Il PSG ha vinto la sua prima Champions League. Cinque a zero, netto, pulito, come certe partite che profumano di sentenze e che non ammettono repliche. L’Inter si è sciolta presto, come neve su un parabrezza. Ma non è questo che conta. Conta che in panchina c’era Luis Enrique e che, al fischio finale, ha guardato il cielo. Non c’era bisogno di parole; le parole, a volte, disturbano. Lì, in quel silenzio denso, c’era il nome che tutti avevano in mente: Xana.
Xana, la figlia. A sei anni era in campo con lui a Berlino, nel 2015, quando il Barcellona vinse la Champions contro la Juve. Una corsa felice, i capelli che volano, la mano nella mano col papà sventolando una bandiera. Quattro anni dopo, una malattia rara se l’è portata via.
Da allora, Luis Enrique non è più lo stesso. Sorride meno, parla piano, ma allena con qualcosa in più. Non è grinta. È presenza. È quella voce che gli bisbiglia “continua”, anche quando niente avrebbe più senso.
Parigi, che sembrava una squadra senz’anima, stanotte ne ha avuta una. Era quella del suo allenatore. Dei suoi occhi fermi, del suo silenzio che vale più di mille discorsi. E di quel sorriso lieve, appena accennato, dedicato a chi non c’è più.
Certo, nessun trofeo colma certe assenze, ma ci sono vittorie che profumano di memoria, di amore che resiste. E in mezzo ai coriandoli e ai flash, qualcuno a Monaco ha sentito il passo lieve di una bambina. Correre, ancora una volta, verso suo papà.
È morto Nino Benvenuti, a 86 anni. E con lui se ne va molto più di un pugile. Se ne va un pezzo d’Italia che sapeva sognare in grande ma con passo leggero, un’Italia che saliva sul ring con lo stile addosso e l’onestà negli occhi.
Lo ricordiamo tutti con l’oro olimpico di Roma ’60 al collo, con il tricolore sul petto e il sorriso da ragazzo perbene. Poi l’apoteosi: il Madison Square Garden, aprile ’67, il mondiale strappato a Griffith tra le luci di New York. E un’Italia che quella notte si sentì meno provinciale, grazie a quel sinistro elegante e a quella guardia alta, composta, come il suo modo di stare al mondo. Benvenuti combatteva con intelligenza, non con la furia. Colpiva pulito, non cercava scorciatoie. Sul ring sembrava quasi danzare, mai una smorfia, mai un eccesso. Un campione, sì, ma di quelli che non hanno bisogno di urlarlo.
E quando perse, come contro Monzon, tenendo in piedi l’Italia intera, non cercò alibi, non lanciò accuse: “Era più forte di me”, disse. Oggi, una frase così pare d’altri tempi. E in effetti Benvenuti veniva da un altro tempo, dove il rispetto veniva prima della vanteria e la sconfitta era ancora una forma di dignità.
Fu volto televisivo, ambasciatore del pugilato, opinionista garbato. Sempre con il tono giusto, sempre con l’eleganza di chi conosce il sudore e non lo nasconde. Non aveva bisogno di fare il personaggio, gli bastava essere se stesso. E quello, per chi lo ha conosciuto o anche solo visto combattere, bastava eccome. Adesso che se n’è andato, resta il rimpianto per un certo modo di essere sportivo, e uomo. Un modo che non si insegna più, un modo di vivere e combattere che ci dice che anche tra le corde si può stare con grazia. E che si può vincere senza fare rumore.
