Pogačar, cannibale iridato

Mancano 100 chilometri al traguardo del Mondiale di Zurigo. Primož Roglič, con la maglia verde della Slovenia, è in testa al gruppo. Ha appena vinto la sua quarta Vuelta, ma oggi è gregario di lusso. E dietro di lui, ecco spuntare un’altra maglia verde: Tadej Pogačar. Incredibile, attacca così presto? Siamo sulla prima salita del circuito, Zurichbergstrasse, un muro al 17%. Pogačar non ci pensa due volte: scatta e parte.

La sorpresa è totale. Il campione dei grandi giri, l’uomo che ha scritto pagine leggendarie con la doppietta Giro-Tour nel 2024, decide di anticipare tutti. Da lì inizia una cavalcata epica, con il fuoriclasse sloveno che resiste per 100 chilometri all’attacco. Prima in solitaria, poi in compagnia di un gruppetto di fuggitivi che riesce a raggiungere, e infine insieme al compagno di squadra alla UAE Emirates, Pavel Sivakov. A 51 chilometri dal traguardo, Pogačar è nuovamente solo. Gli avversari, da dietro, provano a rincorrerlo. Evenepoel e Van der Poel, i grandi favoriti, non si coordinano immediatamente, convinti di poterlo riprendere con calma. Ma Pogačar non aspetta nessuno.

Negli ultimi 13 chilometri, il vantaggio dello sloveno scende sotto i 40 secondi. La fatica comincia a farsi sentire, Pogačar si volta spesso. Ma il trionfo è sempre più vicino. Taglia il traguardo sul lungolago di Zurigo con le braccia alzate, dopo 6 ore e 27 minuti di gara, alla media di 42,4 km/h. Argento per Ben O’Connor, a 34 secondi, e bronzo per Mathieu van der Poel, a 58. Evenepoel chiude quinto, lontano dalla gloria.

A 26 anni, Pogačar entra nell’Olimpo del ciclismo. Solo Eddy Merckx e Stephen Roche hanno vinto Giro, Tour e Mondiale nello stesso anno. Ma questo non è solo un trionfo sportivo: è il simbolo di un’era nuova, quella dei “nati-pronti” come Evenepoel, Van der Poel e lo stesso Pogačar, capaci di rivoluzionare il ciclismo con nuove tecnologie, allenamenti innovativi e una mentalità diversa. Un’impresa che lo consacra definitivamente come il più grande ciclista della sua generazione.

Carlo Galati

Il ricorso della Wada su Sinner: solo una questione di potere

Nel ricorso della Wada non c’è nulla che abbia a che fare con il concetto di giustizia sportiva. Ci sono solo questioni di immagine dell’Agenzia e di politica. Tanta politica. La WADA è infatti al centro dell’attenzione internazionale dopo che agenzia doping americana ha fatto molto rumore in merito alla sentenza dell’Agenzia stessa che scagionava 23 nuotatori cinesi, prima delle olimpiadi di Tokyo del ’21, rei di esser stati trovati positivi alla trimetazidina, sostanza dopante che aumenta la prestazione degli atleti. L’indagine preliminare, con molte ombre, è stata condotta dall’agenzia nazionale cinese che ha scagionato i propri nuotatori. Ma che strano, vero?! La questione è rimasta di attualità perché l’USADA (Us Anti Doping Agency) non ha dimenticato la vicenda e minaccia di andare via dalla WADA. Attaccare Sinner quindi ha una doppia valenza: dimostrare uno, di essere duri e puri, attaccando il più forte al mondo e due, di certificare la propria indipendenza rispetto a quello che può essere considerato il potere costituito dello sport. Perché la Wada è un organo politico come tutti gli organi di giustizia sportiva e colpire l’atleta più in vista di uno sport, è il modo per riaffermare quello stesso potere politico che è messo in discussione da ben tre periti di estrazione indipendente, responsabili di aver sancito una sostanziale innocenza, il tutto senza che l’Agenzia di esprima sulla vicenda, il tutto semplicemente per riaffermare il proprio potere sullo sport e sul tennis nello specifico.

