Cartoline da Parigi: balliamo sul Mondo

Sarebbe troppo semplice raccontare la storia del calabrone e del suo volo “inconsapevole” per descrivere l’ultima impresa di Armand Duplantis, il suo record del mondo fissato a 6 metri e 25.
Armand non è un calabrone, ma un astronauta, uno che vola consapevolmente, un Icaro le cui ali sono saldate su un’asta e non fermate dalla cera, un esploratore dei cieli, uno che ha scavalcato la luna e raccoglie già campioni su Marte.
Quelli della generazione nata negli anni ‘70 pensavano che i 6 metri e cocci di Sergej Bubka fossero il limite, la colonna d’Ercole della specialità.
E invece la natura ha creato Armand, classe 1999, curiosamente la stessa di una serie di fantascienza, Spazio 1999, che raccontava vent’anni prima un futuro pieno zeppo di astronavi e colonie lunari; Armand è vent’anni avanti, invece, lui è l’astronave e vederlo volare è come respirare la sensazione di leggerezza dell’assenza di gravità.
L’oro è troppo poco per questo qui: la medaglia forgiatela col più prezioso dei minerali trovato nello spazio, perché Armand non ha nessun limite, se non il cielo.

Paolo Di Caro

Il gigante e la bambina

Gimbo arriva lì, alla terza prova a 2 metri e 29, in mezzo a una trentina di ragazze che stanno ultimando le fatiche di un Diecimila infinito e dolcissimo.
É con le spalle al muro, ma come sempre tira fuori il balzo della vita, supera l’asticella e scherza a 2.31, ipotecando la vittoria e scatenando l’Olimpico, fra gag clamorose e la mezza barba portafortuna.
Nella bolgia della pista, mentre tutto guardano il gigante, c’è la bambina Nadia, mezzofondista e talento puro, cristallino, già oro nei Cinquemila: schianta le inglesi, sembra passeggiare fino a due giri dalla fine, prima di piazzare la stoccata finale, per la medaglia d’oro e il record italiano.


Il gigante, nel frattempo, libera i demoni e salta fino a 2,37, sempre alla prima prova, mentre fa festa con ogni spettatore presente allo stadio.
Il gigante e la bambina, gli ennesimi ori dell’Atletica ritrovata, il Fort Knox di questo Campionato Europeo, il caveau blindato della Banca dei talenti d’Italia.
E adesso, con questa energia, tutti a Parigi.
La Bastiglia è lì, a portata di mano.

Paolo Di Caro

Fabbri, Simonelli, Jacobs: l’Italia ricoperta d’oro

Giovani, veloci, sorridenti.
L’Italia dell’Atletica piazza tre colpi da maestro, dopo gli Ori della Palmisano e della Battocletti, stavolta con tre uomini: Fabbri nel peso, Simonelli nei 110 ostacoli, Jacobs nei 100 metri.

E poi gli argenti “quasi d’oro” di Furlani, col nuovo primato mondiale under 20, e di Ali, adesso a 10.05, tempo di assoluto rispetto a livello assoluto. Senza dimenticare il bronzo di Fortunato nei 20 km di Marcia.
Marcel piazza il personale stagionale, Simonelli si affaccia con 13.05 all’Olimpo degli ostacoli, Fabbri si conferma un gigante con i 23 metri nel mirino; per tutti e tre, e per la giovane Italia dell’Atletica è già così un Europeo da incorniciare.

Una generazione di fenomeni da preservare, coccolare ed esaltare, quando serve, perché lo sport di vertice è sacrificio, nell’atletica sacrificio al quadrato.
E non finisce qui.

Paolo Di Caro

Il ritorno di Jacobs, pronto a stupire di nuovo

Sono passati 230 giorni da quando Marcell Jacobs, ha corso la sua ultima gara a Zagabria. Una gara che segno sul cronometro ufficiale il tempo di 10’’08 sui 100 metri piani outdoor. Poi il silenzio. Tutti a domandarsi se realmente il campione olimpico fosse degno di rappresentare il titolo che ha conquistato 2 anni prima in quella meravigliosa serata giapponese, una serata che vide l’Italia conquistare due ori a distanza di pochi minuti l’uno dall’altro, in due specialità diverse, velocità e salto. Quella sera Tamberi e Jacobs presero l’Italia e la misero in cima al monte della atletica mondiale. 

Da quel momento in poi, sembrava quasi che l’intero universo mondo fosse pronto a chiedersi se la falcata di quel ragazzo dal nome americaneggiante ma dal tricolore sul petto, fosse solo una chimera o invece destinata alla storia, seguendo il principio secondo il quale vincere è difficile, confermarsi lo è di più. Un titolo mondiale indoor sui 60 metri a Zagabria nel 2022 e il titolo europeo qualche mese più tardi a Monaco di Baviera sui 100 metri, sono lì a testimoniare che non fu vana gloria quella di Tokyo. Ma non era sufficiente. Con Jacobs c’è sempre stata la tendenza a dire, che sì ha dimostrato di essere il più forte ma…ma e ancora ma. Elenco lunghissimo, che spazia dalla presunta troppa voglia di apparire sui social alle stupide ombre di doping. Come direbbero gli anglosassoni, bullshit. 

