere finalmente Madison prendersi ciò che, per talento e sacrifici, le spettava da tempo, almeno dal 2017: New York incoronò Sloane Stephens in una finale dalle mille e più recriminazioni per Keys.

Ma oggi, a Melboune, il destino aveva altri progetti, per lei e per il tennis: Keys ha vinto in tre set (6-3, 2-6, 7-5), lasciandosi alle spalle una carriera segnata da aspettative spesso insopportabili e da quelle ombre che solo chi conosce il talento precoce può comprendere. Madison sembrava destinata a dominare il circuito già da ragazzina. E invece, dopo un esordio folgorante, sono arrivati gli infortuni, le sconfitte amare, e soprattutto quel tarlo della fragilità mentale che le ha impedito di fare il salto di qualità nei momenti decisivi. Troppo spesso si perdeva sul più bello, schiacciata dal peso delle aspettative e dai rimpianti che, come la ruggine, scavano l’anima.

Il 2025 sta raccontando un’altra storia. La Keys di quest’anno non è stata solo potenza e talento: è stata pazienza, strategia, e una tenacia che non avevamo mai visto con questa continuità. Collins, Rybakina, Svitolina, Swiatek, Sabalenka, questa l’impressionante successione di giocatrici e campionesse che ha dovuto fronteggiare per raggiungere quell’apice che merita, raccontando una storia diversa: non quella della meteora che brilla e poi svanisce, né quella della campionessa precoce che domina senza ostacoli. Madison Keys è un esempio di come il tempo possa essere amico, anche quando sembra un nemico. A 29 anni, ha dimostrato che la maturità non è solo un numero, ma uno stato d’animo.

Ed è in Australia, dopo tanto girovagare, che finalmente Madison è riuscita a trovare quello che cercava: un posto al tavolo delle più grandi, al tavolo delle campionesse Slam. Meglio tardi…

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Hamilton e la Ferrari, la leggenda che incontra il mito

Lewis Hamilton, davanti alla casa di Enzo Ferrari, a Maranello. Un abito nero, lungo, essenziale, ma di un’eleganza che sembra uscire dalle pagine di un romanzo italiano. Alle sue spalle, le persiane rosse e la porta altrettanto rossa di un luogo che non è solo una casa: è un tempio. E accanto, quasi timida, una Ferrari F40, simbolo di un’epoca in cui le auto non si guidavano, si domavano.

L’immagine parla da sola: c’è la storia, quella di Ferrari, fatta di successi e di tragedie, di uomini che lavoravano fino a notte fonda sotto luci fioche, e c’è la leggenda di Hamilton, sette mondiali e il carisma di chi è riuscito a far parlare di sé oltre le piste. Hamilton alla Ferrari. Una frase che suona strana, quasi irreale. Eppure, guardando questa foto, sembra tutto naturale, inevitabile. Lo stile del campione britannico, così diverso ma anche così vicino al mondo Ferrari, si fonde con il rigore e la passione del Cavallino Rampante. È la perfezione del contrasto: il nero e il rosso, la modernità e la tradizione, il pilota e la macchina.

E se davvero dovesse succedere? Se Hamilton decidesse di chiudere la carriera là dove tutto è cominciato, tra i sogni di un bambino che guardava Ayrton Senna e immaginava di guidare una rossa? La Ferrari ha bisogno di un uomo come Hamilton. Non solo per vincere, che già sarebbe un motivo più che sufficiente, ma per ritrovare quell’identità che negli ultimi anni sembra essersi smarrita tra errori strategici e progetti incompiuti. Hamilton porterebbe alla Ferrari ciò che manca: la sicurezza del campione, la mentalità del vincente, la capacità di trasformare una squadra.

Hamilton alla Ferrari significa un ritorno alle origini del mito, un rinascimento per uno sport che vive di rivalità e storie da raccontare. Sarebbe una favola moderna, con il Cavallino Rampante e il campione britannico a scrivere l’ultimo, straordinario capitolo di una carriera già leggendaria

Maranello, con il suo cielo grigio e le sue strade intrise di storia, sembra dire: “E se fosse destino?”. Hamilton, con il suo sguardo fermo e il suo passo deciso, sembra rispondere: “Forse sì”.