Le sconfitte sono sconfitte. Sinner non riesce a completare il quasi “cappotto” italiano agli Internazionali di Roma, singolare femminile, singolare maschile, doppio femminile, cedendo il passo a un Carlitos Alcaraz vicino alla perfezione del proprio tennis, senza amnesie e con un ritmo già rodato in chiave Parigi. Una sconfitta che non toglie nulla allo straordinario torneo di Jannik, al suo rientro forte e tutt’altro che scontato dopo la squalifica, alla mentalità dimostrata sul campo, al primo set della Finale che avrebbe potuto far “girare” il match, con i due set point falliti dal nostro campione. Adesso servirà capire come colmare la distanza che separa l’Italiano dallo spagnolo, più forte sulla terra rossa; perché sul “duro”, probabilmente, anche questa partita sarebbe andata diversamente. Per battere Carlitos su questa superficie servirà intensità per tutto il match, percentuali altissime di prime palle al servizio e sbagliare meno di lui, insieme a una condizione fisica perfetta. Ci saranno due settimane di tempo. Poche? Sufficienti? Vedremo. E allora, resi gli onori al campione spagnolo, riflettori e corona d’alloro per le splendide azzurre del doppio, Jasmine Paolini e Sara Errani. Sulla prima abbiamo detto tutto: centra la doppietta singolare/doppio al Foro Italico e si regala col sorriso una delle più belle settimane tennistiche della propria vita. Sara Errani merita qualche secondo in più: bistrattata, criticata, considerata non all’altezza, si dimostra ancora una volta, a 38 anni, una professionista esemplare, conduce per mano Jasmine e insieme si regalano la seconda vittoria consecutiva nel doppio agli internazionali d’Italia. Agli odiatori seriali, ai tennisti della domenica, ai polemisti in servizio permanente effettivo, resterà negli occhi l’immagine di questa piccola grande italiana, una delle più vincenti della storia con la racchetta in mano, pur con mezzi fisici limitati, soprattutto nell’era delle giocatrici super “fisicate”. Questa edizione del torneo romano resterà quindi negli annali, pur senza la vittoria al maschile, per la dimostrazione di straordinaria competitività del movimento tennistico italiano. Resterà il torneo di Jasmine, di Sara, di Jannik e di Lorenzo, al netto della vittoria di Alcaraz al maschile. É stata la prova di maturità, a casa nostra, dopo le vittorie in giro per il mondo, la Coppa Davis, gli Slam, la Billie Jean King Cup, le Olimpiadi: non è un sogno, è una solida certezza. Ci vedremo a Parigi, con il numero 1 del mondo al maschile e il 4 al femminile, oltre a una agguerrita pattuglia di giocatori e giocatrici ai vertici del tennis mondiale. E scusate se è poco.
C’è un’immagine che si sovrappone nello sguardo di chi conosce lo sport e ne riconosce i padroni: è l’immagine netta di un dominio naturale che attraversa epoche diverse fino ai giorni nostri, un dominio leale, alimentato dal fulgido splendore di una classe cristallina. Jannik Sinner, tennista, non gioca, danza. Il suo 6-0 6-1 a Casper Ruud non è soltanto un semplice risultato, è una poesia breve, tagliente, come certi haiku giapponesi dove l’essenziale è tutto, ragionando sull’essenza delle cose, utilizzando vivide immagini che hanno la forma, in questo caso, di una racchetta che fluttua nell’aria e una pallina che quell’aria la fende, sancendo uno squarcio invisibile che lascia però un segno. Quando colpisce la palla sembra volergli bene, mentre la punisce. Sul campo e sui suoi avversari. Si muove come se fosse leggero di pensieri, eppure ogni colpo affonda, preciso, implacabile.
Ed è in questi momenti che la mente di un amante dello sport inizia a viaggiare, senza andare troppo lontano; lì, tra lo stupor mundi riconosciuto dal pubblico romano e i mulinelli d’aria mista a terra rossa, che si alzano dai campi, viene spontaneo pensare a un altro artista della fatica: Tadej Pogacar. Anche lui ha il volto pulito e lo sguardo di chi non mente. Anche lui non sorride per vanità, ma per intima allegria. È il ciclismo che torna poesia attraverso il suo passo, quando sulle salite spezza il tempo e lo riscrive a suo modo, come fanno i predestinati. Sinner e Pogacar, diversissimi e identici. Il primo ha il corpo teso e longilineo di chi ha imparato a fendere l’aria, l’altro ha muscoli corti, compatti, che si sprigionano come molle nelle tappe di montagna o semplicemente c’è da fare la differenza su un pezzo di storia del ciclismo duro e impervio come la Redoute, la salita più leggendaria della Liegi-Bastogne-Liegi: lunga 1,7 chilometri, ha una pendenza media del 9,5% ed una pendenza massima del 20%. L’ha affrontata e battuta con la facilità con la quale si cambia una marcia sulla bicicletta: lui, stavolta, ha cambiato marcia al ciclismo.