In realtà, la storia dell’atletica e dello sport in generale è piena di campioni dai muscoli fragili, di atleti che ottengono l’accesso al paradiso salvo poi attraversare l’inferno degli infortuni. Da qui la decisione di cambiare tutti, allenatore, luogo di allenamento e di sparire dai riflettori. Concentrarsi sul recupero e riprendere in mano tutto per tornare a vincere. Non ha vinto a Jacksonville, 230 gg dopo Zagabria, ma ha corso in 10’’11, stesso tempo del vincitore ma secondo al fotofinish. Tanto basta per guardare verso gli europei di Roma prima e le olimpiadi di Parigi poi. E’ pronto a far tacere tutti ancora una volta; lui crede in se stesso, noi crediamo in lui. 

Carlo Galati @thecharlesgram

Duplantis, il salto oltre il limite

Chi ha più o meno tra i 40 e i 50 anni, è cresciuto seguendo le gesta di un atleta, nato russo e cresciuto ucraino, che un centimetro alla volta, un salto alla volta ha spostato in avanti i limiti umani. Il suo nome è Sergej Bubka, ha vinto una medaglia d’oro alle olimpiadi di Seul nel 1988 ed è stato campione del mondo per sei volte consecutive tra il 1983 e il 1997, passando con la sua asta sopra i confini della storia vincendo sia per l’Unione Sovietica che per l’Ucraina. Il suo record, per noi giovani ammiratori di quell’uomo volante era 6 metri e 15. Niente e nessuno sembrava potesse intaccarne l’aurea mitologica figlia dell’inarrivabilità. Concetti saldamente inattaccabili fino a quando non è atterrato un extraterrestre a riscrivere le regole del gioco: Armand Duplantis.

Questo ragazzo, nato da padre statunitense e da madre svedese, cresciuto in Louisiana è il più classico dei game changer, irrompendo con una straordinaria rapacità sopra il nido del mito posto ad un’altezza irraggiungibile per un essere umano diverso da Bubka. Ed invece, come spesso accade nella storia dello sport, “Mondo” (così è soprannominato Duplantis) ha iniziato a salire fino a 6 metri e 17, sentendo con la sua asta il favore di quel vento che spira solo verso i predestinati.

Poi in un susseguirsi di record, salto dopo salto, è arrivato fino a 6 metri e 24, l’ultima grande impresa, l’ultima grande misura di un campione assoluto che salta con la serenità di chi sa che, a 24 anni, c’è ancora tanta strada da percorrere, una strada lunga che porta verso l’alto, per spostare sempre di più quel limite. Un centimetro alla volta.

Carlo Galati (@thecharlesgram)

Mattia, salto nel futuro

Una stella è nata. O forse dovremmo scrivere che una stella è visibile a tutti, adesso. Dopo aver dominato le categorie Juniores, imponendo la legge del più forte, Mattia Furlani, di professione saltatore (in lungo) ha conquistato la medaglia d’argento ai mondiali indoor di Glasgow, arrivando lì dove nessun altro italiano era mai arrivato, per la precisione a 8 metri e 22, stessa misura del campione olimpico di Tokyo e mondiale di Budapest, il greco Miltiadis Tentoglou. A fare la differenza la seconda misura saltata.

È stato un duello magnifico, in cui non si è percepita la differenza tra chi ha vinto tutto nell’ultimo triennio (anche un argento ai Mondiali di Eugene 2022) e chi è ancora nelle categorie giovanili, oro europeo Under 20 del 2023 e Under 18 2022. I due rivali hanno piazzato subito la miglior misura di 8.22 al primo salto, per poi giocarsela sulla seconda. Ma poco importa. Poco importa oggi.

L’orizzonte del campione è lì a portata di salto, un salto che potrebbe proiettarlo definitivamente tra i più grandi dell’atletica mondiale, dopo aver già messo il proprio nome nella ristrettissima lista dei medagliati. Sognare adesso non costa nulla e Mattia ha dimostrato di poter stare lì, dove lì significa Parigi. Significa Olimpiade ed un sogno ancora più grande.

Carlo Galati @thecharlesgram

Kelvin Kiptum, la speranza che diventa tragedia

Kelvin Kiptum era il più grande. Per comprendere la natura della sua scomparsa prematura, possiamo paragonarlo a Kobe Bryant o a Ayrton Senna, atleti che hanno  portato con loro il senso dello sport. Parliamo di una leggenda dell’atletica, scomparsa in circostanze ancora da chiarire ma riconducibili ad un incidente stradale. Proprio la strada gli ha tolto la vita, quella stessa strada che invece gli aveva dato tutto in termini di risultati sportivi, oltre alla vita, alla genetica, agli dei dello sport, che gli avevano donato il talento. Quello puro, che accompagna l’essere umano elevandolo a una specie capace di tutto. Anche di correre la maratona sotto le due ore.

