Le Mans casa Ferrari

Anche senza per forza essere un appassionato di sport, senza per forza capirne di motori, se non nel minimo sindacale che regolamenta la vita di tutti i giorni, ci sono delle gare, dei luoghi che tutti conoscono: uno di questi è Le Mans. La 24 ore di Le Mans. Un anno dopo è ancora delirio rosso c’è ancora una Ferrari a far festa alla 24 ore. Il capolavoro è compiuto, bissare il successo di un anno fa sembrava difficilissimo. E invece lo squadrone di Antonello Coletta ha battuto ancora la Toyota grazie alla meravigliosa calvacata di Antonio Fuoco, Nicklas Nielsen e Miguel Molina. Non hanno sbagliato nulla, sull’asciutto e sul bagnato. Con il cuore in gola e il serbatoio agli sgoccioli, la 499P numero 50 ha difeso la corona conquistata nel 2023, quando la Ferrari era tornata nella classe regina del Mondiale di durata dopo mezzo secolo.

Le Mans come un romanzo che non smetteresti mai di leggere, un giorno intero di colpi di scena e di ribaltoni al vertice. Cento gare in una sola: pioggia intermittente, di giorno e di notte. Safety car continue per i tanti incidenti, guasti e problemi risolti in corsa. Penalità a ripetizione a togliere o ad aggiungere gloria. Battaglie a tre, a quattro fra Ferrari-Toyota-Porsche-Cadillac. Lotta ovunque sull’asfalto della Sarthe in una delle edizioni più incerte e spettacolari degli ultimi anni. Conclusa sotto l’acquazzone nel momento di massima stanchezza per tutti. La Ferrari non era favorita alla vigilia, il balance of perfomance – l’algoritmo che dovrebbe livellare le prestazioni di auto di costruttori differenti-non l’aveva aiutata, ma la Ferrari non lo sapevo o semplicemente se n’è fregata e la vittoria l’ha portata a casa comunque. Alla faccia degli algoritmi, il grande cuore Ferrari è variabile impossibile da decifrare, da ingabbiare. Per un istante o per 24 ore.

Carlo Galati @thecharlesgram

Nell’ Olimpia del basket

L’Olimpia Milano si conferma campione d’Italia, lo scudetto del basket italiano ha ancora una volta le coordinate meneghine, le scarpette rosse e il Forum come casa. E sono trentuno totali, tre consecutivi e sette per Messina, nella magica serata dell’85-73 per Milano sulla Virtus Bologna, in quella gara quattro che ha messo la parole fine ad una stagione lunga e complicata.

La firma nella serata al Forum la mette Nikola Mirotic: 30 punti, 11 rimbalzi, 12 falli subiti. Una serata da vero protagonista. Una gara 4 praticamente mai in discussione per l’Olimpia Milano, abile nel dare una spallata decisiva nel secondo quarto in grado di indirizzare il match nonostante il disperato tentativo di rimonta della Virtus nel finale. 

È festa biancorossa, con Niccolò Melli, capitano coraggioso, a lasciare l’onore della coppa a Kyle Hines altro grande protagonista della stagione, della serie e del titolo. Milano detta la sua legge in Italia, guardando all’Europa e alla sua conquista con rinnovato ottimismo.

Carlo Galati

Alcaraz lascia il segno su Parigi

“Tutto va come deve andare” cantavano gli 883, con l’inconfondibile timbro vocale di Max Pezzali; una semplice frase che però racchiude un mondo di ipotetiche complicazioni, rese più semplici dalla realtà dei fatti. E la realtà parla chiaro e dice che Carlos Alcaraz, ha vinto, come tutti si aspettavano il Roland Garros, conquistando a 21 anni il terzo Slam della carriera, su tre superfici diverse, e diventando il più giovane tennista della storia a riuscirci. Tutto è andato come doveva andare.