Hanno la stessa luce negli occhi: quella di chi conosce il proprio dono e non lo spreca. Non lo ostenta. Lo onora. Sinner annienta Ruud senza un gesto fuori posto. Non cerca il punto spettacolare, ma quello perfetto. Eppure, in quella perfezione c’è poesia, come in Pogacar, che non ha bisogno di guardarsi indietro: lui attacca e sa già che nessuno lo seguirà. È come se salisse da solo, come se il mondo fosse un teatro dove lui recita la parte del dominatore gentile. C’è qualcosa di antico e di nuovo, insieme com’è l’anima del ciclismo, lo sport che più ha i connotati del romanticismo applicato alla fatica. C’è una parola che ritorna, quando si guardano i due: leggerezza. Non la leggerezza superficiale, ma quella profonda di chi sa. Sinner non mostra mai il tormento del campione che ha paura di perdere. Non ce l’ha, almeno per ora. Gioca con la stessa calma di una passeggiata nel bosco, con il silenzio dentro. Pogacar, quando scatta, lo fa con la naturalezza con cui si beve un sorso d’acqua. Un silenzioso rumore, uno strappo feroce. La forza vera è quella che non si vanta.
Eppure non sono miti, sono feroci, ma la loro è una ferocia educata, sobria, che non ha bisogno di urla. È un dominio che non umilia, ma incanta, che ti toglie ogni speranza, ma con dolcezza. Guardarli è come ascoltare una sonata, non c’è bisogno di capire ogni nota per commuoversi. Lo sa il pubblico che li guarda e la gente che li supporta: non vincono da sbruffoni, non cercano di dimostrare in maniera arrogante quello che sono, lo sanno già. Quando Sinner incrocia il dritto e va a rete, è come se risolvesse un’equazione con un gesto solo. Quando Pogacar si alza sui pedali e allunga, il mondo resta immobile per qualche secondo. Non si tratta solo di sport, si tratta di bellezza, di quell’incanto raro che ogni tanto, per fortuna, lo sport ci concede. Non vinceranno sempre, non lo faranno per sempre: nessuno lo ha mai fatto. E sta qui la loro grandezza: lo sport è sempre stato più grande di ogni suo protagonista, è sempre sopravvissuto ai cambiamenti e sempre lo farà. Loro due non rappresentano un’eccezione, ma la conferma della regola: lo sport andrà avanti anche senza di loro, ma saranno sempre lì a tenere il punto di partenza di una nuova generazione di fenomeni che ha alzato il muro del talento che si fa dominio, di una giovinezza che non ha bisogno di dimostrare nulla perché ha già detto tutto, e noi, spettatori fortunati, possiamo solo restare lì, a guardarli. Come si guarda una stella cadente: sapendo che durerà poco, ma che sarà impossibile dimenticare, perché il suo passaggio rappresenta l’espressione del vorrei che diventa posso. Anzi, possono.
Se n’è andato oggi Papa Francesco. Jorge Mario Bergoglio, argentino fino all’osso e vescovo del mondo per chiamata divina. Un Papa che, pur vestendo bianco, ha sempre avuto il cuore nei colori popolari, quelli del San Lorenzo, squadra del barrio e della fede, dei sogni che rotolano su un campo da calcio, come pane e Vangelo. Con lui, lo sport non è mai stato una distrazione. Era qualcosa di più serio, qualcosa che parlava d’uomo. Francesco lo ha detto spesso, in molte lingue e senza bisogno di traduttori: lo sport è scuola di vita, è palestra del cuore, è allenamento alla lealtà. E non lo diceva da spettatore distratto: lo diceva da uomo che conosceva la polvere dei campi, l’odore del sudore, la fatica dell’allenamento.