Questo, nello specifico, è uno dei muri dell’umana natura che nessuno è ancora riuscito a battere: Kelvin ci era andato vicino, detentore del record del mondo in 2:00:35 corso alla maratona di Chicago, una delle maratone più veloci al mondo ma non la più veloce. C’era del margine, nelle gambe, nel fiato, nel cuore dell’atleta keniota. L’obiettivo in tal senso era prima Rotterdam, poi ovviamente Parigi ed i cinque cerchi. La gloria olimpica che era alla sua portata, così come quel muro invalicabile che però iniziava a traballare di fronte al primo uomo capace di correre la maratona sotto le 2 ore e 1 minuto, che a pensarci bene resta strabiliante già così.

E a pensarci bene, Kiptum all’attivo aveva soltanto tre maratone nelle gambe e 35 secondi (anzi 36…) di margine per poter dare un senso alla corsa durata una vita trascorsa sugli altipiani keniani, a correre e correre, un passo dopo l’altro, raccontando al mondo che, in gara, in una gara vera, è possibile correre a 20 km/h per poco meno di due ore. Quei 35 secondi che sembrano un batter d’occhio per chi vive una vita normale: cosa volete che siano 35 secondi? Un’eternità per chi corre, ma un’eternità pronta ad essere addomesticata e che invece resterà lì a ricordarci cosa poteva essere e non sarà per chissà quanto tempo. 

Carlo Galati @thecharlesgram

L’argento vivo della 4×100

Se qualcuno si fosse chiesto se la 4×100 italiana fosse ancora quella squadra capace di vincere l’oro olimpico, la risposta è sì. A Budapest non è oro, è argento dietro la fortissima formazione statunitense ma è una prestazione che vale tantissimo: un argento con riflessi d’orati.

Roberto Rigali, Marcell Jacobs, Lorenzo Patta, Filippo Tortu ai Mondiali Budapest a 40 anni esatti dall’argento di Helsinki ’83 di Tilli, Simionato, Pavoni, Mennea: è secondo posto in 37.62, una prestazione che non vale il record italiano ma che ci posiziona nell’Olimpo della velocità, meritando l’ingresso in quel club esclusivo che non prevede inviti ma ingressi dovuti a chi sa correre veloce.

Una rivincita anche per i due volti di questa staffetta, antitetici ma così simili, nell’aggressione al cronometro, nella volontà di fermare il tempo: Filippo Tortu e Marcel Jacobs sono le nostre frecce tricolori capaci, nella squadra, di ritrovare ciò che serviva per riscattarsi, cacciando via ombre e gufi, riconfermando di essere élite, ricordando e ricordandosi di essere forti. E veloci.

Carlo Galati

Tamberi, la certezza d’oro

Gianmarco Tamberi è il più grande di sempre dell’atletica azzurra. Ha vinto tutto, lo ha fatto in tre anni, mettendo il punto esclamativo a Budapest ad una carriera incredibilmente reale. Realisticamente concreta nella sua costante ricerca della perfezione, del primo posto, dell’oro.

E si è preso il tetto del mondo a modo suo, con una gara folle, con la quasi eliminazione in qualificazione, con l’errore a 2,25, per poi segnare un percorso netto fino al punto più alto, a quel 2 metri e 36 in condivisione con l’americano Harrison, che ha saltato la misura ma solo al secondo tentativo. Poi lo spettacolo, da vera rockstar qual è, da showman capace di trascinare tutti, e anche se stesso, dalla propria parte, gestendo il ritmo della sua gara e del pubblico insieme a lui. Nessuno ci era riuscito finora.

Come nessuno era riuscito a vincere olimpiade, un mondiale all’aperto e due al chiuso, un europeo outdoor e due indoor, passando attraverso l’inferno dell’infortunio, del recupero, dell’allontanamento del padre allenatore, emblema di una crisi famigliare più che tecnica. A testa alta e col petto in fuori è riuscito nell’impossibile, regalandosi ancora la consapevolezza di essere il più forte e guardando a Parigi con la consapevolezza dei grandi.

Carlo Galati

Ad maiora, Marcel

Potrà sembrare strano di fronte a una sconfitta, ma ci piace da morire Jacobs fuori dalla finale dei 100 metri ai Mondiali, quinto col personale stagionale di 10’’05.
Ne avete parlato come di un fenomeno da laboratorio, uno che vince le Olimpiadi chissà come e poi sparisce nel nulla, con quel misto di complottismo e autolesionismo tipico dell’Italiano critico da poltrona e birra ghiacciata.
Sospetti di doping basati sul nulla, mentre i suoi avversari finivano dietro la lavagna controllo dopo controllo.
E invece Marcel è lì, ai blocchi di partenza, umano fra i marziani, capace di metterci la faccia nonostante infortuni e disavventure di ogni tipo, poche gare sulle gambe e tutta la pressione del mondo.
Corre comunque molto velocemente, una delle migliori prestazioni italiane “all time” sui 100 metri, si migliora rispetto alle batterie, combatte e si ferma a un passo dalla finale.
Ci avrebbero stupito, francamente, miracoli senza i giusti passi di avvicinamento alla prestazione da record.
Va bene così.
Adesso appuntamento a Parigi, infortuni e gufi permettendo.