Soprattutto per come questa vittoria è arrivata: sotto due set a uno, Alcaraz è riuscito a recuperare il bandolo della matassa perso nel secondo e nel terzo set, complice il vento ed una prestazione maiuscola da parte del tedesco, bravo nel terzo set a recuperare da 2-5. Poi il lento ritorno alla normalità, con lo spagnolo nuovamente in scia grazie alla strategia utilizzata per battere Sinner. Molte palle con traiettorie alte, su cui spingere diventa complesso, fino a quando è poi lui a decidere quando dove e soprattutto come. Sbagliando, sì, ma con la piena consapevolezza che quel match, Carlitos, oggi non lo avrebbe mai perso.

Ed è andata così, non lo ha perso. Nonostante una partita che non verrà sicuramente ricordata per una delle più belle della storia del tennis, Alcaraz iscrive il proprio nome insieme ad altri 7 spagnoli nell’albo d’oro parigino. Due li conosce molto bene: uno è il suo allenatore Juan Carlos Ferrero, l’altro la leggenda che meriterebbe che il campo centrale fosse a lui intitolato, dopo 14 trionfi (ma forse questo sarebbe troppo per gli amici francesi). Da domani sarà numero 2 al mondo, pronto a riprendersi quel trono che Djokovic gli ha tolto e che adesso è in possesso del suo più grande rivale del presente e del futuro. Intanto ha messo le cose in chiaro Carlitos: la prossima sfida con Jannik è già settata. Ci si rivede a Wimbledon.


Carlo Galati @thecharlesgram

La dIga di Parigi

Quando si gioca a Parigi, dalle parti di Rue de Boulogne, a vincere alla fine è sempre lei, una ragazza polacca che dal 2020 ad oggi ha vinto quattro volte il Roland Garros. Iga Swiatek ha messo il suo nome della lista dei possibili dominatori di questo torneo che ben si predispone, per storia e caratteristiche, al dominio perpetrato nel tempo. La numero uno al mondo ha ufficialmente aperto questo nuovo capitolo della storia del torneo e ad oggi, per tipo di gioco e attitudine alla superficie, all’orizzonte l’ombra delle possibili sfidanti, si fa sempre più tenue.

Onore delle armi da riconoscere a Jasmine Paolini che ha fatto quello che ha potuto contro la perfezione della giocatrice dall’altra parte della rete. Un torneo che l’ha vista andare oltre le aspettative, in primis le sue. “Sono stati i giorni più belli della mia vita” ha detto subito dopo la sconfitta. Non stentiamo a crederci, soprattutto nell’ottica di una finale di doppio ancora da giocare. 

“Giocare contro di te è la sfida più grande di questo sport”. Parole e musica di Paolini che rendono perfettamente l’idea dello strapotere di Super Iga, giocatrice che sembra nata per giocare sulla terra e che sulla terra sta raccogliendo i successi più importanti, sublimati in questa stagione da due mille consecutivi, Madrid e Roma, e dal successo nel secondo Slam dell’anno. Ma non finisce qui. Tra poco meno di 50 giorni, stesso spiaggia stesso mare, l’inizio del torneo potrebbe darle una medaglia d’oro olimpica che ad oggi non ha nessun’altra pretendente accreditata come lei alla vittoria finale. Ma prima c’è l’erba di Wimbledon, l’ultimo vero terreno sul quale dimostrare di poter sedere a tutti gli effetti al tavolo delle più grandi della storia. Ci siamo quasi. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Il giorno in cui Sinner ha aperto le porte del futuro

Ci sono giorni che entrano di diritto nella storia dello sport, giorni talmente importanti e significativi da rappresentare un ricordo nella vita di ognuno di noi. Ricordatevi questa data, 4 giugno 2023, il giorno in cui per la prima volta nella storia di questo sport, un tennista italiano è diventato numero 1 al mondo. A Jannik Sinner l’onore di esserci riuscito, entrando definitivamente nelle vite di tutti noi. E non è la classica iperbole fine a se stessa, esercizio letterario inutile. No, per chi ama questo sport, il 4 giugno resterà sempre impresso come il giorno in cui finalmente siamo passati dall’essere spettatori ad essere protagonisti e su questo palcoscenico ci ha portato un ragazzo di 23 anni originario della Val Pusteria, dai capelli rossi, che con il suo naturale talento ha iniziato un nuovo capitolo, chiudendone definitivamente un altro.

