La favola di Coco


E lieto fine fu. Coco Gauff, enfant prodige del tennis femminile Usa, ridà luce e gioia ad un movimento tennistico che dopo l’addio di Serena e Venus (quella che si vede ancora in giro per il circuito per i campi è una specie di ologramma che ne ricorda le fattezze), ritrova in lei, emozioni, sensazioni ma soprattutto sorrisi. Perché questo ci piace della giovane Gauff: la spontaneità. Ne ricordiamo le lacrime inconsolabili nel 2019, sempre su questo campo, dopo la sconfitta con Naomi Osaka. Erano la crime che oltre a segnarle il volto, le stavano già segnando il cammino per portarla fino a dove è giusto che sia arrivata, vincendo il suo primo Slam, in casa, opposta alla numero uno al mondo. Insomma, non crediamo molto alle favole ma questa ci assomiglia molto, per tutto questo story telling che ci sta dietro. Potremmo continuare ma, giustamente avrete e abbiamo altro da fare; soprattutto, parlare dell’altra pagina di questo capitolo finale. Quello maschile, quindi veniamo a noi.


Nel 2021 sappiamo tutti come andò a finire, inutile rivangare il passato alla ricerca di segnali che potrebbero dare un senso a qualcosa che non ha bisogno di ulteriori presentazioni. Potremmo lasciare anche in bianco e dirvi, godetevi il match. Probabilmente qualcuno di voi, lo penserà, ma abbiate pazienza, siamo alle battute finali. Ciò detto non abbiamo certezze granitiche nel tennis, a parte due/tre, riposte nel cassetto dei ricordi con la sigla RF, che abbiamo la moderata convinzione di non rivangare più, ma crediamo che Medvedev possa riuscire in quella che al momento sarebbe una piccola grande impresa. Djokovic è il favorito, senza dubbio, anche perché, a parte mettere giù il telefono in faccia ad un ventenne non è che abbia fatto molto altro in questo torneo (per demeriti degli altri of course…), ma il russo sa come farlo impazzire. Lo ha già fatto in passato, ci auguriamo lo rifaccia. E non lo scriviamo per partigianeria ma per vedere match, per vivere l’incertezza, insomma per goderci del buon tennis.

Carlo Galati @thecharlesgram

La Coppa della discordia

C’era una volta la Coppa Davis, una sorta di campionato del mondo di tennis che, ammantata di nostalgico romanticismo, l’Italia ha vinto quando ancora la televisione trasmetteva immagino in bianco e nero e l’orgoglio di far parte di quella squadra era il motore che univa tutto e tutti. Fino agli anni 90, fino a qualche anno fa. Poi di colpo, per i colori azzurri, la Coppa Davis è diventato un obbligo, più che un piacere.

Non giriamoci troppo attorno, per Jannik Sinner, numero 1 azzurro e portabandiera del nostro tennis, dopo la sanguinosa sconfitta agli Us Open, è evidentemente così, decidendo di dare forfait. “Devo recuperare” ha detto, mancando quella convocazione che invece avrebbe voluto Fabio Fognini, in polemica aperta con il capitano Filippo Volandri. Ma questo è un altro discorso, o forse l’altra faccia della stessa medaglia. Una medaglia che sa di polemica.

E Sinner non è nuovo a queste scelte; ricordiamo ancora la decisione di non rappresentare l’Italia alle Olimpiadi di Tokyo, per preparare al meglio, disse, la stagione americana sul cemento, preferendola al sogno di ogni sportivo, un sogno a cinque cerchi che non era (è) il suo. E poi, last but not least: come la mettiamo con i tanti tifosi, che hanno acquistato i biglietti per vedere Sinner a Bologna? Tanti di questi ragazzini, che dopo aver saputo della rinuncia di Berrettini per infortunio (fatto concreto), non saranno felici di non vedere il nostro giocatore più forte, giovane e vincente. Ci aggrappiamo a Musetti e Arnaldi, ci aggrappiamo a Lorenzo Sonego uno che con la Davis ha un conto aperto. Loro sì felici di esserci, felici di indossare l’azzurro.

Carlo Galati

Italbasket in volo verso il paradiso

È in una domenica di inizio settembre o di fine estate che si è scritta la storia della pallacanestro italiana. Dopo 25 anni l’Italia del basket torna tra le otto squadre più forti al mondo. E come nel 1998 al torneo iridato in Grecia, anche nelle Filippine il pass per i quarti arriva con un successo su Portorico. Finisce 73-57 per gli azzurri.

Un gruppo quello azzurro che dall’inizio della manifestazione iridata, è riuscito sempre a trovare la chiave di volta per vincere le partite. Una volta con Fontecchio in stato di grazie, un’altra con Pippo Ricci, il tutto sempre con Nick Melli e Gigi Datome a coordinare le operazioni come ingegneri dalla visione superiore.

E martedì sempre questo gruppo si giocherà l’accesso alle semifinali. Di fronte un avversario tra Lituania e Usa, questa ultima la squadra affrontata nel 1998 che oggi è stata scelta da Paolo Banchero dopo un lungo corteggiamento azzurro. Sembra tutto scritto anche perché per trovare la Nazionale di basket in semifinale al Mondiale bisogna andare indietro 45 anni: nel 1978 gli azzurri chiusero al 4° posto. E si giocava a Manila.