Il risultato di questo teatrino è però l’impoverimento di un principio vero che è quello della lotta al doping, passato in secondo piano per esclusivi giochi di potere politico che ha radici ben più profonde e interessi decisamente diversi dall’affermazione o dall’interesse verso il singolo caso, quello di Sinner appunto. Sono giochi di potere all’interno dei quali si è ritrovato il tennista azzurro, che nel frattempo continuerà a giocare e si spera, vincere, con questo peso sulle spalle.

E’ per questo motivo che ci si deve schierare con Sinner. Senza alcuna esitazione.

Carlo Galati @thecharlesgram

Laver Cup, oltre lo show c’è il tennis

Alla fine di questi 3 giorni possiamo dire che sì, questa Laver Cup piace. Con un finale sul punteggio di 13-11, il Team Europa trionfa nella settima edizione della Laver Cup, riappropriandosi del trofeo dopo due anni di supremazia del Team World. Il match decisivo è stato disputato da Carlos Alcaraz, che ha superato Taylor Fritz con un netto 6-2, 7-5 in un’ora e mezza di gioco. Sotto la regia di Bjorn Borg, l’Europa si conferma come la potenza del tennis mondiale, collezionando così la sua quinta vittoria in una competizione che ogni anno sembra accolta come quasi fosse una baracconata da show, ma che alla fine, in sole sette edizioni, ha raccontato sempre una storia diversa, perché tante le storie al suo interno.

Una di queste racconta di un Alcaraz che ha dato prova del suo straordinario talento, mostrando un tennis scintillante e un’energia contagiosa fino all’ultimo match con Fritz. La sua caratteristica palla corta ha messo in seria difficoltà l’americano, spesso impreparato a fronteggiare le sue giocate. Con un’impressionante percentuale dell’80% di punti vinti con la prima, il giovane spagnolo ha dominato il servizio, chiudendo con un bilancio di 34 punti vinti su 42. Fritz, dal canto suo, ha tentato di opporsi all’inerzia del match. Invano. 

La Laver Cup si conferma quindi un palcoscenico di emozioni, un vero e proprio scontro tra titani del tennis. L’aria di sfida, i colpi potenti e le giocate strategiche hanno reso la competizione avvincente, catturando l’attenzione del pubblico sempre più entusiasta. Il Team Europa ha dimostrato una volta di più la sua solidità, mentre il Team World ha messo in campo un gioco tenace e imprevedibile. 

La conclusione di questa edizione segna già un nuovo inizio: l’appuntamento è fissato per il prossimo anno a San Francisco, dove le due squadre saranno guidate da nuovi capitani, Noah e Agassi. Con la promessa di un tennis di altissimo livello e di sfide sempre più avvincenti, la Laver Cup continuerà a regalare emozioni e sorprese agli appassionati di tutto il mondo, mettendo a tacere quanti ne mettono in dubbio veridicità e passione. Parola di Roger Federer.

@thacharlesgram

L’Olimpia, la continuità nella vittoria

L’Olimpia Milano trionfa per la quinta volta nella sua storia in Supercoppa Italiana, al termine di una partita che se non entra nella sfera dell’eticità cestistica, poco ci manca. La finale contro la Virtus Bologna, chiusa sul 98-96 dopo un supplementare, è stata una vera battaglia sportiva, in cui i dettagli hanno fatto la differenza. Servono 45 minuti di altissimo livello per decretare il vincitore, e alla fine è la squadra di Ettore Messina a sollevare il trofeo, dopo aver messo in scena una rimonta che rimarrà nella memoria di tutti i tifosi.

La Virtus Bologna parte con il piede sull’acceleratore, mostrando subito grande intensità e un gioco aggressivo che lascia i milanesi a rincorrere. Il primo tempo sembra quasi una sentenza: Bologna, grazie a un attacco fluido e una difesa solida, tocca il +15 e dà l’impressione di poter controllare il match. 