E sì, perché Sinner non è arrivato lì per caso. E’ arrivato lì con la costanza del lavoro, con la determinazione e con il coraggio di scegliere e di cambiare. Cambiare allenatore, Riccardo Piatti, con cui aveva condiviso una parte del proprio percorso e a cui vanno indiscutibili meriti. Il coraggio di affidarsi a Vagnozzi/Cahill, che gli hanno dato quello step che mancava per arrivare ad essere il migliore di tutti. Coraggio nel sapere quando fermarsi, con il rischio di deludere tifosi e federazione per la mancata partecipazione agli Internazionali di Roma. Quella scelta è stata decisiva, non facile di sicuro, ma decisiva. E ci vuole coraggio per fare questo, per vedere quello che gli altri non vedono e forse nemmeno immaginano.

Un grande traguardo che ha con sé anche una grande responsabilità, quella di aver scritto la parola fine, con ogni probabilità, ad un’era, l’era degli invincibili, aggrappati alla forza e alla tenacia di Novak Djokovic, l’ultimo dei grandi a cedere il passo. Un passo che aveva già ceduto ad Alcaraz, ma le condizioni erano diverse. La sensazione oggi è che indietro non si torni: Jannik Sinner ha aperto la porta del futuro e ci ha portato tutti lì dentro con lui. Per questo gli saremo sempre grati.

Carlo Galati @thecharlesgram

Ancelotti, Rey Madrid

Certe volte la difficoltà di raccontare qualcosa risiede nel non scadere nella banalità del momento, raccontando ancora una volta il significato di un’impresa che diventa la consuetudine della vittoria. Un processo che solo i grandissimi riescono a compiere e tra loro, con assoluta determinazione, c’è Carlo Ancelotti. Qualcuno lo definisce il più grande allenatore della storia del calcio italiano. Non siamo d’accordo per un semplice motivo: significherebbe categorizzarne l’aurea. Impossibile.

Carlo Ancelotti trascende il calcio per sedere al tavolo dei più grandi uomini di sport della storia. Non è solo allenatore vincente, ma viene da una storia di atleta vincente. In quanti come lui? Nessuno. Nessuno può vantare determinati successi prima come atleta e poi come allenatore in una sorta di striscia continua vincente che dura da oltre quarant’anni. Ha vinta la sua quinta champions league da allenatore con il Real, lo ha fatto con il solito calcio senza fronzoli. Un calcio adatto a questo Real Madrid.

Diranno, troppo facile con tutti questi campioni. Solitamente queste critiche arrivano perché assuefatti dal trito racconto che solo con il gioco stellare si possa vincere. La grandezza di Ancelotti sta anche qui: nel riscrivere i preconcetti e nel dimostrare che quando si hanno dei campioni si devono gestire, senza per forza inventare numeri da guerre stellari. Così è successo, la quindicesima Coppa dei Campioni è di un Real che il vero fuoriclasse lo ha in panchina. Vamos Carlo!

Carlo Galati @thecharlesgram

Qualcuno salvi Rafa da Nadal

Una piccola premessa per i nostri fedelissimi lettori: se siete folli amanti di Nadal ed è la vostra guida suprema, allora probabilmente queste poche righe potrebbero suscitarvi dei moti di violenza, sperando che non sfoci in quella fisica. Fatta questa doverosa premessa, vorremmo spendere due non richieste righe, per chiedere a Nadal di salvarsi da se stesso e di porre fine a questo lunghissimo addio. E lo facciamo a caldo dopo averlo visto perdere a Parigi, dopo averlo visto uscire di scena a Roma e Madrid, battuto nettamente nei luoghi sacri alla sua leggenda. Qualcuno, tra i più irriducibili o i più illuminati, potrà obiettare sostenendo che in realtà soprattutto nel match di Parigi, Nadal con Zverev ha lottato, ha giocato a livelli che ne ricordano la forza passata. Tutto vero, per carità. Ma il risultato è quello che resta impresso nella pietra: 3-0, fuori al primo turno nella lunga storia d’amore tra lo spagnolo e il Roland Garros. 