Carlo Galati

Il sogno di Arnaldi

Possono i sogni essere reale carburante per gli obiettivi prefissati? “Quando ho visto il tabellone, il mio sogno era quello di giocare con Alcaraz agli ottavi”, ha detto il giovane Matteo Arnaldi, 21 anni da Sanremo, Italia. E quel sogno è stata linfa vitale per un cammino che lo ha visto battere giocatori più esperti di lui fino al numero 16 del mondo, Cameron Norrie.

Un match vinto in scioltezza, come se la classifica non contasse nulla e la distanza tra i valori in campo fosse resa ipotetica da un continuo martellamento del più giovane Matteo, che con colpi precisi ha abbattuto i pronostici a lui sfavorevoli.

È un giocatore completo Arnaldi, non eccelle in nulla ma fa tutto perfettamente. Il tutto in un fisico da maratoneta ed una testa meravigliosamente rivolta alla bellezza del gioco, senza particolari elucubrazioni. It’s only entertainment. Non vorremmo essere blasfemi, ma ci ricorda un certo Juan Carlos Ferrero, che con le stesse caratteristiche ha fatto la carriera che ha fatto. Ferrero allenatore di Alcaraz, quel sogno raggiunto da Arnaldi, l’obiettivo da cui partire non il punto di arrivo.

Carlo Galati

L’argento vivo della 4×100

Se qualcuno si fosse chiesto se la 4×100 italiana fosse ancora quella squadra capace di vincere l’oro olimpico, la risposta è sì. A Budapest non è oro, è argento dietro la fortissima formazione statunitense ma è una prestazione che vale tantissimo: un argento con riflessi d’orati.

Roberto Rigali, Marcell Jacobs, Lorenzo Patta, Filippo Tortu ai Mondiali Budapest a 40 anni esatti dall’argento di Helsinki ’83 di Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea: è secondo posto in 37.62, una prestazione che non vale il record italiano ma che ci posiziona nell’Olimpo della velocità, meritando l’ingresso in quel club esclusivo che non prevede inviti ma ingressi dovuti a chi sa correre veloce.

Una rivincita anche per i due volti di questa staffetta, antitetici ma così simili, nell’aggressione al cronometro, nella volontà di fermare il tempo: Filippo Tortu e Marcel Jacobs sono le nostre frecce tricolori capaci, nella squadra, di ritrovare ciò che serviva per riscattarsi, cacciando via ombre e gufi, riconfermando di essere élite, ricordando e ricordandosi di essere forti. E veloci.

Carlo Galati

Tamberi, la certezza d’oro

Gianmarco Tamberi è il più grande di sempre dell’atletica azzurra. Ha vinto tutto, lo ha fatto in tre anni, mettendo il punto esclamativo a Budapest ad una carriera incredibilmente reale. Realisticamente concreta nella sua costante ricerca della perfezione, del primo posto, dell’oro.

E si è preso il tetto del mondo a modo suo, con una gara folle, con la quasi eliminazione in qualificazione, con l’errore a 2,25, per poi segnare un percorso netto fino al punto più alto, a quel 2 metri e 36 in condivisione con l’americano Harrison, che ha saltato la misura ma solo al secondo tentativo. Poi lo spettacolo, da vera rockstar qual è, da showman capace di trascinare tutti, e anche se stesso, dalla propria parte, gestendo il ritmo della sua gara e del pubblico insieme a lui. Nessuno ci era riuscito finora.

Come nessuno era riuscito a vincere olimpiade, un mondiale all’aperto e due al chiuso, un europeo outdoor e due indoor, passando attraverso l’inferno dell’infortunio, del recupero, dell’allontanamento del padre allenatore, emblema di una crisi famigliare più che tecnica. A testa alta e col petto in fuori è riuscito nell’impossibile, regalandosi ancora la consapevolezza di essere il più forte e guardando a Parigi con la consapevolezza dei grandi.

Carlo Galati

Mazzone, quel record oltre la corsa

Ci ha lasciato Carlo Mazzone. Un allenatore che ha segnato il calcio italiano in profondità. Un grande allenatore, uno di quelli che ha raccolto forse troppo poco, in termini di titoli, rispetto a quello che ha dato al suo sport. Le sue idee tattiche erano legate alla tradizione, il libero, la difesa dura e grintosa, il contropiede come arma letale. A questa formula, che è poi ancora oggi la formula della maggior parte degli allenatori italiani, univa la furbizia.

Ricordarlo come l’uomo del popolo, il romano figlio della veracità della sua terra sarebbe riduttivo. Come riduttivo è l’immaginario collettivo che lo vuole di corsa sotto il settore ospiti dell’Atalanta dopo il pareggio del suo Brescia. Un Brescia che era la squadra di Roberto Baggio e di un certo Pep Guardiola, collega di Mazzone e che da Mazzone ha imparato.