Aveva questa idea, Francesco, che il campo da gioco fosse un’estensione del pulpito. Che un gol, un canestro, valessero quanto una predica ben fatta. Perché lo sport insegna, come il Vangelo, a rialzarsi dopo una caduta, a giocare per gli altri, non contro. Amava il calcio, certo, ma non era cieco al resto. Il rugby lo definiva “metafora perfetta della Chiesa: si avanza solo se si sta uniti”. La boxe, “coraggio e disciplina”. Il ciclismo, “sacrificio in salita e gioia nella discesa”. Una volta disse che ammirava il portiere, perché è l’unico che può salvare. Anche lì, una pennellata evangelica in un gesto sportivo. C’è stato un Francesco che ha parlato agli sportivi durante le Olimpiadi, e uno che ha ascoltato storie di vite spezzate dallo sport-malato. E forse è questo che mancherà di più: la capacità di vedere nello sport qualcosa di più di un risultato, di vederci la possibilità di redenzione.
E mentre il mondo lo saluta con voce rotta e bandiere a mezz’asta, forse in qualche campetto polveroso di Buenos Aires un ragazzino con la maglia del San Lorenzo calcia un pallone come fosse una preghiera, perché glielo ha insegnato il Papa, che il vero gioco si fa con il cuore e per gli altri. E allora sì, buon viaggio Papa Francesco; che lassù ci sarà un campo dove si gioca per il gusto di farlo, dove il fischio finale non arriva mai.
Montecarlo è il salotto buono del tennis europeo, quello dove la terra rossa bacia il mare, attraversati dai dolci sapori di una primavera che abbiamo assaporato in questa settimana, ma mai totalmente fatto nostra; un posto dove si vive in una costante sfida stilistica tra uomini e donne che non fanno altro che ricordati dove ti trovi, tra vestiti e accessori per molti neanche immaginabili, In mezzo a tanto charme, c’è anche il tennis. Quello vero. Sul campo che profuma di nobiltà e di Nadal, Carlos Alcaraz si prende tutto. Il titolo, l’applauso, e pure un bel pezzo di futuro.
Contro Lorenzo Musetti, uno che sa suonare la racchetta come una chitarra classica, il giovane murciano ha dovuto aspettare il secondo set per cambiare spartito. Il primo l’ha giocato meglio l’azzurro, con variazioni da manuale, colpi in controtempo e quella leggerezza d’animo che spesso dura quanto un soufflé. 6-3 per Musetti, che intanto faceva sognare gli italiani e scartare prosecco nei bar.
Poi, come succede nelle migliori delle storie narrative, arriva il capitolo della crescita. Alcaraz cambia marcia, anzi cambia motore. Accelera col dritto, azzanna col rovescio, alza la voce negli scambi lunghi. Il secondo set finisce 6-1: è l’anticamera della bandiera bianca per un Musetti dilaniato dai problemi fisici. Il terzo non è neppure una partita: 6-0, come a dire “grazie e arrivederci”. Musetti, stanco, con una gamba che fa cilecca e lo sguardo basso, resta in campo per onore. Che non è poco, ma non basta.
Alcaraz alza il trofeo sotto gli occhi del sole e dei tabloid, firma il suo primo Masters 1000 da queste parti e sale al secondo posto del ranking. Dietro solo a Sinner, che osservava da lontano, magari un po’ contrariato. Ma oggi c’era da applaudire Carlos, che entra nell’albo d’oro con i grandi di Spagna: Nadal, Ferrero, Moya. A 21 anni, con un tennis che pare più ispirazione che geometria. Per Musetti resta il sapore amaro del quasi. Ma anche il profumo – intenso – di quello che potrebbe essere. Perché il tennis, a volte, sa anche aspettare.
Quando perdi il primo set 6-1 in meno di mezz’ora contro uno come Tsitsipas, tre volte campione qui, di solito è già scritto come va a finire. Ma Lorenzo Musetti non ha letto quel copione. Oppure l’ha letto, gli è sembrato banale, e ha deciso di riscriverlo a modo suo. Con la pazienza di un artigiano e il coraggio di un ragazzo che sa che certi treni non passano due volte.
Ha vinto 1-6 6-3 6-4, ed è stata una vittoria che ha avuto dentro quasi tutto. Il tennis a momenti, la poesia in certi rovesci, il sudore sempre. E anche il rischio, perché quando prendi un’imbarcata così nel primo set non è che ti vengano solo pensieri positivi.