Milano, però, non è squadra che si arrende facilmente. Dopo un primo tempo complicato, Nikola Mirotić prende in mano la situazione. Arrivato con grandi aspettative, il montenegrino dimostra subito perché è considerato uno dei migliori in Europa. Non solo per i suoi punti, ma per la leadership e la capacità di trascinare i compagni. Accanto a lui, Josh Nebo si dimostra fondamentale in entrambi i lati del campo. Il centro chiude la partita come miglior marcatore con 20 punti e 9 rimbalzi, offrendo una prestazione dominante che dà respiro alla rimonta milanese.

È proprio nel terzo quarto che l’Olimpia cambia volto. Messina aggiusta la difesa e Milano inizia a trovare fluidità in attacco, riducendo gradualmente il distacco. Mirotić è ovunque, segnando canestri importanti, ma è l’energia di Nebo a fare la differenza, soprattutto a rimbalzo offensivo. Bologna, che fino a quel momento sembrava avere in pugno la partita, inizia a perdere certezze.

Si arriva così all’ultimo quarto con l’inerzia della gara completamente cambiata. L’Olimpia mette pressione a Bologna, che prova a resistere grazie ai colpi di Marco Belinelli e Jordan Mickey, ma le gambe e la testa dei bolognesi cominciano a cedere. Milano, spinta dall’entusiasmo e dalla voglia di ribaltare il match, trova il pareggio a pochi secondi dal termine, portando la partita al supplementare.

Nei 5 minuti extra, è una questione di nervi. Ogni possesso vale oro, e ogni errore può risultare fatale. La Virtus si affida ancora una volta all’esperienza di Teodosic e Belinelli, ma Milano ha quel qualcosa in più. Nebo continua a martellare sotto canestro, mentre Shabazz Napier, con le sue accelerazioni, crea scompiglio nella difesa avversaria. L’Olimpia trova il vantaggio decisivo con una tripla di Mirotić, che chiude definitivamente i conti.

La sirena finale suona, e l’Olimpia Milano può festeggiare una vittoria dal sapore dolce, frutto di carattere, talento e grande spirito di squadra.  La Virtus esce a testa alta, ma resta il rimpianto di aver sprecato un vantaggio importante.

La stagione di basket è appena iniziata, ma se il buongiorno si vede dal mattino, ci aspetta un campionato pieno di emozioni, con Olimpia Milano e Virtus Bologna pronte a darsi battaglia fino all’ultimo secondo.

Nel regno della crono il re è sempre Evenepoel

Ah, la cronometro…! Specialità per palati fini, per gladiatori della solitudine, per chi ha gambe come pistoni e cuore che pulsa all’unisono con la macchina. Il duello tra Remco Evenepoel e Filippo Ganna, già vissuto in riva alla Senna durante le Olimpiadi, si è riproposto in un Mondiale di ciclismo tanto atteso quanto incandescente. 

Evenepoel, belga dalle gambe tonanti, parte subito a tambur battente, nonostante qualche magagna meccanica. Non si scompone, mette subito il turbo e già al primo intertempo sventola il suo vessillo: sei secondi davanti a Ganna, che, pur pimpante e fresco dopo i problemi fisici degli Europei, si trova a inseguire. L’inglese Joshua Tarling, giovane di belle speranze, è già lontano, dodici secondi dietro.

La strada si fa impervia, e Ganna, mastodonte della bicicletta, sa come giocarsi le sue carte. Non molla un colpo, e sul secondo intertempo riduce il distacco, tenendo botta con nove secondi di ritardo. Evenepoel, però, ha la forza di chi non cede al ritmo degli altri, e guadagna ancora qualche secondo.

La discesa sembra il terreno ideale per la rimonta del verbanese, ma Remco ha gambe e testa, e la Locomotiva di Verbania non riesce a colmare il gap: al terzo intermedio, il belga è avanti di diciannove secondi. Edoardo Affini, l’altro nostro baluardo, si accoda in quarta posizione, appaiato all’australiano Jay Vine. Ma il destino non risparmia colpi di scena: Vine cade rovinosamente, lascia sangue e lacrime sull’asfalto, mentre Affini approfitta e guadagna un bronzo che pesa.