La Regina delle Dolomite regala gioie azzurre

Sofia Goggia e Cortina, un legame che sa di storia e passione. Sulle Tofane, Sofia ha aggiunto un altro capitolo alla sua saga sportiva, vincendo la discesa libera di Coppa del Mondo e firmando il suo 26° successo in carriera. A 32 anni, con il quarto trionfo su questa pista dopo quelli del 2018, 2022 e 2023, la campionessa bergamasca ha ricordato a tutti che il suo regno è qui, tra le curve e i salti di un tracciato che fra poco più di un anno accoglierà i Giochi Olimpici.

Dietro di lei, una sorpresa: la norvegese Kajsa Lie, precisa e aggressiva, ha conquistato il secondo posto. Ma l’emozione più grande, oltre alla vittoria di Goggia, arriva dal terzo gradino del podio, dove brilla il sorriso di Federica Brignone. Per la valdostana, è un risultato che sa di rivincita: il primo podio in carriera a Cortina, in una giornata che la vede balzare al comando della classifica generale di Coppa del Mondo con 539 punti, oltre che di quella di discesa, dove precede proprio Goggia per soli nove punti.

“Oggi non avevo paura, ma avevo il cuore in gola”, ha confessato Sofia Goggia a fine gara. “Non è stata la discesa perfetta, ho commesso qualche errore, ma sono riuscita a rimanere concentrata. Sapete tutti quanto vale Cortina per me, rappresenta un mondo. Vincere qui ha un valore maggiore”. E come darle torto? Sul traguardo, Sofia si è inginocchiata davanti al pubblico, un gesto che sa di gratitudine e appartenenza, di rispetto per una pista che sembra fatta su misura per lei.

E poi c’è Brignone, che commenta: “Finalmente qui! Questo tracciato mi ha sempre affascinata, ma non ero mai riuscita a lasciare il segno. Oggi è una grande soddisfazione”. Parole semplici, ma che rivelano una determinazione che non accenna a diminuire.

Cortina, per Goggia e Brignone, è più di una pista: è un palcoscenico che esalta talento e cuore. La vittoria di Sofia e il podio di Federica ci raccontano di due atlete che non si accontentano, che continuano a inseguire traguardi e sogni. E così, mentre le Tofane si vestono di gloria, il messaggio è chiaro: queste due campionesse sono pronte a regalarci ancora tanto, con cinque cerchi nel mirino.

Carlo Galati

Monfils e le regole del tempo

Gael Monfils, con il suo inconfondibile stile fatto di balzi felini e improvvisi guizzi, ha regalato all’inizio di questo 2025 una storia di sport che si avvicina più al racconto romantico che alla cronaca. A quasi 39 anni, il francese ha riscritto le regole del tempo, raggiungendo gli ottavi di finale agli Australian Open e conquistando, poche settimane prima, il torneo di Auckland. Ad Auckland, Monfils ha messo in scena una danza che sembrava dimenticata. Il suo tennis è sempre stato un gioco di equilibri precari: una costante sfida tra il genio e il rischio, il tutto condito da un’energia che pare inesauribile. Il titolo conquistato in Nuova Zelanda è stato il preludio a qualcosa di ancora più grande. Melbourne lo attendeva e lui ha risposto.

Il match contro Taylor Fritz è stato una battaglia di nervi e talento. Perde il primo set, 3-6. Sembra la solita storia: Monfils che incanta a tratti ma si spegne troppo presto. Ma questa volta no. Questa volta c’è qualcosa di diverso. Chiude il quarto set con un 6-4 che è quasi un sigillo regale. Con questa vittoria, Monfils è diventato, insieme a Roger Federer, il più anziano a raggiungere gli ottavi di finale agli Australian Open da quando il tabellone è a 128 giocatori. “Ho una forte fiducia in me stesso, ho una forte fiducia che posso ancora fare qualche danno”, ha dichiarato. E in quelle parole c’è tutto: una leggerezza che sa di maturità.

Ma cosa c’è dietro a questa rinascita? Non solo allenamenti e programmazione; c’è la serenità di chi ha trovato un equilibrio. La presenza della moglie, Elina Svitolina, e della figlia, Skai, gli ha dato nuove motivazioni. Monfils non gioca più contro il tempo, ma con il tempo. Ed è una differenza enorme.

In Australia ora lo aspettano gli ottavi, ma lui non guarda troppo avanti e intanto regala emozioni, che è poi la cosa che conta davvero. Monfils ci ricorda che il tennis e lo sport più in generale, non è fatto solo una questione di classifiche e numeri. È fatto di storie, di battaglie, di sorrisi. E di quella scintilla che illumina un campo anche quando il sole sta per tramontare. Chapeau, Gael.