È stato l’allenatore di un ragazzino che non riusciva a trovare spazio in prima squadra schiacciato dal peso dell’essere un predestinato. Lo ha tirato su nel momento più delicato della sua seppur giovane carriera dandogli in mano la Roma. Francesco Totti lo ringrazierà per la vita. E noi con lui, lasciando in eredità tanto, ma soprattutto il record di numero di panchine in serie A: 792. Mica male per l’uomo del popolo. Buon viaggio mister.

Carlo Galati

Sinner, il sogno di una notte di mezza estate

Un viaggio lungo 4 anni e 4 mesi, che da Montecarlo ha trovato il suo nuovo approdo a Toronto. Dalla terra rossa al cemento, dall’ Europa all’America del Nord, da Fabio Fognini a Jannik Sinner. L’Italia del tennis torna a fregiarsi di un titolo vinto in un master 1000 e lo fa col suo gioiello più prezioso, con il pupillo che ha coccolato e protetto, sostenuto e incoraggiato, fino al trionfo.

Ha rotto gli indugi Jannik, ha urlato con il suo tennis il suo nome, dando quel segnale che tutti si aspettavano arrivasse, sedendosi al prestigioso tavolo dei grandi, che raffigura l’elite vera del tennis mondiale. Ha giocato il suo tennis, puntuale, preciso, forte, teso a massimizzare tutto, togliendo il fiato ai suoi avversari, con un pressing asfissiante con una sequenza di colpi che, come scatti, imprimono la propria immagine in modo indelebile sul libro dei trionfi.

La sua stagione è perfetta già così: sesto posto mondiale, primo titolo in un mille, semifinale a Wimbledon. Basta questo. Ci avremmo messo la firma e forse anche lui. Da ora in avanti avrà il vantaggio non indifferente di poter giocare con il braccio libero dal peso delle aspettative, di poter entusiasmarsi nella lotta, senza pensare troppo a quello che dovrebbe essere. Perché semplicemente lo è già. Non finisce qui, c’è ancora tanta America da conquistare e da vedere, con la ciliegina di New York, la città che non dorme mai ma che regala grandi sogni.

Carlo Galati

Mathieu Van der Poel, il campione del mondo

Quando all’arrivo mancavano 23 chilometri, non ci ha pensato un attimo: ha inserito la marcia giusta ed è andato via. Mathieu Van der Poel ha salutato la compagnia, lasciandosi alle spalle il belga Van Aert (secondo), lo sloveno Pogacar (terzo) e il danese Pedersen (quarto): insomma, non proprio i primi avventurieri sulle due ruote. Ha illuminato il traguardo di Glasgow diventando così campione del mondo di ciclismo su strada.

Un’impresa resa ancora di più straordinaria dall’imprevisto ai 16,6 km dall’arrivo: l’olandese cade in curva a causa del viscido fondo del manto stradale bagnato dalla pioggia scozzese di mezza estate, si rovina lo scarpino destro, ma si rialza e riparte a tutta riguadagnando subito i secondi persi sugli inseguitori. Come se nulla fosse, ma nulla non è, visti gli squarci evidenti su tutto il fianco destro. Roba da supereroi, per comprendere la misura.

Una pedalata stupenda, secca, fluida e potente tipica dei campioni che nelle gare di un giorno esaltano se stessi e la propria classe, rendendo merito al dio del ciclismo per aver saputo dare quanto siamo riusciti a vedere, ovvero uno dei mondiali di ciclismo su strada più belli che si ricordino. Un podio di campionissimi, campione tra i campioni, che aggiunge quest’iride ad altri titoli mondiali, e con la possibilità sabato di aggiungere anche il titolo dell mountain bike. L’olandese che non vola ma corre in bici, che nella terra degli indomiti è riuscito a domare tutti, il mondo intero.

Carlo Galati

La scherma azzurra si ricopre d’oro, scacco matto alla Francia

Lo scrivevano qualche giorno fa: se il fioretto è la gioielleria d’Italia, la scherma è la sua miniera. D’oro, s’intende. In una giornata di gloria che ha regalato l’ennesimo suggello azzurro ad un mondiale che stiamo disputando e vincendo tra le mura amiche. Mura che hanno respinto per ben due volte in un giorno, gli assalti transalpini, prima nel fioretto femminile e poi nella spada maschile.

Alice Volpi, Arianna Errigo, Martina Favaretto e Francesca Palumbo prima e Gabriele Cimini, Davide Di Veroli, Andrea Santarelli e Federico Vismara poi hanno indicato assalto dopo assalto, stoccata dopo stoccata la via della vittoria con la nona e la decima medaglia di questa edizione che ci vede, ovviamente, primi nel medagliere, dominatori incontrastati di discipline storiche come lo sport.

E sono vittorie sulla Francia, altra grande paese dalla tradizione schermistica molto importante, e che tra esattamente un anno ci ha dato appuntamento per la rivincita dentro le loro mura, in un contesto, quello olimpico, che sembra destinato a questo tipo di impresa. Una storia in teoria stupenda, nella pratica tutta da vedere. Le armi azzurre sono pronte a replicare la festa, portandola da Milano a Parigi.

Carlo Galati