Evenepoel va a chiudere in trionfo: 53’01″98, una prova da campione consumato. Ganna, mastodontico, si ferma a sei secondi, e il sapore della medaglia d’argento è un misto di orgoglio e frustrazione. Affini, con una prova di grande costanza, sale sul terzo gradino del podio, aggiungendo un altro tassello alla sua stagione d’oro.

E così, il belga dagli occhi di ghiaccio conferma ancora una volta la sua legge: a cronometro, il re è lui.

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa, il sogno continua

Quando tutto sembrava volgere al peggio Luna Rossa ha conquistato invece una vittoria fondamentale, superando il team statunitense con un risultato complessivo di 5-3 e qualificandosi per la quinta volta alla finale delle Selezioni Challenger. Già protagonista nel 2000, 2007, 2013 e 2021, l’equipaggio italiano torna in primo piano, pronto a sfidare Ineos Britannia nell’ultima fase della Louis Vuitton Cup, con la speranza di portare finalmente l’America’s Cup in Italia.

Il successo odierno ha un sapore particolare, considerando lo sforzo straordinario che il team ha dovuto affrontare nelle ultime ore. La sconfitta nella seconda regata di ieri, dovuta a un guasto al sistema di controllo della randa, ha messo in difficoltà Luna Rossa, costringendo lo shore team a un lavoro incessante durante la notte per riparare il danno. Il risultato è stato una barca di nuovo competitiva, pronta a combattere nel match decisivo.

Nonostante le sfide tecniche, l’equipaggio italiano è riuscito a mantenere alto il livello di prestazione. Il quinto e ultimo punto ottenuto nella serie di semifinali non è stato frutto del caso, ma della capacità di Luna Rossa di reagire prontamente e di capitalizzare ogni opportunità in acqua. La squadra ha gestito i momenti critici con sangue freddo e grande concentrazione, dimostrando una maturità tattica e tecnica invidiabile.

Luna Rossa non solo ha vinto una competizione sportiva, ma ha anche mostrato una capacità di adattamento e resilienza che sono diventati il marchio distintivo del team. La vittoria contro il team USA rappresenta un momento importante nella storia del team italiano, ottenuta grazie alla dedizione di ogni singolo componente, dallo shore team ai velisti in acqua.

Ora l’attenzione è tutta rivolta alla prossima sfida contro Ineos Britannia, in quella che sarà la fase decisiva della Louis Vuitton Cup. Luna Rossa ha dimostrato di avere la forza e la determinazione per affrontare le avversità, e il sogno di conquistare l’America’s Cup sembra sempre più vicino.

Carlo Galati

Negli occhi di Totò

Le notti magiche le abbiamo passate inseguendo quel gol che sapevamo prima o poi sarebbe arrivato. A segnarlo sempre lui, Totò Schillaci, da Palermo, Sicilia, che con quegli occhi spiritati e densi di gioia ha trascinato un Paese intero verso il sogno mondiale. Italia ’90 è stato il primo approccio al calcio di una generazione, quella nata nei primi anni ’80, che vedeva in quella squadra dei calciatori pronti a tutto, pronti a regalarci la gioia più grande a soli otto anni dalla vittoria in Spagna.