Tsitsipas aveva cominciato come se dovesse dare una lezione: spingeva, comandava, accorciava gli scambi. Lorenzo sembrava perso, fuori giri. Ma poi – succede raramente, ma succede – qualcosa ha girato. Non d’improvviso, ma come una corda che si tende piano. Ha tenuto un turno di servizio, poi un altro, poi ha cominciato a rispondere meglio. Più profondo, più pesante. Come se nel campo ci fosse un altro Musetti, uno che non voleva uscire in silenzio.
Nel secondo set ha preso un break e non l’ha più restituito. Tsitsipas ha iniziato a sbuffare, a guardare il padre più del necessario. In certi frangenti il greco è come quei campioni che sembrano invincibili finché non li tocchi nel punto debole: l’orgoglio. E Lorenzo, con quel suo tennis che pare leggero e invece pesa, glielo ha toccato più volte.
Il terzo set è stato battaglia. Equilibrio sottile, pochi punti di differenza. Ma si è avuto spesso l’impressione che l’inerzia fosse dalla parte del carrarino. Il break sul 3-3 è stato quello che decide, e da lì Musetti non ha più tremato. Ha chiuso con un rovescio lungo linea, come a dire: questo è il mio colpo, questa è la mia giornata.
Non sarà (ancora) un campione affermato, Musetti. Ma oggi ha battuto uno vero, su una terra nobile, con una rimonta da uomo. E questo non glielo toglie più nessuno.
Monte Carlo, dove la terra rossa ha il profumo del mare e la memoria dei campioni, ci consegna un derby azzurro mai nato. Lorenzo Musetti passa ai quarti senza giocare, Matteo Berrettini si ferma prima ancora di entrare in campo. La carta d’identità del match era scritta: estetica contro potenza, pennello contro martello. Ma come spesso accade, la realtà si prende la scena e riscrive il copione.
Berrettini si arrende ai suoi muscoli, ancora una volta. Gli obliqui fanno crack, e il ritiro è inevitabile. Era accaduto già altre volte, troppe forse, per un corpo che non regge l’urto del talento che lo abita. Matteo lascia il torneo con un sospiro e un messaggio: “È dura, ma grazie a tutti”. La faccia è tirata, lo sguardo basso. Non c’è sconfitta, ma il sapore è amaro lo stesso.
Musetti incassa il passaggio di turno con discrezione. Avrebbe voluto giocare, eccome. Sa che ogni minuto in campo è un’occasione per ritrovarsi, dopo mesi in chiaroscuro. Aveva rimontato Lehecka con classe e pazienza, mostrando quei colpi che a tratti sembrano dipinti. Ora se la vedrà con Tsitsipas, uno che Monte Carlo lo conosce bene. Sarà dura, ma il talento non gli manca. Serve solo continuità. E un po’ di fortuna, che a Berrettini oggi è mancata del tutto.
Il derby che non c’è stato resta un rimpianto. Perché due italiani in forma, su questa terra nobile, sono un piacere raro. Ma Monte Carlo non fa sconti. È un torneo di principi, ma anche di spine.
E allora, si va avanti. Musetti sogna, Berrettini spera. E noi restiamo qui, a tifare con la consapevolezza che, a volte, il tennis è più romanzo che sport.
E sono otto. Otto Monumento. Ma questo non è un numero, è un presagio. Perché otto è anche il numero dell’infinito, e Pogacar pare proprio una cosa così: infinito. Quello che Tadej ha fatto sul Vecchio Kwaremont ha il sapore delle cose destinate a restare, come un verso di Prévert, come la carezza che tua madre ti dava prima di dormire. Non è una vittoria, è un gesto artistico. Il mondo va veloce, lui va a tempo. E spesso lo detta.
Vince con la maglia iridata, e quella maglia non è mai banale. Se la porti come lui, è un segnale: sono il più forte, ma anche il più elegante. Ha scelto il momento giusto, con la solita flemma da maestro di scacchi. Van der Poel, che di solito è una colata lavica, oggi sembrava una candela accesa al vento. Ha provato a resistere, ma quando Pogacar se ne va, è come se si chiudesse una porta dietro di lui. Puoi bussare quanto vuoi, non ti aprirà.