È proprio necessario continuare a vedere questo durante quello che è il finale di carriera di uno dei più grandi sportivi di sempre? Secondo Rafa sì, andando contro tutto ciò che è ed è stato Nadal: un giocatore fiero ed orgoglioso, combattente nato, che non ha nessun motivo per continuare a questo livello, che non è il suo, e che non potrà più essere quello del meraviglioso giocatore che abbiamo imparato a conoscere e ad amare. È una sua decisione, ma chi gli vuole bene, chi gli è vicino dovrebbe fargli aprire gli occhi, perché Nadal detentore di uno dei record più incredibili della storia di questo sport, 14 volte campione in uno Slam, non merita tutto questo. 

E a proposito di discorsi non possiamo esimerci dal commentare quello che è stato il saluto di commiato dello spagnolo sullo Chatrier: in inglese, senza alcun tipo di emozione trasmessa ad un pubblico, quello francese, che lo ha amato alla follia come tennista, ma che non lo amerà mai fino in fondo come uomo. Sarebbero bastate due parole di saluto in francese, non difficili da imparare. Altri giocatori, senza far nomi, lo avrebbero fatto. Eppure era così semplice.

Carlo Galati @thecharlesgram

Il piccolo principe

Nessuno è profeta in patria. Vecchio adagio che arriva dalla notte dei tempi e che rappresenta un certo modo di non vedere quanto hai in casa per cercare i propri guru altrove. Ma per ogni adagio che si rispetti c’è sempre un contraltare, c’è quell’eccezione che conferma una regola più o meno scritta. Charles Leclerc è quella eccezione, Charles Leclerc, monegasco di nascita e di crescita, ha vinto il gran premio di casa e lo ha fatto alla sua maniera: dominando. È vero, il circuito cittadino del principato regala una gara che per la maggior parte dei casi è una gara particolarmente noiosa, con zero sorpassi e che tanto prende dalle qualificazioni del sabato. Così come si parte si arriva. Leclerc è partito primo, è arrivato primo.

Ma non è sempre così scontato, perché anche per arrivare primo a Monte-Carlo ci vuole la concentrazione massima in ogni singolo istante della gara. Lo sa bene il monegasco, tradito com’è stato in passato per ben due volte quando tutto sembrava ormai fatto. Ecco tornare nella sua mente quell’adagio: quel circuito sembrava stregato, anche per un predestinato come lui. Poi è accaduto quello che doveva accadere, quello che era scritto accadesse: già sarebbe difficile immaginare di avere un corridore monegasco in Formula 1, figurarsi uno che possa realmente vincere. Eppure è accaduto davvero, in un mare di lacrime: di Charles, che ha ricordato il padre, del principe Alberto che lo ha premiato. Anche i ricchi piangono e anche i principi si emozionano. Il suo urlo, nell’intimità dell’abitacolo ha ricordato quello di Ayrton Senna vincitore ad Interlagos dopo anni di vani tentativi: un paragone molto importante ma che dà la misura di quanto difficile sia essere profeti in patria. Anche se ti chiami Ayrton o Charles. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Pogacar, apocalisse rosa

Alza le braccia al cielo, sorridendo. Un sorriso che racchiude tutto il bello di un viaggio lungo tre settimane, un viaggio lungo l’Italia che lo ha consacrato in maglia rosa. Tadej Pogacar è il monarca di questo Giro, un re dal cuore grande, non soltanto nella declinazione più strettamente legata alla visione romantica del ciclismo, inteso come sport di fatica, sudore e lacrime. Il ragazzo di Komenda ha dato una lezione a tutti, nei risultati  e nel come andrebbe inteso lo sport, del significato più stretto della parole campione. Lo ha dimostrato eguagliando Eddy Mercx nelle vittorie al Giro in maglia rosa, cinque come il Cannibale e sei in totale, lo ha dimostrato nelle splendide azioni di Livigno o sul Monte Grappa. Lo ha dimostrato regalando sempre un sorriso a tutti e una borraccia ad un bambino durante il momento di massimo sforzo. Ecco dove sta la sua grandezza.