 

Schillaci ci ha portati fino ad un passo dal sogno perdendo in semifinale dall’Argentina più debole di sempre, guidata però dal dio del calcio. Quei maledetti rigori sono ormai storia ma, nonostante siano passati 34 anni, oggi piangiamo lo stesso perché quell’eroe invincibile, non c’è più, portato via dall’altra faccia della vita. Sei gol in quel Mondiale, capocannoniere alla fine del torneo. Li ricordiamo tutti: da quello con l’Austria e poi Cecoslovacchia, Uruguay, Irlanda, Argentina fino al rigore con l’Inghilterra quando le notti ormai non erano più magiche, avendo perso fate ed incantesimi, ma eravamo comunque felici perché Totò nonostante la delusione di Napoli era lì a dirci che i sogni sono e resteranno sempre la materia di cui sono fatti gli obiettivi, anche quelli più impossibili. Come poteva un uomo diventare l’eroe di una Nazione, dopo una delusione così tremenda? In quanti sono assurti al ruolo di miti, dopo la più grande sconfitta della propria carriera? Lui sì. E come poteva infatti un bambino nato nel quartiere popolare di San Giovanni Apostolo a Palermo, salire sul tetto del mondo? Ci ha provato, ci è riuscito, rinchiudendo tutto in un mese in cui tutto quello che toccava diventava oro, o gol.

 

Negli occhi suoi la voglia di vincere, lo abbiamo sempre visto anche dopo. Anche quando ha comunicato a tutti della sua malattia, affrontandola con la filosofia tipica dei siciliani, con una sorta di indolenza che contraddistingue chi nasce siciliano. Non è pigrizia, ma il tentativo di prendere tutto come viene. Come un gol, come una corsa sfrenata. Come quell’estate, che è stata un’avventura in più.

 

Carlo Galati @thecharlesgram

 

 

 

Tre diamanti per sempre

C’era voglia di riscatto. Dopo un’avventura olimpica non all’altezza delle aspettative, c’era bisogno di grandi risultati. Arrivati. In un’atmosfera carica di attese, Gianmarco Tamberi, Leonardo Fabbri e Larissa Iapichino hanno trasformato la pista e la pedana in un palcoscenico perfetto nel grande teatro della Diamond League.

Gianmarco Tamberi ha dimostrato ancora una volta la sua forza e il suo carattere nel salto in alto. Con un balzo da 2,34 metri, il suo terzo “diamante” si aggiunge ai successi del 2021 e 2022, consolidando il suo status di leggenda in questo circuito. E nonostante i fantasmi di Parigi, dove la sorte non era stata dalla sua parte, Gimbo ha reagito da campione, ripartendo con grinta e una determinazione che solo i grandi sanno mostrare. “Saltare 2,34 con 10 gradi significa tutto”, ha detto Tamberi a fine gara, dedicando la vittoria a chi gli è stato vicino nei momenti difficili.

 
A rendere la serata ancora più indimenticabile è stata l’impresa di Leonardo Fabbri, che ha sfiorato il muro dei 23 metri nel getto del peso, stabilendo un nuovo record italiano con un lancio di 22,98 metri. Fabbri ha dimostrato che il duro lavoro paga, superando ogni aspettativa e lasciando il campione del mondo Crouser dietro di sé. “Sapevo che l’unico modo per battere Crouser era dare tutto al primo lancio, e così è stato”, ha dichiarato Fabbri con un sorriso che diceva tutto.


Non meno spettacolare la performance di Larissa Iapichino, che nel salto in lungo ha segnato la sua definitiva consacrazione internazionale con un balzo da 6,80 metri. Una misura che le ha regalato la vittoria nella Diamond League e che le ha permesso di chiudere una stagione difficile, riscattandosi pienamente dopo il quarto posto olimpico. La sua quinta vittoria nel circuito dimostra che la giovane Iapichino non è solo una promessa, ma una realtà consolidata dell’atletica mondiale.

Una serata memorabile per l’atletica italiana Tamberi, Fabbri e Iapichino, con la loro tenacia e talento, hanno mostrato a tutti che dalle delusioni si può ripartire ancora più forti e che il talento è la benzina giusta per riuscirci.

Carlo Galati @thecharlesgram

Luna Rossa crescente

La storia sembra essere già scritta: American Magic fa paura ma alla fine vince sempre Luna Rossa Prada Pirelli. Questo è il riassunto della prima giornata di semifinali della Louis Vuitton Cup, una giornata trionfale per l’imbarcazione italiana che si porta sul 2-0, un risultato che dà già indirizza in maniera piuttosto decisa, anche se non definitiva, la serie di regate che porta alla finale. Si gareggia al meglio delle nove, basta questo per capire quanto sia importante questa partenza.