Oudenaarde lo accoglie come si accoglie uno di casa. E non importa se è sloveno: quando fai cose così, parli la lingua universale del ciclismo. Gli altri arrivano dopo: Pedersen, Van der Poel, Van Aert, Stuyven. Poi Ganna, ottavo. Buona prova, certo, ma Pogacar gioca in un altro sport, sembra. Un ibrido tra un passista degli anni ’60 e un grimpeur colombiano con la testa di un ingegnere e il cuore di un poeta.
Tra una settimana lo aspetta Roubaix. L’Inferno. Ma chi ha visto oggi il suo volto sul Kwaremont, sa che il fuoco non lo brucia, semmai lo accende. Hinault vinse là nel ’81. Da allora, nessun altro Tourminator ha osato. Ma Tadej non è “altro”. È oltre. E quando corre, lo senti che il ciclismo, quello vero, quello che profuma di tubolari e fatica, è ancora qui.
Il 1992 è stato l’ultimo anno olimpico come lo si intendeva una volta, quando le Olimpiadi invernali e quelle estive condividevano lo stesso calendario. Prima Albertville, poi Barcellona. Due città così diverse, due atmosfere così distanti, eppure legate da quell’idea – un po’ romantica, un po’ folle – che lo sport potesse prendersi un anno intero per raccontare storie. I miei primi ricordi a cinque cerchi abitano proprio lì, in quel tempo in cui gli eroi dello sport sembravano scolpiti nel marmo. Lontani, intoccabili. Nessun social, nessuna diretta sul telefono: se ti andava bene li vedevi su un poster, magari sgualcito, staccato da qualche rivista. E tanto bastava per sognare. In mezzo a quei sogni c’era Deborah Compagnoni. Lo dico senza giri di parole: se oggi scrivo di sport, lo devo a lei. Avevo nove anni, un amore smisurato per lo sci (e forse anche per lei), e quel giorno di febbraio rimasi incollato alla televisione a guardarla vincere il Super G a Albertville. Una gara bellissima, intarsiata su una pista che pareva disegnata da una mano divina, le lamine che accarezzavano la neve e lasciavano tracce d’oro. Il giorno dopo era tempo di Gigante. La sua gara. Lei pronta a scolpire curve perfette, noi bambini pronti a gioire ancora. Una porta, un’altra, poi un’altra ancora. Poi il silenzio. O meglio, un urlo che rompeva il silenzio, feroce e profondo. Il ginocchio che cede, i sogni che si sbriciolano. Ricordo di aver preso carta e penna e aver scritto il mio primo articolo. Lo conservo ancora, come si conserva una cosa preziosa. Sono passati trentatré anni. Ma sembra ieri. Sembra ieri perché, a distanza di tutto questo tempo, quelle stesse emozioni sono tornate a bussare. Questa volta per Federica Brignone. Anche lei, il Gigante. Anche lei, il ginocchio. E mezza gamba da ricostruire. Stessa dinamica, stessa sofferenza. L’urlo, le mani sul volto, lo sguardo perso come a chiedere: “Perché proprio adesso?” Domanda senza risposta. O meglio: la risposta è nello sport stesso. Nella sua essenza. Chiede tutto. E quando dici tutto, intendi anche una gamba, un ginocchio, una stagione appena vinta, una coppa appena sollevata. Chi ama davvero lo sport, chi lo vive non solo come professione ma come vocazione, sa che può succedere. E lo accetta. Federica, io sono certo che tu lo sappia. Che lo hai capito. È facile dire “tornerà”, “sarà più forte di prima”. Lo speriamo tutti, col cuore. Ma per arrivare lì bisogna attraversare un deserto. Quello della riabilitazione, del dolore, dei dubbi. Un cammino solitario verso un obiettivo che ha un solo nome: Olimpiadi. I cinque cerchi, ancora una volta. Se oggi scrivo di te, è perché una campionessa come te, 33 anni fa, ci ha insegnato come si fa. Deborah tornò. Vinse a Lillehammer. Vinse a Nagano. La prima sciatrice a vincere tre ori in tre edizioni olimpiche. Nessuno le aveva regalato nulla. E nulla regaleranno a te. Ma tu puoi farcela. Perché sei una campionessa vera. Come Deborah. E certe storie, nello sport, si assomigliano per una ragione precisa: sono quelle che restano.