Solitamente chi vince come lui, ha sempre con se quella vena di antipatia, figlia alle volte dell’invidia che in molti hanno, vittime della sindrome dell’uva acerba, travestiti come sono da volpi. Invece Pogacar, non solo non suscita alcun tipo di sentimento negativo nei suoi colleghi, consapevoli che quel tipo di talento sia un dono della natura, impossibile da declinare su tutti, ma soprattutto non è divisivo sulle strade: i tifosi di ciclismo si inchinano ai lati delle strade di fronte ad uno dei più grandi della storia moderna, e non solo, di questo sport. Come sul Monte Grappa, piccola enclave divisa a metà tra tifosi italiani e sloveni rapiti dal più forte di tutti. 

Strappando emozioni ad ogni latitudine ha travolto tutto e tutti ma lo ha fatto col sorriso. Non soltanto la classe, non soltanto il fuoriclasse, questo è un campione che pedala e vince col cuore, uno che ha fatto piangere tutti, di gioia, di emozione e di stupore. Ha incantato sui pedali e si candida ad essere il più forte di tutti, il più forte di una generazione di fenomeni che guarda già a ciò che sarà tra un mese. Chapeau Tadej. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Claudio Ranieri, l’uomo che ha reso tutto possibile 

Raccontare cosa è stato Claudio Ranieri per il calcio italiano è esercizio complesso, a maggior ragione lo è nel giorno in cui un intero stadio, lo stadio di quella che è la sua gente, la gente di Cagliari, lo ha applaudito, osannato, portato per mano dentro il trionfo che merita. Non ce ne vogliano gli amici sardi ma limitare però la figura di Ranieri, per quanto importante, solo alla sua parte di vita legata alla panchina isolana, significherebbe fare un torto ad uno dei pochi veri maestri che il calcio italiano ha saputo valorizzare in patria ed esportare con il certificato di qualità all’estero.

È l’emblema della normalità che plasma l’impossibile tra le sue mani, rendendolo concreto: così a Cagliari, così a Roma, così a Firenze e così a Leicester. Lì, in terra d’Albione è ricordato da tutti e sarà ricordato per sempre per la portata dell’impresa compiuta con una squadra di buoni giocatori, che grazie alla guida di Sir Claudio sono riusciti a diventare eroi. Giocatori che sarebbero rimasti nella mente di chi ne ama la maglia che indossano, diventati leggende a tutto tondo capace di battere gli invincibili squadroni della Premier. Una cosa che, anche adesso ad anni di distanza, si fa fatica a comprendere, ad accettare nelle sue molteplici complessità. Eppure è avvenuto. 

Ed è successo grazie ad un allenatore che con il suo calcio innovativamente legato alla concretezza,  facilmente adattabile ad ogni latitudine, ad ogni giocatore che abbia la volontà e la voglia di affidarsi totalmente agli insegnamenti di un allenatore che lasciai il segno, prima come uomo e poi come professionista, legando però le due cose in maniera indissolubile e rendendole un tutt’uno. Adesso ha detto basta. Lascia da vincente, conquistando l’ennesima salvezza impossibile dopo una promozione altrettanto impossibile e trovando un posto nel cuore dei cagliaritani accanto ad un mito che di nome faceva Gigi e che a quelle latitudini è venerato come un dio. Lascia in tutti noi il ricordo di imprese memorabili e un sentito grazie per ciò che è stato e che purtroppo non sarà più.

Carlo Galati @thecharlesgram