Partenza che però è stata il tallone d’achille in casa Luna Rossa in queste due regate. Due partenze brutte, due start difficili, per una serie di errori di posizionamento in regata e di timing che hanno rallentato di parecchio l’imbarcazione guidate dal duo Spithill e Bruni al timone. Due regate sostanzialmente diverse nell’andamento delle stesse. La prima regata è una rimonta mozzafiato, con gli americani avanti per 4 dei 6 lati di gara e Luna Rossa brava a seguire il vento e a non sbagliare nelle manovre, cosa invece successa agli americani che di strambate ne hanno sbagliate due. Decisive. Al traguardo la barca italiana arriva con 7 secondi di vantaggio. Meno ingarbugliata invece la seconda regata, con American Magic a partire meglio, ma costretta a pagare nuovamente errori in fase di strambata dovuto ad un salto di vento che ha costretto gli amercani a cadere dai foil. Luna Rossa ha guardato, salutato, arrivando al traguardo con 18 secondi vantaggio conquistando il secondo punto di giornata.

Domani altre due regate, con la concreta possibilità di mettere una parola definitiva sull’esito della semifinale. Errato però sarebbe sottovalutare l’imbarcazione del New York Yacht Club, che ha dimostrato finora di essere imbarcazione temibile, con un team di primissimo livello. Calabrese and co faranno tesoro dell’esperienza odierna per provare a tornare in corsa. Toccherà al team guidato da Max Sirena impedire che ciò accada.

Carlo Galati @thecharlesgram

The italian Sinner

C’è una nuova data da segnare nel calendario della storia dello sport italiano: l’otto settembre 2024, il giorno in cui si è sancito agli occhi del mondo, in maniera definitiva, la supremazia totale di un ragazzo italiano, italianissimo, che sta facendo impazzire di gioia un Paese intero, riscopertosi amante della racchetta, ma soprattutto capace di riscrivere tutte le regole della valutazione delle emozioni, dei sentimenti e dei successi. L’asticella si è ormai alzata in maniera irreversibile e la vittoria di questo Us Open ha messo la cerca lacca sulla corrispondenza verso la leggenda. Jannik Sinner è definitivamente nel gotha dello sport mondiale e da quel tavolo non ci si alza più, non si torna indietro. 

Superiorità disarmante quella mostrata in campo da Sinner, una superiorità che ha trasmesso la consapevolezza che il suo avversario, Taylor Fritz, abbia giocato una partita coraggiosa ma alla pari solo per pochi istanti nel match, quando ha servito con il 90% di prime, tirato fortissimo di dritto, preso tutte le righe del campo. Quanto è durato? Qualche game nel terzo set e poco più. Troppo più forte Sinner, più solido, maggiormente abituato a giocare punti importanti. Unico nel circuito ad avere la capacità di picchiare così da fondo campo con dei fondamentali, dritto e rovescio, praticamente perfetti. Con un dominio così netto da avere la libertà e la capacità di trasformare sempre un’azione da difensiva in offensiva, curando con dovizia una transizione difficile per molti, naturale per Jannik. 

È una diversa da quella dell’AO, perché figlia della consapevolezza di essere il più forte di tutti, il favorito numero uno, sempre. A Melbourne abbiamo visto sbocciare un campione, a New York lo abbiamo visto diventare grande, attraversando il deserto del sospetto, delle maldicenze e dei tanti dubbi, un percorso che lo ha fatto maturare come uomo prima, come tennista poi, aprendogli definitivamente la prospettiva verso qualcosa di più grande. Ha vinto dove molti avrebbero perso: nella sfida con sé stessi e la propria mente. Vincere uno Slam è naturale conseguenza. Ad maiora, Jannik. 

Carlo Galati @thecharlesgram